Il giorno del flauto intasato
C'era una via dove le cose normali inciampavano in piccole magie. Le antenne dei gatti frusciavano come fili d'erba. Le biciclette sussurravano canzoni storte. E sul bordo della via vivevano tre amiche che avevano quasi sei anni: Lalia, Mina e Berta.
Lalia aveva capelli come noccioline e occhi curiosi. Mina portava sempre una sciarpa troppo lunga che amava avvolgere intorno al broncio. Berta aveva le ginocchia sempre un po' sporche perché correva più veloce del pensiero. Insieme formavano una banda precisa: esplorazione, piano, farfalla di coraggio.
Quel mattino, il vento era pigro. Le foglie non si muovevano. Le tende delle case restavano immobili come palpebre chiuse. Le tre amiche lo notarono all'istante. "Il vento si è addormentato," bisbigliò Lalia. "O qualcuno gli ha messo un fazzoletto," disse Mina. Berta ridacchiò: "Allora serve un medico per il vento."
In mezzo al cortile dei giochi stava il flauto della brezza. Era piccolo, intarsiato con foglie, e quando soffia bene fa ridere le nuvole. La nonna di Lalia lo aveva trovato dentro a una vecchia scatola di biscotti e lo aveva messo sul muro come decorazione. Quel flauto, però, aveva un problema serio: era intasato. Nessuno riusciva più a farlo fischiare. Nessuno, tranne le tre amiche che decisero che quella sarebbe stata la loro grande missione. "Dobbiamo sboccarlo," dichiarò Mina come un giudice. "E restituire il vento al quartiere."
Il piano fu semplice. Berta avrebbe preso la lente da esploratrice (una lente che in realtà era un vecchio piatto rotto), Lalia avrebbe cantato una canzone di pulizia, e Mina avrebbe tenuto la sciarpa per eventuali emergenze. Si misero in cerchio intorno al flauto e lo guardarono come si guarda un drago addormentato.
"Prima regola della banda," mormorò Lalia, "rispetto per tutti gli oggetti magici." Le tre si inchinarono al flauto, come si fa con un vecchio signore che russa. Poi cominciarono a studiarlo.
Il flauto faceva versi strani quando lo sollevarono. "Sssch" come un ponticello di cartone. "Grrr" come una ciambella infuriata. Sembrava che avesse un riccio dentro. Hanno provato a soffiarci dentro. Niente. Hanno provato a mettere dentro una piuma. La piuma uscì con un biglietto: "Non sono io il riccio. Sono un calzino." Tutto molto confuso.
Allora decisero di cercare aiuto nella parte meno seria della città: il negozio di meraviglie quotidiane. Là il signor Pipistrello (che non era un pipistrello, ma si chiamava così perché faceva molte cose la notte) teneva tutto ciò che la gente non sapeva come usare. Le tre amiche entrarono con passo da importanti cittadine.
"Abbiamo bisogno di un rimedio per un flauto intasato," spiegò Berta con voce da giornalista. Il signor Pipistrello sorrise. "Ah, il flauto della brezza!" esclamò. "Ha il mal di pancia di vento. Serve un rimedio dolce." Tirò fuori una scatola di semi di risata e una spugna che dormiva. "Ma attenzione," avvertì, "ogni rimedio ha una piccola sorpresa."
Le ragazze tornarono con i semi di risata e la spugna addormentata. Piantarono i semi vicino al flauto e contarono fino a dieci. Un piccolo germoglio saltò fuori e fece un suono come una campanella che sbadigliava. La spugna, svegliata dal germoglio, si stropicciò e sospirò bolle d'acqua che, per qualche ragione, odoravano di mela. Purtroppo le bolle non entrarono nel flauto. Si posavano sopra, rotolavano e facevano il solletico al muro.
Allora pensarono a una cosa ancora più semplice: chiedere al vento. "Vento," chiamò Mina, avvolgendo la sciarpa come una bandiera, "sei lì?" Il vento fece un passo piccolo e timido. Rispose con una risatina, perché il vento ama ridere quando viene chiamato bene. Ma era troppo debole e continuava a starnutire invece di soffiare.
Il primo piccolo imprevisto accadde quando la sciarpa di Mina, nel tentativo di “inseguire” il vento, si annodò attorno a un ramo. Il ramo, offeso, cominciò a raccontare filastrocche lunghe come la strada. Le bambine dovettero ascoltare prima che il ramo si calmasse. "Quando chiedi qualcosa alla natura," disse il ramo, "devi parlare con rispetto." Le tre si scusarono, perché imparavano in fretta.
