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Storia che fa paura 11/12 anni Lettura 22 min.

La lanterna che non si spegne e le impronte nere del Bosco delle Tracce Leggere

Filo, un coniglio prudente, segue nel Bosco delle Tracce Leggere strane impronte nere e, con una lanterna e l’aiuto di una donnola, affronta misteriosi pericoli legati a una presenza che vuole trasformare i ricordi in catene.

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Filo, un piccolo coniglio grigio dalle grandi orecchie morbide e occhi rotondi, appare ansioso ma determinato; tiene una lanterna fatta di guscio di noce che emette un debole bagliore azzurro e sta sulla riva del Lago di Vetro. Rima, una piccola donnola pallida dagli occhi enormi e tremanti, è dietro Filo, aggrappata alle canne, preoccupata ma sollevata, pronta a tirarlo indietro se necessario. Sospesa sopra l'acqua, la "lupa di nebbia" è una sagoma fluttuante di nuvole grigie turbinanti con due fenditure bianche per occhi, attratta dalla luce e al tempo stesso triste e minacciosa. Sullo sfondo si intravede la "Bocca Sotto": un'ampia fessura nera nella superficie del lago che ricorda una bocca, bordata da filamenti lucidi d'inchiostro e dentellature rocciose. L'ambiente è una riva liscia e umida, acqua specchiata scura che riflette un cielo lattiginoso, canne gialle e nebbia bluastra; contrasti forti tra luce fredda e ombre profonde. Situazione principale: confronto teso sul bordo del lago — Filo avanza cautamente, la lanterna proietta un cono di luce azzurra che rivela la vera forma della lupa di nebbia mentre la Bocca Sotto sorride in silenzio; composizione drammatica, colori vivaci in stile pop art, contorni netti e nebbia stilizzata. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il sentiero delle impronte leggere

Nel Bosco delle Tracce Leggere ogni passo lasciava appena un segno: una foschia di polline, un graffio d'ombra sull'erba, una briciola di luce che svaniva dopo pochi respiri. Era un posto strano, come se la terra avesse paura di farsi ricordare.

Filo, un coniglio grigio con le orecchie sempre in ascolto, avanzava piano. Parlava quasi sempre a voce bassa, come se le parole potessero spaventare le foglie.

— Meglio così… — mormorò. — Se nessuno sente, nessuno arriva.

Quella sera l'aria aveva un odore di ferro bagnato. Tra i tronchi, la nebbia si arrotolava in strisce sottili, e a ogni suo salto Filo vedeva le proprie impronte accendersi per un istante, poi spegnersi come lucciole stanche.

Stava tornando alla sua tana quando notò qualcosa che non doveva esserci: una fila di impronte nere, più pesanti delle sue, che non si dissolvevano. Non erano zampe di volpe né di tasso. Avevano una forma troppo lunga, come dita.

Filo si chinò, trattenendo il fiato. La terra intorno alle impronte sembrava schiacciata dalla paura.

— Chi… chi è passato di qui? — sussurrò.

Dalla nebbia arrivò un suono secco: toc, toc, toc. Non passi. Colpi. Come un bastone contro la corteccia.

Filo rizzò le orecchie. Nel Bosco nessuno usava bastoni. Nessuno voleva fare rumore.

Una foglia cadde davanti al suo naso e, invece di planare, si fermò a mezz'aria. Come se una mano invisibile l'avesse afferrata. Poi la foglia si strappò in due con un crac che fece tremare le stelle.

Filo fece un mezzo passo indietro. Le sue impronte, come sempre, si sciolsero subito. Quelle nere no. Restavano lì, ostinate, a indicare una direzione: verso il Vecchio Torrione di Radice, un albero cavo e altissimo che nessuno frequentava.

Il coniglio deglutì.

— Non è… non è una buona idea. — Ma lo disse così piano che fu la nebbia a rispondere, con un soffio freddo che gli entrò tra i baffi.

