Parte 1
Stasera la mamma di Leo si chiama Marta. Marta fa un lavoro speciale: è una calciatrice professionista. Ha una borsa grande, le scarpe con i tacchetti e una maglia morbida.
Leo, che ha tre anni, la guarda con gli occhi tondi. “Mamma, vai a giocare?”
“Sì,” dice Marta, e sorride. “Vado ad allenarmi. Un calciatore lavora così: si allena, ascolta l'allenatore, e poi gioca le partite.”
Leo prende un pallone piccolo e lo abbraccia. “Anch'io!”
Marta si abbassa alla sua altezza. “Certo. Ma prima una cosa importante: la sicurezza.”
“Sicurezza?” chiede Leo.
“Sì,” dice Marta piano. “Quando giochiamo, stiamo attenti. Guardiamo dove corriamo. Non spingiamo. E mettiamo le protezioni quando servono. Così il gioco resta bello.”
Leo annuisce. “Io attento.”
Marta gli accarezza i capelli. “Bravissimo. E sai un'altra cosa? Anche in campo si parla con gentilezza. Si dice ‘per favore' e ‘grazie'. E si rispetta l'avversario.”
“L'avversario è… l'altro?” domanda Leo.
“Sì,” dice Marta. “L'altro è un amico che gioca dall'altra parte. Senza di lui, non c'è partita.”
Leo fa una faccia seria, poi ride. “Amico dall'altra parte!”
Marta mette la borraccia nella borsa. “Beviamo acqua, riposiamo, e mangiamo bene. È anche questo il lavoro. Il corpo è come una macchina gentile: va curata.”
Poi prende Leo per mano. “Vuoi venire un po' con me al campo? Solo per salutare. Poi torniamo a casa e facciamo una storia prima di dormire.”
Leo saltella. “Sì! Campo!”
Fuori è fresco e quieto. Le luci della strada fanno puntini gialli. Arrivano al campo. L'erba è verde come un tappeto. Si sente un suono dolce: palla che rimbalza, passi, risate.
Una compagna di Marta saluta. “Ciao Marta!”
“Ciao!” risponde Marta. “Questo è Leo.”
“Ciao Leo,” dice la compagna. “Che bel pallone.”
Leo lo stringe. “È piccolo.”
Marta indica una panchina. “Leo, qui è sicuro. Resti vicino a me e non entri nel campo mentre corriamo.”
“Va bene,” dice Leo. “Vicino.”
Marta si mette una pettorina colorata. Fa due passi, poi torna indietro. “Guarda, prima ci scaldiamo. Facciamo movimenti lenti. Così i muscoli si svegliano.”
Leo prova a muovere le braccia come lei. Marta ride piano. “Perfetto.”
L'allenatore fischia, ma non forte. “Pronte!”
Marta guarda Leo. “Io vado un attimo. Tu osserva. Quando finisco, facciamo un passaggio insieme.”
Leo fa un bacio nell'aria. “Vai, mamma!”
Parte 2
Marta corre con le altre. Non corre come un fulmine che spaventa. Corre come un vento allegro. La palla va e torna, come una piccola luna bianca.
Leo guarda e impara. Vede che Marta alza la mano quando vuole la palla. Vede che Marta parla con calma. “Qui,” dice. “Brava.” “Ancora.”
A un certo punto, Marta e una ragazza dell'altra squadra si avvicinano alla palla nello stesso momento. I loro piedi si sfiorano. La palla scappa via.
Leo apre la bocca. Ma non succede nulla di brutto. Marta si ferma subito. La ragazza si ferma subito. Si guardano.
“Scusa,” dice Marta.
“Scusa anche tu,” dice l'altra.
Poi si toccano la mano, un gesto veloce e gentile. L'allenatore annuisce. “Bene. Rispetto.”
Leo sospira. Si sente tranquillo.
Marta torna da lui per una pausa. Beve un sorso d'acqua e ne offre uno a Leo, nel suo bicchierino.
“Mamma,” dice Leo, “tu dici scusa.”
“Sì,” risponde Marta. “In campo possiamo sbagliare. Possiamo urtare. Ma poi si fa pace. Il fair-play è questo: giocare bene e essere buoni.”
Leo ripete una parola che gli piace. “Fair-play.”
Marta sorride. “Vuol dire gioco leale. Giochiamo senza fare male. Aiutiamo se qualcuno cade. E alla fine si saluta.”
Leo guarda le scarpe di Marta. “Sono dure.”
“Ecco perché facciamo attenzione,” dice Marta. “Non calciamo vicino alle dita degli altri. E se la palla va fuori, ci fermiamo. La sicurezza è una regola dolce.”
L'allenamento continua. Marta fa passaggi lunghi e passaggi corti. A volte sbaglia e ride. A volte indovina e batte le mani. La palla sembra contenta.
Poi arriva il momento promesso. Marta chiama Leo vicino a una linea bianca. “Adesso facciamo un passaggio. Piano piano. Io non tiro forte.”
Leo mette il pallone a terra. Marta si abbassa. “Guarda: piede vicino alla palla. E poi un colpetto. Così.”
Leo dà un colpetto. La palla rotola verso Marta, lenta e felice.
“Bravissimo!” dice Marta. “E ora io a te. Pronto?”
“Pronto!” dice Leo.
Marta rimanda la palla con dolcezza. Leo la ferma con il piede e cade seduto, ma ride subito.
Marta è già lì. “Tutto bene?”
“Tutto bene,” dice Leo.
“Bravissimo. Se cadiamo, ci rialziamo. E se qualcuno cade, lo aiutiamo.”
Leo tende la mano come ha visto fare. Marta la prende e lo tira su piano. “Così. Ecco l'aiuto.”
Leo è fiero. “Aiuto!”
Le luci del campo brillano ancora un po'. Marta saluta le compagne. “A domani!”
“A domani,” rispondono loro.
Parte 3
A casa, il bagno è caldo. Leo mette il pigiama con le stelle. Marta piega la maglia da gioco e la mette sulla sedia.
Leo si infila sotto la coperta. “Mamma, raccontami il tuo lavoro.”
Marta si siede accanto al letto. La sua voce è morbida. “Il mio lavoro è allenarmi, ascoltare, e giocare con rispetto. È anche riposare. È anche bere acqua. È anche dire ‘scusa' e ‘brava'.”
Leo sbadiglia. “E l'avversario?”
“L'avversario è importante,” dice Marta. “Quando finisce la partita, si stringe la mano. Si dice: ‘Hai giocato bene'. Così il cuore resta leggero.”
Leo chiude un occhio. “Cuore leggero.”
Marta prende il pallone piccolo di Leo e lo posa sulla mensola, vicino a un libro. “Sai cosa facciamo adesso? Prepariamo una cosa per domani.”
“Che cosa?” mormora Leo.
“Un pallone per domani,” dice Marta. “Così domani giochiamo ancora un po'. Solo pochi passaggi, nel parco. Con calma e sicurezza.”
Leo sorride nel sonno. “Domani pallone.”
Marta gli bacia la fronte. “Sì. Domani il pallone ci aspetta. E noi giochiamo gentili.”
La stanza è silenziosa e dolce. Fuori la notte cammina piano. Dentro, Leo respira tranquillo, e il pallone sulla mensola sembra già sognare il gioco di domani.