Nel prato dietro casa, Lino camminava piano piano. Aveva quattro anni e un cappello blu un po' storto. Sotto le scarpe, l'erba faceva “frush frush”. In mano teneva una piccola tazza rossa, perché oggi voleva fare una cosa speciale: trovare la sorgente che dormiva tra le pietre.
La nonna gli aveva detto: “La sorgente si sveglia con calma. Con calma e con gentilezza.”
Lino annuì. “Con calma,” ripeté, come una canzoncina.
Seguì un sentierino di sassolini lucidi. Ogni sassolino sembrava una stellina caduta. Il sentiero arrivava a un mucchietto di rocce rotonde, tutte appoggiate una sull'altra come un gioco di costruzioni.
Lino si inginocchiò. “Ciao, sorgente,” sussurrò. “Sono Lino. Ho la tazza rossa.”
Ma non successe niente. Solo un'ape che ronzava, e un fiore che dondolava.
Lino aspettò. Uno, due, tre respiri. Poi altri tre. La pazienza è così: fa spazio, come un cuscino morbido.
A un tratto, da dietro una roccia spuntò un muso grande e verde. Era un ogre. Non era spaventoso. Aveva le guance paffute, le sopracciglia come due foglie, e un grembiule a quadretti. In mano teneva un cucchiaino minuscolo, che su di lui sembrava ridere.
“Ehm… scusa,” disse l'ogre con voce lenta. “Stai parlando con la mia sorgente?”
Lino spalancò gli occhi, ma rimase tranquillo. “Non è tua. È di tutti.”
L'ogre si grattò la testa. “Giusto. Ma io la custodisco. Mi chiamo Orgo. E oggi la sorgente è… molto assonnata.”
Lino sollevò la tazza rossa. “Posso aiutarla a svegliarsi?”
Orgo sorrise, mostrando un dente solo, come un bottone. “Forse sì. Ma serve pazienza, piccolino. E un po' di musica.”
Orgo batté il cucchiaino su una pietra: “tin… tin… tin…”
Lino batté un dito sulla tazza: “toc… toc… toc…”
Il prato ascoltò. Anche il vento si fermò un momento, curioso.
Poi arrivò una creatura leggendaria, silenziosa come una piuma: una piccola fata con capelli color miele. Volava vicino ai fiori e lasciava scie di luce, come quando si mescola lo zucchero nel latte.
“Buonasera,” disse la fata. “Io sono Fiammetta, custode dei sussurri d'acqua.”
Lino rise piano. “Io sono custode della tazza rossa.”
Fiammetta ridacchiò. “Ottimo incarico.”
Dietro di lei, dal bordo del bosco, scivolò un unicorno. Aveva il manto bianco e la coda come una nuvola. Il corno brillava, ma non accecava: era una luce gentile, da nanna.
“Mi hanno chiamato i suoni,” disse l'unicorno. “Io mi chiamo Nube.”
Orgo fece un inchino che quasi gli cadde il grembiule. “Benvenuto, Nube. La sorgente dorme. Lino vuole svegliarla.”
Nube annusò le pietre. “L'acqua sente quando qualcuno ha fretta. E allora si nasconde. Ma quando qualcuno aspetta… allora arriva.”
Lino guardò le rocce. “Io so aspettare,” disse, ma poi aggiunse: “Anche se mi prudono i piedi.”
Fiammetta fece una piroetta. “Allora facciamo il Gioco dell'Attesa Allegra. Si aspetta… contando cose belle.”
Lino iniziò: “Uno: un fiore giallo. Due: una coccinella rossa. Tre: la pancia dell'ogre che fa ‘glu glu'.”
Orgo arrossì verde. “Quello non è ‘glu glu'. È la mia pancia che canta.”
Nube mosse la coda. “Quattro: una nuvola che sembra una torta.”
Fiammetta aggiunse: “Cinque: il profumo di menta nell'aria.”
E mentre contavano, senza spingere e senza tirare, le pietre fecero un piccolo “cric”. Non era un rumore di paura. Era come quando si apre una scatola di biscotti.
Un filo d'acqua spuntò tra due sassi. Prima timido, poi un po' più coraggioso. “Plin… plin…” come gocce che ridono.
Lino trattenne il respiro. Orgo sussurrò: “Piano, piano.”
Fiammetta posò una manina sulla roccia. “Ben svegliata, sorgente.”
Nube chinò il muso. “Grazie per essere arrivata.”
Lino mise la tazza rossa sotto il filo d'acqua. Aspettò ancora. La tazza si riempì lentamente. Un poco, poi un poco di più. La pazienza faceva “shh… shh…”, come una coperta.
Quando la tazza fu piena, l'acqua brillò dentro, come se avesse catturato una piccola luna.
“Posso berla?” chiese Lino.
“Certo,” disse Orgo. “Ma prima… un brindisi gentile.”
Fiammetta alzò un petalo come se fosse un bicchiere. Nube alzò il corno. Orgo alzò il cucchiaino.
Lino bevve un sorso. Era fresca e dolce. Gli sembrò di sentire una canzone lontana, una canzone che diceva: “Aspetta, aspetta, e poi arriva.”
Orgo accompagnò Lino fino al sentiero di sassolini. “Se torni,” disse, “porta la tua tazza rossa e la tua pazienza.”
Lino annuì. “La pazienza sta in tasca,” disse serio, e poi rise.
Quando il sole iniziò a scendere piano, Lino salutò la sorgente con la mano. L'acqua fece “plin” come risposta, e il prato tornò quieto.
A casa, Lino si infilò sotto le coperte. Pensò a Fiammetta, a Nube e a Orgo col suo cucchiaino minuscolo. Chiuse gli occhi. Nel silenzio dolce, sentì dentro di sé il suono della sorgente: calmo, gentile, paziente. E si addormentò sorridendo.