La notte di Halloween
Marco aveva sette anni. Gli piacevano le zucche, le luci tremolanti e i dolcetti. Ma quella notte, la casa sembrava triste. C'erano vestiti sul pavimento, libri aperti e lampade spente. L'aria odorava di foglie bagnate e di cera. Marco fece un respiro profondo. Decise che avrebbe fatto tornare il sorriso a qualcuno. Perché un sorriso rende tutto più caldo, pensava.
Mamma stava nel salotto con la fronte corrugata. “Non so come fare, Marco,” disse piano. “Ogni anno organizziamo qualcosa, ma quest'anno siamo tutti un po' stanchi.” Marco guardò la stanza. Vide la sua scrivania sotto una montagna di carta. Vide la sua stanza, un caos arcobaleno. E vide la piccola fotografia di nonna sul tavolino. Nonna era sempre la più allegra. Marco voleva farla sorridere per Halloween.
Il piccolo ospite
Quando aprì la sua porta, un soffio di vento freddo lo sfiorò. Un ronzio sottile veniva dall'armadio. Marco si avvicinò. “Chi c'è lì?” chiese, con la voce più coraggiosa che trovò. Dall'armadio saltò fuori una piccola luce. Non era una lucciola. Non era un giocattolo. Era un fantasmino, alto quanto una mela, con due occhietti curiosi e un naso a forma di puntina.
“Ciao,” disse il fantasmino in una voce che suonava come campanellini. “Mi chiamo Brillo. Ho perso il mio sorriso.” Marco allargò gli occhi. Un fantasmino imbronciato! Ma era così piccolo che sembrava più buffo che spaventoso.
Marco si sedette per terra e guardò Brillo negli occhietti. “Anche io voglio far sorridere qualcuno,” disse. “Forse possiamo farlo insieme.” Brillo fece un piccolo scintillio. “Prometti di non urlare se mi spavento?” chiese. Marco annuì. Era una promessa semplice. Era anche un atto di rispetto: rispettare la paura degli altri, anche se erano fantasmi.
Il piano delle risate
Marco aveva un'idea. “Facciamo una festa di Halloween in casa,” propose. “Ma prima dobbiamo sistemare tutto. Una casa pulita fa sentire tutti meglio.” Brillo guardò la stanza disordinata e sbuffò: “Pulire? Brrr... non è il mio forte.” Marco rise. “È più divertente in due.” E così cominciarono.
Raccogliere i cappotti fu un gioco. “Una corsa dei calzini!” gridò Marco, e i calzini volarono come aquiloni. Spolverare divenne una danza. Brillo, che non aveva mani, spostava le polveri con piccoli lampi di luce. Marco metteva i giocattoli nelle scatole cantando una canzoncina. “Uno, due, tre, via la polvere e la tristezza!” ripeteva. Il suono delle riordinatrici mani era allegro e ritmato.
Per rispetto, Marco chiese a mamma e a nonna cosa avrebbero voluto per la festa. “Una zucca magica,” disse nonna con un accenno di sorriso. “E dolcetti per i bambini.” Mamma aggiunse: “E un posto per posare le cose di tutti.” Marco ascoltò. Ascoltare gli altri era una parte importante del piano.
Quando arrivò il momento di decorare, Brillo si illuminò. Con la sua luce disegnò facce buffe sulle zucche. La stanza profumò di pomodoro e zucchero caramellato. Le tende ondeggiavano come tende di teatro. Marco mise una candela davanti alla zucca. “Occhi luminosi, naso furbo, sorriso grande!” sussurrò. E la zucca, finalmente, sembrò contenta.
La notte dei sorrisi
Arrivò la sera. Le luci della strada tremolavano. I bambini del vicinato bussarono per i dolcetti. Marco, con il suo costume di pipistrello, distribuì caramelle. “Buon Halloween!” disse con voce forte e gentile. Ogni volta che qualcuno rideva, Brillo scintillava più forte. Nonna, seduta sul divano, guardava la casa. La sua bocca si piegò. Un piccolo sorriso apparve.
Marco corse verso di lei. “Nonna, l'hai fatto!” disse, felice. Nonna prese la sua mano rugosa. “Hai reso la casa bella,” disse lei. “E hai rispettato tutti, anche il piccolo fantasmino.” Brillo scivolò sul cuscino vicino a nonna e, con un piccolo luccichio, le fece il solletico. Nonna scoppiò in una risata sonora e pura. Era il tipo di risata che scalda il cuore.
La piccola comunità si riunì. Anche chi era timido venne a vedere. Marco offrì a tutti una piccola zucca fatta con il pane dolce. “Per te,” diceva mentre porgeva. Le persone si scambiarono storie, si scambiarono gentilezze. Tutti rispettavano gli altri facendo spazio, ascoltando, sorridendo.
Quando la festa finì, Marco guardò la stanza. Era diversa. Tutto al suo posto, tutto luminoso. La polvere era scomparsa. I libri erano in fila come soldatini. Le luci creavano un'ombra gentile. Brillo si avvicinò a Marco e sussurrò: “Il mio sorriso è tornato.” Marco sentì un calore nel petto. Aveva mantenuto la promessa.
La notte era calma. Marco spense l'ultima candela. Mamma diede un bacio sulla fronte. Nonna sorrise ancora una volta. Brillo, contento, svanì in un piccolo scintillio, pronto a tornare a fare il gentile spettatore delle feste.
Marco guardò la sua stanza. Era pulita, luminosa e ordinata. Si sdraiò sul letto, con il respiro piano. Pensò a quanto fosse bello rispettare gli altri, ascoltarli e aiutarli. E si addormentò con il cuore allegro, sapendo che, quella notte, aveva fatto tornare il sorriso a qualcuno.
La stanza era pulita.