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Storia che fa paura 11/12 anni Lettura 21 min. (1)

Rigo e il labirinto dei corridoi che mentono

Rigo il coniglio si perde in un labirinto di corridoi pieni di porte misteriose, indizi ingannevoli e un’ombra che lo sfida, e deve imparare a fidarsi della sua intuizione per avanzare.

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Rigo, un piccolo coniglio antropomorfo dalla pelliccia grigio perla, grandi orecchie leggermente reclinate, occhi rotondi e lucidi, espressione ansiosa e determinata, in piedi sulle due zampe che stringe un bottone in madreperla nella zampa anteriore destra; un'Ombra alta e sottile riflessa in un grande specchio incrinato, forma indefinita ma con lunghe mani dalle dita affilate che battono il pavimento, fredda e insistente, presente solo nel riflesso; in fondo una porta socchiusa da cui fuoriesce una luce calda miele, simbolo di speranza; luogo: lungo corridoio interno con carta da parati floreale sbiadita, applique antiche tremolanti, pavimento in assi di legno con tracce di fuliggine e impronte, tinte grigio‑blu, verde menta pallido e accenti miele; situazione: Rigo davanti allo specchio incrinato chiude gli occhi e volge leggermente la testa per non guardare il riflesso mentre l'Ombra nel vetro lo osserva e batte piano il pavimento (toc), la luce delle lampade fa brillare la madreperla del bottone e crea riflessi bianchi lungo i bordi dello specchio; atmosfera visiva: contrasto morbido fra ombre lunghe e lavatura acquerellata, trama della carta visibile e piccole macchie di pittura a rappresentare polvere e fuliggine, prospettiva leggermente inclinata per un senso di straniamento senza spavento. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il corridoio che non finiva mai

Quando Rigo il coniglio aprì gli occhi, non vide né prato né tana. Vide pareti alte, lisce, color gesso sporco, illuminate da lampade che tremolavano come lucciole stanche. L'aria sapeva di polvere vecchia e di pioggia trattenuta.

Il corridoio davanti a lui correva dritto, eppure sembrava piegarsi da solo, come se non volesse farsi misurare. Rigo si alzò sulle zampe posteriori e si lisciò le orecchie, che gli tremavano appena. Era spaventato, sì. Ma non era il tipo da restare fermo.

Fece un passo. Il pavimento scricchiolò con un suono secco, come un ramo spezzato in un bosco silenzioso.

“Ehi… c'è qualcuno?” chiamò.

La sua voce scivolò via e tornò indietro cambiata: “Qualcuno… qualcuno…”

Rigo deglutì. Gli echi dei corridoi non erano come quelli di una grotta: sembravano rispondere con un'intenzione, come se ascoltassero davvero.

Camminò. Ogni tanto incontrava porte: tutte uguali, tutte chiuse, tutte senza maniglia. Su alcune c'erano segni graffiati, linee rapide come artigli. Su una, qualcuno aveva inciso una parola: ORA.

Rigo avvicinò il naso ai graffi. “Ora cosa?” mormorò.

All'improvviso una lampada sfarfallò e si spense. Poi la successiva. Un tratto di corridoio si immerse nel buio, e quel buio sembrò più spesso della notte.

Rigo inspirò lentamente. Gli venne in mente una cosa che sua nonna ripeteva sempre quando il temporale faceva tremare la tana: “Se hai paura, ascolta. La paura parla, ma anche l'intuizione.

Allungò le vibrisse nell'ombra, come se potessero sentire. Da lì, dal buio, arrivò un rumore: toc… toc… toc… come un dito che batte su una parete.

Non era vicino. Ma stava venendo.

Rigo accelerò, senza correre. Non voleva fare rumore. I suoi occhi cercavano un dettaglio, un difetto, un'indicazione. E allora notò due cose, due indizi piccoli ma chiari: una striscia di fuliggine sul muro di sinistra, come se qualcosa vi fosse passato strusciando, e un odore di menta leggero, quasi gentile, che veniva da destra.

Fuliggine o menta. Buio che avanza o una traccia fresca.