Eppure la fila di segni scuri sembrava chiamarlo. O forse… minacciarlo.

Capitolo 2 — La lanterna che non vuole spegnersi

Filo non era coraggioso per natura. Era prudente, e per lui prudenza voleva dire: tornare indietro. Ma quella notte, mentre si avviava verso casa, il toc, toc, toc ricominciò, più vicino. E ogni colpo faceva vibrare l'aria come un tamburo lontano.

— Va bene… — mormorò. — Solo un'occhiata. Da lontano.

Per non perdersi, Filo seguì una regola che sua nonna ripeteva sempre: “Se l'ombra ti chiama, cerca una luce e non andare mai da solo.” La prima parte era complicata, la seconda pure. Ma una luce… forse.

Infilandosi tra i cespugli di rovi morbidi (che nel Bosco pungevano solo la tristezza), Filo trovò una pietra cava piena di lucciole. Non erano le solite. Queste avevano un bagliore blu e si muovevano in cerchio, come se stessero sorvegliando qualcosa.

Al centro del cerchio c'era una piccola lanterna di guscio, fatta con una noce vuota e un filo d'erba intrecciato. La fiamma dentro non era fuoco: era un'ombra luminosa, come una stella caduta che si era dimenticata di spegnersi.

Filo la sollevò. La lanterna gli scaldò i cuscinetti delle zampe.

— Grazie… — disse, quasi senza voce, alle lucciole.

Le lucciole si allontanarono di colpo, come spaventate dal gesto, e si nascosero nella nebbia.

Filo seguì le impronte nere. Ogni tanto, accanto a esse, comparivano segni più piccoli: graffi sottili, come se qualcuno avesse trascinato artigli senza voler lasciare traccia. Ma nel Bosco delle Tracce Leggere nessuno riusciva a nascondersi davvero… a meno che non fosse diverso.

Quando il Torrione di Radice apparve, Filo sentì il cuore battergli contro il petto come una lepre in gabbia. L'albero era così grande che la cima spariva nelle nuvole basse. Il tronco era spaccato da una fessura verticale che somigliava a una bocca socchiusa.

Dal buio della fessura uscì una voce ruvida, spezzata, come rami secchi sfregati insieme:

— Piccolo… coniglio… hai una luce.

Filo si bloccò. Avrebbe voluto rispondere con una frase forte, ma gli uscì solo un filo:

— S-sì.

Un paio di occhi si accesero nella fessura. Non erano rossi, come nelle storie. Erano trasparenti, come bolle. E dentro quelle bolle si muovevano ombre minuscole.

— Entra — disse la voce. — La notte… qui pesa meno.

Filo strinse la lanterna.

— Io… devo… — Non finì la frase. La lanterna tremò, ma non si spense.

E dal bosco dietro di lui arrivò un sussurro che non era vento:

“Non entrare. Non entrare. Non entrare.”

Capitolo 3 — Il corridoio dei sussurri

Filo fece la cosa che gli sembrò più sicura: non obbedì subito. Si spostò di lato, cercando un punto da cui vedere dentro senza farsi vedere troppo. La lanterna proiettò un cono di luce lattiginosa sulla fessura. L'interno del Torrione non era vuoto: era un corridoio di legno vivo, lucido come una lingua.

Il toc, toc, toc veniva da dentro, regolare, paziente.

— Chi sei? — chiese Filo, a voce bassissima, come se parlare forte potesse svegliare un incubo.

Gli occhi di bolla si avvicinarono.

— Io sono… il Custode dei Passi. — La voce sembrò sorridere senza denti. — E tu sei quello che lascia impronte leggere. Troppo leggere. Si perdono. Si dimenticano.

Filo sentì un brivido lungo la schiena.

— Le impronte… devono sparire. È… è così che funziona qui.

— Funzionava. — Il toc si fermò. — Qualcuno ha portato… passi pesanti. Passi che schiacciano i ricordi. Li trasformano in buio.

