Capitolo 1: L'idea brillante
Tito era un uomo con i capelli arruffati e gli occhi come due bottoni curiosi. Viveva in una casetta color menta, piena di scatole, bulloni e barattoli. Ogni mattina prendeva il suo taccuino e disegnava nuove idee. Oggi aveva un'idea grande: costruire un TrasmettiSorrisi.
"Un TrasmettiSorrisi?" disse la signora Rosa che passava con il cane. "Che cos'è, Tito?"
"È una macchina che manda gioia!" rispose Tito. "Prendi un sorriso da una persona e lo invii a un'altra. Con barattoli. E fili. E un mantello speciale."
La gente del vicinato rise e fece cenno con la testa. Tutti conoscevano Tito e le sue invenzioni buffe. Ma nessuno aveva mai visto un TrasmettiSorrisi. Tito si mise al lavoro subito. Aprì un barattolo grande, uno piccolo, una bobina di filo colorato e un mantello di stoffa a pois che aveva trovato in soffitta.
"Prima regola dell'inventore," mormorò Tito, "semplice è meglio."
Montò un barattolo sull'altro come torri. Attaccò i fili con delle mollette. Disegnò un piccolo pennarello con due occhi, che sarebbe stato il pulsante per raccogliere il sorriso. Aggiungeva un pezzo qui e uno là. Ogni tanto parlava con i suoi attrezzi come fossero amici.
"Non essere timido, martello," bisbigliò. "Batti piano."
Quando finì, il TrasmettiSorrisi sembrava una casetta fatta di vetro e colori, con un filo che usciva come una coda. Tito si mise il mantello a pois e fece un passo indietro.
"È pronto per la prova," disse sorridendo.
Capitolo 2: Prime prove e risate sbagliate
Tito scese in strada con il TrasmettiSorrisi sulle spalle. Attaccò il primo barattolo vicino al campanello della porta di casa di Paolo, il fornaio.
"Paolo, vuoi provare?" chiese Tito.
Paolo pulì le mani nella farina e guardò la macchina. "Proviamo," disse, curioso.
Tito spiegò: "Hai un bel sorriso? Mettilo nel barattolo. Premi il pulsante con gli occhi."
Paolo rise con la lingua tra i denti. "Non so come si mette un sorriso in un barattolo."
"È semplice," disse Tito. "Pensa a una cosa buffa, apri la bocca, e il TrasmettiSorrisi prenderà il tuo sorriso."
Paolo chiuse gli occhi e pensò ai biscotti che ballavano. Aprì la bocca e... voilà! Un luccichio salì nel barattolo. Il filo tremolò e il barattolo dall'altra parte del vicolo si aprì. Dal barattolo uscì una scia luminosa e arrivò alla casa della signora Marina, che stava innaffiando le piante.
La signora Marina si fermò, guardò la scia e… scoppiò a ridere di colpo. Ma era una risata strana: sembrava una risatina da formica. Tutti si fermarono a guardare. Tito capì che qualcosa non andava.
"Oh-oh," disse Tito. "Forse ho mischiato i fili. Il TrasmettiSorrisi dà il sorriso, ma non lo adatta alla persona."
Provò di nuovo con il postino. Il postino aveva un sorriso grande come una banana. Tito raccolse quel sorriso e lo inviò al gatto di casa Lidia. Il gatto si mise a ridere come un cane. Lidia guardò il gatto e rise, ma la risata era strana e un pochino arrabbiata anche.
"Devo fare in modo che il sorriso arrivi giusto," pensò Tito. Si sedette sul marciapiede e si grattò la testa. Il mantello a pois gli frusciò sulle ginocchia.
Allora Tito ebbe un'idea: bisogna ascoltare. "Un sorriso è fatto anche di suoni," disse ad alta voce. "Forse il TrasmettiSorrisi deve ascoltare la risata prima di mandarla."
Riparò la macchina e aggiunse un piccolo imbuto che funzionava come orecchio. Gli attrezzi cantarono: "Toc, toc, toc." Spostò i fili in modo che il barattolo che riceveva potesse adattare la risata alla persona.