Rigo si fermò. Chiuse gli occhi un secondo e ascoltò il toc… toc… che diventava più rapido.

La sua intuizione sussurrò: “La fuliggine è vecchia. La menta è viva.”

Svoltò a destra.

Capitolo 2: La stanza del respiro e la chiave che non esisteva

La svolta portò a un corridoio più stretto. Le pareti erano ricoperte di carta da parati a fiori sbiaditi, come in una casa dimenticata. L'odore di menta diventò più forte e, insieme, arrivò un soffio di aria tiepida. Quasi un respiro.

Rigo camminò finché vide una porta diversa: non era uguale alle altre. Aveva una maniglia.

Sopra, una targhetta di metallo diceva: “SALA DEL RESPIRO”.

“Finalmente qualcuno con gusto per i nomi strani,” borbottò Rigo, cercando di scherzare per non sentire il cuore che martellava.

Afferrò la maniglia. Era fredda, ma non gelida. Girò.

La porta si aprì su una stanza vuota con un tappeto consumato al centro e un lampadario che oscillava lentamente, anche se non c'era vento. Eppure l'aria si muoveva: entrava ed usciva dalle pareti come se la stanza respirasse.

Sulle pareti c'erano due disegni a carbone: un coniglio con un occhio grande e una mano umana con un indice puntato. Sotto, due frasi.

La prima: “SE SENTI I PASSI, NON GUARDARE INDIETRO.”

La seconda: “SE SENTI L'ODORE, NON SEGUIRLO.”

Rigo strinse le labbra. “Non guardare indietro e non seguire l'odore… e io che ho seguito la menta. Complimenti, Rigo.”

Un rumore alle sue spalle: toc… toc… toc… più vicino.

Rigo si immobilizzò. La frase gli bruciava nella testa: NON GUARDARE INDIETRO.

“Ok,” sussurrò, “non guardo.”

Ma il battito sul muro diventò così vicino che poteva quasi sentirne le vibrazioni. Qualcosa… stava tastando il corridoio, come un cieco che cerca una porta.

Rigo si guardò intorno. Sul tappeto, al centro, c'era una piccola scatola di legno. Non l'aveva vista entrando, come se fosse comparsa quando lui aveva letto le frasi.

La aprì. Dentro non c'era una chiave, come avrebbe voluto. C'era un bottone di madreperla e un foglietto piegato.

Sul foglietto: “Le porte senza maniglia si aprono con confronti, non con chiavi.”

Rigo aggrottò il muso. Confronti… due indizi… come prima. Era quello che stava facendo. Ma ora doveva farlo apposta.

Il toc toc divenne un colpo secco, come un pugno. La maniglia della porta dietro di lui tremò.

Rigo infilò il bottone nella tasca immaginaria che i conigli non hanno ma che, in quel posto, sembrava esistere lo stesso. Poi prese un respiro come la stanza: dentro… fuori…

“Intuizione,” pensò, “fammi un favore.”

Vide due uscite nella stanza, oltre a quella da cui era entrato: un arco a sinistra da cui usciva un filo d'aria fredda e un arco a destra da cui usciva un odore dolciastro, quasi di caramella.

La scritta diceva: “Non seguire l'odore.”

Eppure, l'aria fredda sembrava troppo pulita, troppo perfetta, come se qualcuno l'avesse preparata per ingannare. L'odore di caramella, invece, gli ricordò le feste al villaggio, quando i grandi ridevano e nessuno ti faceva del male.

Rigo si morse un'unghia. “Indizio uno: aria fredda, indizio due: odore dolce. Quale dei due è una trappola?”

Il toc toc diventò un graffiare. La porta dietro di lui scricchiolò.

Rigo chiuse gli occhi e ascoltò non solo con le orecchie, ma con il petto. L'aria fredda aveva un suono: un sibilo sottile, come un serpente che soffia. L'odore dolce, invece, non aveva suono, ma portava con sé un'altra cosa: un ritmo, come una ninna nanna lontana.

