Capitolo 1: Il tavolo verde e la racchetta troppo grande
Matteo aveva undici anni e una lista mentale di cose “da fare meglio”: allacciare le scarpe al primo colpo, ricordarsi il quaderno di matematica, non arrossire quando parlava davanti alla classe. Quella sera, mentre aiutava sua madre a mettere via la spesa, vide un volantino colorato sul frigo: “Corso di tennis da tavolo – palestra comunale”.
— Ping pong? — chiese, facendo rimbalzare la parola come una pallina immaginaria.
— Tennis da tavolo — corresse la mamma, sorridendo. — È più preciso. Vuoi provare?
Matteo ci pensò. Gli piaceva l'idea di uno sport “piccolo”, non come il calcio dove tutti guardavano tutti. E poi, nella palestra c'era un angolo che conosceva già: l'odore di legno del parquet, le linee bianche, il ronzio delle luci.
Due giorni dopo entrò in palestra con una racchetta prestata dal cugino: il manico era un po' consumato e la gomma rossa era liscia come una caramella leccata.
— Ciao! Io sono Luca — disse un ragazzo con i capelli ricci, più o meno della sua età. — È la tua prima volta?
— Sì. E… mi sa che la racchetta è enorme — ammise Matteo.
Luca rise senza cattiveria. — Tranquillo. Il tavolo è più grande di quanto sembra, vedrai.
L'allenatrice, la signora Paola, li chiamò con un fischietto corto. — Oggi partiamo dalle basi. Soprattutto dal servizio. Senza un buon servizio, la pallina decide lei dove andare.
Matteo guardò il tavolo verde. La rete sembrava una riga di matita. “Un servizio”, pensò, “è solo un lancio e un colpo.” Solo che, quando provò, la pallina gli scappò di lato e finì sotto una panca.
— Prima regola — disse Paola, recuperandola con calma. — La pallina non è un nemico. È una compagna. Trattala bene.
Matteo annuì, anche se dentro si sentiva un po' goffo. Poi si ricordò della sua lista mentale: “progredire ogni giorno”. Quella poteva diventare una nuova voce.
Capitolo 2: La pazienza fa “toc” due volte
Il giorno dopo, Matteo si allenò in corridoio con una pallina da ping pong e un libro spesso come “muro”. Il corridoio di casa era stretto, ma abbastanza per far rimbalzare la pallina. Ogni volta che colpiva, sentiva un suono leggero: toc. A volte però era più un “tac!” contro il battiscopa.
— Matteo, la pallina è finita nella ciotola del gatto — annunciò sua sorella Giulia, trattenendo una risata.
— Non ridere. Sto facendo pratica — rispose lui, cercando di sembrare serio. Poi, vedendo il gatto che fissava la pallina come se fosse un alieno, scoppiò a ridere anche lui.
Il mercoledì tornò in palestra. Paola mise tutti in fila vicino ai tavoli.
— Il servizio corretto ha tre ingredienti: posizione, lancio, contatto — spiegò. — E una spezia segreta: pazienza.
Matteo provò a imitare Paola: piedi leggermente aperti, pallina sul palmo, racchetta pronta. Lanciò la pallina… troppo bassa. La colpì… troppo presto. La pallina fece un rimbalzo triste e morì contro la rete.
— Uff — mormorò.
Luca gli diede una pacca leggera sulla spalla. — Guarda che anche io ieri ho servito addosso al tavolo. Tipo… “bam”. Sembrava che stessi arrabbiato con lui.
Matteo sorrise. Paola si avvicinò e abbassò la voce, come se stesse rivelando un trucco da prestigiatore.
— Non devi forzare. Pensa: la pallina deve fare “toc” sul tuo campo e poi “toc” sull'altro. Due toc, come due passi.
Matteo riprovò. Questa volta lanciò più in alto, guardando la pallina salire e scendere. Colpì con un movimento più morbido. Toc sul suo lato. Toc sull'altro.
— Oh! — gli scappò, come se non ci credesse.
— Ecco — disse Paola. — Hai sentito? È un suono che insegna.
Matteo fece altri cinque servizi. Due buoni, tre disastrosi. Ma per la prima volta non si arrabbiò. Si limitò a dire: — Ok. Domani meglio.
E quella frase gli sembrò una coperta calda.
Capitolo 3: Il quaderno degli allenamenti
Il venerdì, Matteo portò con sé un quaderno a quadretti. In copertina aveva scritto: “Progetto Servizio”.
Giulia lo vide mentre infilava il quaderno nello zaino. — Ma che sei, uno scienziato?
— Un tennistavolista scienziato — rispose lui. — Faccio esperimenti.
In palestra, Paola fece fare un esercizio: dieci servizi, segnando quanti passavano la rete e quanti facevano i due rimbalzi corretti.
— Non serve essere perfetti — disse. — Serve osservare.
