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Storia di extraterrestre 7/8 anni Lettura 17 min.

Il parco addormentato e l'amico venuto dalle stelle

Tre bambine scoprono una piccola creatura stellare nel parco e, tra biscotti e giochi, si scambiano insegnamenti di gentilezza, curiosità e buone maniere senza sapere ancora cosa accadrà dopo.

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Quattro personaggi: Fin, bambina ~7 anni, capelli castano chiaro taglio dritto, vestito blu a stelline, mani sui fianchi, leggermente a sinistra; Mina, bambina ~7 anni, capelli castani a treccia, giacca verde, tiene un piccolo telefono e un sacchetto di biscotti, sorride offrendo un biscotto, a destra di Fin; Jo, bambina ~7 anni, capelli rossi corti, maglietta gialla, ride con una mano sul cuore, seduta sul bordo di una sabbiera dietro le altre; Ruli, extraterrestre non binario grande come un cane, pelle verde menta, grandi occhi azzurri lucenti, piccolo cappellino a foglia, tiene un oggetto rotondo luminoso che proietta pittogrammi, davanti al centro inclinato verso le bambine in gesto amichevole. Luogo: parco notturno con area giochi sabbiosa, giostra metallica retro sullo sfondo, panchina di legno a destra, lampioni gialli caldi, alberi stilizzati e una porta-luce blu pallido tra due alberi a sinistra. Situazione: incontro dolce e curioso, Ruli mostra immagini luminose mentre le bambine condividono un biscotto e fanno gesti di cortesia; atmosfera rétro in colori pastello, contrasti morbidi, espressioni calorose ed esagerate, composizione centrata sullo scambio con illuminazione notturna calda e tenue alone blu della porta spaziale. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il parco addormentato e la luce gentile

Fin aveva quasi sette anni e mezzo, e un cervello che correva veloce come una biglia su un pavimento liscio. Quando qualcosa le sembrava strano, non scappava: si avvicinava, ma con calma, come si fa con un gattino che non conosci ancora.

Quella sera d'estate, Fin e le sue due amiche—Mina e Jo—camminavano piano verso il Parco delle Tartarughe, un parco piccolo vicino alle case. Quasi tutti dormivano. Le finestre avevano luci gialle e tranquille. Le cicale cantavano come se stessero raccontando segreti agli alberi.

Le tre bambine avevano fatto una promessa: nessuna paura inutile, solo curiosità. Avevano anche una torcia minuscola, una bottiglietta d'acqua e tre biscotti al cacao in uno zainetto. “Per le emergenze,” diceva sempre Mina. Jo invece diceva che i biscotti erano un'emergenza continua.

Il Parco delle Tartarughe era “addormentato” perché di notte sembrava fermo: l'altalena non si muoveva, la sabbiera era liscia come una torta, e le panchine riposavano sotto i lampioni. Persino la fontanella faceva un suono piccolo, come un sussurro.

Fin si sedette sul bordo della sabbiera e guardò il cielo. Aveva imparato a cercare le stelle più luminose. Ne trovò una che sembrava tremare, come se stesse facendo una risatina.

Poi successe.

Tra due alberi, vicino alla giostra, comparve una luce azzurra, morbida come zucchero filato. Non faceva rumore di motore. Non faceva “BOOM”. Era più come… un “puff” silenzioso.

Mina afferrò il braccio di Fin, ma senza stringere troppo. Jo fece un passo indietro e poi avanti, come se stesse scegliendo dove mettere il coraggio.

La luce si allargò e divenne una specie di porta rotonda, una finestra nel buio. Da lì uscì una creatura piccola, alta più o meno come un cane grande, ma con due gambe e due braccia sottili. Aveva pelle color verde menta, due occhi grandi come biglie d'acqua e un cappellino lucido che sembrava fatto di foglia.

Non era spaventosa. Sembrava… sorpresa quanto loro.