“Non seguire l'odore,” ripeté. “Forse perché… ti addormenta. Ti rende distratto.”

Aprì gli occhi. “Ok. Allora prendo il serpente.”

Scattò verso l'arco a sinistra.

Nel momento in cui attraversò l'arco, alle sue spalle la porta della Sala del Respiro si spalancò con un colpo. Rigo non guardò indietro.

Capitolo 3: L'Ombra che contava i corridoi

Il nuovo passaggio era freddo davvero. Le lampade erano più distanti, e tra una e l'altra c'erano tratti di penombra dove le pareti sembravano più vicine. Rigo sentiva il proprio fiato diventare una nuvola.

E poi lo sentì: non più toc toc, ma passi. Passi leggeri, quasi educati, come di qualcuno che non vuole disturbare… ma che ti segue lo stesso.

Rigo trattenne un brivido. “Non guardare indietro,” si ripeté.

A un incrocio, il corridoio si divideva in tre. Sopra ogni direzione, un numero dipinto: 7, 7, e 8.

“Che senso ha?” mormorò. “Due sette?”

I passi dietro di lui si avvicinarono. Non correvano. Non avevano fretta. Quella calma faceva più paura di un inseguimento.

Rigo cercò due indizi. Primo: sotto il “7” di sinistra, il pavimento aveva graffi come di trascinamenti. Secondo: sotto l'altro “7”, la parete era macchiata di umidità, e l'umidità aveva disegnato una forma che sembrava un orecchio di coniglio.

Si chinò e annusò i graffi: odore di legno bruciato. Annusò la macchia: odore di terra bagnata, di casa.

“I graffi sono pericolosi,” pensò. “Ma l'orecchio… potrebbe essere un segno per me.”

I passi dietro di lui si fermarono. Un silenzio pesante. Poi una voce, sottile come carta, gli parlò alle spalle.

“Rigo.”

Il coniglio sentì il sangue gelarsi. Quella voce conosceva il suo nome.

“Rigo,” ripeté la voce, “quanti corridoi hai già attraversato?”

Lui non rispose. Si costrinse a guardare solo davanti.

La voce sospirò, come delusa. “Io conto per te. Tu ti perdi. Io ti ritrovo.”

Rigo serrò i denti. “Io non voglio essere ritrovato da te,” pensò.

La sua intuizione gli disse che quell'essere, qualunque cosa fosse, amava i numeri, i percorsi, i labirinti. E che voleva che lui sbagliasse.

Allora Rigo fece un confronto diverso: non tra odori, ma tra numeri.

Due “7” e un “8”. Se l'Ombra contava, forse voleva l'ordine. Forse voleva che lui scegliesse l'8, perché “diverso”, perché “logico”.

Rigo guardò il “7” con l'orecchio disegnato dall'umidità. “La logica mi dice 8. L'intuizione mi dice: torna dove c'è terra bagnata.”

Scelse il “7” dell'umidità.

La voce dietro di lui sussurrò: “Sbagliato.”

I passi ricominciarono, più rapidi. Non più educati.

Rigo corse. Il corridoio si contorceva e si allungava. Le lampade si spegnevano al suo passaggio, una dopo l'altra, come se qualcuno le soffocasse.

Arrivò a una parete con uno specchio enorme. Uno specchio in un corridoio infinito: una cosa che non avrebbe dovuto esserci.

Rigo si fermò per un istante, senza pensare. Nel riflesso vide se stesso… e dietro di sé, a pochi passi, qualcosa che non aveva forma precisa: un'ombra alta, con braccia troppo lunghe, e dita sottili che battevano sul pavimento facendo toc toc.

Rigo si voltò di scatto—

E non vide niente.

Il corridoio era vuoto. Silenzioso. Solo la sua respirazione.

Lo specchio, però, mostrava ancora l'Ombra dietro di lui. Come se lo specchio fosse una finestra su un “dietro” diverso.

Rigo fece un passo di lato. L'Ombra nello specchio fece lo stesso.

“Tu sei… nello specchio?” sussurrò.

