Capitolo 1: Un desiderio arancione
Tommaso aveva dodici anni e un talento speciale: riusciva a stare tranquillo anche quando gli altri correvano come se avessero le molle nelle scarpe. Quella sera di fine ottobre, nella sua cameretta, guardava il calendario appeso vicino alla scrivania. C'era un cerchio rosso intorno a una data: 31.
Sotto la finestra, il vento faceva frusciare le foglie secche sul marciapiede, come se stessero bisbigliando segreti. Tommaso appoggiò il mento sul palmo e sospirò.
«Quest'anno voglio farla davvero bene» disse a voce alta, come se la stanza fosse una platea.
La porta si aprì e comparve sua sorella maggiore, Viola, con un elastico tra i denti e i capelli raccolti a metà. «Far cosa, una cosa segreta?»
«Una lanterna di zucca» rispose Tommaso. «Quella vera. Con la faccia… e la luce dentro.»
Viola fece un sorriso storto. «Ah, la famosa Jack-o'-lantern. Sei sicuro? L'anno scorso hai scavato così poco che sembrava una zucca con il raffreddore.»
«Quest'anno niente raffreddore» replicò lui, offeso ma divertito. «E niente facce tristi. Voglio una faccia… misteriosa.»
Viola si sedette sul letto. «Misteriosa quanto? Tipo “Buu!” o tipo “Ho perso le chiavi del garage”?»
Tommaso rise. «Tipo “Buu!”, ma rassicurante. Un buu gentile.»
Fuori, un ramo batté piano contro il vetro. Tommaso si voltò: per un attimo gli sembrò di vedere un'ombra scivolare tra gli alberi del cortile. Poi niente. Solo il vento.
«Domani dopo scuola vado a scegliere la zucca» annunciò. «La più perfetta.»
«Perfetta…» ripeté Viola con aria solenne. «Allora serve una missione. E un compagno di squadra.»
Tommaso alzò un sopracciglio. «Tu?»
«Io ho un impegno importantissimo: provare la mia parrucca da strega. Però posso darti un consiglio: non scegliere una zucca troppo grande. Le zucche troppo grandi…» abbassò la voce, teatrale «…hanno pretese.»
Tommaso sbuffò. «Le zucche non parlano.»
Viola indicò la finestra. «Non ancora.»
E in quel momento, dal cortile, arrivò un suono leggerissimo: come un “toc” di qualcosa che rotola.
Tommaso si irrigidì. «Hai sentito?»
«Sì» disse Viola, già curiosa. «Sembra… una zucca che fa il giro di ricognizione.»
Tommaso deglutì e poi sorrise, nonostante un brividino. «Allora domani sarà interessante.»
Capitolo 2: La zucca con la cicatrice
Il giorno dopo, la scuola sembrò più lenta del solito. Persino l'orologio in classe pareva fare apposta: tic… tac… come se contasse i secondi con gusto. Tommaso, appena suonò l'ultima campanella, infilò lo zaino e uscì.
Al mercato del quartiere, tra cassette di mele lucide e montagne di patate, c'era un angolo tutto arancione. Zucche piccole come palloni da spiaggia, zucche lunghe e storte, zucche rotonde e perfette come se fossero state disegnate con un compasso.
Il signor Gino, il fruttivendolo, aveva un cappello di lana e un'aria da personaggio di cartone animato: allegro, ma con gli occhi che sembravano aver visto storie.
«Tommaso! È la stagione delle facce spaventose!» esclamò.
«Io cerco una faccia spaventosa… ma educata» precisò Tommaso.
Il signor Gino scoppiò a ridere. «Allora devi scegliere con attenzione. Le zucche hanno carattere. Guarda questa: è seria. Questa: è permalosa. Questa: è convinta di essere una carrozza.»
Tommaso passò le mani sulle scorze ruvide, annusò quell'odore di terra e autunno. Poi la vide: una zucca di media grandezza, un po' schiacciata da un lato, con una striscia chiara sulla buccia. Sembrava una cicatrice.
«Quella» disse.
