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Storia di Natale 11/12 anni Lettura 25 min.

Il dado delle parole gentili di Natale

In un paese innevato Marta e Samir seguono impronte misteriose fino a un dado magico le cui parole li guidano a compiere gesti di ascolto, rispetto e aiuto, cambiando piano piano la piazza e loro stessi.

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Ragazza di 12 anni, capelli castano chiaro raccolti in coda, sguardo dolce e concentrato, tiene delicatamente un piccolo dado di legno inciso su un muretto innevato; ragazzo di circa 12 anni (Samir), sorriso vivace e berretto con orecchie, accanto a lei pronto a ridere con le mani leggermente alzate; uomo anziano (signor Ettore, ~60 anni) con cappotto ampio e berretto consumato osserva da dietro con aria benevola, mani su una scatola di ghirlande; piazza del paese sotto la neve con lampioni dorati che proiettano cerchi caldi, chalet del mercatino e un grande presepe illuminato sullo sfondo; suolo coperto da un sottile strato di neve con piccole impronte verso il presepe, ghirlande blu e stelle di carta sui balconi; azione principale: la ragazza mostra o lancia il dado magico vicino alla fontana ghiacciata in un istante silenzioso e sospeso, luce soffusa e ombre morbide; tavolozza limitata: inchiostro nero, grigi lavati, tocchi di bianco per la neve e accenti caldi dorati/blu, tratti fluidi e lavaggi delicati per un'atmosfera intima e calorosa. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Neve che scricchiola e luci che sorridono

Nel paese di RoccaFiocco la neve non cadeva: sussurrava. Scendeva piano, come se avesse paura di svegliare i tetti addormentati, e quando toccava terra faceva un suono minuscolo, un “cric” appena percettibile, come una briciola sotto la suola.

Marta, dodici anni appena compiuti, camminava sul marciapiede con passi misurati, contandoli senza volerlo: uno, due, tre… Non perché fosse noiosa. Era il suo modo di tenere in ordine il mondo. Le piacevano le cose che si potevano mettere in fila: i libri sullo scaffale, le matite nell'astuccio, le stelle di carta appese alla finestra.

Quella sera le luminarie erano accese da poco, e il paese sembrava una torta glassata. Fili di luce blu correvano tra i balconi, renne dorate saltavano sopra la piazza e, davanti alla pasticceria, un Babbo Natale di plastica faceva “Ho-ho-ho” ogni trenta secondi, con la stessa allegria un po' stanca.

Marta si fermò sotto un lampione. Nella tasca del giubbotto aveva un taccuino piccolo, con la copertina rossa. Lo tirò fuori e lo aprì: le pagine profumavano ancora di carta nuova.

“Stasera devo scriverlo,” mormorò.

“Scrivere cosa?” chiese una voce.

Marta alzò gli occhi. Era Samir, compagno di classe, cappello con paraorecchie e un sorriso che sembrava sempre sul punto di combinare qualche scherzo.

“Una frase,” rispose lei, stringendo il taccuino. “Solo una.”

Samir si mise a camminare all'indietro, guardandola come se fosse un detective. “Fammi indovinare: ‘Promemoria: non fidarsi mai di Samir'?”

“Quasi.” Marta sorrise appena, come una luce che si accende con prudenza. “Voglio scrivere ‘grazie per oggi'.”

Samir smise di camminare all'indietro e si affiancò a lei. “Ah. E a chi?”

Marta guardò le luci. “Non lo so ancora. Forse… a oggi stesso. Ma voglio farlo bene.”

“Cioè?” insistette lui.

“Con le parole giuste,” disse Marta. “E con un motivo vero.”

Samir fece una smorfia teatrale. “Allora ti serve un'avventura. Le frasi serie vogliono un'avventura, come le cioccolate calde vogliono la panna.”

Marta stava per rispondere, quando un soffio più freddo del solito attraversò la piazza. Le luminarie tremolarono, come se qualcuno avesse fatto il solletico ai fili, e per un attimo tutte le luci si spensero.

