Capitolo 1: La lista della “buonanotte… banana”
Nel Bosco del Cuscino Soffice, quando il sole sbadigliava dietro le colline, i rumori diventavano piccoli: un “cric” di ramo, un “puf” di foglia, un “plin” di goccia. Era l'ora perfetta per prepararsi alla nanna.
Tito il tasso era un campione di immaginazione… e anche di confusione di parole. Le parole gli facevano degli scherzetti, come farfalle che si posano sul naso proprio quando stai per starnutire.
Quella sera, Tito tirò fuori una lista piegata in quattro. L'aveva scritta con una matita corta e molto seria. Si schiarì la gola come un professore di… di qualcosa.
“Dunque,” disse. “Prima cosa: salutare tutti con rispetto.”
Dal suo cespuglio spuntò Lilla la lepre, con orecchie dritte come due punti esclamativi. “Ciao, Tito! Che fai?”
“Sto preparando la lista della… buonanotte,” rispose Tito, orgoglioso. Poi lesse: “Uno: dire ‘grazie' al… lampone.”
Lilla sbatté le palpebre. “Al lampione, forse?”
“Eh?” Tito guardò il foglio. “Ho scritto ‘lampone'? Ma io volevo ringraziare quella cosa che fa luce e non si mangia.”
“Il lampione!” rise Lilla. “Il lampone si mangia eccome. E non fa luce, a meno che non sia molto felice.”
Tito arrossì sotto il pelo. “Va bene, va bene. Grazie, Lilla. Vedi? Già rispetto: ti ascolto.”
Dalla radura arrivò Pino lo scoiattolo con una nocciola enorme, grande quasi come la sua testa. “Ehi! Cosa si festeggia?”
“Non si festeggia,” disse Tito. “Si… si dormeggia. O si… si dorme, insomma. Però con ordine.”
Pino si avvicinò e sbirciò la lista. “Posso leggere?”
“Con rispetto, sì,” disse Tito, facendo un inchino così profondo che quasi toccò terra col naso.
Pino lesse ad alta voce: “Due: mettere il pigiama a… quadretti di marmellata.”
Lilla scoppiò a ridere. “Quadretti di marmellata!”
Tito strinse la lista. “Volevo dire… a quadretti e basta. La marmellata mi è scivolata dentro la frase.”
“Succede,” disse Pino. “A me scivolano le nocciole.”
Tito sospirò, poi sorrise. “Allora, mi aiutate? Voglio una buonanotte tranquilla, comica ma gentile. Niente spaventi, solo… sorrisi.”
“Ci sto,” disse Lilla.
“Ci sto anche io,” disse Pino, e la nocciola fece “toc” sul prato, come un sì.
Tito alzò la lista come una bandiera. “Missione: buonanotte… banana!”
“Banana?” chiese Lilla.
Tito si grattò la testa. “Ops. Buonanotte… buona e basta.”
Capitolo 2: Il giro dei “grazie” e dei “scusa”
Il Bosco del Cuscino Soffice aveva una regola non scritta: la sera si cammina piano, come se il terreno fosse fatto di biscotti fragili. Tito, Lilla e Pino partirono per il giro dei saluti.
“Prima tappa,” annunciò Tito, “la signora Talpa. Devo dirle ‘grazie' perché oggi mi ha prestato una… una… una ‘forchetta'.”
Lilla lo guardò di lato. “Intendi una ‘forchetta' o una ‘piccozza'?”
Tito si fermò. “Una ‘torcia'! Ecco! Non forchetta. Non piccozza. Torcia!”
“Ma la torcia fa luce,” disse Pino. “La forchetta fa… pranzi.”
“Andiamo a dire grazie alla talpa,” decise Tito, un po' imbarazzato.
Arrivarono alla porta della tana, una porta piccola con un campanellino che faceva “din”. La signora Talpa aprì, con occhiali tondi e un grembiule pieno di tasche.
“Buonasera,” disse Tito, con voce gentile. “Sono venuto a dirle grazie per la torcia. Mi ha aiutato a trovare… la strada.”
“Prego, caro,” rispose la signora Talpa. “E grazie a te che hai bussato piano. Qui sotto le buone maniere rimbombano meno.”
Tito fece un sorriso grande. “Visto? Rispetto! Bussi piano.”
Lilla sussurrò: “E parli gentile.”
Pino sussurrò: “E non dici ‘lampone'.”