Il signor Gino seguì il suo sguardo. «Ah. La cicatrice. È arrivata ieri, in una cassetta che… diciamo… aveva fatto un viaggio avventuroso.»
Tommaso sollevò la zucca: era pesante il giusto. Gli diede una sensazione strana, come se fosse calda di sole anche se il cielo era grigio.
«La prendo» disse.
«Attento però» aggiunse il signor Gino, improvvisamente serio. «A volte, quando accendi una lanterna, non illumini solo la buccia. Illumini anche… quello che ci gira intorno.»
Tommaso sorrise, pensando fosse una battuta. «Tipo… le ragnatele?»
Il signor Gino strizzò un occhio. «Anche. E i curiosi.»
Quando Tommaso tornò verso casa, la zucca nello zaino sembrava muoversi con ogni passo, come se non vedesse l'ora di arrivare. Passando davanti al vecchio viale dei platani, un refolo più freddo gli attraversò la schiena.
E poi, tra le foglie, sentì di nuovo quel suono: “toc… toc… toc…”
Come qualcosa che lo seguiva, rotolando piano.
Tommaso si fermò di colpo. Il suono cessò. Il viale era vuoto, tranne un gatto nero che lo fissava con aria giudicante, seduto su un muretto.
«Che c'è?» mormorò Tommaso.
Il gatto sbadigliò, come a dire: “Dovresti saperlo”, e saltò giù scomparendo dietro un cespuglio.
Tommaso riprese a camminare, stringendo gli spallacci. Si sentiva un po' sciocco a essere agitato… ma anche eccitato. Era la stessa sensazione di quando inizi un libro misterioso e non vuoi smettere.
Capitolo 3: Il biglietto tra i semi
Quella sera, in cucina, Tommaso preparò “il laboratorio”: giornali sul tavolo, un cucchiaio grande, un coltello con la punta non troppo minacciosa (sua madre aveva imposto quella regola), una ciotola e una candela.
Viola comparve vestita a metà: parrucca viola fluo, mantello nero, calzini spaiati. «Sono una strega moderna. Le streghe moderne non trovano mai due calzini uguali.»
Tommaso posò la zucca al centro del tavolo. Sembrava un pianeta arancione in attesa di essere esplorato.
«Ok, zucca» disse lui. «Niente pretese.»
Viola si sporse. «Hai visto la cicatrice? Potrebbe essere un segno di battaglia. Magari ha combattuto contro una forchetta gigante.»
Tommaso iniziò a tagliare il “coperchio” con attenzione. La buccia fece un suono secco. Poi sollevò la parte superiore: un odore fresco e dolce riempì la cucina.
«Che schifo delizioso» commentò Viola, tappandosi il naso solo per fare scena.
Tommaso infilò il cucchiaio e cominciò a scavare. Semi, fili, polpa: tutto finì nella ciotola con un suono umido. A un certo punto il cucchiaio colpì qualcosa di duro.
«Che cos'è?» Tommaso strinse gli occhi.
Tirò fuori… un pezzetto di carta arrotolato, chiuso con uno spago sottile. Era un biglietto, leggermente umido ma leggibile.
Viola spalancò la bocca. «La zucca aveva la posta!»
Tommaso sciolse lo spago e aprì il foglietto. C'era scritto, con una grafia precisa:
“SE VUOI UNA LUCE CHE NON TREMA,
SEGUI LE FOGLIE FINO ALLA VECCHIA SERRA.
PORTA CORAGGIO, PORTA CURIOSITÀ,
E UNA ZUCCA CHE NON SI LAMENTA.”
Viola si mise una mano sul cuore. «È… poesia minacciosa!»
Tommaso sentì un brivido salire e poi scendere, come una scala. «La vecchia serra… quella dietro il parco?»
«Quella dove dicono che crescono piante carnivore?» chiese Viola con entusiasmo. «Io ci vado subito!»
«Non è pericolosa?» Tommaso guardò verso il corridoio, come se la casa potesse rispondere.
Viola si strinse nel mantello. «Pericolosa no. Però… un po' teatrale sì. E tu ami il teatro, anche se fai finta di no.»
Tommaso non amava il teatro. Amava la tranquillità. Ma quel biglietto gli aveva acceso qualcosa: una domanda che chiedeva di essere seguita.
