Capitolo 1 – Le pietre che respirano
La prima cosa che Giada sentì fu l'odore di umido.
Non di pioggia fresca, ma di qualcosa di più antico: come se l'acqua fosse rimasta intrappolata per secoli nelle crepe delle pietre. Aprì gli occhi piano, senza muoversi. Aveva imparato da tempo che, quando non sai dove sei, è meglio restare calma e osservare.
Era sdraiata su un pavimento di roccia lucida, scura e bagnata. Gocce d'acqua cadevano ritmiche dal soffitto. Non vedeva il cielo, solo archi di pietra incrostati di muschio. Una luce grigiastra filtrava da qualche parte, abbastanza debole da far sembrare tutto un sogno.
«Dove… dove sono?» mormorò, ma la sua voce fu inghiottita dall'eco, che ritornò distorta, come se mille sussurri ripetessero la domanda.
Giada si tirò su lentamente e si mise subito accovacciata. Era un gesto istintivo: quando si sentiva minacciata, non si metteva mai in piedi. Accovacciata, le sembrava di sparire un po', di diventare più piccola e difficile da vedere.
Sfiorò il pavimento con la punta delle dita: la pietra era fredda e viscida. L'acqua si infilava sotto le unghie, gelida. Tutto attorno, corridoi scavati nella roccia si aprivano come bocche buie.
«Ok, niente panico» sussurrò a se stessa. «Osserva, respira e ascolta.»
Era una cosa che le diceva sempre sua nonna: prima di avere paura, guarda bene. E Giada era brava a guardare.
Chiuse gli occhi e ascoltò. Gocce. Un lontano scroscio, forse un fiume sotterraneo. Un rumore leggerissimo, raschiante, come qualcosa che strisciava sulla pietra.
Aprì gli occhi. La luce veniva da una crepa nel soffitto, dove si intravedeva un cielo molto lontano e molto pallido. Ma non riusciva a ricordare come fosse arrivata lì.
L'ultima cosa che ricordava era la pioggia vera, quella di fuori. Era con la classe, in gita vicino alle vecchie cave abbandonate fuori città. Si era allontanata un po' dal gruppo perché aveva visto uno strano riflesso tra i sassi. Poi… buio. Un precipizio di ricordi sfocati. E adesso quell'odore di pietra bagnata che le riempiva i polmoni.
Un brivido le scese lungo la schiena, ma il respiro restò regolare. Calma. Attenta.
«Qualcuno c'è?» chiamò, un po' più forte.
Il suono si frantumò contro le pareti. Per un momento credette di sentire una specie di risata lontana, bassa e roca. Si guardò intorno, il cuore che accelerava.
A sinistra, il corridoio si stringeva e scendeva in profondità. A destra, si allargava verso una luce più intensa, ma verdognola, come filtrata dall'acqua.
Giada si abbassò ancora di più, quasi seduta sui talloni, e avanzò carponi verso la luce verdastra. Le piaceva essere vicina al suolo: poteva sentire le vibrazioni, capire se qualcosa si avvicinava. Ogni tanto appoggiava la mano sulla roccia, come per ascoltare un segreto.
Dopo pochi metri, il corridoio si aprì in una grande sala.
Il soffitto era così alto che si perdeva nell'ombra. Dalle pareti, sgorgavano rivoli d'acqua che cadevano in una pozza al centro. La pozza brillava di una luce verde innaturale, come se contenesse una luna malata.
Le pietre tutt'intorno erano lisce e scure, ma coperte da una patina lucida: parevano respirare. Ogni tanto, una bolla d'aria si staccava dalla superficie della pozza e saliva lenta, esplodendo in un piccolo “plop”.
Giada si accovacciò vicino al bordo dell'acqua, attenta a non bagnarsi troppo. L'acqua era talmente trasparente che riusciva a vedere il fondo, ma l'immagine era distorta da strani riflessi. Era come se il fondo cambiasse forma ogni volta che cercava di metterlo a fuoco.
«Questo posto non è normale» pensò a voce alta.
«E chi ti ha detto che è normale?» rispose una voce sottile, alle sue spalle.
Giada sobbalzò e si girò di scatto, scivolando con una mano sulla pietra umida per non cadere dentro la pozza.
Davanti a lei, a un paio di passi di distanza, c'era un ragazzo più o meno della sua età. Era magro, con i capelli neri appiccicati alla fronte, gli occhi grandi e chiari che sembravano brillare nella penombra. I vestiti gli si incollavano addosso, fradici.
«Tu… chi sei?» chiese Giada, mantenendo la voce bassa ma ferma.
«Mi chiamo Elia» rispose il ragazzo, piegando appena la testa. «E, se devo indovinare, tu ti sei persa.»
«Non mi sono persa. Mi sono… ehm… ritrovata qui» ribatté lei, stringendo le labbra. «E tu?»
Elia fece un mezzo sorriso amaro. «Io sono qui da un po'.»
«Quanto è “un po'”?»
Lui abbassò lo sguardo sul pavimento lucido. «Abbastanza per sapere che, in questo posto, non bisogna restare fermi troppo a lungo.»
Giada si mise meglio in posizione accovacciata, pronta a scattare. «Perché?»
Elia indicò la pozza al centro. «Perché il Labirinto di Pietra ascolta. E quando capisce che hai paura, ti chiama.»
La pozza fece una bolla più grande, come se avesse sentito le sue parole.
