Capitolo 1: La porta che sussurrava
Marta aveva undici anni e un'energia che le faceva sembrare le scarpe troppo lente. Correva anche quando camminare sarebbe bastato, parlava anche quando il silenzio era più comodo, e soprattutto si faceva domande anche quando gli altri si accontentavano di un “boh”.
Quel pomeriggio pioveva piano, una pioggia fitta come fili di lana, e la biblioteca comunale sembrava ancora più grande del solito. Il vetro delle finestre era appannato, e dentro c'era quell'odore di carta e legno che Marta amava: sapeva di avventure nascoste in fila.
—Solo mezz'ora— le aveva detto sua madre, già pronta a tornare in macchina. —Prendi due libri e non infilarti in guai.
Marta annuì con un sorriso innocente. Il sorriso innocente era il suo preferito: lo usava spesso, come una chiave universale.
Dentro, il bibliotecario, il signor Rinaldi, stava sistemando una torre di volumi come se fosse un castello in miniatura. Aveva i baffi sottili e gli occhiali che scivolavano sempre un po' sul naso, come se anche loro fossero curiosi.
—Ciao, Marta. Oggi niente corse tra gli scaffali, eh?
—Promesso… più o meno— rispose lei, infilando le mani nelle tasche.
Marta passò tra le corsie. Le lampade facevano pozze di luce calda sul pavimento, e le ombre degli scaffali sembravano corridoi dentro altri corridoi. In fondo alla sala, dove di solito nessuno andava, c'era la sezione “Rari e Locali”. Un cartello un po' storto diceva: “Maneggiare con cura”.
Marta ci arrivò come attratta da una calamita. I libri lì avevano dorsi consumati e titoli in lettere dorate quasi sbiadite. Ne sfiorò uno: “Cronache della Valle”.
Quando lo tirò fuori, cadde un foglietto piegato in quattro. Era giallo, sottile, e aveva un odore strano, come di polvere e… limone?
Lo aprì.
C'era disegnato un gufo con un occhio chiuso, e sotto una frase in stampatello:
“CHI CERCA IL TESORO, NON GUARDI SOLO LE COPERTINE.”
Poi, più sotto, un indovinello:
“SONO UN FIUME SENZA ACQUA,
SCORRO IN SILENZIO TRA LE RIGHE.
SE MI SEGNI, NON MI FERISCI.”
Marta sentì un brivido eccitato correrle lungo la schiena. Un tesoro. Nella biblioteca. Non un “tesoro” tipo “conoscenza”, che era la risposta preferita degli adulti quando volevano rovinare una bella idea. Un vero tesoro, con misteri e passi segreti e magari una moneta luccicante.
Si guardò intorno. Nessuno la stava osservando, tranne un poster di Dante che sembrava giudicarla.
—Va bene— sussurrò. —Dante, se mi fai la spia, ti metto vicino ai libri di cucina.
Si rilesse l'indovinello. “Un fiume senza acqua che scorre tra le righe…” Un fiume tra le righe era… un segnalibro! E “se mi segni, non mi ferisci”: un segnalibro segna la pagina senza rovinare il libro.
Marta tornò di corsa verso il banco del signor Rinaldi, cercando di farla sembrare una camminata.
—Signor Rinaldi… avete segnalibri con… non so… gufi?
Il bibliotecario alzò un sopracciglio.
—Gufi? Abbiamo segnalibri con fiori, con citazioni, con gatti… Ah, forse c'è una scatola vecchia in magazzino.
—Posso… aiutarla a cercare? Sono bravissima a trovare cose che non dovrei trovare.
—Questa frase non mi tranquillizza— borbottò lui, ma già si alzava.
Il magazzino era una stanza piccola, con scatoloni e scaffali più alti di Marta. Rinaldi frugò in una scatola e ne tirò fuori segnalibri di cartoncino, alcuni piegati, altri con angoli rovinati.
Marta li sfogliò come carte da gioco. Gatti. Fiori. Un dinosauro che diceva “Leggi o ti mangio”. Poi lo vide: un gufo con un occhio chiuso, identico al disegno del foglietto.