La creatura si fermò, guardò le bambine e fece un gesto goffo, come un saluto che aveva imparato da un video molto vecchio. Poi tirò fuori un oggetto tondo che brillava piano e lo appoggiò sul terreno. L'oggetto proiettò nell'aria piccole immagini: una mano che saluta, una faccia che sorride, una tazza di tè.

Fin capì subito: stava cercando di essere educato.

Lei si alzò lentamente. Mise le mani lungo i fianchi, aperte, per far vedere che non aveva niente di strano. Poi fece un sorriso. Un sorriso vero, non quello forzato quando ti dicono “fai il bravo”.

“Ciao,” disse, con voce bassa e gentile.

La creatura inclinò la testa. L'oggetto tondo fece apparire una parola fatta di puntini luminosi che sembravano formiche in fila: C-I-A-O. Poi una freccia verso la bocca della creatura.

La creatura provò: “Ci… a… o.”

Jo trattenne una risata, non per prenderlo in giro, ma perché era proprio carino, come un peluche che impara a parlare.

Mina sussurrò: “È un alieno. Ma sembra… educato.”

Fin annuì. “Allora impariamo insieme.”

La creatura si portò una mano al petto, come in un gioco, e disse: “Ruu… li.”

“Ruli?” ripeté Fin.

La creatura annuì e fece comparire sull'oggetto un piccolo simbolo: una stellina dentro un cerchio. Poi indicò se stesso.

“Piacere, Ruli,” disse Fin, e indicò se stessa. “Io sono Fin.”

Mina e Jo fecero lo stesso, una alla volta. Ruli ripeté i loro nomi lentamente, come se li assaggiassi, e ogni volta la sua faccia si illuminava un po' di più.

Il parco rimase addormentato, ma in quel sonno c'era una nuova cosa: un'amicizia che stava aprendo gli occhi.

Capitolo 2: Le buone maniere della Terra e quelle delle stelle

Ruli guardava tutto come se ogni foglia fosse una scoperta. Si avvicinò alla fontanella e toccò l'acqua con un dito. Il dito fece una piccola scintilla, come quando strisci un palloncino sui capelli. Poi Ruli fece un suono felice, un “bip-bip” come un giocattolo contento.

Fin si ricordò di una cosa importante: quando arriva qualcuno da lontano—anche se non è “qualcuno”, ma “qualcosa di stellare”—bisogna essere ospitali. E soprattutto, bisogna essere chiari.

Indicò la fontanella. “Acqua. Si beve.”

Ruli mise le mani a coppa e bevve un pochino. Fece una smorfia e poi un sorriso enorme, come se l'acqua fosse una sorpresa semplice e perfetta.

Mina tirò fuori un biscotto dal sacchetto. Lo teneva con due dita, come se fosse un'offerta speciale. “Vuoi?”

Fin le fece un cenno: bene, ma piano.

Mina disse: “Biscotto.”

Ruli guardò il biscotto, poi guardò l'oggetto tondo. Sullo schermo apparve una faccina che diceva “chiedere prima”. E poi una mano che tocca il petto, come un piccolo inchino.

Ruli fece quel gesto e disse: “Perm… esso?”

Jo spalancò gli occhi. “Ha detto permesso!”

Fin sentì il cuore diventare caldo. “Sì, permesso. Bravissimo. Qui diciamo ‘per favore' e ‘grazie'.”

Indicò Mina e il biscotto. “Per favore.”

Mina ripeté: “Per favore.”

Ruli ripeté: “Pe' fa-vo-re.” Prese il biscotto delicatamente, come se fosse una cosa preziosa, e fece un piccolo inchino.

Poi lo assaggiò. Restò fermo. Gli occhi si allargarono. Fece un “mmmm” e poi un suono come un trombettino minuscolo. Era felice. Non felice normale. Felice biscotto.

Jo non resistette e disse, sempre con gentilezza: “Sei proprio buffo.”