«È Halloween» disse piano. «Al massimo ci spaventiamo… educatamente.»
Viola fece un inchino. «Buu gentile in arrivo.»
Tommaso ripose il biglietto in tasca. La zucca, sul tavolo, sembrava sorridere senza faccia.
Capitolo 4: Il sentiero delle foglie che sussurrano
La sera del 31 ottobre, Tommaso si vestì da investigatore: cappellino, lente finta, impermeabile troppo grande (preso in prestito dal padre). Viola invece era una strega ufficiale, con cappello a punta e una scopa che, secondo lei, “non volava solo perché aveva il freno a mano”.
Uscirono. L'aria sapeva di fumo di camino e caramelle. Le finestre delle case brillavano di lucine e ombre. Da qualche parte, una radio suonava una canzone allegra con un ritmo da marcia di mostri.
Tommaso portava la zucca in una borsa di stoffa. Ogni tanto gli sembrava di sentire un “toc” leggero dall'interno, come se i semi applaudissero.
Arrivati al parco, notarono qualcosa di strano: un sentiero di foglie gialle e rosse era stato disposto in fila, come una freccia che indicava la strada. Il vento non lo spostava, come se quelle foglie avessero deciso di restare lì.
«Sembra un invito» sussurrò Tommaso.
Viola annusò l'aria. «O una trappola per scoiattoli. Ma noi non siamo scoiattoli. Anche se tu…» lo guardò «…hai un po' la faccia da “mi porto le provviste in tasca”.»
Tommaso fece finta di essere offeso. «Io sono un investigatore serio. E… curioso.»
Seguì il sentiero. Le foglie scricchiolavano sotto i piedi come se stessero raccontando una storia in codice morse. Intorno, gli alberi erano scuri ma non minacciosi: sembravano giganteschi guardiani stanchi che lasciavano passare i bambini.
A metà strada, un lampione tremolò. Per un secondo, l'ombra di Tommaso si allungò sul vialetto… e accanto alla sua comparve un'ombra più piccola, rotonda, con una specie di ciuffo.
Tommaso si fermò. «Viola… tu la vedi?»
Viola strinse gli occhi. «Se intendi la tua ombra che ha mangiato troppo, sì.»
L'ombra rotonda si mosse, come se stesse facendo un passo. Poi sparì quando il lampione tornò stabile.
Tommaso inspirò. Aveva paura? Un po'. Ma non era una paura che ti blocca: era quella che ti fa tenere gli occhi aperti.
Il sentiero terminava davanti a una recinzione arrugginita. Dietro, la vecchia serra: vetri opachi, struttura di ferro, una porta socchiusa che sembrava aspettare.
Viola sussurrò: «Entriamo?»
Tommaso guardò la zucca nella borsa. «Sì. Ma piano.»
E la porta, con un “ciiic”, si aprì da sola di qualche centimetro, come se avesse sentito la risposta.
Capitolo 5: La serra e il custode che starnutisce
Dentro la serra l'aria era più calda, profumata di terra bagnata e foglie. La luce della luna filtrava a strisce, disegnando rettangoli chiari sul pavimento. C'erano piante ovunque: alcune con foglie enormi, altre con steli sottili come dita. Niente di davvero spaventoso, ma tutto… intensamente vivo.
«Ok» mormorò Viola. «Se una pianta mi chiede un autografo, io scappo.»
Tommaso avanzò, guardando in giro. In fondo, su un tavolo di legno, c'era una piccola lanterna spenta, antica, con un vetro smerigliato. Accanto, una scatola di fiammiferi.
E davanti al tavolo… una sagoma.
Tommaso trattenne il respiro. La sagoma si mosse e fece un rumore. Non un ringhio. Uno starnuto.
«Etciù!»
La figura accese una torcia che illuminò un volto rugoso ma gentile: era un signore anziano con un cappello pieno di foglie secche incastrate come decorazioni.
«Chi va là?» chiese con voce roca. Poi vide Viola. «Ah. Una strega. E… un impermeabile che cammina.»