Dietro al segnalibro, c'era scritto, in una grafia sottile:
“AL CENTRO DELLA SILENZIOSA FORESTA
DOVE LA NOTTE È DI GIORNO,
CONTA I PASSI FINO ALLA LUNA.”
Marta trattenne una risata. “Foresta silenziosa”… gli scaffali! “Notte di giorno”… la sala di lettura, sempre illuminata. “Luna”… forse un simbolo, una finestra rotonda, un orologio.
Il cuore le batteva forte. Era come se la biblioteca si fosse svegliata e le avesse fatto l'occhiolino.
—Tutto bene?— chiese Rinaldi.
—Benissimo. Sto… cercando un segnalibro per un'amica. Un'amica molto… notturna.
Rinaldi la fissò, poi sospirò.
—Prendilo pure. Basta che non lo mangi come il dinosauro.
Marta annuì seria, come se fosse un patto importantissimo, e uscì dal magazzino con il gufo in mano e un mistero in tasca.
Capitolo 2: La foresta di carta
La “foresta silenziosa” era proprio come l'aveva immaginata Marta: gli scaffali alti e ravvicinati, pieni di libri che facevano fruscii lievi quando passavi troppo vicino. Sembravano foglie, ma di carta.
Marta entrò tra le corsie della sezione narrativa, dove c'erano le storie più avventurose. “Dove la notte è di giorno”… la sala di lettura centrale era sempre accesa, anche quando fuori era grigio. Lì, al soffitto, c'era una lampada rotonda che tutti chiamavano “la luna” perché sembrava sospesa e luminosa.
Marta si piazzò all'inizio della corsia più lunga, proprio davanti alla sala centrale, e guardò la lampada. Poi lesse di nuovo: “CONTA I PASSI FINO ALLA LUNA.”
—Passi normali o passi da gigante?— mormorò. —Perché io ho piedi veloci.
Decise di fare passi normali, quelli “da bibliotecaria”, come li chiamava lei: piccoli, discreti, senza far cigolare le suole. Partì contando sottovoce:
—Uno… due… tre…
Arrivata a trentaquattro, era sotto la lampada. Ma non successe niente. Nessun pannello segreto, nessuna libreria che ruotava, nessun gufo che volava via con una chiave.
Marta strinse le labbra.
—Ok, biblioteca. Vuoi giocare difficile.
Ripartì, stavolta contando dal centro della foresta: dall'inizio della corsia degli atlanti, che era particolarmente “silenziosa” perché nessuno aveva voglia di leggere mappe polverose.
—Uno… due… tre…
A trentatré, inciampò leggermente su un rialzo del pavimento, quasi invisibile. Un tassello di legno era un filo più alto degli altri.
Marta si chinò e lo toccò. Non era un semplice difetto: c'era un segno inciso, una mezza luna minuscola.
Si guardò attorno. Il signor Rinaldi era al banco, lontano, intento a timbrare. Due signore leggevano riviste. Un bambino di cinque anni stava litigando con un'enciclopedia più grande di lui.
Marta, con la calma finta di chi “sistema una scarpa”, infilò un'unghia nel bordo del tassello. Si sollevò appena, rivelando una fessura. Sotto, c'era un foglietto arrotolato e una piccola chiave piatta, color ottone.
Marta trattenne il fiato. Una chiave vera.
Srotolò il foglietto. C'era scritto:
“NON TUTTE LE PORTE HANNO MANIGLIE.
CERCA DOVE I LIBRI IMPARANO A RESPIRARE.
PORTA LA CHIAVE AL DITO CHE NON PUNGE.”
—Il dito che non punge…— sussurrò Marta. —Il ditale? No. Il dito indice? Punge quando ti accusano. Il mignolo? Non punge mai, poverino.
Rise piano. Poi le venne in mente una cosa: “dove i libri imparano a respirare”. Forse vicino alle finestre, dove c'è aria. O nella stanza del restauro, dove i libri vecchi vengono “curati” e forse… respirano.