“Ehi!” gridò qualcuno dal bar.

Nel buio, un suono di campanellini tintinnò da qualche parte, vicino alla fontana. E quando le luci tornarono, Marta vide qualcosa che non avrebbe dovuto esserci: una scia di impronte piccole, perfette, come di scarpe minuscole… ma nessuno stava camminando lì.

Samir fischiò piano. “Ok. Avventura servita.”

Marta strinse il taccuino. Il suo cuore, di solito ordinato, fece un salto disordinato. E fu piacevole.

Capitolo 2: Le impronte che portano al presepe

Le impronte attraversavano la piazza come una linea tracciata con la precisione di un righello, solo che al posto dell'inchiostro c'era neve schiacciata. Marta le seguì senza correre, ma con passo deciso, come se temesse che correndo potesse far svanire tutto.

Samir la imitava, ma ogni tanto saltava da un'orma all'altra, fingendo di essere un acrobata. “Se cado, mi raccogli con la paletta da neve,” disse.

“Non cadere,” rispose Marta, cercando di non ridere.

Le impronte arrivarono davanti al grande presepe della piazza, quello con le casette di legno, il ruscello finto e le pecore che sembravano sempre un po' scandalizzate. Un cartello diceva: “Vietato toccare. Grazie.” Qualcuno aveva aggiunto con un pennarello: “Anche se sei una pecora.”

Marta e Samir si fermarono. Il presepe era illuminato da una lampadina calda, gialla come miele. E lì, tra il muschio e una montagnola di sughero, c'era un oggetto che non c'entrava nulla: un dado, grande come una noce, di legno chiaro, con facce incise.

“Un dado?” Samir si chinò. “Natale versione gioco da tavolo.”

Marta lo osservò meglio. Sulle facce non c'erano numeri, ma parole minuscole: “ASCOLTA”, “AIUTA”, “SCUSA”, “GRAZIE”, “RISPETTA”, “GIOCA”.

Samir allungò una mano. “Lo prendo?”

Marta indicò il cartello. “Dice vietato toccare.”

“Ma il dado è fuori posto!” protestò lui. “Forse è proprio per noi.”

Marta inspirò. Lei rispettava i cartelli, i turni, le regole non scritte e quelle scritte in stampatello. Però le impronte… e quel dado… e quel tintinnio nel buio. Sembrava una cosa speciale, una di quelle eccezioni che arrivano una volta sola.

“Possiamo… chiederlo,” disse.

“Chiederlo a chi? Alle pecore?” Samir fece una vocina: “Beeeh, permesso concesso!”

Marta scosse la testa e guardò attorno. Vicino al presepe, in un angolo della piazza, c'era il signor Ettore, il custode delle luminarie e di metà dei segreti del paese. Portava un giaccone troppo grande e un cappello con una toppa. Stava controllando una scatola di cavi come se fosse un tesoro.

Marta si avvicinò. “Signor Ettore?”

Lui sollevò lo sguardo. “Marta! E Samir. Non mi dite che volete una renna in prestito.”

“C'è un… dado nel presepe,” disse Marta. “E delle impronte che portano lì. Non l'abbiamo toccato.”

Ettore strinse gli occhi, poi sorrise piano, come se gli avessero raccontato una cosa che aspettava. “Ah. È apparso di nuovo.”

“Di nuovo?” Samir quasi saltò. “Quindi è magico!”

“Magico o testardo,” disse Ettore. “Ogni tanto, a Natale, spunta quando il paese ne ha bisogno. Non è per chiunque. È per chi… sa usare le parole.”

Marta sentì il taccuino pesare nella tasca, come se volesse parlare anche lui.

Ettore indicò il dado. “Se lo prendete, dovete rispettare una cosa: le parole sulle facce non sono decorazioni. Sono compiti. E si fanno con rispetto. Chiaro?”