Filo guardò di nuovo le impronte nere fuori dal Torrione: sembravano macchie d'inchiostro che non si asciuga mai.

— Sono quelle?

— Sono l'inizio. — Gli occhi si strinsero, e le ombre dentro le bolle si agitarono. — Se quelle tracce restano, il bosco imparerà a ricordare il terrore. E il terrore… non se ne va più.

Filo avrebbe voluto scappare. Ma la parola “terrore” aveva un sapore di verità che gli incollava le zampe al terreno.

— E… io cosa c'entro?

— Hai una luce che non si spegne. — Il Custode inclinò la testa invisibile. — La luce ferma le impronte nere. Le rende… leggibili. Se le leggi, scopri chi le ha fatte.

— Io… non sono un investigatore. — Filo abbassò le orecchie. — Io sono bravo a… a stare zitto.

— Allora sei perfetto. — La voce diventò un sussurro che graffiava. — Chi fa male ascolta poco. Ma chi è silenzioso sente tutto.

Un colpo improvviso fece vibrare il corridoio. Toc! Più forte. Come se qualcuno dall'interno avesse battuto contro il legno per impazienza.

Dal buio, dietro gli occhi di bolla, spuntò una mano… no, non una mano: un groviglio di radici sottili, con punte lucide. Le radici si avvicinarono alla lanterna, come volessero assaggiarla.

Filo indietreggiò.

— No.

Le radici si ritirarono lentamente.

— Non temere. — La voce cercò di essere gentile e risultò peggio. — La tua luce serve. E tu… devi stare al sicuro. Per questo ti do una regola.

Filo trattenne il fiato.

— Tre regole — disse il Custode. — Uno: non inseguire mai un suono se non vedi la sua ombra. Due: se un sentiero diventa troppo dritto, torna indietro. Tre: se la lanterna si raffredda, non sei più solo.

Filo ripeté piano, come una filastrocca per non dimenticare.

— Non suoni senza ombra… sentieri troppo dritti… lanterna fredda.

Il Custode fece un verso che poteva essere un assenso.

— Ora vai. Segui le impronte nere fino al luogo dove la luce del bosco si spezza. Lì troverai la causa.

— E se… se non torno?

Gli occhi di bolla si spensero per un istante.

— Allora il bosco non sarà più un posto di tracce leggere. Sarà un posto… di catene.

Il toc, toc, toc riprese, ma questa volta non veniva da dentro. Veniva dal bosco, alle spalle di Filo.

Capitolo 4 — Il lago di vetro e il lupo di nebbia

Filo corse, ma con prudenza: scatti brevi, orecchie alte, lanterna stretta. Nel Bosco delle Tracce Leggere, correre troppo significava inciampare in qualcosa che non voleva farsi vedere.

Le impronte nere lo guidavano verso il Lago di Vetro, uno specchio d'acqua così immobile che rifletteva anche i pensieri. Filo lo evitava sempre: bastava guardarlo troppo a lungo per ricordare cose che preferivi dimenticare, come il rumore di una tana che crolla o il vuoto nello stomaco quando sei perso.

Quando arrivò, la nebbia era più densa e il lago non rifletteva il cielo. Rifletteva… un buco. Come se sopra ci fosse un soffitto nero.

Le impronte nere scendevano fino alla riva e poi continuavano sull'acqua, senza affondare. Questo non aveva senso.

— Non ha senso… — bisbigliò Filo.

La lanterna tremò. Il calore che gli aveva dato prima si fece tiepido.

Dal lago si alzò una forma: un lupo, fatto di nebbia compressa. Non aveva pelo, solo vortici. Gli occhi erano due fessure bianche, come tagli nel fumo.

Filo rimase immobile. Regola uno: non inseguire un suono se non vedi la sua ombra. Ma il lupo non faceva suoni. E l'ombra… non c'era. Sul lago non c'erano ombre.