Capitolo 2 – Il Labirinto di Pietra
«Labirinto di Pietra?» ripeté Giada. La parola le si appiccicò alla lingua, pesante.
Elia annuì. «Sì. È come se questo posto fosse vivo. Le gallerie cambiano, le sale si spostano. A volte il pavimento è dove un attimo prima c'era il soffitto. E… ci sono cose che si muovono nelle ombre.»
Un brontolio sordo attraversò la sala, come un tuono lontano ma sotterraneo. Un rivolo d'acqua cambiò direzione da solo, scorrendo contro la gravità per un secondo, poi tornando al suo posto.
Giada deglutì. «Come facciamo a uscire?»
«Non lo so ancora» rispose Elia. «Ma so una cosa: nessuno esce da solo.»
Le parole rimasero sospese tra loro, pesanti come blocchi di roccia. Giada lo fissò: gli occhi del ragazzo non avevano l'aria di uno che stava scherzando. C'era qualcosa di stanco in quel modo di guardare.
«Va bene» disse infine. «Allora restiamo insieme.»
Elia la studiò per un istante, poi annuì lentamente. «Se resti, devi ascoltare. A volte il Labirinto parla nelle gocce. A volte nelle vibrazioni. E non devi mai fidarti del primo sentiero che sembra facile.»
Giada appoggiò un palmo sul pavimento umido. Sentì un tremolio leggero, come un respiro trattenuto.
«Perché proprio io?» chiese, quasi tra sé. «Perché mi ha portata qui?»
«Forse perché sei calma» rispose Elia, con una voce che non sembrava più quella di un ragazzo di dodici anni. «Questo posto si nutre del panico. Ma tu non sei come gli altri.»
Lei lo guardò, stupita. «Come fai a saperlo?»
Elia indicò come lei stava ancora accovacciata, vicinissima al suolo. «Gli altri si mettono a correre e a urlare. Tu no. Tu studi la pietra.»
Giada non poté fare a meno di sorridere un po'. «Studiare la pietra è meglio che inciampare in un buco.»
Un rumore improvviso li fece zittire. Dal corridoio da cui era arrivata Giada, provenne uno stridio di roccia che graffia roccia. Qualcosa si stava muovendo al buio.
«Dobbiamo andare» disse Elia, afferrandole il polso con una mano gelida. «Adesso.»
Lei si lasciò tirare, ma restò bassa, corsa quasi a quattro zampe, sfiorando con le dita il suolo per non perdere l'equilibrio. Attraversarono la sala della pozza e imboccarono un passaggio stretto sulla destra, dove l'aria era ancora più umida, come dentro una bocca di pietra.
Mentre si allontanavano, alle loro spalle la luce verdognola parve spegnersi per un istante, come se qualcosa di enorme fosse passato davanti alla pozza.
«Cos'era?» chiese Giada, senza voltarsi.
«Non voltarti» disse solo Elia. «Non gli piace essere guardato.»
Il corridoio si fece via via più basso. Le pareti erano così vicine che Giada sentiva la roccia fredda sfiorarle le spalle. Il rumore delle gocce si trasformò in un ticchettio nervoso.
«Fermati» disse lei, ad un tratto.
Elia si voltò, confuso. «Perché?»
Giada si accovacciò del tutto e posò entrambe le mani sul pavimento. Chiuse gli occhi. «Senti?»
Per qualche secondo non ci fu che il solito scroscio distante. Poi, lentamente, si percepì un battito. Non era il cuore di qualcuno, ma il colpo regolare di qualcosa di pesante, più in avanti nel corridoio. Pietra che si abbatte su pietra.
«C'è qualcosa davanti» sussurrò. «Non è un suono vuoto. È… pieno.»
Elia la guardò con un misto di stupore e paura. «Tu… ascolti la pietra meglio di me.»
«È più facile ascoltare quello che non parla» rispose lei, con un mezzo sorriso tirato. «Torniamo indietro. C'è un altro passaggio?»
«Nella sala della pozza» ammise lui. «Ma non mi piace.»
«Mi piace ancora meno l'idea di finire schiacciati come lumache.»
Esitarono un attimo, poi tornarono indietro, cercando di fare il meno rumore possibile. Più si avvicinavano alla grande sala, più la luce verde tornava a filtrare, rendendo le ombre più nere.
Quando misero piede di nuovo nella sala, Giada sentì che qualcosa era cambiato. La pozza al centro era sempre lì, ma la superficie dell'acqua era immobile, troppo immobile. Anche le bolle sembravano essersi fermate, come se il lago di pietra trattenesse il respiro.
«Dove sarebbe l'altro passaggio?» chiese.
Elia indicò un'apertura bassa, quasi nascosta dietro un pilastro roccioso. «Lì. Ma devi… stare molto attenta a non guardare il tuo riflesso.»
Giada spalancò gli occhi. «Perché?»
«Perché non sempre è il tuo» rispose lui, stringendo i denti.
Lei non chiese altro. Si avvicinarono rasenti al muro, rimanendo il più lontano possibile dal bordo della pozza. Giada fissava le pietre, seguendo le venature scure come fossero linee su una mappa segreta. Ogni tanto, però, un guizzo verde le sfiorava la coda dell'occhio, come se qualcosa nell'acqua la chiamasse per nome.
«Giada…» La voce era sottile, identica a quella di sua madre quando la svegliava la mattina. «Giada, dove sei?»
Per un istante il suo piede scivolò. Sentì il cuore saltare un colpo. Non era possibile. Sua madre non poteva essere lì.