Marta annuì. “Chiaro.”

Samir fece un saluto militare. “Chiaro come una slitta lucidata.”

Ettore ridacchiò. “Allora prendetelo. Ma non barate. Il dado non sopporta chi finge.”

Marta infilò la mano tra il muschio e il sughero, con delicatezza. Il dado era freddo e liscio, e per un istante le sembrò di sentire un altro tintinnio, come campanelli che approvavano.

“E adesso?” chiese.

Ettore alzò le spalle. “Lanciatelo. E seguite la parola che esce. Il resto… lo fa il Natale.”

Samir si fregò le mani. “Finalmente un compito che non è matematica.”

Marta sorrise, e per la prima volta quel sorriso fu largo.

Capitolo 3: Un lancio, una parola, una sorpresa

Marta appoggiò il dado sul muretto vicino alla fontana. La neve lì era liscia, intatta, come una pagina bianca.

“Fallo tu,” disse Samir. “Hai l'aria da… lanciatrice ufficiale.”

Marta esitò. Le piaceva decidere, non affidarsi al caso. Però quel dado era proprio il contrario dei suoi elenchi: era un invito a fidarsi.

“Va bene,” disse.

Lo prese tra le dita e lo lanciò. Il dado rimbalzò due volte, scivolò un poco e si fermò.

In alto, una parola: “ASCOLTA”.

Samir fece una faccia delusa. “Ascoltare? Io speravo ‘GIOCA' o ‘CARNEVALE' o ‘MANGIA'.”

“Non c'è ‘MANGIA',” osservò Marta.

“Dovrebbero aggiungerlo,” sospirò lui.

Marta guardò la piazza. “Ascolta… cosa?”

Come in risposta, si udì una voce sottile provenire dalla panchina vicino all'albero di Natale. Era la signora Lidia, la più anziana del paese, avvolta in una sciarpa enorme che la faceva sembrare un pacco regalo umano. Aveva un piccolo cane, un batuffolo bianco che tremava più per il carattere che per il freddo.

“E nessuno che mi aiuti mai,” brontolava la signora. “Il mio Nocciolino non vuole camminare. Dice che la neve gli entra nell'anima… come se avesse un'anima anche lui!”

Samir sussurrò: “Nocciolino ha più anima di me quando c'è educazione fisica.”

Marta lo zittì con uno sguardo, poi si avvicinò alla signora Lidia con calma. “Buonasera, signora. Vuole che la accompagni a casa?”

La signora la guardò con sorpresa. “Tu sei la nipote della bibliotecaria, vero? Quella che parla piano come i libri.”

“Più o meno,” disse Marta. “Possiamo ascoltare cosa serve.”

La signora sospirò, e quel sospiro sembrò portarsi dietro un pezzetto di neve. “Mi serve che qualcuno mi ascolti davvero. Tutti hanno fretta. Io no. E poi… mi manca mio marito. A Natale mi manca di più. E allora brontolo, così almeno mi sento viva.”

Marta sentì un nodo gentile in gola. Non era tristezza pesante: era come quando una luce si abbassa e la stanza diventa più intima.

Samir, che di solito non stava fermo nemmeno davanti al cartellone della pizza, rimase in silenzio.

Marta si sedette sulla panchina, a distanza rispettosa. “Mi racconta di lui? Se le va.”

La signora Lidia sbatté le palpebre, come se nessuno le avesse mai fatto quella domanda con quella semplicità. Poi iniziò a parlare. Raccontò di un Natale in cui avevano costruito una slitta con una vecchia porta. Raccontò di una torta venuta storta ma buonissima. Raccontò di una canzone che lui cantava sempre, stonando con orgoglio.

Marta ascoltava e basta, senza interrompere, annuendo quando serviva. Ogni tanto guardava Samir: aveva le mani in tasca e gli occhi attenti, come se stesse guardando un film.