Capitolo 3: Condividere le risate
Tito tornò in pista. Questa volta chiese a tutti di sedersi in cerchio nella piazzetta. "Vogliamo provare tutti insieme?" disse. I bambini saltellarono, i grandi si misero comodi, e anche il gatto trovò un posto.
"Prima ascolta," spiegò Tito. "Poi condividi. Se ascolti, capisci che tipo di risata serve."
La signora Rosa raccontò una barzelletta. Tutti ascoltarono. Quando Tito raccolse il sorriso, l'imbuto lo fece cantare piano. Il filo tremolò e la risata arrivò alla casa di chi aveva il cuore triste: il signor Alberto, che viveva solo e aveva perso il suo compleanno.
Quando il sorriso entrò, il signor Alberto sentì una risata calda come il sole. Si mise a ridere piano alla prima battuta, poi più forte. La sua risata era sincera. Tutti applaudirono. Tito arrossì un pochino, felice.
Ma proprio mentre la festa sembrava perfetta, il filo si impigliò in un palloncino. Il palloncino volò via e portò con sé un pezzo del mantello a pois. Tutti si preoccuparono. Tito corse a cercare il palloncino. Era alto nel cielo, ma non troppo. Quando Tito si arrampicò sul muretto, il mantello scivolò via e cadde vicino a un bambino che piangeva.
Il bambino, Matteo, guardò il mantello e lo indossò. Aveva gli occhi grandi e un piccolo naso un po' rosso. Quando il mantello a pois lo avvolse, il bambino scoppiò in una risata che sembrava un campanello.
"Mi piace!" disse Matteo ridendo. "Posso farlo vedere al mio amico?"
Tito capì qualcosa di importante. Il mantello non serviva solo a proteggere il trasmettitore. Il mantello aiutava a condividere. Si mise accanto al bambino e disse: "Le risate crescono quando le condividi. Vuoi aiutarmi a mandarne una al parco?"
Matteo annuì con energia. Insieme raccolsero tante risate: una storielletta del barbiere, il rumore delle tazze che ballavano, il canticchiare di due uccellini. Ogni sorriso era un piccolo tesoro. Il TrasmettiSorrisi li ascoltava e poi li modellava come creta.
Quando li mandarono al parco, le persone scoppiarono in risate leggere. Una signora fece le smorfie, i bambini girarono su se stessi, e persino il cane del fornaio si mise a ridere con la lingua di fuori.
Alla fine, la piazza era piena di suoni allegri. Tito guardò i suoi amici e sorrise. Il mantello a pois era rattoppato con nastrini colorati e così era ancora più bello. Aveva delle macchie di farina e qualche filo attaccato, ma era perfetto.
"Grazie, Tito," disse la signora Marina. "Non è solo la macchina. È che hai ascoltato e hai condiviso."
Tito pensò ai primi tentativi. Aveva imparato che non bastava prendere un sorriso e darlo via. Bisognava ascoltare come era fatto quel sorriso. Doveva ascoltare la gente, capire cosa li faceva ridere, e poi condividere con gentilezza.
La notte scese e le luci delle finestre diventarono piccoli punti caldi. Le risate si misero a dormire come bambini stanchi. Tito spense il TrasmettiSorrisi e lo mise nel suo angolo, vicino al taccuino. Non era più solo una macchina. Era un amico che aiutava il vicinato a parlare con le risate.
Prima di andare a letto, Tito scrisse una nota sul taccuino: "Inventare è bello. Ma ascoltare è più grande."
Si infilò sotto le coperte con il mantello a pois accanto. Sorrise pensando a tutte le risate che avrebbe potuto raccogliere domani. Sognò barattoli che volavano come mongolfiere e fili che cantavano canzoni.
E la mattina dopo, appena il sole sbucò, Tito era già alla finestra pronto con il TrasmettiSorrisi. Il vicinato era sveglio e tutto sembrava un po' più leggero, come se quel filo invisibile dei sorrisi li tenesse tutti insieme.