E “porta la chiave al dito che non punge” poteva essere un modo per dire “mettila nel posto giusto, con delicatezza”. Oppure… un “dito” non umano. Come l'indice di un libro: l'indice! L'indice non punge e indica.
Marta corse (con passo da bibliotecaria, cioè un trotto soffocato) verso la sezione dei manuali. Lì c'erano libri con titoli seri: “Catalogazione per principianti”, “Storia della Tipografia”, “Indici e Indici”. Perfetto.
Prese un volume spesso: “L'Indice delle Cose Perdute”. Era probabilmente una vecchia raccolta di oggetti smarriti della città, una specie di registro. Lo aprì.
Tra le pagine, c'era una tasca di carta. Marta infilò la chiave dentro, come se il libro l'aspettasse. Sentì un clic leggero, come un respiro trattenuto che finalmente si libera.
Dal bordo interno della tasca spuntò un cartoncino, che prima non c'era. Marta lo tirò fuori.
Era una mini mappa della biblioteca, disegnata a mano, con una X vicino a una porta stretta in fondo al corridoio laterale: “Archivio”.
Sotto la mappa, una frase:
“SE VUOI IL TESORO, DEVI AMARE IL SILENZIO.
MA NON LASCIARE CHE TI SPAVENTI.”
Marta deglutì. L'archivio era vietato ai ragazzi. E, a dirla tutta, faceva paura anche a qualche adulto: era lungo, freddo e pieno di scatole senza etichette. Un posto dove i rumori diventavano enormi.
Marta si mise la chiave in tasca, serrò il cartoncino nel pugno e sorrise.
—Silenzio o no, io vengo— sussurrò.
Capitolo 3: L'archivio e la prova del coraggio
Il corridoio laterale era più buio. Le lampade lì avevano una luce più bianca, meno accogliente, come se fossero sempre di fretta. La porta dell'archivio era semplice, quasi anonima, ma Marta notò subito una cosa: al posto della maniglia, c'era una placca liscia con un piccolo foro a forma di goccia.
“Non tutte le porte hanno maniglie”, diceva il messaggio. Marta tirò fuori la chiave piatta e la infilò nel foro. Si incastrò perfettamente. Girò.
La porta fece un suono basso: clac. Si aprì di un palmo.
Marta esitò. Non perché non volesse. Perché il coraggio, a volte, arriva in ritardo e devi aspettarlo sulla soglia, come un autobus.
Dentro era più freddo. L'aria sapeva di cartone e colla vecchia. Gli scaffali erano metallici e pieni di scatole, fascicoli, registri. In fondo, un piccolo lucernario lasciava entrare una luce grigia.
Marta richiuse la porta dietro di sé, piano. Il silenzio lì non era “tranquillo”: era “attento”, come se ascoltasse.
—Ok— disse a bassa voce. —Sono Marta. Non sono un ladro. Sono… una cacciatrice di tesori culturali.
La sua voce sembrò rimbalzare tra le pareti. Marta fece un passo, poi un altro. Sentì un fruscio. Si bloccò.
Dal lato destro, una scatola era leggermente aperta e dentro qualcosa si muoveva. Marta trattenne il respiro. Immaginò un topo gigante che leggeva di nascosto. O un pipistrello bibliotecario.
Invece uscì… un gatto. Nero, con un collarino rosso e uno sguardo offeso, come se Marta lo avesse interrotto durante una lezione importante.
—Ah! Sei tu— sospirò Marta, ridendo piano. —Mi hai fatto quasi diventare un'enciclopedia di paura.
Il gatto miagolò senza entusiasmo e le passò accanto, strusciandosi contro le sue gambe come a dire: “Sei qui? Bene. Non rompere.”
Marta lo seguì con lo sguardo. Il gatto si fermò vicino a uno scaffale basso e fissò un punto preciso. Poi alzò la zampa e toccò un fascicolo. Come se… indicasse.
Marta si avvicinò.