Quando la signora finì, l'aria sembrò più calda. Persino Nocciolino fece due passi nella neve, indignato ma coraggioso.

“Grazie,” disse la signora Lidia, piano. “Non pensavo… mi servisse così tanto.”

Marta sentì un brivido, ma non di freddo. “Grazie a lei.”

Samir tossicchiò. “Ehm, signora, se vuole, posso portare io Nocciolino per un pezzo. Tanto lui ha l'anima e io no, quindi siamo pari.”

La signora rise, una risata che sembrava un campanellino. “Va bene, ragazzo senza anima. Ma trattalo con rispetto.”

“Con rispetto e con… un po' di formaggio, se si lascia,” disse Samir.

Accompagnarono la signora fino a casa. Quando tornarono in piazza, le luci sembravano più brillanti, come se anche loro avessero ascoltato.

Marta guardò il dado. “Forse funziona davvero.”

Samir annuì, serio per un secondo intero. “Sì. E fa cose strane: mi fa stare zitto.”

Capitolo 4: La parola “RISPETTA” e la gara delle palle di neve

Tornarono vicino alla fontana e Marta lanciò di nuovo il dado. Questa volta uscì: “RISPETTA”.

“Questo lo so,” disse Samir. “Non si tira neve in faccia alla gente. Più o meno.”

“È un inizio,” rispose Marta.

In quel momento, da dietro il chiosco delle caldarroste, spuntò un gruppo di ragazzi un po' più grandi. Ridevano forte e si lanciavano palle di neve con poca precisione e molta energia. Una palla colpì il cartello del presepe, facendo cadere un po' di neve sul muschio.

Poi una palla finì addosso a un bambino piccolo che stava guardando le luci con la mamma. Il bambino scoppiò a piangere, più per lo spavento che per il colpo.

“Ehi!” gridò la mamma.

I ragazzi risero. “Dai, è neve!”

Samir fece un passo avanti, ma Marta lo prese per la manica. “Aspetta. Rispetta,” sussurrò. “Anche loro.”

“Ma loro non rispettano nessuno,” borbottò lui.

Marta inspirò, misurando le parole come misurava i passi. Si avvicinò ai ragazzi con le mani visibili, senza fare la maestrina, ma nemmeno la timidina.

“Ciao,” disse. “Possiamo fare una gara?”

Il più alto la guardò come se avesse proposto di cucinare una pizza sulla luna. “Una gara?”

“Sì,” intervenne Samir, capendo al volo che una gara era un linguaggio universale. “Gara di mira. Ma con regole. Se no è solo… caos bagnato.”

“Che regole?” chiese un altro, già meno aggressivo.

Marta indicò la fontana. “Si tira solo verso quel cerchio di neve lì. Nessuno si prende in faccia. Niente bambini piccoli. Niente presepe. E se qualcuno dice stop, si smette.”

Il più alto sbuffò. “E perché dovremmo ascoltarti?”

Marta lo guardò negli occhi. Non con sfida, ma con una calma ferma. “Perché è Natale. E perché nel paese ci viviamo tutti. Anche voi.”

Per un momento si sentì solo il crepitio delle caldarroste. Poi Samir aggiunse: “E perché se vincete vi offro una caldarrosta. Se perdiamo… la offrite voi. Così almeno qualcuno soffre con dignità.”

I ragazzi scoppiarono a ridere. “Affare fatto!” disse il più alto.

Iniziň la gara. Le palle di neve volavano verso il cerchio, e chi sbagliava doveva fare una penitenza ridicola: cantare “Jingle Bells” imitando una renna, o fare tre passi a passo di pinguino. Anche i ragazzi più grandi, dopo due minuti, ridevano senza bisogno di colpire nessuno.

Il bambino piccolo smise di piangere e iniziò a fare il tifo. “Quella lì è entrata!” gridò, indicando una palla perfetta di Samir.

“Ho talento,” disse Samir, gonfiando il petto. “È l'anima che mi cresce.”