La voce, stavolta, uscì dal riflesso: “Io sono dove mi guardi.”

Rigo capì. Se lui guardava indietro, anche solo nello specchio, l'Ombra poteva avvicinarsi. Se lui non guardava, forse restava lontana.

Abbassò lo sguardo e chiuse gli occhi. “Non ti guardo.”

Lo specchio si incrinò con un suono sottile, come ghiaccio.

Rigo si allontanò senza più voltarsi. Ma sapeva che non era finita.

Capitolo 4: Il Bottone di Madreperla e la Porta dell'Ascolto

Più avanti, trovò un tratto di corridoio dove le pareti erano piene di piccole fessure. Da ciascuna usciva un bisbiglio: risate lontane, pianti, parole spezzate. Un confusione di storie che si graffiavano tra loro.

Rigo si tappò un orecchio con una zampa. “Basta, basta…”

In fondo c'era una porta senza maniglia. Sopra, una scritta: “PORTA DELL'ASCOLTO”.

Sul pavimento, davanti alla porta, due oggetti: una piuma nera e un sassolino bianco.

Rigo si chinò. “Ok. Due indizi, come diceva il foglietto.”

Toccò la piuma: era tiepida, come se fosse stata addosso a un animale vivo. Toccò il sassolino: era freddo e liscio, come un dente di fiume.

Dalle fessure, i bisbigli cambiarono. Adesso sembravano parlare di lui.

“È stanco…”

“Non ce la fa…”

“Guarderà indietro…”

“Si addormenterà…”

Rigo scosse la testa. “Non sono i miei pensieri. Sono esche.”

Allora tirò fuori il bottone di madreperla. Lo guardò bene: aveva due facce leggermente diverse. Una era liscia e lucida. L'altra era opaca, segnata da una riga sottile.

“Due facce,” mormorò. “Due scelte.”

Capì che non doveva scegliere tra piuma e sassolino, ma tra ciò che sembravano e ciò che erano.

La piuma nera sembrava leggera e innocua, ma era tiepida: aveva ancora vita, o qualcosa che la imitava. Il sassolino bianco sembrava duro e freddo, ma era semplice, vero.

“Intuizione,” sussurrò Rigo, “dimmi quale di questi due è un inganno.”

I bisbigli aumentarono, come se volessero coprire la risposta.

Rigo fece una cosa nuova: invece di ascoltare i bisbigli, ascoltò il silenzio tra un bisbiglio e l'altro. In quel silenzio sentì un suono minuscolo: tic.

Tic… tic…

Il tic veniva dal sassolino. Non era un sassolino. Era un piccolo meccanismo.

La piuma, invece, non faceva niente. Era solo… una piuma.

Rigo sorrise senza allegria. “Avete provato a farmi scegliere la cosa ‘normale'. Ma qui la normalità è sospetta.”

Prese la piuma nera e la avvicinò alla porta. Non successe nulla.

Poi prese il bottone e lo sfregò contro la piuma. La madreperla brillò, e la piuma sembrò assorbire la luce. Un'ombra minuscola scivolò via dalla piuma e si infilò nella fessura più vicina, come un verme spaventato.

“Ah,” disse Rigo. “Quindi c'era qualcosa. Ma io l'ho visto.”

Allora appoggiò la piuma sulla porta. La porta tremò, come se stesse decidendo. Rigo aggiunse il bottone sopra la piuma, con la faccia opaca verso l'esterno.

Click.

La porta si aprì.

Dall'altra parte non c'era un altro corridoio uguale. C'era un corridoio con un soffitto più basso e, incredibilmente, con un tappeto morbido. E in fondo, una luce calda, color miele.

Rigo entrò. Dietro di lui, i bisbigli si spensero di colpo, come se qualcuno avesse chiuso mille bocche.

Ma prima che la porta si richiudesse, una voce sottile arrivò dal buio:

“Tu non dovresti… fidarti di te stesso.”

Rigo rispose piano, senza rabbia: “E invece è l'unica cosa che mi porto dietro.”