Matteo scrisse: “1) Lancio troppo basso = rete. 2) Se stringo la racchetta troppo forte, la pallina scappa. 3) Se respiro, va meglio.”
Luca, incuriosito, sbirciò. — Ti stai facendo una guida?
— Mi aiuta. Così non dimentico gli errori — rispose Matteo.
— Io gli errori li ricordo benissimo, purtroppo — scherzò Luca. — Mi vengono a trovare la notte.
Matteo rise, e l'ansia si sciolse un po'. Quando toccò a lui servire contro Luca, sentì il cuore accelerare.
— Vai tranquillo — disse Luca. — Io oggi sto facendo il muro… ma un muro gentile.
Matteo si mise in posizione. Pallina sul palmo. Lancio. Contatto. La pallina rimbalzò bene, ma Luca la rimandò con un colpo preciso. Matteo provò a rispondere e la spedì in alto, quasi a sfiorare le luci.
— È un pallonetto da stadio! — esclamò Luca, facendo finta di cercare un commentatore sportivo.
Paola, senza smettere di sorridere, intervenne: — Matteo, non inseguire la pallina con la testa. Tieni gli occhi sulla palla e il corpo stabile. E ricorda: il servizio è come dire “ciao” all'avversario. Deve essere chiaro, non urlato.
Matteo annuì. Ripeté il servizio. Stavolta fu più semplice, più controllato. Perse alcuni scambi, ne vinse qualcuno. Ma si accorse di una cosa nuova: gli piaceva. Gli piaceva muoversi, piegare le ginocchia, sentire i piedi che scivolavano leggermente sul parquet. Non era solo “fare bene”. Era “esserci”.
Alla fine dell'allenamento, sul quaderno scrisse: “Oggi: 6 servizi su 10 con due toc. Non male. Domani: 7.”
Capitolo 4: Il giorno del mini-torneo e la paura che fa ridere
La settimana successiva Paola annunciò: — Oggi facciamo un mini-torneo. Niente coppe, solo esperienza. E un po' di coraggio.
Matteo sentì una piccola fitta nello stomaco, come quando stai per salire su una giostra. “E se sbaglio tutti i servizi?” pensò. “E se la pallina mi prende in faccia?” Subito dopo si immaginò con la pallina appiccicata al naso e gli venne da ridere. Una risata corta, che lo aiutò.
— Con chi gioco? — chiese.
— Con Sara — rispose Paola indicando una ragazza concentrata, con una fascia azzurra tra i capelli.
Sara gli tese la mano. — Ciao. Io sono veloce, però oggi sto lavorando sul controllo.
— Io sto lavorando sul… non farmi prendere dal panico — ammise Matteo.
— Ottimo. Il panico è pessimo a ping pong — disse lei con serietà comica. — Ti fa colpire l'aria.
Matteo si mise al servizio. Inspirò. Lanciò la pallina un po' più alta del solito. Colpì. Toc. Toc. Buono.
— Bello — commentò Sara.
Matteo si sentì crescere di un millimetro. Poi fece il secondo servizio e… la pallina colpì la rete e tornò indietro, come se avesse cambiato idea.
— Ah, perfetto. La pallina ha deciso di tornare a casa — borbottò Matteo.
Sara sorrise. — Capita. Ritenta.
In quel momento Matteo ricordò la spezia segreta: pazienza. Non era una parola magica, era un modo di stare. Senza fretta, come se ogni servizio fosse solo un altro passo.
Fece altri servizi: alcuni precisi, altri storti. Perdeva punti, ne recuperava. A un certo punto, dopo uno scambio lungo, Sara sbagliò e la pallina uscì di poco.
— Hai visto? — disse Sara, ansimando. — Se resti calmo, mi fai correre.
— Non so se ero calmo… ma almeno respiravo — rispose Matteo.
La partita finì con una sconfitta di Matteo, ma non fu una sconfitta pesante. Fu una sconfitta “leggera”, come una pallina che rotola e poi si ferma.
Paola gli fece cenno di avvicinarsi. — Hai perso, sì. Ma hai servito meglio di come servivi una settimana fa. Questo è vincere contro il “te di ieri”.
Matteo guardò il quaderno. “Servizi buoni: 8 su 10”, scrisse. E aggiunse: “Ho riso. Non mi sono arrabbiato.”
Capitolo 5: Il servizio che nasce dal silenzio
Il lunedì seguente Matteo arrivò in palestra un po' prima. Dentro c'era meno rumore. I tavoli erano lì, in fila, come isole verdi.
Paola lo notò. — Sei in anticipo.
— Volevo provare qualche servizio in più — disse Matteo.
— Bella idea. Ma una cosa alla volta. Prima: postura. Seconda: lancio. Terza: contatto. Quarta: ascolto.
— Ascolto? — chiese Matteo.