Marta sorrise e, tra una palla e l'altra, notò una cosa: quando le persone giocavano rispettando uno spazio comune, la piazza sembrava più grande, non più stretta.

Alla fine vinsero i ragazzi più grandi per un soffio. Samir pagò con caldarroste e un lamento teatrale. “Il rispetto mi rovina il portafoglio.”

Il più alto prese il sacchetto e disse, un po' imbarazzato: “Scusa per prima. Non volevo far piangere quel bambino.”

La mamma annuì. “Grazie per averlo detto.”

Marta sentì una scintilla nel petto. Non era magia vistosa. Era magia che cambiava direzione alle cose.

Quando i ragazzi se ne andarono, le impronte piccole riapparvero per un attimo vicino alla fontana, come se qualcuno avesse applaudito senza farsi vedere.

Capitolo 5: “AIUTA” tra pacchi, fiocchi e un gatto testardo

Marta lanciò ancora il dado. Uscì “AIUTA”.

“Ok,” disse Samir. “Aiutiamo qualcuno a costruire un pupazzo di neve gigante? Con cappello e occhiali da sole?”

“Vediamo cosa succede,” rispose Marta.

Non dovettero aspettare molto. Dalla via del mercato arrivò la signora Teresa, che gestiva il negozio di giocattoli. Trascinava una slitta carica di pacchi colorati e imprecava con educazione, che è un'arte rara.

“Questa slitta è posseduta,” borbottava. “O forse sono io che sto diventando una renna stanca.”

Dietro di lei, un gatto arancione, grosso e fiero, camminava come un re. Ogni tanto si piazzava proprio davanti alla slitta, costringendola a fermarsi.

Marta si avvicinò. “Signora Teresa, vuole una mano?”

“Due, se le avete,” rispose lei, sollevando lo sguardo. “Devo portare questi pacchi al centro anziani per la tombola di stasera, ma il signor Gelsomino ha deciso che la strada è sua.”

Il gatto miagolò come per confermare un decreto reale.

Samir si chinò. “Ehi, Sua Maestà Arancione, spostati.”

Il gatto lo guardò con disprezzo e si sedette.

Marta trattenne una risata. “Forse dobbiamo… negoziare.”

“Con un gatto?” Samir sussurrò. “Io negozio solo con le patatine.”

Marta cercò in tasca e trovò un pezzetto di biscotto che le era rimasto dalla merenda. Lo spezzò e lo appoggiò a lato della strada.

“Ecco,” disse al gatto, con voce rispettosa. “Questo è per te. E noi passiamo di qui, senza disturbarti.”

Il gatto annusò, fece finta di non essere interessato per un secondo, poi si alzò con calma e andò verso il biscotto, come se l'idea fosse stata sua.

Samir spalancò gli occhi. “Hai appena firmato un trattato di pace felino.”

“È rispetto,” disse Marta, e aiutò la signora Teresa a sistemare i pacchi meglio sulla slitta.

Camminarono verso il centro anziani. Le finestre erano illuminate e dentro si sentiva un vociare allegro, come una zuppa che bolle. Qualcuno provava i numeri della tombola e sbagliava apposta per far ridere gli altri.

La signora Teresa sospirò. “È bello quando la gente si raduna. A Natale sembra che il cuore del paese batta più forte.”

“Possiamo entrare a lasciare i pacchi?” chiese Marta.

“Certo. Ma attenzione,” disse Teresa. “Lì dentro vi faranno giocare. È pericoloso. Potreste divertirvi.”

Dentro, gli anziani li accolsero con curiosità. Una signora con i capelli viola disse: “Oh! Due nuovi concorrenti! Ragazzi, sapete gridare ‘TOMBOLA!' con convinzione?”

Samir si gonfiò. “Io posso gridare qualsiasi cosa con convinzione.”

Marta posò i pacchi con cura. Un signore con baffi enormi le fece un cenno. “Brava, ragazza. Aiutare è come mettere legna nel camino. Non la vedi subito, ma dopo scalda.”