Ruli aprì l'oggetto tondo e comparve un'immagine di una faccia buffa con una stella sulla guancia. Poi un'immagine di tre facce che ridono insieme. Ruli si toccò la guancia e fece un altro inchino, come se avesse capito che “buffo” non era un insulto.

Fin decise di insegnargli le maniere del parco. “Quando entri in un posto,” spiegò, “puoi dire ‘scusa' se passi vicino a qualcuno. E se qualcuno ti aiuta, dici ‘grazie'.”

Ruli fece apparire una sequenza di simboli: un pianeta, una porta, una luce, e poi una piccola spirale. Indicò la spirale e poi se stesso. Sembrava dire: anche noi abbiamo regole.

Fin indicò la spirale. “Questa è la vostra parola per… ‘grazie'?”

Ruli annuì e fece un suono: “Suu-lì.”

Fin provò: “Suli.”

Ruli saltellò felice, come una molla. Poi fece comparire un altro simbolo: due mani che non si toccano, ma si avvicinano e fanno una specie di onda.

Ruli fece quel gesto verso Fin. Era un saluto galattico.

Fin lo imitò: mani vicine, onde leggere, come due pesci che nuotano in aria. Mina e Jo lo fecero subito dopo, e sembrava una danza piccola e divertente.

Jo disse piano: “È meglio delle strette di mano. Niente mani sudate.”

Mina fece finta di essere una principessa spaziale e fece l'onda con molta eleganza. Ruli la copiò così bene che per un attimo sembrò davvero un principe delle stelle con il cappello di foglia.

Fin guardò il parco. Le panchine, i lampioni, la sabbia. Tutto era lo stesso, ma anche diverso, come quando metti una lente colorata davanti agli occhi. Capì che la gentilezza è una lingua che funziona anche tra pianeti.

E poi Ruli indicò la giostra. Sull'oggetto tondo apparve una domanda: un punto interrogativo grande, e sotto tre stelline.

“Vuole giocare,” sussurrò Mina.

Fin annuì. “E noi diciamo: certo.”

Capitolo 3: La giostra delle costellazioni

Le tre bambine e Ruli si avvicinarono alla giostra. Di giorno era una semplice giostra con sedili di plastica. Di notte, con la luce dei lampioni e la porta azzurra ancora lì tra gli alberi, sembrava una nave ferma in attesa.

Fin mise una mano sul metallo. Era fresco. “Si spinge piano,” spiegò. “Così gira.”

Ruli guardò, poi fece un gesto come se stesse chiedendo: posso?

“Per favore,” disse Fin, sorridendo.

Ruli appoggiò le mani sulla giostra e spinse. Non forte. Perfetto. La giostra iniziò a girare, lenta e regolare. Mina e Jo salirono, ridendo piano per non svegliare il parco. Fin salì anche lei. Ruli rimase fuori e camminò intorno, seguendo il movimento, con una precisione che sembrava musica.

Poi accadde un'altra cosa speciale: dal cappellino di Ruli uscì una luce sottile, come un filo. Il filo toccò l'aria sopra la giostra e comparvero puntini luminosi, tanti, come lucciole ordinate.

Formarono disegni: un pesce, un fiore, una tartaruga—proprio come il nome del parco—e poi una forma che nessuna di loro conosceva, una specie di spirale con due code.

Jo aprì la bocca. “Sono stelle finte!”

Fin scosse la testa. “Sembrano vere… ma gentili.”

Ruli fece apparire sull'oggetto tondo una piccola mappa con puntini e linee. Indicò la spirale. Poi indicò il cielo vero. Poi indicò il suo petto. Era come dire: vengo da lì, e posso mostrarvelo senza portarvi lontano.

Mina, che era sempre la più pratica, chiese con gli occhi se era sicuro. Fin rispose con un cenno: sì, è solo luce. Nessun pericolo. Solo meraviglia.

Ruli cambiò disegno: ora c'era un pianeta arancione con anelli, poi una cometa che faceva una scia e, alla fine, tre puntini vicini vicini. Ruli indicò le tre bambine e poi i tre puntini. Era il suo modo di dire: voi siete un gruppo.