«Non ascoltare» mormorò Elia, vicino al suo orecchio. «È lui.»
«Lui chi?» chiese lei, senza voltarsi.
«L'Ombra nella Pietra» rispose. «Quella che non ha volto, ma ha tutte le voci.»
Capitolo 3 – L'Ombra nella Pietra
L'apertura dietro il pilastro era così bassa che dovettero praticamente strisciare per entrarci. Giada si abbassò, si mise quasi pancia a terra, ma rimase sempre un po' accovacciata, pronta a scattare indietro se qualcosa li avesse tirati per le caviglie.
Sentiva la pietra bagnata contro i jeans, il freddo che le passava attraverso. L'odore di umido era ancora più forte lì dentro, mescolato a un vago tanfo di ferro.
«Giada…» ripeté la voce, più lontana, ora simile a quella di suo padre. «Non avere paura. Vieni verso la luce…»
Non c'era nessuna luce, solo buio e riflessi verdi alle loro spalle. Eppure, per un attimo, il corridoio sembrò illuminarsi di un chiarore bianco, come se da qualche parte ci fosse un'uscita verso il giorno.
«Vedi?» sussurrò la voce. «È laggiù…»
Giada si fermò di colpo e si accovacciò ancora più bassa, piantando le mani nella pietra. Non era luce vera. Non scaldava. Era fredda come il resto.
«Non è lei» disse, a denti stretti. «Non siete loro.»
Accanto a lei, Elia annuì. «Sta provando a farti tornare indietro verso la pozza. Vuole che guardi.»
«E se guardo, che succede?» chiese lei, anche se una parte di sé preferiva non saperlo.
«Ti prende il riflesso» disse lui piano. «E poi ti prende tutto il resto.»
Rimasero qualche secondo in silenzio, il respiro corto nel cunicolo stretto. Poi continuarono ad avanzare, finché il soffitto non si alzò di nuovo e poterono rimettersi, almeno in parte, sulle ginocchia.
Il corridoio sfociò in una nuova sala, molto più piccola della precedente. Qui non c'erano pozze, solo pietre umide impilate a formare una sorta di muro irregolare. Ogni tanto, una goccia cadeva dall'alto e si infilava esattamente in certe fessure, come se fosse guidata.
«Sembra… una porta» disse Giada, guardando le pietre.
«Lo è» confermò Elia. «Si apre solo se il Labirinto decide che puoi passare.»
«E come facciamo a convincerlo? Gli lasciamo una mancia?» provò a scherzare lei.
Elia non rise. «Quando sono arrivato io, non c'era nessun altro. Ho provato a spingere, tirare, urlare… niente. Poi… ho cominciato a sentire un battito dietro le pietre. Come se qualcuno bussasse dall'altra parte.»
Giada posò l'orecchio contro il muro umido. Per un po' non sentì nulla. Poi, appena percettibile, un piccolo colpo. Uno. Poi un altro. Pausa. Tre colpi di fila.
«Qualcuno c'è davvero» mormorò.
«Anche io l'ho sentito» disse Elia. «Ma da solo non sono riuscito a capire che cosa volesse dire. Un codice, forse.»
Giada chiuse gli occhi. Immaginò le pietre non come un muro, ma come un mucchio di voci ammassate. «Bussa tu» disse. «Prova a rispondere allo stesso modo.»
Elia alzò la mano e diede due colpi leggeri, una pausa, quattro più veloci. Il suono si diffuse nel silenzio viscido della stanza.
Per qualche istante non accadde nulla. Poi, all'improvviso, le pietre del centro cominciarono a scivolare l'una sull'altra, come se qualcosa le stesse spingendo da dentro. Non cadevano: si incastravano in nuove posizioni, formando una piccola apertura a misura di bambino.
Un alito d'aria gelida uscì dall'apertura, portando con sé odore di terra vecchia e foglie marce, mischiato ancora una volta all'onnipresente umidità di pietra.
«Hai visto?» sussurrò Giada. «Non voleva forza. Voleva… attenzione.»
Elia la guardò con un filo di speranza che non aveva mostrato prima. «Con te… il Labirinto cambia.»
Passarono attraverso l'apertura, uno alla volta. Dall'altra parte li aspettava un corridoio con le pareti coperte da segni. Non erano incisioni, ma zone più chiare sulla roccia scura, come se qualcuno avesse strofinato quelle parti migliaia di volte.
Giada sfiorò i segni con le dita. «Sono… mani» capì. «Mani appoggiate qui. Tanti hanno toccato queste pietre prima di noi.»
Elia annuì. «Alcuni sono usciti. Io li ho sentiti. Grida, passi che si allontanavano. Poi più niente.»
«Quindi c'è davvero un'uscita» disse lei, con una fiamma di speranza nello stomaco.
«Sì. Ma non per tutti» rispose lui, cupo.
Prima che potesse chiedergli cosa intendesse, una risata soffocata risuonò nel corridoio. Non veniva da dietro né da davanti. Sembrava nascere direttamente dalle pareti.
«Guardali…» bisbigliò una voce, stavolta sibilante e vicinissima. «Due piccoli frammenti di carne che credono di conoscere la pietra…»
L'ombra sulle pareti cominciò a muoversi. Non era la loro: era più grande, più lunga, distorta. Una massa nera senza forma precisa, solo un grumo di buio che colava verso di loro, arrampicandosi sulle irregolarità del muro come fumo solido.