Marta si sentì arrossire. Non era abituata ai complimenti detti così, senza rumore.

Quando uscirono, la neve cadeva più fitta, e le luci sembravano appese a fili invisibili tra le stelle.

Marta guardò il taccuino nella tasca. “Sto… trovando il motivo.”

Samir annuì. “Il motivo ha anche i baffi enormi.”

Capitolo 6: “GRAZIE” e il biglietto che mancava

Il dado rotolò ancora. Questa volta uscì “GRAZIE”.

Marta lo fissò. “È la parola che voglio scrivere.”

“Allora scrivila,” disse Samir, semplice.

Marta tirò fuori il taccuino, ma la penna rimase sospesa. “Non basta scriverlo. Voglio che sia… pieno.”

Samir si sedette sul bordo della fontana. “Allora riempilo. Di cosa sei grata?”

Marta guardò la piazza: la signora Lidia dietro i vetri di casa che sistemava la sciarpa; i ragazzi più grandi che ora passavano senza urlare; il centro anziani che brillava di risate; il gatto arancione che, in lontananza, sembrava una fiamma che camminava.

“Grazie… per oggi,” sussurrò Marta. “Perché oggi mi sono accorta che le parole servono a tenere insieme le persone. E che il rispetto non è una cosa rigida. È… caldo.”

Samir fece un fischio lento. “Wow. Questa sì che è poesia. Ti sei trasformata in un biscotto al miele.”

Marta gli diede una spinta leggera con la spalla. “Non rovinare il momento.”

“Mai,” disse lui, e poi aggiunse: “Ok, quasi mai.”

Marta finalmente scrisse sul taccuino: “Grazie per oggi.” Lo scrisse in stampatello, poi lo riscrisse in corsivo, poi lo lasciò lì, semplice, al centro della pagina.

Proprio mentre chiudeva il taccuino, il dado fece qualcosa di strano: vibrò appena, come se fosse impaziente. Si spostò da solo di un paio di centimetri e si fermò con la faccia “GIOCA” rivolta verso l'alto.

Samir lo vide e spalancò la bocca. “Ehi! Ha scelto lui! Adesso giochiamo. È un ordine.”

Marta lo guardò, sorpresa e divertita. “Che gioco?”

Samir indicò la strada che portava al centro anziani. “La tombola! Hai visto come ci hanno guardati? Siamo già reclutati.”

Marta esitò. Lei non amava molto i giochi di fortuna. Però quel Natale le stava insegnando una cosa nuova: non tutto deve essere controllato, alcune cose si possono vivere.

“Va bene,” disse. “Ma con rispetto.”

“Con rispetto,” ripeté Samir, come se fosse una formula magica. “E con il massimo spirito competitivo possibile.”

Capitolo 7: La tombola di Natale e il gioco finito

Dentro il centro anziani c'era profumo di mandarini e cioccolata. Un albero addobbato con decorazioni fatte a mano occupava un angolo, e le sue luci sembravano lucciole educate.

“Eccoli!” gridò la signora dai capelli viola. “I giovani coraggiosi!”

Un signore distribuì le cartelle. Marta ne prese una e la sistemò sul tavolo con cura, allineando i fagioli che avrebbero segnato i numeri, come piccoli soldatini. Samir invece rovesciò i fagioli in un mucchietto e disse: “Io gioco in modalità valanga.”

La signora Teresa, seduta vicino a loro, sussurrò: “Mi raccomando, niente litigi. Qui si gioca per ridere, non per vincere.”

Samir si portò una mano al petto. “Signora, lei mi ferisce. Io litigo solo con le sedie che scricchiolano.”

Partì la tombola. Il signore con baffi enormi chiamava i numeri con voce teatrale: “Quarantotto! Quarantotto, il numero che… ehm… che fa rima con… niente, ma è bellissimo!”