Tito li guardò severo, ma gli scappò una risata.
Seconda tappa: il laghetto, dove viveva Rina la rana. Rina stava cantando una canzone di bolle: “Bla-bla-blu, blo-blo-blà,” una cosa così. Quando vide Tito, fece un tuffo e poi riemerse come una sorpresa verde.
“Ciao!” gracchiò. “Che fate in giro?”
“Sto facendo il giro dei ‘grazie',” disse Tito. “E anche dei ‘scusa', se servono.”
Pino indicò un piccolo sasso vicino al bordo. “Oh, Tito, non è quello il sasso su cui sei inciampato stamattina?”
Tito aprì gli occhi. “Sì! E ho fatto cadere l'annaffiatoio di Rina nel laghetto. L'ho tirato fuori, ma… mi sono dimenticato di dire scusa bene.”
Tito si avvicinò al bordo. “Rina, scusa per lo spruzzo. Non l'ho fatto apposta. Ho imparato che è meglio guardare dove metto le… le… le ‘zampe d'ombra'.”
“Zampe d'ombra?” ripeté Rina, incuriosita.
“Piedi,” corresse Tito subito, ridendo. “Le mie zampe. Scusa.”
Rina fece un sorriso largo. “Scuse accettate. E grazie perché l'hai recuperato. Il rispetto è come una foglia che galleggia: se la spingi con gentilezza, va dove vuoi.”
Tito annuì, come se avesse capito una cosa importantissima. “Allora sto facendo un ottimo… ‘rispettondo'.”
“Rispetto,” disse Lilla, trattenendo una risatina.
“Ecco,” disse Tito. “Rispetto. Mi si impiglia la lingua, ma il cuore ci arriva.”
Terza tappa: il grande faggio, dove il gufo Arturo stava già mezzo addormentato. Arturo aveva gli occhi che si chiudevano e si aprivano come finestre in una giornata ventosa.
Tito parlò piano, con rispetto. “Buonasera, Arturo. Scusi se ieri ho fatto troppo rumore con le pigne.”
Arturo aprì un occhio solo. “Chi fa rumore di giorno… di notte può imparare il silenzio. Bravo che chiedi scusa.”
Pino si mise una zampa sulla bocca, come a dire: “Shhh.” Anche la nocciola, per un attimo, sembrò più silenziosa.
Tito si sentì leggero. Il giro dei “grazie” e dei “scusa” funzionava: ogni parola gentile era come una coperta in più.
Capitolo 3: La grande confusione del “pigiama di paglia”
Quando tornarono verso la tana di Tito, il cielo era diventato blu scuro, come una marmellata… ma Tito non lo disse, per sicurezza. Nel buio, le lucciole facevano puntini di luce, come se qualcuno avesse sparso briciole di stelle.
“Adesso,” disse Tito, “devo mettere il pigiama.”
Lilla inclinò la testa. “Quello a quadretti?”
“Sì,” disse Tito. “A quadretti. Senza marmellata.”
Pino si sedette su un sasso. “E poi?”
Tito consultò la lista. “Tre: lavare i denti con la ‘spazzola da… da… da…'”
“Da denti,” suggerì Lilla.
“Sì! Da denti!” Tito fece un gesto trionfante, come se avesse vinto una gara contro una parola dispettosa.
Poi lesse il punto successivo e sgranò gli occhi. “Quattro: mettere la ‘paglia' sul letto.”
Pino si grattò le orecchie. “Paglia? Tito, tu dormi su foglie morbide. La paglia punge!”
“Ma io ho scritto paglia,” disse Tito, serio come un giudice. “Forse è una nuova moda: pigiama di paglia, letto di paglia, sogni… di paglia.”
Lilla lo fermò con una zampa. “Aspetta. Forse intendevi ‘maglia'. Mettere la maglia del pigiama.”
Tito guardò meglio la lista. “Oh! È vero! Ho confuso M e P. Sono vicine, come due vicini che litigano per un granello di sabbia.”
“E allora,” disse Pino, “niente paglia. Maglia.”
Tito fece un grande respiro di sollievo. “Meno male. Non volevo pungermi. Io voglio addormentarmi con calma, non diventare un riccio per sbaglio.”
Mentre Tito entrava nella tana a prendere il pigiama, successe una cosa piccola e buffa: la sua sciarpa rimase impigliata in un rametto fuori dalla porta. Tito tirò, la sciarpa tirò, il rametto tirò… e alla fine “plop!” la sciarpa si liberò e volò dritta sulla testa di Pino.