Sul dorso del fascicolo c'era scritto: “Fondazione Biblioteca — 1952”. Sotto, un simbolo disegnato a matita: un gufo con un occhio chiuso.
Marta lo tirò fuori. Dentro c'era una busta. La aprì e trovò un foglio con un nuovo indovinello:
“PER TROVARE QUELLO CHE BRILLA,
NON CERCARE L'ORO: CERCA IL VETRO.
DOVE LE STORIE SI SPECCHIANO,
IL NOME GIUSTO APRE IL PASSAGGIO.”
Marta sollevò lo sguardo. “Vetro” poteva essere una teca, una vetrina. In biblioteca c'era una teca con libri antichi e oggetti: una penna d'oca, un vecchio timbro, una lente d'ingrandimento. “Dove le storie si specchiano” era proprio quella: il vetro rifletteva le copertine e le facce curiose.
“Il nome giusto apre il passaggio”. Quindi c'era una parola da dire? O da scrivere? Come una password.
Marta ripiegò il foglio e si voltò verso la porta. Il gatto era già sparito, probabilmente impegnato in affari felini segreti.
Quando uscì dall'archivio, la biblioteca sembrò improvvisamente più rumorosa: pagine sfogliate, sedie che grattavano, un colpo di tosse. Marta si sentì più coraggiosa, come se avesse appena superato una prova invisibile.
Tornò verso la teca di vetro. Era vicino all'ingresso, sotto un cartello: “Oggetti della storia locale”. Il signor Rinaldi era a pochi metri, ma stava discutendo con una signora su una multa per ritardo (“Solo due settimane!” “Due settimane sono quattordici giorni!” “Appunto, è pochissimo!”).
Marta si avvicinò alla teca. C'era una targhetta con scritto: “DONO DELLA FAMIGLIA LUNARDI”. Lunardi… Luna. Il segnalibro parlava di luna. Coincidenze? Marta non ci credeva molto.
Sul lato della teca c'era una piccola serratura. Non l'aveva mai notata. Marta tirò fuori la chiave piatta, ma non entrava. Troppo sottile? No, era proprio un altro tipo di chiave.
“Il nome giusto apre il passaggio.”
Marta avvicinò il viso al vetro. Vide la sua faccia riflessa insieme a quella di un libro antico con il titolo quasi illeggibile: “Il Bestiario del…”. Sotto il titolo, un nome: “A. Lunardi”.
—Lunardi— sussurrò Marta.
Niente.
Allora provò più forte, come se la teca fosse un po' sorda.
—LUNARDI.
E successe una cosa ridicola e incredibile: la targhetta “DONO DELLA FAMIGLIA LUNARDI” scivolò di lato di un centimetro, come un cassetto.
Marta spalancò gli occhi. Con la punta delle dita la fece scorrere ancora. Sotto c'era una fessura e una piccola ruota con lettere, come nei lucchetti a combinazione.
Una combinazione di cinque lettere.
Marta sentì il sangue cantarle nelle orecchie.
—Ok, Marta— mormorò. —Hai un lucchetto che ascolta i nomi. Niente panico. Un panico piccolo, al massimo.
Impostò le lettere: L U N A R… ma mancava una lettera. “LUNAR” non era un nome. “LUNARDI” era sei.
Marta guardò la targhetta: “LUNARDI”. Cinque lettere… “LUNAR” no. “LUNDI” no. Poi le venne un'idea: forse non era il cognome intero, ma “LUNA” più qualcosa.
Si ricordò del gufo con un occhio chiuso. Un occhio chiuso… “NOTTE”. La luna e la notte. Cinque lettere: “NOTTE”.
Provò: N O T T E.
La ruota scattò. Un clic. La teca fece un suono leggero, come un sospiro di vetro. Un pannello laterale si aprì appena.
Marta si morse un labbro per non gridare.
Dentro c'era una lente d'ingrandimento. Marta la prese. Attaccato al manico c'era un bigliettino:
“BRAVA. ORA LEGGI DOVE GLI ALTRI VEDONO SOLO BIANCO.