Giada si abbassò ancora di più, schiena quasi contro il pavimento, cercando istintivamente il contatto con la roccia. Il cuore batteva forte, ma lo sguardo rimase lucido.
«È lui?» chiese a mezza voce.
Elia non rispose. Le sue labbra tremavano. Il suo sguardo era fisso sull'ombra che si allungava.
«Siete così educati…» sussurrò l'ombra, senza bocca. «Vi accovacciate come piccoli animali. Ma la pietra non vi proteggerà… Io sono la pietra.»
Giada inspirò a fondo. «Se fossi davvero la pietra» disse, più forte, «non avresti bisogno di spaventare i bambini per farti ascoltare.»
Per un attimo, il buio esitò. Il contorno dell'ombra si sfaldò, poi tornò a compattarsi.
«Insolente» ringhiò. «Ti spezzerò lentamente, una goccia alla volta.»
Elia le afferrò il braccio. «Dobbiamo correre» mormorò. «Adesso.»
«Se corriamo, ci inseguirà» rispose lei. «E corre sicuramente più veloce.»
L'ombra si gonfiò, allungandosi sul soffitto. «Ha ragione il ragazzo» sibiliò. «Correre è meglio. Mi piace la caccia.»
Giada guardò la roccia sotto di sé. Le gocce cadevano ancora, regolari, creando piccole pozzanghere che tremavano con ogni vibrazione.
«Se non possiamo scappare…» disse piano, «non gli restiamo davanti.»
Afferrò Elia per la maglietta bagnata e lo tirò verso il lato del corridoio, dove il passaggio si stringeva. Si misero entrambi accovacciati, quasi incastrati contro la parete. Giada chiuse gli occhi e appoggiò la testa alla roccia, come se volesse scomparire dentro di essa.
«Cosa stai facendo?» sussurrò Elia.
«Sto diventando pietra» mormorò lei. «Se ci agitiamo, lui sente dove siamo. Se restiamo calmi… forse gli sembriamo solo un'altra parte del Labirinto.»
Il buio li sfiorò come un vento gelido. L'ombra si protese verso di loro, sondando, allungando filamenti sottili come dita d'inchiostro. Giada sentì qualcosa giocare con l'aria a pochi centimetri dalla sua faccia. Il corpo le urlava di muoversi, di allontanarsi, ma lei rimase ferma, respirando lento.
«Piccoli… piccoli…» sibilò la voce. «Dove siete?»
Il corridoio sembrò stringersi ancora di più, il freddo aumentò. L'ombra scivolò avanti, oscillando come un serpente cieco. Poi, d'un tratto, si allungò verso il fondo del corridoio, attirata da qualcosa di invisibile.
«Vi troverò…» muggì la voce, ora più lontana. «Questo Labirinto è mio…»
Piano piano, il buio più denso si allontanò, lasciandosi dietro solo le solite ombre della roccia.
Giada riaprì gli occhi. Il fiato le usciva a scatti.
«L'abbiamo… fregato?» chiese Elia, ancora incollato alla parete.
«Solo per ora» rispose lei, tirandosi su. «Non sembra uno che si arrende.»
Capitolo 4 – Le voci nelle gocce
Camminarono per un tempo che sembrò infinito, attraverso gallerie sempre diverse ma sempre uguali: tetti bassi, pietre lucide, gocce costanti. A volte il suolo saliva, a volte scendeva di colpo, costringendoli a usare mani e ginocchia per non scivolare.
«Come fai a non perdere la testa qui dentro?» chiese Giada, mentre si fermavano un momento per riprendere fiato.
Elia incrociò le braccia sulle ginocchia. «All'inizio l'ho persa» ammise. «Ho corso, urlato, ho provato a rompere le pareti con le mani. Poi… ho capito che più urlavo, più le gocce cambiavano.»
«Cambiavano come?»
«Il suono» spiegò. «Prima era regolare. Poi è diventato… confuso. Come se ci fossero parole dentro.»
Giada si chinò su una piccola pozza che si era formata in una conca del pavimento. Una goccia cadde, provocando un cerchio che si allargò piano. Un'altra goccia, un altro cerchio. Si mise accovacciata proprio lì, osservando ogni piccola increspatura.
«Che tipo di parole?» chiese, senza distogliere lo sguardo dall'acqua.
Elia si sedette a sua volta, le spalle contro la roccia umida. «Sussurri. Frasi spezzate. Chiamavano per nome quelli che erano qui. A me dicevano “torna indietro”. Oppure “riposati, non lottare”.»
«Vuole che molliamo» disse Giada. «Che smettiamo di cercare l'uscita.»
La pozza rifletteva il suo viso, ma i suoi occhi sembravano più scuri, quasi neri. Per un secondo, le parve che il riflesso sorridesse in un modo che lei non stava sorridendo. Indietreggiò di scatto.
«Hai visto?» chiese Elia, attento.
«Sì. Ma non mi avrà così facilmente» disse, serrando la mascella.
Si rimise in piedi e posò entrambe le mani sulla parete. «Se ci sono voci nelle gocce» ragionò, «forse ci sono anche voci nelle pietre. Voci che non sono sue.»
«Di chi, allora?» domandò Elia.
«Di quelli che ci sono passati prima di noi» rispose lei. «Se davvero nessuno esce da solo, magari hanno lasciato dei segni. O qualcosa di simile.»