Capitolo 5: La Biblioteca delle Porte e il Confronto Finale

Il corridoio morbido conduceva a una sala enorme, più alta di una chiesa, piena di porte appese alle pareti come libri sugli scaffali. Ogni porta aveva un'etichetta: “Cucina”, “Soffitta”, “Giardino”, “Tempesta”, “Lunedì”, “Ricordo”, “Paura”.

Al centro c'era un leggio con un libro aperto. Le pagine erano bianche, tranne una riga scritta con inchiostro scuro: “PER USCIRE, SCEGLI LA PORTA CHE NON TI MENTE.”

“Facile,” disse Rigo. “Le porte mentono sempre.”

Dietro di lui, una lampada si spense. Poi un'altra. L'ombra della sala si allungò.

La voce arrivò ancora, vicina all'orecchio, come un soffio: “Io ho contato. Tu sei al corridoio numero cento.”

Rigo si voltò—no, non si voltò. Si bloccò. Il suo corpo voleva girarsi, ma lui lo trattenne, come si trattiene uno starnuto.

“Non guardo,” disse tra i denti.

“Perché hai paura,” rispose la voce.

“Perché sono furbo,” ribatté Rigo. “C'è differenza.”

La sala si riempì di un fruscio, come di pagine sfogliate da sole. Le etichette sulle porte cambiarono, una dopo l'altra, come se qualcuno stesse riscrivendo il mondo.

“Coraggio”, diventò “Errore”.

“Giardino”, diventò “Trappola”.

“Ricordo”, diventò “Addio”.

Rigo sentì lo stomaco stringersi. Era un gioco cattivo: confondere, far dubitare.

Allora fece ciò che sapeva fare meglio: confrontare due indizi.

Primo indizio: le porte con etichette si muovevano, cambiavano, mentivano.

Secondo indizio: il libro sul leggio non cambiava. La riga era sempre la stessa.

Rigo si avvicinò al leggio. Accanto al libro c'erano due oggetti: un pezzo di gesso e una candela spenta.

“Due indizi,” mormorò. “Ancora.”

Il gesso poteva scrivere, lasciare segni. La candela poteva fare luce… ma era spenta. E nelle storie, le candele spente spesso si accendono quando non dovrebbero.

Rigo prese il gesso. Gli sporcò le dita. Con quello, si sentiva più reale.

Poi guardò la pagina bianca del libro. E capì: doveva scrivere lui.

“Se le porte mentono, devo creare un segno che non mente,” pensò. “Qualcosa che viene da me.”

Scrisse sul margine del libro: “MI FIDO DEL MIO NASO E DEL MIO SILENZIO.”

Appena finì, una delle porte, in alto, emise un suono: un lieve “toc”. Un solo toc, come un campanello timido.

Rigo alzò lo sguardo. L'etichetta di quella porta era vuota. Nessuna parola.

La voce alle sue spalle diventò più dura: “Quella porta è niente.”

“Meglio niente che una bugia,” rispose Rigo.

Si avvicinò alla porta senza etichetta. Sotto di essa, sul pavimento, c'erano due tracce: una era una linea di fuliggine, l'altra era una macchia di terra bagnata. Gli stessi indizi di prima, come se il luogo stesse facendo un cerchio.

Rigo sorrise, stanco ma deciso. “Ok. Confronto finale: fuliggine o terra.”

La fuliggine sapeva di vecchio incendio, di cose che bruciano e restano. La terra bagnata sapeva di pioggia e di ritorno.

Scelse la terra. Appoggiò la zampa sulla macchia, come per dire: “Io sto qui.”

La porta senza etichetta si aprì.

Ma prima che potesse entrare, qualcosa lo afferrò. Non una mano, non un artiglio: un freddo improvviso che gli strinse la schiena, come quando la paura ti prende dal collo.

Nello specchio invisibile dell'aria, Rigo sentì gli occhi dell'Ombra. Non la vedeva, ma la percepiva: alta, vicinissima.

“Guardami,” sibilò la voce. “Solo una volta.”

Rigo tremò. L'istinto urlava: voltati! controlla! difenditi!

