La luce del giorno e il corridoio
Marta ha sei anni e ama il mattino più di ogni altra cosa. Quando il sole entra dalla finestra, la sua stanza sembra una tazza di latte caldo. Le tende diventano dorate, i peluche sorridono, e perfino l'armadio, che di solito sta zitto e serio, pare meno grande.
«Mamma, oggi è una giornata bella, vero?» chiede Marta mentre infila i calzini con le fragole.
«Sì, amore. E sai cosa rende una giornata ancora più bella?» risponde la mamma, stringendole un codino.
Marta ci pensa. «I biscotti?»
La mamma ride. «Anche. Ma soprattutto parlare di quello che sentiamo.»
Marta annuisce, ma dentro di sé tiene un pensiero nascosto come una biglia in tasca: quando arriva la sera, la luce del giorno se ne va. E a Marta non piace. Quando la casa si fa più scura, il corridoio sembra più lungo e le ombre fanno disegni strani sul muro. Marta immagina che le ombre possano muoversi da sole.
Quel pomeriggio, la nonna viene a prenderla da scuola. Ha una sciarpa verde e profuma di sapone.
«Piccola mia, stasera vieni da noi a cena,» dice la nonna. «Ci sarà anche tuo cugino Leo.»
Marta si illumina. Leo è più grande di un anno e sa fare tuffi in piscina senza chiudere il naso. Però a volte scherza troppo e Marta, per farsi voler bene, fa finta di ridere anche quando una battuta la fa sentire piccola.
Quando arrivano a casa dei nonni, il sole è ancora alto. In cucina c'è luce e pentole che cantano. Leo è sul tappeto con costruzioni colorate.
«Marta! Facciamo una gara?» dice Leo. «Chi costruisce la torre più alta vince!»
Marta vuole vincere. Vuole che Leo dica: “Brava!” così forte che lo sentano anche i cucchiai.
Costruiscono, impilano, tremano. La torre di Leo è alta. Quella di Marta quasi uguale. Marta mette un ultimo pezzo e la sua torre diventa un po' più alta. Ma proprio allora la mano di Leo passa vicina, troppo vicina, e la torre di Marta cade. I pezzi si sparpagliano come grandine.
Leo ride. «Ops! Che disastro!»
Marta sente un nodo nello stomaco. Vorrebbe dire: “Non è stato giusto.” Però le parole restano incollate.
La nonna si avvicina e si accuccia. «Ti sei spaventata o ti sei arrabbiata?»
Marta stringe le labbra. «Niente… va bene.»
La nonna la guarda con occhi calmi. «A volte diciamo “va bene” per essere accettati. Ma il cuore può dire un'altra cosa. Possiamo ascoltarlo.»
Marta inspira piano. Il nodo si muove. «Mi… mi è dispiaciuto. Volevo che la mia torre restasse in piedi.»
Leo smette di ridere. «Io… non volevo. Solo… volevo vincere.»
«Allora potete parlarne,» dice la nonna. «È più forte di una torre: è un ponte.»
Marta guarda Leo. «Puoi… stare più lontano con le mani?»
Leo annuisce. «Sì. E… scusa, Marta.»
Marta sente un po' di caldo nel petto. Non è il sole. È come una piccola luce interna.
Più tardi, dopo cena, la nonna spegne una lampada e accende quella del corridoio. Fuori è quasi buio. Marta guarda il corridoio: sembra un tunnel.
«Vado a prendere l'acqua,» dice la nonna. «Marta, mi accompagni?»
Marta si irrigidisce. Il corridoio è la sua paura preferita da evitare. «Posso restare qui?»
Leo la guarda. «Hai paura del buio?»
Marta vorrebbe dire “no” per non sembrare piccola. Per essere accettata. Le viene voglia di ridere e far finta. Ma la voce della mamma le torna in mente: parlare di quello che sentiamo.
Marta deglutisce. «Un po'. Mi piace la luce del giorno. Nel buio… mi immagino cose.»
