Capitolo 1: La casa con le persiane blu
Nina parlava sempre. Parlava quando faceva merenda, quando allacciava le scarpe e anche quando contava le formiche sul marciapiede. Diceva che le parole, se le tieni in tasca troppo a lungo, diventano briciole.
Quel pomeriggio lei, Leo e Amir stavano davanti alla casa con le persiane blu, quella in fondo alla via dove l'ombra dei platani faceva strisce come una zebra.
«Secondo me dentro vive un inventore segreto,» disse Nina, appoggiando l'orecchio al portone. «O un gatto che sa leggere. O un inventore-gatto. Che è la cosa migliore.»
Leo, che aveva sette anni e faceva finta di essere serio, controllò che nessun adulto li stesse guardando. Amir invece sorrise, perché con Nina non ci si annoiava mai.
La casa sembrava normale: muro color crema, un campanello che faceva “din” e le persiane blu così blu che parevano un pezzo di cielo appeso.
Nina notò una cosa: sull'erba c'era una specie di coperchio rotondo, mezzo nascosto dietro un cespuglio. Non era un tombino come gli altri. Aveva piccoli puntini che brillavano.
«È un piatto per un cane gigante!» disse Nina.
Leo si chinò. «O… un pulsante.»
Amir si grattò la testa. «Non dovremmo…»
Nina aveva già toccato un puntino.
Fece “pim”.
E il cespuglio… si spostò da solo, come se avesse dei piedini educati. Sotto c'era una scaletta che scendeva nel buio, ma un buio gentile, perché da sotto arrivava una luce verde-menta, come quella delle caramelle.
«Ok,» disse Nina. «Questo è decisamente un posto da inventore-gatto.»
Scese per prima, parlando a raffica. «Se trovo un robot, lo chiamo Spatola. Se trovo un alieno, gli chiedo se gli piace la pizza. Se…»
Leo e Amir la seguirono. La scaletta finiva in una stanza liscia, senza polvere, con pareti che sembravano fatte di conchiglia. C'era un grande portello a forma di sorriso.
E proprio mentre Nina stava dicendo: «Scommetto che si apre dicendo “per favore”,» il portello si aprì da solo.
Un soffio d'aria profumata di limone li spinse dentro.
La stanza dietro non era una stanza.
Era l'interno di un'astronave.
E la porta si richiuse con un “clac” gentile, come quando chiudi una scatola di biscotti.
«Ops,» fece Leo.
«Opsissimo!» aggiunse Nina, felice e un pochino sorpresa. «Siamo in un… autobus spaziale?»
Amir guardò intorno. Sedili morbidi, luci rotonde, e un pannello pieno di simboli che sembravano faccine.
Poi l'astronave fece un leggero “mmm”, come un gatto che fa le fusa.
E partì.
Capitolo 2: Il corridoio che fa “glu-glu”
Non ci fu nessun botto e nessun tremore pauroso. Solo una sensazione come quando l'ascensore sale, ma più soffice.
Un finestrino si accese, mostrando il cielo che diventava più scuro, e poi puntini luminosi dappertutto.
«Stelle!» disse Amir, con gli occhi grandi.
Leo deglutì. «Ok. Non è la mia cosa preferita. Però… wow.»
Nina annuì. «Io voto per: restiamo calmi, guardiamo tutto, e poi troviamo il pulsante “torna a casa”. Magari è quello con la casetta disegnata.»
Camminarono in un corridoio che faceva un suono buffo sotto i piedi: “glu-glu”. Come se il pavimento fosse un gelato molto educato.
Le porte si aprivano quando ti avvicinavi, come se l'astronave dicesse: prego, di qua.
Trovarono una stanza con una grande ciotola piena di palline colorate. Nina ne prese una e quella… si trasformò in una bolla che profumava di fragola.
«Cibo spaziale!» disse lei. «È come mangiare un palloncino che non scoppia.»
Leo ne assaggiò una gialla e fece una faccia strana. «Sa di… limonata che ride.»
Amir trovò una blu. «Sa di mirtillo e… di sabato.»