Rimase ferma, in ascolto. All'inizio, percepì solo il solito battito profondo e lontano del Labirinto. Poi, gradualmente, altre vibrazioni più sottili, come corde di uno strumento suonate da mani invisibili.
«Sentirò cose solo io…» pensò, un po' insicura.
Ma non si tirò indietro. Seguì con le dita una vena più chiara nella roccia, che correva obliqua lungo il muro. Ad un certo punto, la vena si divise in tre linee che scendevano verso il basso.
«Tre sentieri» mormorò. «Tre possibilità.»
«Stai parlando con la pietra?» chiese Elia, a metà tra il divertito e lo spaventato.
«Sto cercando di capirla» rispose lei. «Tu senti qualcosa?»
Anche lui appoggiò le mani sul muro. Rimase in silenzio per un po'. «Questa parte… è più fredda» disse, toccando la vena centrale. «E… non so perché, ma mi mette i brividi.»
Giada percorse la vena di sinistra: era ruvida, pungeva un po'. Quella di destra, invece, era liscia come vetro, quasi scivolosa.
«La pietra fredda è quella che lui preferisce» disse. «La senti? È come lui: vuota, gelida. Non prendiamo il sentiero di mezzo.»
«E gli altri due?» chiese Elia.
«Quello ruvido fa male alle dita, ma almeno è vivo» disse lei, massaggiandosi i polpastrelli. «Quello liscio è… come se fosse stato toccato da molti. Non senti? È… più familiare.»
Elia annuì lentamente. «La maggior parte sceglie le strade lisce. Sono le più facili.»
«È per questo che il Labirinto le fa» ribatté Giada. «Ma leggo nelle tue occhiaie che non hai molta voglia di farti graffiare altro.»
Lui abbozzò un mezzo sorriso. «Magari stavolta la strada liscia è quella giusta. Non possiamo sapere tutto.»
«Possiamo però restare insieme» disse lei, guardandolo seria. «Qualunque sentiero scegliamo, lo scegliamo in due.»
Rimasero zitti, ognuno perso nei propri pensieri. Poi Elia allungò la mano verso la vena di destra, quella liscia. «Credo… di aver bisogno di qualcosa che non faccia ancora più male, per una volta.»
Giada annuì. «Ok. Ma stiamo attenti alle “facilità” che profumano troppo di trappola.»
Seguendo la vena liscia nella roccia, trovarono presto un bivio vero e proprio. Il corridoio si divideva in due: a sinistra, una luce più chiara, quasi incandescente; a destra, un buio appena tinto di azzurro.
«Luce o buio?» chiese Elia.
Giada si accovacciò e appoggiò la mano al suolo tra i due corridoi. Sentì l'eco dei passi, lontani, di altri che erano passati. Verso la luce, passi veloci, quasi una corsa. Verso il buio azzurro, pochi passi lenti, prudenti.
«Quasi tutti sono andati verso la luce» disse. «E non sento passi che tornano indietro.»
«E verso il buio?» chiese lui.
«Pochi… ma»—chiuse gli occhi, concentrandosi—«uno almeno è tornato. Sento… un ritorno leggero. Come il passo di qualcuno stanco, ma vivo.»
«Allora andiamo verso il buio» decise Elia.
Lei lo seguì senza protestare. Erano diversi, ma cominciavano a fidarsi l'uno dell'altra.
Il corridoio azzurro era illuminato da una fosforescenza strana proveniente dalla pietra stessa. Sembrava che minuscoli cristalli si fossero incastrati nelle pareti, brillando come stelle intrappolate in un cielo di roccia.
«È bello» mormorò Giada, quasi dimenticando per un attimo la paura.
«Sì» disse Elia. «Non tutto, qui, è orribile.»
«Forse perché non tutto appartiene a lui» aggiunse lei.
Camminarono in silenzio, immersi in quella penombra blu. Ad un certo punto, il corridoio si aprì su una nuova grotta. Al centro, una colonna di pietra saliva fino al soffitto, ricoperta da quei cristalli azzurri.
Ma non era quello ad attirare lo sguardo di Giada. Ai piedi della colonna, seduta sulla roccia umida, c'era una bambina.
Sembrava avere otto o nove anni. I capelli lunghi, bagnati e appiccicati alla schiena. I vestiti strappati sulle ginocchia. Stringeva qualcosa al petto.
Appena li vide, sollevò il capo con uno scatto. I suoi occhi erano lucidissimi.
«Per favore…» disse, con una voce che tremava. «Non lasciatemi qui da sola.»
Capitolo 5 – Tre contro l'Ombra
Giada sentì il petto stringersi. Senza pensarci, si avvicinò alla bambina, sempre in posizione bassa, quasi rannicchiata, per non spaventarla.
«Ehi» disse piano. «Come ti chiami?»
«Marta» rispose la piccola, stringendo ancora di più l'oggetto tra le braccia. Giada si accorse che era una pietra liscia, tondeggiante, dalle sfumature blu.
«Da quanto sei qui?» chiese Elia, restando qualche passo indietro.
«Non lo so» mormorò Marta. «È tutto sempre uguale. Bagnato. Buio. Sentivo solo le voci… E poi ho trovato questa.»
Sollevò la pietra blu. Alla luce dei cristalli, sembrava quasi brillare dall'interno.
«Parla con me» disse Marta. «Mi tiene compagnia.»
Giada scambiò uno sguardo con Elia. «La pietra parla davvero?»
La bambina annuì forte. «Dice di non muovermi. Che così non mi troverà.»
«Chi?» chiese Giada, anche se sapeva già la risposta.