Pino rimase immobile, con la sciarpa in testa come un cappello lungo. “Sono… un tasso travestito?”
Lilla rise così tanto che quasi si sedette sulle sue orecchie. “Sembri un salame educato!”
Tito uscì e vide la scena. Per un attimo rimase serio. Poi scoppiò a ridere anche lui, ma con una risata gentile. “Scusa, Pino. Non volevo vestirti.”
Pino fece un inchino. “Nessun problema. Però, per rispetto, la prossima volta avvisa prima di cappellarmi.”
“Promesso,” disse Tito. “Rispetto prima, sciarpa poi.”
Tito mise il pigiama a quadretti, si lavò i denti (senza spazzole da… qualsiasi altra cosa), e preparò il letto di foglie. Lilla sistemò un angolo della coperta, Pino raddrizzò il cuscino come se fosse una nocciola delicata.
“Grazie,” disse Tito, guardandoli. “Siete amici con le mani leggere.”
“E tu hai un cuore gentile,” disse Lilla. “Anche quando le parole fanno capriole.”
Tito sbadigliò. “Le parole fanno capriole… io faccio la nanna.”
Capitolo 4: La luce che fa “clic” e il segreto della veilleuse
Fuori, il bosco diventava ancora più calmo. Si sentiva solo il respiro delle foglie e qualche grillo che contava lentamente: uno… due… tre… senza fretta. Dentro la tana, la luce era morbida.
Accanto al letto di Tito c'era una piccola lampada, una veilleuse: una lucina notturna a forma di funghetto. Aveva un cappello rosso con puntini bianchi e una luce tiepida, come un biscotto appena sfornato.
Tito la guardò e disse, con molta attenzione: “Grazie, lampione.”
Lilla alzò un dito. “Veilleuse.”
“Giusto,” corresse Tito subito. “Grazie, veilleuse.”
Pino sgranò gli occhi. “Hai detto una parola difficile!”
Tito fece spallucce. “È una parola che mi piace. Sembra un sussurro che cammina in punta di piedi.”
Lilla si sedette vicino al letto. “Allora, Tito, qual è l'ultimo punto della lista?”
Tito la aprì con lentezza, come se fosse un foglio di carta che ha sonno anche lui. “Cinque: dire buonanotte con rispetto, anche alle cose.”
Pino guardò la lucina-fungo. “Alle cose?”
“Sì,” disse Tito. “Perché anche se non parlano, fanno compagnia. E noi dobbiamo essere gentili.”
Tito si girò verso la coperta. “Buonanotte, coperta.”
La coperta non rispose, ma sembrò più morbida.
“Buonanotte, cuscino,” continuò Tito.
Il cuscino rimase zitto, ma pareva più comodo.
“Buonanotte, lista,” disse Tito.
La lista fece solo “frus”, come un saluto di carta.
Poi Tito guardò Lilla e Pino. “Buonanotte, amici. Grazie per avermi aiutato e per avermi corretto senza prendermi in giro in modo cattivo.”
“È rispetto,” disse Lilla piano. “Correggere con dolcezza.”
“E ridere insieme,” aggiunse Pino, sistemandosi la sciarpa che ancora gli stava un po' in testa, perché gli piaceva.
Tito si sistemò sul letto. La luce della veilleuse disegnava puntini caldi sulle pareti della tana, come stelline domestiche. Tito sentì gli occhi diventare pesanti, ma la bocca voleva ancora fare un piccolo scherzo.
Sussurrò: “Buonanotte… banana.”
Lilla gli mise una zampa sulla spalla. “Buonanotte, Tito.”
Pino sbadigliò. “Buonanotte. E niente paglia.”
Tito ridacchiò piano. “Niente paglia. Solo sogni morbidi.”
La veilleuse fece un minuscolo “clic”, come se anche lei dicesse: “Ci penso io.” La luce restò accesa, piccola e fedele. Tito chiuse gli occhi, e le frasi nella tana si allungarono un pochino, diventando lente, leggere, come una coperta che scende piano piano sul mondo.
E nel silenzio buono del bosco, Tito pensò ancora una cosa, con rispetto e un sorriso: “Grazie, lucina-fungo. Sei proprio… il mio lamp—” si fermò giusto in tempo, “la mia veilleuse.”
Poi dormì, e la luce fece compagnia alla notte, senza fare rumore.