Gli anziani ridevano, qualcuno commentava ogni numero come se fosse un personaggio famoso. Marta all'inizio era tesa, poi si accorse che la tensione si scioglieva come neve sul termosifone.

“Ventidue!” gridò il baffone.

“Ce l'ho!” disse Marta, mettendo un fagiolo con precisione.

“Anch'io!” urlò Samir, e ne mise tre sulla stessa casella. Marta lo guardò.

“Che c'è?” disse lui. “È un ventidue molto importante.”

Marta ridacchiò. “Non barare. Il dado non sopporta chi finge.”

Samir si immobilizzò, come colto in flagrante. Poi tolse due fagioli con un sospiro tragico. “Va bene. Sarò un santo. Un santo rumoroso.”

La partita continuò. Marta si ritrovò a tifare per una signora che mancava un numero solo, poi per un signore che aveva perso gli occhiali e stava segnando la cartella al contrario. Samir, a un certo punto, aiutò il bambino piccolo della piazza — sì, era lì con la mamma — a trovare il numero giusto.

“Qui,” disse Samir, indicando. “E metti il fagiolo con rispetto. Come se fosse un diamante.”

Il bambino annuì serio e posò il fagiolo piano piano, come una missione segreta.

Marta guardò la scena e sentì il cuore riempirsi, davvero, come voleva. Non di cose grandi e rumorose, ma di cose vere.

A un tratto il baffone chiamò: “Sessantacinque!”

Marta lo aveva. Mise il fagiolo. Guardò la cartella: una linea completa.

Inspirò e, con voce chiara, disse: “Ambo!”

Applausi. Samir si alzò in piedi come se avesse segnato un gol. “È la mia amica! Quella misurata! È diventata… pericolosissima!”

Marta arrossì, ma rise.

La tombola andò avanti fino alla fine. Stavolta vinse la signora dai capelli viola, che urlò “TOMBOLA!” con una gioia così contagiosa che anche le sedie sembrarono battere le gambe.

Quando i premi furono distribuiti e le risate si calmarono, Marta e Samir uscirono nel freddo buono della sera. La neve continuava a cadere, leggera, e le luci del paese sembravano più vicine, come se volessero ascoltare anche loro.

Marta tirò fuori il taccuino e lo aprì alla pagina. “Grazie per oggi,” lesse piano.

Samir guardò il cielo. “A chi lo dici, alla giornata?”

Marta scosse la testa e sorrise. “A tutti. E anche a me, che oggi ho imparato a non essere solo… in fila.”

Samir annuì. “E al dado.”

Marta mise una mano in tasca per prendere il dado. Non c'era più.

Per terra, nella neve, c'erano solo impronte piccole che si allontanavano verso il presepe, e poi sparivano, come un segreto che ha fatto il suo lavoro.

Samir si chinò. “È andato via. Come un compagno di squadra che esce dal campo quando la partita finisce.”

Marta chiuse il taccuino con delicatezza. “Sì. Il gioco è finito.”

Camminarono verso casa, e ogni passo faceva “cric”, come un piccolo grazie della neve sotto i loro piedi.

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Sussurrava
Parlava piano, con voce molto bassa e quasi segreta.
Marciapiede
Striscia di pavimento accanto alla strada dove camminano i pedoni.
Luminarie
Luci decorative appese nelle strade per feste o ricorrenze.
Taccuino
Quaderno piccolo per scrivere appunti o disegni a mano.
Presepe
Rappresentazione della Natività con figure di legno o altri materiali.
Sughero
Materiale leggero della corteccia di alcuni alberi, usato anche per modellini.
Custode
Persona che si prende cura dei luoghi e delle cose del paese.
Incise
Parola usata quando si segna o si scolpisce qualcosa sulla superficie.
Compiti
Attività o azioni da fare, spesso assegnate con una regola o richiesta.
Slitta
Veicolo che scorre sulla neve, trainato da animali o spinto a mano.

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