La nonna annuisce come se fosse una cosa normale, come dire “mi piace la pasta”. «Le paure fanno così. Usano la fantasia, che è una cosa bellissima, e la vestono da mostro. Ma possiamo togliere il vestito.»
«Come?» chiede Marta, piano.
«Con piccoli passi,» dice la nonna. «E con parole chiare. Vieni con me, e mi dici cosa vedi davvero, non cosa immagini.»
Marta prende la mano della nonna. Leo, senza farsi chiedere, prende l'altra mano di Marta.
«Io posso accendere la torcia del telefono,» propone Leo.
Marta lo guarda sorpresa. «Davvero?»
«Sì. E facciamo i detective,» dice lui.
Marta annuisce. Detective. Suona meglio di “paurosa”.
Entrano nel corridoio. La luce della lampadina fa un cerchio giallo sul pavimento. Il resto è più scuro, ma non nero. Leo accende la torcia. Il fascio di luce corre sui muri.
«Ecco,» dice la nonna. «Dimmi una cosa che ti spaventa qui.»
Marta indica una macchia scura vicino all'appendiabiti. «Quella… sembra una faccia.»
Leo illumina meglio. «È la giacca del nonno.»
La nonna la tocca. La giacca si muove e la “faccia” sparisce.
Marta ride, ma è una risata piccola e tremante. «Ah.»
«Brava,» dice la nonna. «Hai detto la paura ad alta voce. Così diventa più piccola.»
Arrivano in cucina, prendono l'acqua, e tornano indietro. Il corridoio è lo stesso, ma Marta lo sente un po' meno lungo.
Quando rientrano in salotto, Marta pensa: forse posso imparare a stare anche senza sole. Non tutto in una volta. Un pezzo alla volta, come una torre che non cade.
Il patto delle luci gentili
Quella sera Marta dorme dai nonni. Il letto della cameretta degli ospiti ha una coperta con stelle blu. Marta la guarda e pensa che le stelle sono nel cielo anche quando lei non le vede.
La nonna entra con un bicchiere d'acqua e una piccola lampada da comodino.
«Questa la teniamo accesa?» chiede la nonna.
Marta annuisce subito. «Sì, per favore.»
La nonna la accende. La luce è morbida, non forte. Sembra una lucciola in un barattolo.
«Sai,» dice la nonna sedendosi sul bordo del letto, «la luce del giorno è come un amico rumoroso. Ti fa compagnia e fa vedere tutto bene. La notte è un'amica più silenziosa. Non ti chiede di correre. Ti invita a riposare.»
Marta arriccia il naso. «Ma io non voglio che il corridoio diventi gigante.»
«Allora facciamo un patto,» propone la nonna. «Quando ti viene la paura, tu la chiami per nome. Come si chiama?»
Marta ci pensa. «Paura-Buio.»
La nonna sorride. «Ciao, Paura-Buio. Ti vedo. Ma adesso non comandi tu. Comanda Marta. E Marta può chiedere aiuto.»
Marta ripete piano: «Ciao, Paura-Buio. Ti vedo.»
Sembra strano, ma anche un po' divertente.
La nonna continua: «Poi guardi tre cose vere. Solo vere. Per esempio: “Vedo la porta.” “Vedo la sedia.” “Vedo la lampada.”»
Marta guarda. «Vedo la finestra. Vedo il mio orsetto. Vedo la coperta con le stelle.»
«Perfetto,» dice la nonna. «E infine fai un respiro lento. Uno, due, tre. Come quando soffi sulla minestra.»
Marta prova. Il respiro le scalda la gola. Il cuore fa meno rumore.
La porta si apre piano. È Leo, in pigiama, con il suo pupazzo di dinosauro sotto il braccio. Sembra meno “grande” del solito.
«Ehi,» sussurra Leo. «Scusa ancora per la torre. Domani vuoi venire in piscina con me? Io ci vado con i miei.»
Marta spalanca gli occhi. «In piscina?»