Dopo il ramo-filastrocca, provarono la tecnica del "soffio di squadra". Lalia contò. Berta fece la faccia da pesca. Mina spinse con la sciarpa come se stesse dando energia. Tutte e tre soffiarono insieme. Il flauto trillò una nota che fece vibrare un bicchiere sul davanzale. Poi, per un capriccio della magia quotidiana, uscì dal flauto una nuvola piccola che aveva un cappello. La nuvoletta tossì: "Scusate, sono rimasta intrappolata dentro la melodia."
La nuvoletta aveva una voce sottile e un orecchio curioso. Raccontò che nel flauto si era infilata una melodia vecchia e stropicciata, una canzone che si era persa e poi aveva preso sonno. Per liberare la melodia, bisognava farle ricordare una storia bella e rispettosa. Le tre bambine si guardarono. Era proprio il loro gioco preferito: raccontare storie.
Lalia cominciò: parlò di un prato che salutava le scarpe con un inchino. Mina raccontò di una farfalla che portava posta tra le nuvole. Berta aggiunse il ricordo di una nonna che faceva il pane e rideva delle bolle d'aria. La nuvoletta ascoltava e si stirava come se stesse risvegliando i muscoli. A ogni storia, il flauto fece un piccolo tintinnio.
Poi la nuvoletta chiese: "E voi, come trattate le cose piccole?" Le tre risposero insieme, pianissimo e deciso: "Con rispetto. Con cura. Con una parola buona." La nuvoletta sorrise così forte che gli diede le vertigini. La melodia dentro il flauto si svegliò, si stirò, si scrollò il vecchio tappeto e tossì via il calzino che l'aveva nascosta.
Finalmente il flauto della brezza fece un suono limpido. Non era forte come un temporale, né debole come un sussurro. Era perfetto: un fischio che faceva danzare le lampadine, che faceva ondeggiare le tende, che faceva ridere le ombre. Il vento, chiamato di nuovo, venne come una bambina che salta nella palla. Riprese il suo mestiere: accarezzare alberi, portar via foglie, scompigliare i cappelli. Il quartiere di nuovo respirava.
Il piccolo litigio e la riparazione
Ma proprio quando tutto sembrava finito, accadde un altro scherzetto. Il flauto, contento, sparò una nota così allegra che la sciarpa di Mina volò via e si avvolse intorno alla testa del signor Pipistrello, che passava di lì per curiosità. Il signor Pipistrello si fermò, sorrise e prese la sciarpa come fosse una corona. "Che bel cappello," disse. Mina si sentì imbarazzata e un po' presa in giro. "È mio!" disse. Il tono fece scoppiare una nuvoletta d'ironia che volò via ridendo.
Le tre amiche litigano per un secondo: Lalia pretendeva che la sciarpa fosse un simbolo di tutto il gruppo; Berta pensava che a volte ridere è la cura; Mina voleva solo riavere la sciarpa. Poi si guardarono negli occhi. Capirono che il rispetto che avevano detto prima non era solo per gli oggetti, ma anche per gli amici. Si scusarono, tutte e tre, con parole morbide come pane caldo. Il signor Pipistrello restituì la sciarpa con una piccola riverenza e disse: "Il rispetto rende le cose più luminose."
Così, ridendo per quel piccolo imbarazzo, si rimisero in fila per continuare il loro gioco. Il vento era ormai allegro come un tamburo. Il flauto, ripulito, continuava a raccontare storie in note.
La sera e il sorriso della notte
Il sole cominciò a stancarsi di illuminare e si mise a dipingere il cielo con pastelli rosa e indaco. Le tre bambine si sedettero su una panchina, stanche di correre ma vive come bolle. Intorno, le case sbadigliavano le luci. Qualcuna aprì le finestre per ascoltare il flauto.
Una signora buttò fuori una coperta da stendere e vide le tre piccole eroine. Mandò loro un sorriso come una mela matura. Un gatto venne a fare le fusa e accettò una carezza da Berta con molto orgoglio. Ogni gesto era un piccolo rispetto, come quando si ringrazia un amico che ha aiutato.
La nuvoletta, prima di volare via, si fermò sopra le teste delle bambine e formò una piccola ombra a forma di cuore. "Grazie," sussurrò. Le tre risposero: "Grazie a te." Il flauto posato sul muro respirava piano.
La notte arrivò come una coperta morbida. Le prime stelle si accesero come luci di casa. In quel momento, sul volto di ciascuna bambina, comparve un sorriso: non era solo il sollievo di aver liberato il vento. Era il sorriso che nasce quando si è fatto qualcosa insieme, con rispetto e un pizzico di follia.
Il vento, ora sveglio e allegro, soffiò una carezza sulla guancia del cielo. Le bambine chiusero gli occhi e il quartiere tutto, le tende, gli alberi e anche il signor Pipistrello, sembrava sorridere con loro. La notte fece un passo indietro e lasciò un piccolo, tenero sorriso sopra le case: il sorriso della notte.