«L'Ombra» sussurrò Marta, guardandosi intorno con terrore. «La sento ovunque. Ma questa mi nasconde.»
Elia fece un passo avanti. «Ti ha anche detto come uscire?»
Marta abbassò lo sguardo. «No. Dice che non c'è uscita. Ma almeno così lui non mi vede.»
Giada si mise accovacciata proprio di fronte alla bambina, portandosi allo stesso livello dei suoi occhi. «Marta, ascoltami. Lui vuole che restiamo fermi. Vuole che smettiamo di provarci. Ma io penso che questa pietra blu non sia sua.»
La bambina strinse la pietra con più forza. «È… buona» disse. «Mi sento meno sola quando la tengo.»
Giada allungò la mano, lenta. «Posso toccarla? Solo un momento.»
Marta esitò, ma alla fine annuì. Giada chiuse le dita attorno alla pietra. Era fredda, ma non come il freddo dell'Ombra. Era un freddo che sembrava venire da un ruscello di montagna, non da un sepolcro.
Appena le dita di Giada entrarono in contatto con la superficie liscia, un'immagine le esplose nella testa: un lampo di luce, una fessura in alto sulla parete di una grotta, un albero piegato che sporgeva sopra un precipizio di roccia scura.
Sussultò e mollò la presa. «L'hai vista anche tu?» chiese a Marta.
La bambina annuì, gli occhi spalancati. «Sì. È l'unica cosa che vedo quando la stringo forte.»
«È un'uscita» disse Giada, decisa. «O almeno, una possibilità.»
Elia si avvicinò ancora. «Come facciamo a trovarla?»
Giada si accovacciò e posò la pietra blu sul pavimento di roccia, tra loro tre. «Se ci ha mostrato quella fessura, forse non è solo un ricordo. Forse è un luogo reale del Labirinto. E forse…»—si chinò per sfiorare la pietra con due dita—«possiamo chiedere dove andare.»
Chiuse gli occhi e lasciò che la pietra gelida le raffreddasse i polpastrelli. Cercò di non pensare all'Ombra, né alle gallerie che cambiavano forma. Pensò solo alla fessura di luce, all'albero contorto, al vento immaginario sul viso.
Sotto le sue dita, la pietra vibrò debolmente. Poi rotolò da sola di qualche centimetro, fermandosi in direzione di un corridoio laterale che non avevano ancora notato, nascosto dietro una sporgenza.
Marta spalancò la bocca. «L'ha fatto altre volte» disse piano. «Ma io avevo troppa paura per seguirla.»
Elia guardò il cunicolo, cupo e stretto. «Se la seguiamo, lui saprà che ci stiamo muovendo. Ci cercherà.»
«Ci cercherà comunque» ribatté Giada. «Ma se restiamo qui, lo farà trovare Marta per prima.»
Marta tremò. «Io… non voglio restare da sola» sussurrò. «Ma ho paura.»
Giada le prese la mano con delicatezza. «Anch'io ho paura» ammise. «Ma se la teniamo tutte e tre insieme, la paura non vince. Va bene?»
La bambina annuì, con un piccolo singhiozzo. Elia le posò una mano sulla spalla.
«Saremo tre contro il Labirinto» disse piano. «E tre contro l'Ombra nella Pietra.»
Marta fece un mezzo sorriso incerto. «Tre è meglio di uno» mormorò.
Giada raccolse la pietra blu e la tenne tra le mani, accovacciata per essere più stabile mentre avanzavano nel corridoio nascosto. Ogni tanto, la pietra vibrava e cambiava direzione di un poco. Lei seguiva quei movimenti come se stesse leggendo una bussola molto strana.
Il soffitto si abbassò così tanto che dovettero quasi strisciare di nuovo. L'acqua gocciolava direttamente sulla loro nuca, in piccole coltellate fredde.
«Non fermatevi» disse Giada, con la voce calma ma ferma. «Anche se vi sembra di non farcela, andiamo avanti un pochino ancora. Poi ci fermiamo tutti insieme, non da soli.»
«Se non fossi arrivata tu…» mormorò Elia, «io sarei ancora a parlare con le gocce.»
«E se non ci fossi tu, io non saprei niente di questo posto» ribatté lei. «Ci teniamo in piedi a vicenda.»
«E Marta?» chiese la bambina da dietro, con un filo di voce.
Giada sorrise, anche se lei non poteva vederla. «Tu ci ricorderei perché vale la pena uscire.»
Alle loro spalle, in lontananza, un rombo profondo fece vibrare le pareti. L'acqua nel corridoio fremette.
«Si è accorto che ci stiamo muovendo» disse Elia. «Si arrabbia.»
«Lasciamolo arrabbiare» rispose Giada. «Più urla, meno ascolta.»
La pietra blu cominciò a brillare un po' di più. Il corridoio, prima completamente buio, iniziò a mostrare riflessi sulle pareti bagnate, come se qualcuno stesse versando luce liquida lungo le venature della roccia.
Dopo una curva stretta, il cunicolo sfociò in una nuova sala. Questa volta, non era né tonda né profonda. Era alta, stretta e allungata, come una spaccatura nella montagna. In alto, molto in alto, c'era una linea sottile di luce vera.
La fessura.
Capitolo 6 – Verso la luce
«È quella» sussurrò Marta, aggrappandosi al braccio di Giada. «Quella che vedo ogni volta.»