E poi, sotto quell'urlo, l'intuizione parlò piano: “Non sempre vedere significa capire. A volte resistere è la risposta.”

Rigo chiuse gli occhi forte. “No.”

Il freddo aumentò, poi—come un elastico che si spezza—sparì. Un colpo secco, lontano. Come una porta che si chiude su un numero sbagliato.

Rigo entrò nella porta.

Capitolo 6: Il Letto di Corridoio e il Tempo di Dormire

Dall'altra parte non c'era un'uscita trionfale, né un prato illuminato dal sole. C'era… un altro corridoio.

Ma questo corridoio era diverso. Le pareti erano di legno caldo, con nodi che sembravano occhi gentili. Le lampade non tremolavano: facevano una luce stabile, dorata. E, soprattutto, il corridoio aveva un suono nuovo: un silenzio buono, come neve che cade.

Rigo camminò, aspettandosi un trucco. Ma il pavimento era morbido, come se sotto ci fosse muschio.

Dopo un po' vide una nicchia nella parete, come una piccola stanza senza porta. Dentro c'era un letto semplice, con una coperta grigia e un cuscino bianco. Sopra il letto, una finestra quadrata mostrava un cielo notturno pieno di stelle lente.

Rigo si avvicinò. Sul cuscino c'era un biglietto, scritto con una calligrafia rotonda:

“SE HAI ATTRAVERSATO I CORRIDOI SENZA PERDERTI, ORA PUOI RIPOSARE.

NON PERCHÉ TUTTO È FINITO,

MA PERCHÉ ANCHE I CORAGGIOSI DEVONO DORMIRE.”

Rigo si sedette sul bordo del letto. Le zampe gli dolevano, le orecchie gli pesavano. Sentiva ancora, lontanissimo, come un ricordo sgradevole, un ultimo toc… toc… che però non si avvicinava più.

Guardò la coperta. Sembrava normale. E in quel posto, “normale” era sempre una parola sospetta.

Allora fece un ultimo confronto, quasi sorridendo: indizio uno, la coperta era calda e profumava di pulito; indizio due, la finestra mostrava stelle vere, non dipinte.

Le stelle non mentivano. Almeno, non tutte.

Rigo si sdraiò. Tirò la coperta fino al mento. Sentì il battito del suo cuore rallentare, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo.

“Intuizione,” sussurrò nel buio buono, “grazie.”

Dal corridoio non arrivò nessuna risposta. Solo il fruscio lieve della coperta e, fuori dalla finestra, una stella cadente che attraversò il cielo come una promessa.

Rigo chiuse gli occhi. Il labirinto poteva aspettare. Adesso era tempo di dormire.

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Corridoio
Passaggio lungo dentro una casa o un edificio, con porte ai lati.
Fuliggine
Polvere nera che resta dopo che qualcosa ha bruciato.
Vibrisse
I lunghi baffi sensibili degli animali che sentono l'aria.
Intuizione
Sensazione immediata che ti suggerisce cosa fare senza ragionare tanto.
Graffiati
Con segni o strisce fatti con qualcosa di appuntito sulla superficie.
Maniglia
Pezzetto di metallo o altro che usi per aprire una porta.
Targhetta
Piccola targhetta con scritto qualcosa messa sopra una porta o un oggetto.
Madreperla
Materiale lucido e colorato preso dall'interno di conchiglie, usato per bottoni.
Ninna nanna
Canzone dolce che si canta per far addormentare un bambino.
Penombra
Luogo poco illuminato, fra luce e buio.
Incrinò
Si ruppe in una piccola linea, come quando qualcosa forma una crepa.
Fessure
Piccole aperture o spaccature nelle pareti o nel terreno.
Bisbiglio
Parola detta sottovoce, molto piano, quasi un sussurro.
Consumato
Usato molto, con parti rovinate o logore.
Sibilo
Suono sottile e prolungato, come il soffio di un serpente o vento forte.
Umidità
Presenza di acqua nell'aria o nelle superfici, che le rende bagnate.

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