SOTTO LA STORIA DELLA CITTÀ
C'È UN'ALTRA STORIA, PIÙ PICCOLA.”
Marta rimise a posto la lente? No. Quella era chiaramente parte dell'avventura. Se l'inventore del tesoro si era preso la briga di nasconderla, significava che doveva usarla.
Si girò verso la sezione storia locale.
E, per la prima volta, sentì la biblioteca non come un posto dove “si sta”, ma come un posto che “si muove”, pieno di passaggi invisibili e messaggi che aspettavano occhi curiosi.
Capitolo 4: La scritta invisibile
La sezione di storia locale era ordinata e tranquilla, con libri che parlavano di cose serie: vecchie fotografie, liste di sindaci, ponti costruiti e ponti crollati. Marta si avvicinò allo scaffale e cercò “Storia della città”.
Lo trovò: un volume grande, rilegato in tela blu, con il titolo in argento. Lo tirò fuori con cura e lo appoggiò su un tavolo.
“Leggi dove gli altri vedono solo bianco.”
Marta aprì il libro. Pagine e pagine di testo, foto in bianco e nero, mappe. Niente di strano. Poi vide una pagina completamente bianca, come se qualcuno avesse dimenticato di stamparla.
Marta sorrise.
—Ah-ah. Ti ho beccata.
Tirò fuori la lente d'ingrandimento e la passò sulla pagina. All'inizio non vide nulla. Poi, inclinando la lente verso la luce, apparvero linee sottilissime, quasi come graffi.
Lettere minuscole. Un testo invisibile.
Marta si chinò, concentrata come una scienziata pazza ma con i codini.
La scritta diceva:
“SE VUOI TROVARE IL TESORO,
DEVI SAPER SCEGLIERE.
NON TUTTE LE STORIE PORTANO ALLA FINE.
VAI DOVE RIPOSANO I DIZIONARI.
TROVA LA PAROLA CHE NON ESISTE.
E NON DIMENTICARE: L'IMMAGINAZIONE È UNA TORCIA.”
Marta si raddrizzò. “La parola che non esiste” era una cosa assurda, e proprio per questo perfetta.
Andò verso la sezione dizionari. Lì c'era sempre un'aria solenne, come in una sala del trono. I dizionari erano enormi, pesanti, e sembravano pronti a caderti sui piedi per punirti se pronunciavi male un congiuntivo.
Marta passò il dito sui dorsi: Italiano, Sinonimi, Etimologico… poi vide un volume più sottile, con un titolo buffo: “Parole Inventate e Dove Trovarle”. Non ricordava di averlo mai visto.
Lo tirò fuori. Il libro era leggerissimo, quasi vuoto. Lo aprì: pagine bianche, tranne una, al centro, con una sola parola scritta in grande:
“LUCESOGNO”
Sotto, la definizione:
“Sostantivo. Luce che nasce quando immagini qualcosa con tanta forza da vederla davvero.”
Marta sentì un calore in petto, come quando qualcuno ti capisce senza che tu dica niente.
—Immaginazione come torcia…— sussurrò.
Sul margine della pagina c'era un disegno: una libreria con un libro sporgente, e accanto la lettera “L”. Poi un numero: 7.
Marta guardò lo scaffale. Ogni ripiano aveva una piccola etichetta con lettere. Il ripiano “L” c'era davvero. Contò sette libri da sinistra.
Uno… due… tre… quattro… cinque… sei… sette.
Il settimo libro era “Leggende del Fiume Vecchio”. Marta lo tirò. Non venne via. Era bloccato, come una leva.
Marta guardò attorno. Nessuno la stava osservando. Anche il signor Rinaldi era occupato. Il gatto nero, invece, era sdraiato su una sedia come un re pigro.
Marta prese fiato e tirò il libro-leva. Lo scaffale fece un rumore profondo, un “grrr” di legno che si sposta. Per un istante Marta pensò: “Adesso mi crolla tutto addosso e divento una leggenda locale anch'io.”
Ma lo scaffale si spostò di pochi centimetri, rivelando una fessura: un passaggio stretto, buio, appena abbastanza grande per una bambina.