La fessura era lontana, forse dieci o quindici metri sopra di loro. Le pareti erano di roccia liscia e bagnata, senza appigli evidenti. L'aria, però, era diversa: un odore di terra, di vento e di foglie, mescolato a quello continuo di pietra umida.
«C'è il fuori» mormorò Elia. «È davvero lì.»
Giada si accovacciò, posando la mano sul pavimento. Le vibrazioni erano diverse ora: più caotiche, come se il Labirinto stesso si agitasse.
«Non sarà facile arrivarci» disse. «Lui non vorrà lasciarci andare.»
«Come ci arrampichiamo?» chiese Marta. «Non ci sono scale.»
Giada guardò attentamente le pareti. Da vicino, notò che non erano lisce dappertutto. C'erano piccole rientranze, sporgenze minime, venature più ruvide.
«Non sarà una scalata bella» disse, «ma qualche punto dove mettere mani e piedi c'è.»
«Io non so arrampicarmi» ammise Marta, la voce rotta. «Cadrei.»
Giada la fissò. «Allora non arrampicherai da sola» disse. «Useremo quello che abbiamo.»
Posò la pietra blu a terra, vicino alla parete. Poi si tolse la felpa bagnata e la annodò con la maglietta di Elia, creando una specie di corda corta. Marta li guardava, confusa ma attenta.
«Tu salirai in mezzo» spiegò Giada, rivolgendosi alla bambina. «Elia sopra di te, io sotto. Se uno scivola, gli altri due lo tengono. Non siamo fortissimi, ma tre corpi uniti fanno più resistenza di uno solo.»
«Se cadiamo tutti?» chiese Elia, guardando in alto.
«Meglio cadere insieme che lasciarne indietro uno» rispose lei, senza esitazione.
Elia la guardò a lungo, poi annuì. «Va bene.»
Si legarono uno all'altro con la corda improvvisata, stretta bene sulla vita. Giada, in fondo, sentì il nodo pizzicarle la pelle sotto i vestiti, ma non se ne curò. Si mise accovacciata contro la parete, cercando con le dita il primo punto dove aggrapparsi.
«Marta, tu guarda solo un passo alla volta» disse. «Non guardare giù, non guardare troppo su. Solo dove mettere la mano o il piede dopo.»
La bambina annuì, pallida ma decisa.
Cominciarono a salire. Ogni movimento era lento, controllato. La roccia era scivolosa per l'acqua, ma in alcuni punti la ruvidità permetteva di far presa.
Dopo pochi metri, un boato fece tremare tutta la parete. Piccoli frammenti di pietra caddero intorno a loro come pioggia solida.
«Sta cercando di farci cadere» disse Elia, stringendo i denti.
Dal basso, una voce si sollevò, fangosa e rabbiosa. «Voi… non… uscirete…»
L'Ombra risaliva la parete opposta, allungando le sue braccia nere verso di loro. Non aveva bisogno di appigli: si incollava alla roccia come un'ombra di fumo.
«Non guardatelo» gridò Giada. «Guardate solo la pietra davanti alla faccia!»
Sentiva le dita bruciarle, i muscoli delle braccia tremare. Ma ogni volta che stava per scivolare, sentiva la corda tirare: Elia che la bilanciava dall'alto, Marta che cercava di farsi leggera al centro.
«Non puoi vincere» ruggì l'Ombra, salendo sempre più. «Questa montagna è mia. Questa pietra è mia. Anche le vostre ossa saranno mie.»
Giada chiuse gli occhi per un secondo, appoggiando la fronte umida contro la roccia. No. La pietra non era sua. L'aveva capito fin dall'inizio: c'erano parti del Labirinto che non parlavano con quella voce, che non facevano paura.
«La pietra non è tua» disse, senza urlare, ma con una sicurezza che non si aspettava. «È di chi la ascolta davvero. Non di chi la usa per spaventare.»
La fessura di luce era più vicina ora. Sentiva un filo d'aria fredda sul viso. Un'altra scossa fece oscillare la parete.
«Marta, tieni duro!» gridò Elia dall'alto.
«Ho paura!» singhiozzò la bambina. «Mi fanno male le mani!»
«Stringi con i piedi!» consigliò Giada, concentrata. «Le mani solo per tenerti vicina alla parete. E pensa a quando saremo fuori. A qualcosa che ti piace. Un gelato, un parco, qualsiasi cosa.»
«Il mio cane» mormorò Marta. «Voglio rivedere il mio cane.»
«Allora sali per lui» disse Giada. «Fagli vedere quanto è forte la sua padrona.»
Un lampo di qualcosa attraversò gli occhi di Marta. Riprese a muoversi, un passo alla volta.
L'Ombra, dall'altra parte, era ormai quasi alla loro altezza. Allungò uno dei suoi tentacoli neri verso la corda che li teneva uniti.
«Vi separerò…» sibilò. «Uno per uno…»
La pietra blu, legata alla cintura di Giada, vibrò improvvisamente. Un bagliore azzurro si accese, irradiandosi attraverso la stoffa bagnata.
L'Ombra urlò, un urlo acuto e profondo insieme, quando il bagliore la sfiorò. Una parte del suo contorno si sbriciolò in nuvole di fumo più chiaro.
«Che… cosa… è… questa…?» muggì, retrocedendo di qualche centimetro.
Giada sentì il tremito della pietra contro il fianco. Non era solo una guida: era qualcosa di più antico, più forte dell'Ombra. Forse era proprio una parte del Labirinto che non gli apparteneva.