Il lupo aprì la bocca e ne uscì un sussurro pieno di bolle:

— Luce… dammi la luce…

Filo strinse la lanterna al petto.

— N-no.

Il lupo avanzò, e dove passava l'acqua si increspava con linee nere. Il coniglio sentì la lanterna raffreddarsi all'improvviso, come se qualcuno ci avesse soffiato dentro.

Regola tre.

Filo guardò di lato. Nella riva, mezzo nascosto tra canne secche, c'era un vecchio salvagente di corteccia, lasciato lì da qualche castoro prudente. E accanto, un ramo lungo, robusto.

Valori di sicurezza, pensò senza dirlo: non avvicinarti all'acqua quando non vedi il fondo, e usa qualcosa per tenere distanza.

Con un movimento rapido, Filo afferrò il ramo e lo puntò verso il lupo di nebbia, non per colpirlo ma per tenerlo lontano.

— Fermati! — disse, e la sua voce fu più forte del solito, anche se gli tremava.

Il lupo esitò. La punta del ramo attraversò la nebbia e fece un piccolo buco, come quando spingi un dito nel fumo. Il buco si richiuse subito, ma il lupo indietreggiò di mezzo passo.

— Non… voglio… — sibilò. — Ma devo… lasciare tracce…

Filo spalancò gli occhi.

— Chi ti obbliga?

Il lupo si voltò, come se ascoltasse qualcuno dietro di sé. Sul lago comparve una linea dritta, nerissima, come una strada disegnata con carbone. Regola due: se un sentiero diventa troppo dritto, torna indietro.

Ma dietro Filo, la nebbia si era chiusa. La riva non era più una riva: sembrava un muro di latte.

Il lupo tornò a fissarlo.

— La Bocca Sotto — sussurrò. — Vive dove la luce si spezza. Mangia… le impronte leggere. Vuole… impronte pesanti… per legare tutto.

Filo sentì un nodo in gola.

— Dove?

Il lupo alzò il muso verso il centro del lago, dove il riflesso era più scuro, come una pupilla.

— Lì.

La lanterna, fredda, emise un lampo azzurro. Per un istante, Filo vide sul lago delle lettere fatte d'ombra: “NON GUARDARE GIÙ”.

— Non guardare giù… — ripeté Filo. E non lo fece.

Invece legò la lanterna al ramo con un filo d'erba, allungandola davanti a sé come un'esca luminosa, mantenendo il corpo sulla riva.

— Se vuoi la luce… prendi questa! — gridò al lupo.

Il lupo allungò il muso, attratto. La lanterna lo illuminò e, per un secondo, la nebbia si fece trasparente: sotto la forma del lupo c'era una piccola creatura tremante, una donnola pallida, con gli occhi enormi pieni di paura.

Filo capì.

— Non sei un lupo… sei costretto.

La donnola annuì, quasi invisibile. E con un gesto disperato, spinse una zampa sotto la superficie del lago.

L'acqua si aprì come una tenda.

Capitolo 5 — La Bocca Sotto e le catene di inchiostro

Dal varco nell'acqua salì un odore di cantina e alghe vecchie. Filo non entrò: restò sulla riva, ancorato al salvagente di corteccia che si legò di fretta alla vita con un laccio. Sicurezza: avere un appiglio. Non fare l'eroe stupido.

Il varco mostrava un mondo sottosopra: non acqua, ma aria gelida e una scala di pietre umide che scendeva nel buio, come se sotto il lago ci fosse una stanza.

La donnola tremava.

— Se non… porto impronte nere… mi prende — disse con voce sottile. — Mi lega con catene di inchiostro.

Filo parlò piano, come sempre, ma con fermezza.

— Io ti… ti aiuto. Ma tu mi aiuti. Niente bugie.

La donnola annuì. Le sue “impronte” nere, ora che era vicina alla lanterna, diventavano grigie, meno cattive.