Marta si avvicinò. Dal buio veniva un'aria più fredda e un odore di pietra. Il cuore le saltellava.
—Ok— disse a se stessa. —Coraggio, intelligenza… e resilienza. E anche un po' di follia, ma quella ce l'ho.
Entrò.
Il passaggio era un corridoio corto, con pareti di mattoni. Sotto i piedi, il pavimento cambiava: non più legno, ma pietra liscia. In fondo, una piccola porta di ferro con una fessura sottile.
Sulla porta c'era inciso un gufo con un occhio chiuso.
E sotto, una frase:
“PORTA QUI LA LUCESOGNO.”
Marta capì. Doveva usare l'immaginazione come torcia. Ma non bastava pensarci: doveva farlo davvero.
Strinse la lente in mano. Era vetro. Il vetro può concentrare la luce. Immaginazione e luce… insieme.
Marta avvicinò la lente alla lampadina debole del corridoio, cercando di catturare un raggio. Sul muro comparve un cerchio luminoso, tremolante.
—Va bene, piccola lucesogno— mormorò. —Facciamo squadra.
Dirigendo il fascio sulla porta, vide che la fessura non era solo un buco: era una scritta sottilissima, incisa, che diventava leggibile solo con la luce concentrata.
Diceva:
“DIMMI UNA PAROLA CHE NON ESISTE.”
Marta sorrise. Sapeva già quale.
—Lucesogno— sussurrò.
La porta fece clic.
Capitolo 5: Il tesoro tra le pagine
La porta si aprì con un gemito lieve, come se non venisse usata da anni. Marta entrò in una stanza piccola, rotonda, con scaffali bassi e un tavolo al centro. Non c'erano ragnatele ovunque, come nei film. Era tutto pulito, come se qualcuno avesse continuato a prendersene cura in segreto.
Sul tavolo c'era una scatola di legno scuro, con un intarsio a forma di luna e gufo. Accanto, un quaderno spesso, e una clessidra minuscola con sabbia blu.
Marta si avvicinò lentamente. Per un attimo ebbe paura di toccare qualcosa e far scattare una trappola. Poi si ricordò: era una biblioteca, non un tempio maledetto. Al massimo, la trappola sarebbe stata un modulo di restituzione.
Aprì la scatola.
Dentro non c'era oro. Non c'erano gioielli. C'erano… tre cose:
1) Una piccola moneta d'argento con incisa una biblioteca e un gufo.
2) Un mazzo di cartoncini bianchi, legati con un nastro.
3) Una chiave diversa, più antica, con un'etichetta: “PER QUANDO SARAI PRONTA”.
Marta rimase delusa per mezzo secondo. Poi guardò meglio i cartoncini. Erano puliti, ma non vuoti: ogni cartoncino aveva un bordo decorato e, in alto, una frase incompleta.
Ne prese uno:
“Se apri questo biglietto in un giorno di pioggia, allora…”
Un altro:
“Se ti senti sola tra la gente, prova a…”
Un altro ancora:
“Se hai paura di fallire, ricorda che…”
Marta capì. Era un tesoro di possibilità, di storie che non erano ancora state scritte. Un tesoro che diventava diverso a seconda di chi lo trovava.
Prese il quaderno. Sulla copertina c'era scritto: “Registro dei Cercatori”. Lo aprì. Dentro, pagine e pagine di firme, date, brevi messaggi.
“1953 — Ho trovato la stanza. Ho lasciato una storia per chi verrà.”
“1978 — Ho avuto paura, ma la paura è passata quando ho riso.”
“2004 — Il tesoro non è ciò che pensavo. Per fortuna.”
L'ultima pagina era vuota.
Marta appoggiò la penna che trovò sul tavolo e scrisse:
“2026 — Mi chiamo Marta. Pensavo di trovare oro, invece ho trovato un posto dove l'immaginazione è una torcia. Ho promesso a me stessa che userò questo tesoro per inventare, non per nascondere.”