Jo si mise una mano sul cuore, teatrale. “Siamo una costellazione!”

Mina disse: “La costellazione dei biscotti.” E tirò fuori l'ultimo biscotto.

Ruli sembrò capire che era una cosa importante. Prima fece il gesto del “permesso”. Mina annuì. Ruli prese un pezzetto piccolo, lo spezzò con cura e lo offrì indietro a Mina e Jo, come se stesse dividendo un tesoro.

Fin osservò quella scena. Un alieno che condivide un biscotto nel parco addormentato. Sembrava una pagina di un libro che si scriveva da sola.

Quando la giostra si fermò, Ruli fece il saluto galattico con le mani che ondeggiano. Poi indicò una panchina. Sull'oggetto tondo apparve un'altra sequenza: sedersi, ascoltare, imparare.

Si sedettero tutti. Anche il parco sembrava sedersi con loro. Il vento passò tra le foglie come se stesse ascoltando.

Ruli fece comparire immagini semplici: il suo pianeta con alberi che brillano, una scuola con tanti bambini di colori diversi, un campo dove si giocava con palloni che fluttuano piano. E poi comparve un'immagine di un cartello con simboli e frecce: regole di educazione galattica.

Fin capì alcune cose senza bisogno di tante parole. Lì, tra le stelle, era importante non interrompere, aspettare il proprio turno, e fare un gesto con la mano per dire “ti ho capito”. E quando qualcuno ti mostrava qualcosa di nuovo, si diceva “Suli” con un sorriso.

Fin provò a insegnare una cosa della Terra: “Qui, quando qualcuno arriva, possiamo dire anche ‘benvenuto'.”

Ruli ripeté: “Ben-ve-nu-to.” E poi fece apparire un piccolo cuore di luce sopra la parola.

Jo rise piano. “Mi piace come mette i disegni sopra le parole. Vorrei farlo anche a scuola.”

Mina si avvicinò un po' a Fin e sussurrò: “Secondo te può restare?”

Fin guardò Ruli. Lui stava guardando il cielo, e la sua luce era un po' più bassa, come una candela che sa che deve spegnersi presto, ma senza tristezza.

Fin rispose con sincerità: “Forse deve tornare. Ma può tornare a trovarci.”

Come se avesse sentito, Ruli fece comparire sull'oggetto tondo un calendario semplice: una luna, sette puntini, e poi la stessa luna con un sorriso. Indicò il parco e fece il gesto del saluto.

“Tra una settimana,” capì Mina.

Jo batté le mani piano. “Appuntamento galattico!”

Il parco addormentato sembrò approvare con un fruscio di foglie.

Capitolo 4: La foto ricordo e il “grazie” che vola

La luce azzurra tra gli alberi iniziò a farsi un po' più piccola, come una porta che si richiude lentamente. Ruli si alzò e guardò le bambine una per una, come se volesse ricordare bene i loro visi.

Fin sentì una piccola stretta nello stomaco, ma non era tristezza pesante. Era come quando finisce un gioco bellissimo e sai che lo porterai con te.

“Prima che vai,” disse Fin, “facciamo una foto?”

Mina tirò fuori dal suo zainetto un vecchio telefono che usava solo per le foto. Era il telefono di sua mamma, ma senza internet e senza chiamate. Solo una camera. “Per le emergenze di memoria,” diceva Mina.

Jo si sistemò i capelli con le dita. “Aspetta, devo avere la faccia da astronauta.”

Ruli inclinò la testa. L'oggetto tondo fece comparire un'immagine di una camera e poi di quattro facce in fila. Ruli fece un “bip” felice. Sembrava dire: sì, anche noi facciamo ricordi.

Si misero vicino alla panchina, con la giostra dietro e le luci a puntini sopra la loro testa, come una corona di lucciole. Fin al centro, Mina da una parte, Jo dall'altra, e Ruli un pochino davanti, perché era più basso e non voleva coprire nessuno—educazione galattica, forse.