Tommaso alzò le mani. «Mi chiamo Tommaso. Siamo venuti per…» tirò fuori il biglietto «…questo.»
L'uomo si avvicinò, lesse e annuì. «Bene. Avete trovato il messaggio. Io sono il custode della serra. Mi chiamano Signor Ortensio.»
Viola lo fissò. «Ortensio… come l'ortensia?»
«Esatto. E come l'allergia» disse lui, e starnutì di nuovo. «Etciù! La natura mi ama, io ricambio… a distanza.»
Tommaso si rilassò un po'. «Il biglietto era nella zucca.»
Ortensio guardò la borsa. «Allora avete scelto la zucca giusta. Quella con la cicatrice.»
Tommaso la tirò fuori e la posò sul tavolo. Il custode passò un dito sulla striscia chiara. «Questa zucca non si è fatta male per caso. Si è salvata. E quando qualcosa si salva, ricorda.»
Viola bisbigliò a Tommaso: «Sta parlando come un libro fantasy.»
Ortensio fece finta di non sentire. «Halloween non è solo maschere e caramelle. È una notte in cui la curiosità è come una chiave. Apri una porta… e trovi storie.»
Tommaso sentì il cuore battere più veloce. «Che storia dobbiamo trovare?»
Ortensio indicò la lanterna antica. «Quella. È una luce che non trema. Ma funziona solo se la tua zucca ha una faccia fatta con cura. Non per spaventare, ma per accogliere.»
Tommaso guardò la zucca, ancora vuota. «Io non l'ho ancora intagliata.»
«Allora fallo qui» disse Ortensio, spostando alcuni vasi. «La serra è un buon posto. Le piante… sanno stare zitte quando serve.»
Proprio in quel momento, una foglia enorme si mosse. Viola fece un salto. La foglia, innocente, lasciò cadere una gocciolina d'acqua.
«Sì, zitte» commentò Viola, asciugandosi il naso. «Zittissime.»
Capitolo 6: Una faccia “buu gentile”
Tommaso si mise al lavoro. Ortensio gli porse un coltellino piccolo, affilato ma controllabile. «Taglia piano. La fretta rovina le storie.»
Viola, per una volta, rimase in silenzio e osservò. Solo ogni tanto mormorava: «Occhio…» o «Quello sembra un sopracciglio arrabbiato.»
Tommaso disegnò prima con una matita: due occhi a mezzaluna, un naso triangolare, e una bocca che sembrasse un sorriso ma con due denti buffi, come se la zucca stesse dicendo “Buu!” ridendo.
Mentre intagliava, la serra sembrò ascoltare. Il vento fuori si calmò. Persino i suoi pensieri, di solito ordinati e tranquilli, diventarono più luminosi: era concentrato, curioso, vivo.
«Perché vuoi una lanterna?» chiese Ortensio, appoggiato al tavolo.
Tommaso ci pensò. «Perché… quando è buio, mi piace vedere una luce che ho fatto io. Non una luce qualunque. Una che dice: “Sono qui”.»
Ortensio annuì. «È una buona risposta. Non tutti la sanno dare.»
Viola lo punzecchiò: «E io? La mia scopa dice “Sono qui” quando inciampo.»
Tommaso rise, e quasi gli scivolò il coltellino. Si fermò, respirò, e riprese con calma. Quando finì, sollevò la zucca e guardò la faccia intagliata: era davvero misteriosa, ma simpatica, come un fantasma che ti offre una cioccolata calda.
«Ecco» disse.
Ortensio prese la lanterna antica e aprì lo sportellino. Dentro non c'era una candela, ma un piccolo supporto metallico, e un vetro particolare, opalescente. «Questa luce non ha bisogno di tremare. Ha bisogno di essere… invitata.»
Prese un fiammifero, lo accese e lo avvicinò al supporto. Una fiamma comparve, piccola e ferma. Non tremolava. Sembrava respirare piano.
Tommaso rimase a bocca aperta.
«Ora» disse Ortensio. «Metti la luce dentro la zucca.»