Insieme scesero qualche gradino, senza entrare troppo: Filo allungava il ramo con la lanterna davanti, e la donnola stava dietro, pronta a tirarlo indietro se qualcosa lo afferrava.

In fondo alla scala c'era una sala con pareti di roccia lucida. Al centro, una fessura nel terreno, larga quanto una tana, da cui usciva un respiro lento. Sembrava che il pavimento dormisse.

E poi la fessura si aprì.

Non come una porta. Come una bocca. Con “denti” fatti di pietre bianche e fili neri che colavano come saliva d'inchiostro.

— Luce… — disse la Bocca Sotto. La voce veniva da ovunque, vibrava nelle ossa. — Tracce… pesanti… per ricordare… per possedere…

Filo sentì le zampe intorpidite. La lanterna, fredda, pulsò. Dentro la fiamma d'ombra apparvero piccole scintille come occhi.

La Bocca Sotto espulse qualcosa: una catena di inchiostro che strisciò sul pavimento, veloce come un serpente. Puntò verso la donnola.

— No! — gridò Filo, e senza pensare abbassò il ramo tra la catena e lei.

La catena colpì il ramo e vi si attaccò, macchiandolo di nero. Il nero cercò di salire verso la lanterna.

Filo ricordò un'altra regola non detta, ma sentita mille volte nel bosco: quando qualcosa di cattivo sale, non tirare con forza. Cambia direzione. Spezza il percorso.

Con un gesto rapido, Filo sbatté il ramo contro il bordo di pietra, facendo scivolare la catena in una fessura laterale. Poi, con un balzo, si spostò e tirò la lanterna lontano dal nero.

La Bocca Sotto ringhiò senza suono.

— Non puoi… fermare… il ricordo del buio…

Filo respirò a fondo. Parlare a voce alta gli faceva paura, ma la paura era già lì. Non aumentava.

— Il bosco… non ti appartiene.

— Il bosco dimentica — sibilò la Bocca. — Io insegno… a ricordare… con dolore.

La donnola, dietro, piangeva in silenzio. Filo la guardò e, piano, disse:

— Ricordare non è… possedere. È… imparare. E imparare serve a stare al sicuro.

La lanterna si scaldò appena. Non molto, ma abbastanza da far tremolare la luce azzurra sulle pareti. Sul bordo della bocca, Filo vide incise delle tracce antiche: impronte di tanti animali, sovrapposte. E tra loro, una scritta fatta di graffi: “LA LUCE SI SPEZZA NELLA FESSURA”.

La fessura era il punto debole. Se la luce si spezzava lì, forse poteva anche… riempirla.

Filo guardò il salvagente di corteccia che aveva in vita. La corteccia era chiara, asciutta. E sopra, attaccato, c'era un pezzo di gesso di conchiglia (i castori lo usavano per segnare i tronchi pericolanti). Chiaro.

Un'idea gli saltò in testa, folle ma semplice: coprire l'inchiostro con una traccia chiara. Non per cancellare tutto, ma per bloccare le catene.

— Dammi il gesso — bisbigliò alla donnola.

Lei lo spinse verso di lui con la zampa tremante.

Filo spezzò il gesso e lo sfregò sul bordo della fessura, tracciando una linea bianca, luminosa. Il bianco non era luce vera, ma sembrava… sicurezza. Un segno che diceva: qui è confine.

La Bocca Sotto urlò, e il suo urlo fece vibrare la sala. Le catene di inchiostro si contorsero e cercarono di superare la linea bianca, ma dove la toccavano diventavano grigie, fragili, come cenere.

— Continua! — sussurrò la donnola.

Filo, con le zampe che gli tremavano, disegnò altre linee: cerchi, spirali, impronte chiare sopra quelle scure. Ogni segno era un “no” gentile ma fermo.

La lanterna si scaldò di colpo, come se approvasse.