Mina allungò il braccio e inquadrò. “Uno, due, tre…”

Ruli fece il saluto galattico con le mani ondeggianti proprio nel momento giusto.

Click.

La foto fu fatta.

Subito dopo, Ruli prese l'oggetto tondo e lo avvicinò al telefono di Mina. I due oggetti fecero un suono piccolo, come due bicchieri che si toccano. Sul telefono apparve una stellina accanto alla foto, come un adesivo luminoso.

Jo sgranò gli occhi. “Ha messo un… filtro spaziale!”

Fin rise piano. “È un regalo.”

Ruli guardò Fin e disse, lentamente, scegliendo bene le sillabe: “Gra… zie.”

Fin rispose con il suo nuovo modo: fece il gesto galattico e disse: “Suli.”

Mina e Jo lo copiarono. Quattro mani, onde leggere nell'aria, come se stessero salutando anche il vento.

Ruli fece un ultimo inchino, poi un passo indietro verso la porta azzurra. Prima di attraversarla, indicò il parco, poi indicò il cuore di luce che aveva fatto prima, e poi indicò la foto sul telefono. Era come dire: questo posto è gentile. Tenetelo così.

Poi attraversò la luce.

La porta si chiuse con un “puff” silenzioso. Tra gli alberi rimase solo la normale notte, con le stelle vere sopra e il parco che tornava a dormire, tranquillo.

Le tre bambine rimasero ferme per un momento, ascoltando il loro respiro e il suono lontano di una macchina che passava. Niente era stato rovinato. Nessuno aveva avuto paura a lungo. Era stata un'avventura morbida, come una coperta leggera.

Jo disse piano: “Domani chi ci crede?”

Mina alzò il telefono e mostrò la foto. “Chiunque. Abbiamo la prova.”

Fin guardò la stellina accanto all'immagine. Non era una prova per convincere gli adulti. Era una prova per ricordare a se stesse che l'ignoto può essere accogliente, se lo incontri con rispetto.

Camminarono verso casa, senza correre. Fin ripensò alle parole imparate: “benvenuto”, “grazie”, “Suli”. Erano piccoli ponti. E i ponti servono sempre.

Prima di entrare nel portone, Fin guardò una volta ancora il cielo e sussurrò, come un pensiero che fa luce: la curiosità è una gentilezza che ti porta lontano, anche restando nel tuo parco.

E nel telefono di Mina, la foto ricordo brillava piano, come se una stellina avesse deciso di restare.

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Una piccola sfera di vetro che i bambini usano per giocare.
Pavimento
La superficie su cui camminiamo dentro una casa o una stanza.
Liscio
Che non ha rughe o parti ruvide, è uniforme al tatto.
Cicale
Insetti che fanno un suono forte d’estate con le loro ali.
Sussurro
Una voce molto bassa che si usa per non farsi sentire da tutti.
Torcia
Una piccola luce portatile che si può tenere in mano.
Fontanella
Una piccola fontana dove esce acqua, spesso nei parchi.
Smorfia
Un’espressione del viso che mostra un sentimento o sorpresa.
Inchino
Un gesto di rispetto dove si piega leggermente il corpo.
Spirale
Una linea che gira intorno a un centro come una conchiglia.
Giostra
Un gioco che gira, spesso in un parco o in una festa.
Puntini
Piccoli punti luminosi o disegnati, come tante piccole luci.
Scintilla
Una piccola luce veloce che appare quando qualcosa sfrega.
Mappa
Un disegno che mostra i luoghi e dove si trovano le cose.
Costellazione
Un gruppo di stelle che sembra formare una figura nel cielo.
Cometa
Un corpo celeste con una lunga coda luminosa nel cielo.
Anelli
Cerchi che girano intorno a qualcosa, come quelli di un pianeta.
Scia
La traccia luminosa o di polvere che lascia qualcosa che passa veloce.

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