Marta ci è già stata, ma sempre con i braccioli e sempre vicino al bordo. E soprattutto, in piscina c'è un'altra paura: mettere la faccia nell'acqua. Quando l'acqua le copre le orecchie, i suoni cambiano e lei si sente come in una bolla.
«Non devi fare tuffi,» dice Leo, come se le leggesse in faccia il pensiero. «Possiamo solo… camminare nell'acqua bassa. O fare le bolle con la bocca.»
Marta esita. Vorrebbe dire “sì” per essere accettata. Per non deludere. Ma stavolta vuole essere sincera.
«Mi piace l'idea… ma ho paura di mettere la faccia in acqua,» confessa.
Leo stringe il dinosauro. «Anch'io avevo paura. Poi ho imparato piano. Se vuoi, domani ti faccio vedere un trucco.»
La nonna annuisce. «E se Marta dice “stop”, si fa stop. In piscina come nel corridoio: piccoli passi e parole chiare.»
Marta sente una calma nuova. «Allora… sì. Vengo.»
Leo sorride. «Ok. Buonanotte, detective.»
Quando Leo esce, Marta si sistema sotto la coperta. La lampada resta accesa. La paura non sparisce, ma non è più un gigante. È come un palloncino: se lo guardi bene, vedi che è solo aria.
La piscina e il coraggio a piccoli sorsi
Il giorno dopo il cielo è chiaro e la luce del sole rimbalza sui vetri delle auto. Marta si sente felice: la luce del giorno è tornata.
In piscina l'aria profuma di cloro e di shampoo. Ci sono voci allegre, schizzi, ciabatte che fanno “ciac ciac”. Marta stringe l'asciugamano come se fosse un mantello.
«Ricorda,» dice la mamma, che è venuta con loro, «puoi parlare. Se qualcosa non ti piace, lo dici.»
Marta annuisce. Vede l'acqua grande e blu. Sembra una finestra su un altro mondo.
Leo arriva con i suoi genitori. «Ciao! Pronta?»
«Un po',» dice Marta.
Entrano nell'acqua bassa. Marta sente il freddino alle caviglie, poi alle ginocchia. Cammina piano. L'acqua fa piccoli cerchi intorno alle gambe.
Leo si mette vicino. «Trucco numero uno: facciamo le bolle con la bocca, ma senza mettere la faccia dentro. Solo il mento.»
Marta prova. Fa “brrr” e le bolle saltano fuori. Ride.
«Brava!» dice Leo. «Trucco numero due: mettiamo le mani in acqua e soffiamo sulle mani. Così senti il rumore dell'acqua, ma resti sopra.»
Marta soffia. L'acqua trema e canta. Non è spaventosa. È solo acqua.
Poi Leo dice: «Trucco numero tre, se vuoi. Solo se vuoi. Tocchi l'acqua con il naso. Un attimo. Come un bacio.»
Marta sente il cuore accelerare. Questa è la sua paura: la faccia nell'acqua. Guarda la mamma. La mamma le fa un cenno: “Decidi tu.”
Marta guarda Leo. «Se mi spavento, smetto.»
«Promesso,» dice Leo.
Marta si avvicina al bordo, dove può tenersi con le mani. Inspira come la nonna le ha insegnato. Uno, due, tre. Poi abbassa la testa lentamente finché la punta del naso tocca l'acqua.
È fredda. E basta. Niente mostri, niente bolla gigante.
Marta rialza subito la testa. «L'ho fatto!»
«L'hai fatto!» ripete Leo, spruzzando piano acqua con la mano, senza esagerare.
Marta ride e tossisce un pochino, ma non di paura. Di sorpresa.
Dopo un po' Marta prova di nuovo. Questa volta mette anche le labbra. Soffia e vede piccole bolle. Per un secondo sente i suoni cambiare, come se qualcuno avesse messo un cuscino sulle orecchie. Si spaventa un filo e si tira su.
«Stop?» chiede Leo.