Tommaso infilò con cura la fiamma nel corpo svuotato e rimise il coperchio. Per un secondo non successe niente. Poi gli occhi e la bocca si illuminarono. Una luce calda, dorata, disegnò la faccia sulla parete della serra.
E in quel riflesso, Tommaso vide qualcosa di strano: un'ombra rotonda, con un ciuffo, che sembrava fare un piccolo inchino dietro di loro. Durò un attimo. Poi sparì, come soddisfatta.
Viola sussurrò: «Ok. Questo è ufficialmente… un buu gentile.»
Ortensio sorrise. «Avete acceso una storia. E ora la storia deve tornare dove serve.»
Tommaso prese la lanterna-zucca tra le braccia. La luce era stabile e rassicurante, come una mano calda.
«Dove serve?» chiese.
Ortensio indicò l'uscita. «Fuori. C'è chi la sta aspettando.»
Capitolo 7: La luce che accoglie
Uscirono dalla serra e tornarono nel parco. Il sentiero di foglie ora sembrava più ordinato, come se fosse contento di aver fatto il suo lavoro. In lontananza, si sentivano risate, campanelli di biciclette, un “Dolcetto o scherzetto!” gridato con entusiasmo.
Tommaso camminava piano, per non far cadere la lanterna. La sua faccia da investigatore serio era sparita: ora sembrava solo… felice.
Quando arrivarono vicino al viale dei platani, videro un gruppo di bambini più piccoli, forse di sette o otto anni, fermi davanti a un tratto buio. Un lampione era spento. Il vialetto, pieno di foglie, sembrava improvvisamente più lungo.
Una bambina con un costume da mummia sussurrò: «Io non passo… lì c'è… qualcosa.»
Un bambino vestito da pirata annuì. «Ho sentito “toc toc”.»
Tommaso si avvicinò con calma. «Posso?» chiese, come se stesse chiedendo permesso al buio.
I bambini lo guardarono. La zucca tra le sue braccia brillava come una piccola luna arancione.
«Che bello…» mormorò la mummia.
Tommaso sollevò la lanterna. La luce illuminò le foglie, il muretto, i tronchi. E lì, proprio vicino al lampione spento, c'era… una piccola palla rotonda: una mini-zucca, con un ciuffo di picciolo, che rotolò piano verso un cespuglio e scomparve.
Il pirata spalancò gli occhi. «L'ho vista! Era… una zucchetta spia!»
Viola intervenne con tono da presentatrice: «Signore e signori, la misteriosa zucchetta rotolante! Non morde. Al massimo… rotola.»
I bambini risero, e quella risata sembrò riaccendere qualcosa nell'aria. Tommaso sentì il “toc” diventare un ricordo divertente, non più un rumore inquietante.
«Potete passare» disse Tommaso. «La luce vi accompagna.»
Il gruppo attraversò il tratto buio seguendo il bagliore della zucca. Nessuno corse via. Nessuno gridò. Sembravano più coraggiosi solo perché qualcuno aveva portato una luce e non una sfida.
Quando arrivarono dall'altra parte, la bambina-mummia fece un cenno. «Grazie. La tua zucca… sorride.»
Tommaso guardò la faccia intagliata. Era vero: quel sorriso sembrava dire “Benvenuti”.
Tornato a casa, mise la lanterna sul davanzale della finestra, come aveva immaginato per giorni. La luce stabile riempì la stanza, e fuori, nel cortile, le ombre sembrarono fare un passo indietro, non per paura, ma per rispetto.
Viola si appoggiò alla finestra. «Allora, investigatore serio. Caso risolto?»
Tommaso osservò la zucca che brillava. Sentiva ancora la curiosità, ma non come un fastidio: come una scintilla buona, pronta per la prossima domanda.
«Sì» disse. «E la prova è lì. Una luce che non trema.»
Viola annuì, soddisfatta. «E che fa anche un buu gentile. Perfetto.»
Fuori, una foglia cadde e danzò nell'aria. E nel riflesso del vetro, per un attimo, Tommaso credette di vedere una piccola ombra rotonda che salutava, prima di rotolare via nella notte di Halloween.
La lanterna restò accesa, calda e luminosa, come un invito a essere curiosi senza perdere il sorriso.