La Bocca Sotto si richiuse a scatti, tentando di inghiottire le linee. Ma il bianco non si lasciava mangiare: non era un ricordo di paura, era un promemoria di confine.

Infine la fessura si serrò, lasciando solo un soffio.

Silenzio.

Capitolo 6 — La stanza chiara

La scala tremò leggermente, e l'acqua sopra di loro si richiuse senza schianto, come una palpebra che si abbassa. Filo e la donnola risalirono in fretta, senza correre: passi sicuri, uno alla volta. Quando tornarono alla riva, la nebbia era più leggera, e il lago rifletteva di nuovo il cielo, anche se un po' stanco.

Le impronte nere sulla riva cominciarono a scolorire, come inchiostro lasciato al sole. La lanterna era finalmente calda, stabile.

La donnola tirò un sospiro lungo e tremante.

— Mi… mi chiamo Rima. — Abbassò la testa. — Ho seguito la voce. Diceva che mi avrebbe dato un posto dove nessuno mi avrebbe trovata… se lasciavo tracce per lei.

Filo annuì, parlando piano.

— Le voci che promettono nascondigli… spesso sono trappole.

Rima guardò la linea bianca di gesso rimasta sul bordo dell'acqua.

— Quella… la terrà lontana?

— Non per sempre — ammise Filo. — Ma è un inizio. E ora sappiamo le regole. E non sei più sola.

Camminarono insieme verso il Torrione di Radice. Il toc, toc, toc era sparito. Al suo posto c'era il fruscio normale del bosco: foglie, rami, piccoli animali che si chiamavano senza urlare.

Davanti al Torrione, la fessura sembrava meno una bocca e più una porta. Gli occhi di bolla comparvero e si accesero con un bagliore tranquillo.

— Hai letto — disse il Custode dei Passi. — E hai scritto sopra il buio senza diventare buio.

Filo abbassò lo sguardo.

— Io… avevo paura.

— Bene. — Il Custode fece un suono simile a una risata di legno. — La paura è un campanello. Serve a non fare sciocchezze. Il coraggio è ascoltare il campanello e agire lo stesso, con prudenza.

Rima si avvicinò, timida.

— Posso… restare qui stanotte? Non voglio sentire più quella voce.

Il Custode esitò un attimo, poi la fessura si allargò appena. Dal dentro uscì una luce morbida, color miele.

— C'è una stanza chiara — disse. — Non è grande, ma è sicura.

Filo entrò per primo, lento. Il corridoio di legno vivo non sembrava più una lingua, ma una galleria calda. In fondo c'era una piccola camera illuminata da funghi chiari e pietre pallide. Sul pavimento, invece di impronte, c'erano segni bianchi come farina: tracce di chi era passato e aveva scelto di ricordare senza ferire.

Filo posò la lanterna al centro. La fiamma d'ombra diventò una fiamma di luce azzurra, pulita.

Il Custode parlò più piano, quasi come Filo.

— Questo è il posto dove le tracce non svaniscono subito, ma nemmeno diventano catene. Qui si ricordano le regole, le scelte, i confini.

Rima si sedette, finalmente senza tremare.

Filo guardò le sue zampe. Anche lì, sulla polvere chiara, le sue impronte erano leggere… ma visibili.

— Così… domani saprò dove ho camminato — sussurrò. — E dove non devo tornare senza prepararmi.

Il Custode annuì.

— E se sentirai una voce che ti vuole solo, porterai una luce e un amico.

Filo guardò Rima, poi la lanterna. Fuori, il Bosco delle Tracce Leggere respirava, meno oppresso.

Nella stanza chiara il buio non sparì del tutto: restò fuori, tra i tronchi. Ma aveva perso i denti.

E Filo, con la sua voce bassa e il cuore che finalmente si sentiva un po' più grande, chiuse gli occhi sapendo una cosa semplice e forte: la sicurezza non è un segreto. È una traccia chiara da lasciare a chi viene dopo.

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