Nina rise. «Chi cucina qui è un genio.»
Poi sentirono un rumore di passi piccoli e veloci.
Non erano passi di scarpe.
Erano passi di… zampette?
Tre figure sbucarono da una porta: erano alte come loro, con pelle verde chiaro, occhi grandi come biglie e orecchie che sembravano foglie. Indossavano tute argentate con tasche.
Le tre creature si bloccarono.
I tre bambini si bloccarono.
Nina, che si bloccava raramente, fu la prima a parlare. «Ciao! Io sono Nina, lui è Leo e lui è Amir. Non volevamo rubare nulla. Siamo saliti per sbaglio. Bello il vostro… gelato-pavimento.»
Una delle creature inclinò la testa. Poi fece un suono che sembrava una risatina dentro una bottiglia: «Prrrii.»
Un'altra toccò un braccialetto e improvvisamente una voce chiara, un po' metallica ma gentile, uscì dal braccialetto: «Saluto. Io sono Zik. Questa è Lumo. Questo è Paf. Voi siete… piccoli terrestri parlanti molto.»
Nina si sentì capita. «Sì, molto! Ecco, noi vorremmo tornare. Abbiamo una via con una casa con le persiane blu e…»
Zik batté le mani, felice. «Persiane blu! Memoria: segnale blu. Noi cercavamo segnale blu!»
Leo alzò un dito. «Quindi… siete qui per quella casa?»
Lumo agitò le orecchie-foglia. «Non per casa. Per amicizia. E per scambio. Noi portiamo cose utili. Voi portate storie.»
Amir si rilassò un po'. «Storie ne abbiamo.»
Nina indicò il braccialetto. «Mi piace che parli. È un traduttore, vero?»
Paf fece un cenno. «Sì. Traduce anche… barzellette.»
«Perfetto,» disse Nina. «Allora siamo a posto.»
Capitolo 3: Il mistero del segnale blu
Zik li guidò in una sala dove al centro c'era un tavolo luminoso. Sopra, una mappa piena di puntini e linee danzanti. Uno dei puntini era blu acceso.
Lumo spiegò: «Noi seguiamo segnali di casa. I segnali dicono: qui c'è qualcuno che vuole condividere. Il blu dice: qui c'è una finestra aperta nel cuore.»
Leo guardò Nina. «La casa con le persiane blu… è di qualcuno che condivide?»
Nina pensò al signor Dario, il vecchietto che abitava lì e che ogni tanto dava biscotti ai bambini del quartiere, e anche ai cani, e una volta perfino al postino.
Amir annuì lentamente. «Il signor Dario. Lui condivide sempre. Anche quando ha poco.»
Paf toccò la mappa e apparve un'immagine: la casa con le persiane blu, vista dall'alto, con un piccolo giardino e un'altalena. Sotto il portico, il signor Dario stava mettendo fuori una scatola con scritto: PRENDI UNO, LASCIA UNO.
Dentro c'erano libri e giochi.
Nina si sciolse in un sorriso. «Ecco il segnale! È la scatola. È come un… faro di gentilezza.»
Zik sembrò emozionato. «Noi abbiamo scatole simili, nel nostro pianeta. Scatole di cose e di idee. Quando le condividi, la città brilla.»
Leo indicò un pulsante sulla mappa, che sembrava una casetta. «Quello è il “torna a casa”?»
Lumo rise, un suono come campanellini in acqua. «Sì. Ma prima… noi volevamo lasciare un regalo nella casa blu. Un regalo che aiuta a condividere di più. Però non vogliamo spaventare nessuno. Voi aiutate?»
Amir fece un mezzo passo avanti. «Possiamo. Ma niente di… troppo strano.»
Paf aprì una tasca e tirò fuori un oggetto rotondo, grande come un'arancia. Era trasparente, con dentro una luce che faceva piccoli disegni.
«Questo è un “raccogli-idee”,» disse il braccialetto. «Quando qualcuno racconta una storia o insegna un gioco, lui la ricorda e poi la ripete a chi vuole imparare.»
Nina spalancò gli occhi. «È come un amico che non dimentica mai!»