Poi, senza sapere bene perché, aggiunse un'altra riga:
“E grazie al gatto. Anche se fa finta di niente.”
In quel momento sentì un rumore, un passo fuori dal passaggio. Marta si irrigidì.
—Marta?— la voce del signor Rinaldi, ovattata dal corridoio. —Dove sei finita?
Marta spalancò gli occhi. Aveva passato più di mezz'ora. Forse un'ora. Il tempo, quando stai cercando un tesoro, diventa un animale strano che corre e si nasconde.
Chiuse la scatola con delicatezza. Non poteva portarsi via tutto. Non sarebbe stato giusto. Ma la moneta… e un cartoncino… forse sì? Poi notò un bigliettino sotto la scatola, che non aveva visto prima.
Diceva:
“IL VERO TESORO È QUELLO CHE SAI ACCENDERE.
PRENDI SOLO CIÒ CHE PUOI RESTITUIRE IN STORIE.”
Marta sorrise. Prese un solo cartoncino bianco dal mazzo. Uno qualunque, senza leggerlo. E prese la moneta d'argento, ma la infilò subito nel quaderno, come segnalibro, come promessa di riportarla quando avesse scritto qualcosa di suo.
Si mosse verso l'uscita della stanza. Il passaggio sembrava più stretto, ma forse era solo l'urgenza.
—Arrivo!— gridò, cercando di far sembrare la sua voce normale. —Sono… mi ero persa tra i dizionari!
—Come ci si perde tra i dizionari?— brontolò Rinaldi.
—È un talento— rispose Marta, e quasi rise.
Attraversò il corridoio, richiuse la porta di ferro. La luce della biblioteca la investì come una coperta calda.
Rinaldi era lì, con le braccia conserte. I suoi occhi, però, non erano arrabbiati: erano… curiosi.
—Marta— disse piano. —Hai trovato qualcosa che non dovevi?
Marta sentì il cartoncino in tasca, leggero come un segreto.
—Ho trovato… una storia— disse. —E non l'ho rubata. L'ho solo… ascoltata.
Rinaldi la fissò per un lungo momento. Poi, con un sospirone teatrale, si sistemò gli occhiali.
—Allora va bene. Ma se “la storia” graffia gli scaffali, la rimetti a posto.
Marta annuì solenne.
—Promesso.
Capitolo 6: Una promessa e passi che si allontanano
Quando Marta tornò verso l'ingresso, vide sua madre dietro il vetro, con l'ombrello chiuso e l'espressione “tra poco divento un'alluvione”. Marta accelerò.
—Marta!— esclamò sua madre. —Ti avevo detto mezz'ora!
—Lo so— rispose Marta, e si infilò il cappuccio. —Ma ho… trovato una parola che non esiste.
La madre la guardò come si guarda un gatto che ha appena parlato.
—Certo. E io ho trovato un parcheggio perfetto.
Marta rise e, mentre uscivano, sentì il cartoncino nella tasca batterle contro la gamba, come un promemoria.
Fuori la pioggia era quasi finita. Le strade brillavano. La biblioteca alle loro spalle sembrava più silenziosa, ma Marta sapeva che non dormiva davvero: stava solo aspettando il prossimo lettore abbastanza curioso.
Prima di salire in macchina, Marta si voltò un'ultima volta verso l'ingresso. Attraverso il vetro vide il gatto nero seduto su una sedia, immobile, come una guardia. Accanto a lui, il signor Rinaldi stava rimettendo a posto un libro e, per un istante, sembrò guardare proprio verso Marta.
Marta portò una mano alla tasca e strinse il cartoncino. Non lo lesse ancora. Lo avrebbe letto in un momento giusto, quando avrebbe avuto bisogno di una torcia fatta di immaginazione.
Poi salì in macchina. La portiera si chiuse con un tonfo morbido. Il motore partì.
E nella biblioteca, dietro le pareti di libri, nel corridoio laterale, nell'archivio e nel passaggio segreto, rimase solo una cosa: il suono leggero, regolare, di passi che si allontanano.