«Non siamo soli» disse, più per sé che per gli altri. «Nemmeno qui dentro.»
Con un ultimo sforzo, Elia raggiunse il bordo della fessura e vi si aggrappò. Tirò su prima Marta, poi aiutò Giada a superare l'ultimo tratto, mentre la corda tirava sulle loro vite come un'ultima prova.
Quando tutti e tre furono incastrati nella fessura, l'Ombra allungò un ultimo braccio verso di loro, le dita nere che si protendevano.
La pietra blu brillò come una stella.
L'Ombra urlò ancora, ma stavolta il suo grido si spezzò, come vetro che si infrange.
Capitolo 7 – L'ombra dissipata
La luce dall'esterno era così forte, dopo tutto quel buio, che per un attimo Giada credette di essere diventata cieca. Chiuse gli occhi, li riaprì piano, strizzandoli per abituarsi.
Si ritrovò sdraiata su un terreno di roccia ruvida ma asciutta, appena fuori dalla fessura. L'aria era fredda, tagliente, ma piena di odori nuovi: erba bagnata, resina di alberi, vento.
Marta era accovacciata accanto a lei, stringendo ancora la pietra blu contro il petto. Elia era seduto poco più in là, la schiena contro il tronco di un albero nodoso che cresceva proprio sul bordo della spaccatura.
Dietro di loro, il Labirinto di Pietra taceva. Nessun boato, nessuna risata. Solo il rumore del vento che entrava nella fessura, portando via l'umidità come un respiro che finalmente si scioglie.
Giada si tirò su, lentamente. Si mise subito in posizione accovacciata, come sempre quando si sentiva ancora mezzo in pericolo. Guardò dentro la spaccatura.
Lì dove, pochi istanti prima, l'Ombra si era arrampicata minacciosa, ora c'era solo buio normale. Un'oscurità vuota, senza quella densità che aveva quasi peso.
Per un secondo, vide qualcosa muoversi. Una sagoma scura, leggera, come fumo che si solleva dall'acqua calda. Non aveva più braccia né denti immaginari. Era solo una macchia che si assottigliava.
L'Ombra si dissolse piano, come se venisse risucchiata in mille minuscoli tagli nella roccia. Un ultimo velo nero fluttuò verso l'alto, poi il vento lo spezzò in filamenti sempre più sottili, finché non rimase più nulla.
Nessun ringhio. Nessuna voce. Solo il rumore lontano di un fiume e le foglie che frusciavano.
«È… finita?» chiese Marta, la voce spezzata tra speranza e terrore.
Giada inspirò a fondo. L'aria fresca le allargò i polmoni. «Lui sì» disse. «Ma il Labirinto… forse no. Resterà lì sotto. Solo che ora non ha più il suo padrone.»
Elia si alzò in piedi, aiutandosi con l'albero. Sembrava più alto, alla luce del giorno. O forse era solo che, senza il buio addosso, si vedeva meglio che era solo un ragazzo di dodici anni, con le mani screpolate e gli occhi stanchi.
«Forse, senza di lui, la pietra smetterà di trattenere chi ci cade dentro» disse. «O forse avrà bisogno ancora di qualcuno che l'ascolti.»
Giada guardò la spaccatura. Non era una bocca pronta a inghiottire, ora. Era solo un taglio nella montagna. Pericoloso, certo, ma immobile.
La pietra blu nelle mani di Marta aveva smesso di brillare. Sembrava una semplice pietra levigata dal fiume.
«Posso tenerla?» chiese la bambina.
Giada annuì. «Ti ha aiutata a non sentirti sola» disse. «E ha aiutato anche noi. È giusto che resti con te.»
«E tu?» chiese Elia, guardando Giada. «Cosa farai, adesso che sei fuori?»
Lei guardò il cielo, di un grigio chiaro che prometteva altra pioggia, ma pioggia vera, dall'alto, non dalle viscere di pietra. «Cercherò di ricordare» rispose. «Anche se gli altri penseranno che è stato solo un sogno. E… ascolterò.»
«La pietra?» domandò lui.
Giada sorrise leggermente. «Anche. Ma soprattutto chi ha paura e si sente solo. Perché so cosa vuol dire.»
Elia abbassò lo sguardo verso il Labirinto. «Non so se posso tornare a casa» disse piano. «Non ricordo nemmeno da quanto sono qui.»
«Ti aiuteremo noi» disse Giada, senza esitazione. «Tre è meglio di uno, ti ricordi?»
Marta annuì, stringendo la sua mano. «E io voglio presentarti al mio cane» aggiunse con una piccola risata.
Elia sorrise, per la prima volta davvero. «Va bene» disse. «Allora… usciamo davvero.»
Si misero in cammino lungo il pendio roccioso, tra pietre ancora umide di pioggia. Giada avanzava un po' accovacciata, per abitudine, sfiorando ogni tanto le rocce con la punta delle dita. Non cercava più una via di fuga, ora. Cercava solo di ricordarsi della sensazione della pietra sotto la mano, non più nemica, non più prigione.
Dietro di loro, la fessura del Labirinto di Pietra si faceva via via più piccola. Nessuna voce li chiamò. Nessuna ombra si allungò a reclamarli.
Solo, in profondità, molto in profondità, una vecchia umidità silenziosa rimaneva intrappolata tra le rocce, come un respiro che finalmente, dopo secoli di paura, poteva svanire piano, dissipato in ombra leggera e innocua.