Paola indicò la pallina tra le sue dita. — Se la colpisci bene, senti un suono pulito e la vedi girare. Se la colpisci male, la pallina “scappa” e tu inseguì. Il servizio nasce dal silenzio: un attimo fermo, poi il gesto.
Matteo provò. Si concentrò sul palmo aperto, come se stesse offrendo qualcosa. Lanciò la pallina dritta. Aspettò quel mezzo secondo. Colpì con un movimento corto e controllato, sfiorando la pallina per darle un po' di effetto.
Toc sul suo lato. Toc sull'altro. La pallina arrivò bassa e veloce.
— Questo era diverso — disse Matteo, stupito.
— Perché non hai avuto fretta — rispose Paola. — La fretta fa rumore nella testa.
Arrivò Luca, con una borraccia gigantesca. — Ehi, Matteo! Ti sei allenato con i monaci del ping pong?
— Più o meno — rispose Matteo. — Sto imparando il servizio “silenzioso”.
Luca fece finta di sussurrare alla pallina: — Vai… piano… — e poi la colpì così forte che finì lontano.
— Ok, il tuo servizio è… rumoroso — commentò Matteo, ridendo.
— È la mia personalità — disse Luca, recuperando la pallina.
Durante l'allenamento fecero esercizi a coppie. Luca doveva solo ricevere e rimandare piano, per aiutare Matteo a ripetere il gesto giusto.
— Così? — chiese Matteo dopo un servizio ben riuscito.
— Sì. E sai che cosa mi piace? — disse Luca. — Che non ti lamenti più quando sbagli. Prima facevi quella faccia tipo “tragico film”.
Matteo si passò una mano tra i capelli. — Ho capito che arrabbiarmi mi fa perdere tempo. E io voglio… fare un passo al giorno.
— E io voglio non farmi colpire dall'aria — aggiunse Luca serio, poi scoppiò a ridere.
Matteo fece una serie di dieci servizi. Nove buoni. Uno sbagliato. Sul quaderno scrisse: “9/10. Il segreto: aspettare mezzo secondo.”
E per la prima volta pensò che la pazienza fosse una specie di forza.
Capitolo 6: Stretching, respiro e una promessa semplice
Alla fine dell'ultima lezione del mese, Paola radunò tutti.
— Oggi avete lavorato bene. Adesso facciamo stretching. Non è la parte “noiosa”. È la parte che dice al corpo: grazie.
Matteo si sedette sul tappetino. Le gambe gli sembravano calde, come se dentro ci fosse una piccola stufa. Paola guidò i movimenti con voce tranquilla.
— Inspira. Allunga le braccia verso l'alto. Senti la schiena che si allunga come un elastico gentile.
Matteo alzò le braccia. Le spalle, che spesso teneva rigide, scesero un po', come se finalmente si fidassero.
— Ora piega il busto in avanti, senza forzare. Le mani cercano le punte dei piedi, ma non devono per forza arrivarci — disse Paola. — La pazienza è anche qui: non strappare, accompagna.
Matteo sentì tirare dietro le gambe. Non era dolore, era un “tirare” che parlava. Respirò e lasciò che il corpo si ammorbidisse.
Accanto a lui, Luca sussurrò: — Se arrivo alle punte dei piedi, mi offrono una medaglia?
— Ti offrono… un applauso silenzioso — rispose Matteo.
Sara, dall'altro lato, aggiunse: — E una borraccia d'acqua.
Risero piano, come se non volessero disturbare quel momento calmo.
Paola li fece passare allo stretching delle braccia e dei polsi. — Il polso nel servizio è importante. Ma deve essere sciolto, non teso. Allungate, respirate, e sentite il calore che resta dopo il gioco.
Matteo guardò le sue mani. Gli sembravano più “capaci” di prima. Non perfette, ma presenti.
Quando si alzarono, la palestra sembrò più luminosa. O forse era lui che si sentiva più leggero.
Mentre metteva via la racchetta, Paola gli disse: — Matteo, hai fatto un bel percorso. Ricorda: migliorare non significa non sbagliare. Significa tornare a provare con calma.
Matteo annuì. In uscita, l'aria della sera era fresca e profumava di pioggia lontana. Camminò accanto alla mamma e le raccontò del mini-torneo, dei due “toc”, del mezzo secondo di attesa.
— E com'è andata? — chiese lei.
Matteo ci pensò. Poi rispose: — Ho imparato a servire meglio. Ma soprattutto… ho capito che se ho pazienza, mi fido di me.
A casa, prima di dormire, aprì il quaderno e scrisse l'ultima riga della giornata: “Domani: un passo. Anche piccolo. Anche lento.”
Poi spense la luce. Nel silenzio, gli parve di sentire ancora quel suono gentile: toc, toc. E gli venne voglia di sorridere.