Leo chiese: «E non prende le storie per tenersele?»
Zik scosse la testa. «No. Lui le restituisce. Sempre. Condivide. È fatto per questo.»
Amir sorrise. «Allora va bene.»
Decisero il piano: tornare vicino alla casa, entrare senza farsi notare troppo, lasciare il raccogli-idee nella scatola PRENDI UNO, LASCIA UNO, e poi i bambini sarebbero tornati a casa loro. Semplice. Chiaro. Come piaceva a Leo.
Nina, però, doveva aggiungere una cosa. «E magari lasciamo anche… una storia nostra. Per iniziare.»
Lumo si illuminò. «Sì. Scambio perfetto.»
Capitolo 4: Ritorno dolce e una coperta tirata
L'astronave fece di nuovo le fusa e il finestrino mostrò la Terra che si avvicinava, verde e azzurra come una biglia enorme. Poi, con la calma di un palloncino che scende piano, tornò sotto il giardino della casa con le persiane blu.
Il portello-sorriso si aprì.
L'aria sapeva di erba e pomeriggio.
Salendo la scaletta, Nina parlava piano, come se non volesse disturbare il segreto. Leo portava il raccogli-idee con due mani, serio come se stesse portando una torta. Amir guardava il cielo, pensando che le stelle erano lontane ma anche un po' vicine, se avevi amici che sapevano la strada.
Il giardino era tranquillo. Si sentiva solo un cucchiaino battere contro una tazza, dal portico.
Il signor Dario stava lì, con la sua camicia a quadretti, e un sorriso che sembrava una carezza.
Li vide e alzò un sopracciglio, ma non sembrò sorpreso. Come se avesse già visto cose strane, tipo gatti che leggono.
Nina sussurrò: «Ciao, signor Dario.»
Lui rispose piano: «Ciao, chiacchierona. Avete trovato qualcosa sotto il cespuglio?»
Leo quasi cadde dalla sorpresa. Amir aprì la bocca, poi la richiuse, come un pesce felice.
Nina, ovviamente, spiegò tutto in dieci secondi e mezzo, senza dire la parola “paura” neanche una volta. Parlò di Zik, Lumo e Paf, del gelato-pavimento, delle bolle alla fragola e del regalo.
Il signor Dario ascoltò come se fosse la cosa più normale del mondo. Poi disse: «Allora, se è una cosa per condividere, qui è nel posto giusto.»
Andarono insieme alla scatola PRENDI UNO, LASCIA UNO. Leo posò dentro il raccogli-idee. Amir mise un suo biglietto con scritto: INSEGNO A FARE UN AQUILONE CON UN SACCHETTO. Nina lasciò la sua storia, scritta su un foglio pieno di disegni: UNA VOLTA UN ROBOT DI NOME SPATOLA IMPARÒ A RIDERE.
Dal cespuglio arrivò un piccolo “prrrii”, come un saluto in bottiglia. Nina guardò appena e vide, per un attimo, un'orecchia-foglia che spariva.
Tutto era andato bene. Nessuno si era spaventato. Anzi: sembrava che il mondo fosse diventato un pochino più grande e un pochino più gentile.
Quando il sole cominciò a scendere, i tre bambini tornarono a casa. Nina continuava a parlare, ma più piano, come se custodisse le parole in una tasca speciale.
Quella sera, nel suo letto, Nina raccontò sottovoce a Leo e Amir, al telefono, un'ultima cosa: «Domani andiamo a vedere se qualcuno ha preso la storia di Spatola.»
Leo sbadigliò. «E se il raccogli-idee racconta barzellette?»
Amir rise. «Allora dovremo condividerle.»
Nina si infilò sotto le coperte. La stanza era buia, ma un buio amico. Tirò la coperta fino al mento, come un piccolo scudo morbido.
E proprio mentre chiudeva gli occhi, pensò alle persiane blu, alle stelle, e a una scatola piena di cose che passano di mano in mano senza finire mai.
Poi tirò un po' di più la coperta, comoda e calda, e si addormentò sorridendo.