Capitolo 1
Milo e Amina avevano quasi otto anni, e una regola segreta: ogni mercoledì si inventava qualcosa di nuovo. Milo portava sempre un quaderno pieno di disegni e frecce, perché gli piaceva capire come funzionavano le cose. Amina, invece, aveva un sacchetto con dentro gessetti colorati e un paio di biscotti “per le emergenze”, diceva lei.
Quel pomeriggio l'aria profumava di sale. Camminavano verso la scogliera dolce, quella che non faceva paura perché scendeva lenta e verde fino al mare, come una coperta piegata.
“Secondo te oggi cosa succede?” chiese Amina, saltando su una pietra piatta.
“Oggi… si scopre,” rispose Milo, serio come un piccolo scienziato. Poi sorrise. “E si mangiano i biscotti.”
Arrivati in cima, videro qualcosa che non c'era mai stato: un cerchio di erba schiacciata, perfetto, con al centro una pietra liscia che brillava un pochino.
Amina sussurrò: “È… un tavolino per le fate?”
Milo si accucciò e sfiorò la pietra. Era tiepida. “No. È troppo… precisa. Guarda qui.”
Sulla pietra c'erano puntini, come stelle, uniti da linee sottili.
“Una mappa?” disse Amina.
Milo annuì. “O un messaggio.”
Appena lo disse, la pietra fece “pip”, un suono piccolo e gentile, come un giocattolo che si sveglia. Dalla pietra uscì un filo di luce azzurra che disegnò nell'aria una specie di bolla.
Dentro la bolla apparve una creatura alta come una teiera. Aveva due occhi grandi, lucidi, e la pelle color pesca. Portava una specie di cappuccio trasparente e, in mano, una scatolina.
Amina aprì la bocca. Milo fece un mezzo passo indietro, ma non per paura: più per sorpresa.
La creatura sollevò una mano e la agitò piano, come un saluto.
“Ciao,” disse Amina, con voce che tremava solo un pochino.
La creatura fece un suono che sembrava: “Nii-nii.” Poi indicò la sua bocca, scosse la testa e sorrise.
Milo capì. “Non parla come noi.”
Amina guardò Milo. “Allora… come facciamo?”
Milo alzò le spalle, ma gli occhi gli brillavano. “Con i gesti. Come quando giochi a indovina-mimo.”
La creatura batté le mani, felice, come se avesse capito la parola “gesti” anche senza sentirla.
“Ok,” disse Amina, e fece un grande sorriso, largo come la scogliera. “Gesti sia.”
Capitolo 2
Milo aprì il quaderno e disegnò in fretta due bambini e una stellina sopra. Poi indicò se stesso, indicò Amina e fece il gesto di “noi”.
La creatura inclinò la testa. Poi prese la scatolina che aveva in mano e la aprì. Dentro c'erano tre palline trasparenti, come bolle solide.
Ne prese una e la appoggiò sulla pietra. La pallina si accese e proiettò un'immagine: il mare visto dall'alto, poi la scogliera, poi… una piccola nave rotonda nascosta tra gli arbusti più giù, dove la terra faceva una curva morbida.
Amina sgranò gli occhi. “Una navicella!”
La creatura fece un gesto come per dire “sì” e poi portò due dita agli occhi, come “guardare”, e indicò in basso.
Milo si illuminò. “Vuole che andiamo lì.”
Amina prese un biscotto e lo mostrò. “Prima domanda: tu mangi?”
La creatura annusò l'aria, poi fece “Nii!” entusiasta. Amina le porse un pezzetto. La creatura lo assaggiò con delicatezza e… fece un saltino.
Milo rise. “Biscotti interstellari approvati!”
Scendere lungo la scogliera dolce era facile. L'erba solleticava le gambe e il vento spingeva piano, come una mano gentile sulla schiena. La creatura camminava con passi piccoli e veloci. Ogni tanto si fermava e faceva un gesto strano, come se stesse salutando il cielo.
Amina lo imitò. “Così?”
La creatura batté le mani e fece un cerchio con le braccia, poi le incrociò sul petto. Sembrava un saluto speciale.
Milo osservò bene. “Forse è il loro modo di dire… ‘ci vediamo'?”
La creatura annuì forte, tanto che il cappuccio trasparente fece “toc”.
“Mi piace,” disse Amina. “È come un abbraccio che vola.”
Arrivarono tra i cespugli. Lì, nascosta come una palla grande e lucida, c'era davvero una navicella. Non aveva finestre normali, ma tante linee luminose che correvano sulla superficie, come vene di luce.
Milo girò intorno, affascinato. “Sembra una conchiglia spaziale.”
La creatura toccò un punto e si aprì una porticina morbida, senza rumore. Da dentro uscì un profumo di menta e limone.
Amina fece un passo. “Possiamo… entrare?”
La creatura indicò loro, poi il cuore, poi fece un gesto di “ok” con tre dita. Sembrava dire: “Siete al sicuro.”
Milo inspirò. “Andiamo. Ma piano.”
Dentro era tutto chiaro e rotondo. C'erano sedili che sembravano nuvole e un pannello con simboli che ballavano lentamente, come pesci luminosi in un acquario.
Amina sussurrò: “Non fa paura. Sembra… una stanza per sognare.”
La creatura sorrise e mostrò un oggetto al centro: una sfera che cambiava colore quando la sfioravi.