Marta ci pensa. Questa volta non vuole dire “va bene” per forza. Vuole dire la verità. «Pausa. Ho bisogno di un attimo.»
«Ok,» dice Leo, serio. E resta vicino al bordo con lei.
La mamma si avvicina. «Hai fatto un grande passo. E hai detto quello che ti serviva. Questo è coraggio.»
Marta sente di nuovo quella luce interna. Non brilla come il sole, ma scalda.
Dopo la pausa, Marta non mette più tutta la faccia. Fa solo bolle con il naso e con la bocca, una volta sì e una volta no. Ogni bolla è un piccolo “ciao” alla paura.
Quando escono dall'acqua, Marta è stanca e contenta. Si avvolge nell'asciugamano. Leo le porge il dinosauro, come se fosse un premio.
«Oggi sei stata fortissima,» dice lui.
Marta scuote la testa, ma sorride. «Sono stata… piano-forte. Forte a piccoli pezzi.»
Leo ride. «Sì. È il tipo migliore.»
La sera, una luce dentro
Quella sera, a casa, il sole scende dietro i palazzi. Le ombre tornano. Marta sente la Paura-Buio bussare piano, come un dito sul vetro.
Marta è in pigiama. Sul comodino c'è una piccola lampada, come quella della nonna. La mamma si siede accanto a lei con un libro chiuso in mano.
«Vuoi parlarmi di oggi?» chiede la mamma.
Marta guarda la finestra, dove il cielo diventa viola. «Ho avuto paura in piscina. Quando i rumori sono cambiati. Ho detto “pausa”. E Leo non ha riso. Mi ha aspettata.»
La mamma le accarezza i capelli. «E tu come ti sei sentita dopo?»
Marta sorride piano. «Come… quando accendi una luce piccola. Non fa giorno. Però non sei al buio.»
La mamma annuisce. «È una bella immagine.»
Marta prende un respiro e decide di provare un'altra cosa: andare fino al corridoio senza scappare. Non fino in fondo. Solo fino alla porta.
«Mamma, vieni con me un momento?»
«Certo.»
Arrivano alla soglia del corridoio. È più scuro della stanza, ma c'è una lampadina accesa. Marta sente il cuore battere.
«Ciao, Paura-Buio,» sussurra Marta. «Ti vedo.»
Poi dice tre cose vere. «Vedo il tappeto. Vedo la porta del bagno. Vedo la foto del nonno e della nonna.»
La mamma resta in silenzio, come un muro buono che sostiene.
Marta fa un passo. Poi un altro. Si ferma.
«Basta così,» dice Marta. «Per oggi.»
La mamma sorride. «È perfetto così.»
Tornano in camera. La mamma apre il libro, ma Marta la interrompe.
«Mamma… posso dirti una cosa? A volte dico “va bene” anche quando non va bene, perché voglio che gli altri mi vogliano bene.»
La mamma la guarda con dolcezza. «Grazie per avermelo detto. Essere accettati è importante. Ma è importante anche essere ascoltati. Chi ti vuole bene davvero preferisce la tua verità.»
Marta sente gli occhi un po' umidi, ma non è triste. È come quando ti togli un sassolino dalla scarpa.
La mamma spegne la luce grande e lascia solo la lampada piccola.
«Buonanotte,» sussurra la mamma. «Domani ci sarà di nuovo il giorno. E anche se arriva la notte, tu hai strumenti. E hai persone che ti ascoltano.»
Marta abbraccia l'orsetto. La stanza è calma. La luce della lampada fa un cerchio morbido, e fuori il buio non sembra un nemico. Sembra una coperta grande sul mondo.
Marta chiude gli occhi. Pensa alle bolle in piscina: piccole, leggere, che salgono su. Pensa al corridoio: non è cambiato, ma lei sì, un pochino.
E mentre il sonno arriva piano, Marta sente una cosa bella: anche senza il sole, dentro di lei c'è una luce gentile che sa parlare.