Milo la toccò. La sfera proiettò un'immagine: un cielo pieno di stelle, e poi una città fatta di cupole morbide, con ponti che sembravano arcobaleni solidi. In mezzo, piccoli esseri come la creatura, che si salutavano proprio con quel gesto: cerchio delle braccia, incrocio sul petto.
Amina provò anche lei. La sfera mostrò la scogliera, il mare, loro due che ridevano.
Milo si voltò verso la creatura. “Tu… ti sei perso?”
La creatura abbassò gli occhi un secondo, poi indicò la navicella e fece un gesto come “stanco” e “poco” con le mani. Poi indicò il cielo e fece il gesto del saluto.
Amina capì. “Deve tornare a casa.”
Capitolo 3
Sul pannello comparvero luci che pulsavano lente. La creatura sembrava un po' triste, ma non disperata: più come quando finisce una giornata bella.
Milo cercò nel quaderno e disegnò una freccia verso le stelle. Poi disegnò un cuore e due mani che salutano.
Amina aggiunse con il dito nell'aria il loro nuovo gesto: un grande cerchio, poi le braccia incrociate sul petto.
La creatura guardò, commossa. Fece lo stesso gesto e poi ne inventò un altro: toccò la punta del suo cappuccio, come un piccolo inchino, e indicò il quaderno di Milo.
Milo indicò se stesso. “Io.” Poi indicò il quaderno. “Questo.”
La creatura annuì, poi prese una delle palline trasparenti dalla scatolina. La mise nelle mani di Milo con delicatezza.
Amina spalancò gli occhi. “Un regalo?”
La creatura indicò la pallina, poi fece un gesto come “suono” portando la mano vicino all'orecchio, e poi un gesto come “chiuso” chiudendo il pugno.
Milo scosse la pallina vicino all'orecchio. Dentro, un tintinnio leggerissimo: come campanelli lontani.
“È una… scatola musicale?” chiese Amina.
La creatura sorrise: occhi grandi, sorriso piccolo. Poi fece un gesto chiaro: chiuse bene le mani, come a dire “non aprire adesso”, e indicò prima il cielo, poi la scogliera, poi loro due.
Milo capì a metà, ma il cuore capì tutto. “È per ricordarsi,” disse piano.
Amina fece una faccia buffa. “Io mi ricorderò anche senza. Ma… mi piace avere una cosa che suona.”
La creatura rise con un suono frusciante, come foglie leggere. Poi toccò il pannello. La navicella fece un “bumm” soffice, come quando si gonfia un palloncino, e le luci diventarono più vive.
“Sta per partire,” disse Milo.
Amina improvvisò: mise due dita sulla guancia e fece un sorriso esagerato. “Questo vuol dire: ‘non ti dimentico'.”
La creatura provò a farlo e finì per stirarsi la guancia tutta. Milo scoppiò a ridere.
“Perfetto!” disse Amina, ridendo anche lei. “È ancora meglio!”
Poi, tutti e tre, fecero il gesto del saluto senza parole: cerchio delle braccia, incrocio sul petto. Un abbraccio che non stringe, ma arriva lontano.
La creatura fece un ultimo inchino, entrò nella navicella e la porticina si chiuse come una palpebra.
Dalla navicella uscì una luce morbida che non accecava. Il mezzo si sollevò lentamente, senza vento forte, senza rumori spaventosi. Sembrava una bolla che decide di salire.
Milo e Amina la seguirono con gli occhi finché diventò un puntino tra le nuvole.
Amina sospirò. “Mi manca già.”
Milo strinse la pallina tra le mani. “Anche a me. Però… abbiamo imparato un modo nuovo di dire addio.”
Amina gli diede un colpetto sulla spalla. “E non abbiamo nemmeno finito i biscotti.”
Capitolo 4
Tornarono su per la scogliera dolce con passi lenti. Il sole stava scendendo e colorava tutto di arancio. Sembrava che anche il mare stesse sorridendo.
Quando arrivarono al cerchio d'erba schiacciata, la pietra non brillava più. Come se avesse fatto il suo lavoro e ora riposasse.
Seduti sull'erba, Milo appoggiò la pallina sulle ginocchia. Era liscia e fresca. Si vedeva che si poteva aprire… ma la creatura aveva fatto quel gesto: “non adesso”.
Amina si mise le mani sui fianchi. “Sai cosa? La terrò io…”
Milo la guardò, finto severo. “Scienziata dei biscotti, quella è una missione scientifica.”
“Va bene,” disse Amina, “missione condivisa.” E gli infilò in tasca l'ultimo biscotto, “per le emergenze di nostalgia”.
Milo sorrise. “Funziona.”
Restarono in silenzio un momento. Non un silenzio triste: un silenzio pieno, come una coperta calda.
Poi Amina fece il gesto del saluto nello stesso modo preciso. “Cerchio… incrocio…”
Milo la imitò. “E poi il sorriso della guancia.”
Amina rise. “Quello è avanzato.”
Milo guardò la pallina. “Secondo me dentro c'è una musica di casa sua.”
“E quando la ascolteremo?” chiese Amina.
Milo strinse la pallina e la tenne ben chiusa nel palmo, come promesso. “Quando avremo davvero bisogno di sentirla. Quando un addio sarà difficile.”
Amina annuì, seria. “Allora oggi no. Oggi è stato un addio… dolce.”
Si alzarono. Prima di andare via, fecero insieme il saluto senza parole verso il cielo, verso il mare e verso la scogliera che aveva tenuto il segreto.
La pallina restò chiusa: una piccola scatola musicale che dormiva, pronta a ricordare, senza fretta, con gentilezza.