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Piccoli avventurieri 11/12 anni Lettura 19 min.

Il club degli ascoltatori e la scatola sotto il tiglio

Justo e Lina seguono indizi nascosti in casa e nel cortile per ritrovare “la cosa che mancava”, imparando lungo il cammino a osservare, ascoltare e affrontare paure e segreti familiari.

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Un ragazzo di 12 anni dal viso tondo e capelli castani scompigliati, sguardo meravigliato, tiene sulle ginocchia una piccola scatola di metallo arrugginita aperta e osserva una foto sbiadita; accovacciata alla sua destra c'è Lina, circa 13 anni, capelli castani legati in coda e sorriso malizioso, che illumina la scatola con una piccola torcia; dietro di loro è seduto il signor Ugo, circa 65 anni, baffi grigi e salopette, con mani segnate dall'usura, che guarda la scena con dolcezza; il cortile lastricato ha al centro un grande tiglio dalle foglie a cuore, radici apparenti e una panchina di legno consunta, luce solare filtrata tra il fogliame, atmosfera calda e intima con colori pastello e texture visibili di legno, metallo e foglie. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il biglietto nel portapenne

Justo aveva undici anni e una scrivania che sembrava un piccolo pianeta: matite come razzi, gomme come meteoriti, quaderni impilati come montagne. Quel pomeriggio doveva fare i compiti. Invece, mentre cercava una penna, sentì un fruscio secco, come una foglia tra le dita.

Dal portapenne cadde un biglietto piegato in quattro.

Lo aprì. Dentro c'era scritto, con una grafia elegante:

“SE VUOI TROVARE LA COSA CHE MANCAVA, RACCOGLI INDIZI. ASCOLTA.”

Justo aggrottò la fronte. “La cosa che mancava?”

Dalla cucina arrivò la voce di sua nonna: “Justo! La merenda è pronta!”

“Arrivo!” rispose lui, ma restò fermo. Il biglietto sembrava caldo, come se fosse appena uscito da una tasca.

Sul retro c'era un disegno: una scala e una freccia che puntava verso… un armadio.

Justo infilò il biglietto in tasca e corse in cucina. Sul tavolo lo aspettava una fetta di pane con marmellata. Nonna Ada gli sorrise senza smettere di mescolare il tè.

“Sei pallido. Hai visto un fantasma?”

“Ho trovato… un biglietto strano,” confessò Justo.

Nonna Ada lo guardò con occhi che sembravano sapere già. “E tu che cosa pensi di fare?”

Justo addentò la merenda. La marmellata gli appiccicò le labbra. “Raccogliere indizi.”

“Bene,” disse la nonna. “Allora prima ascolta. La casa parla, se le fai spazio.”

Justo annuì. Non capiva tutto, ma gli piaceva come suonava. “Posso invitare Lina?”

Lina era la vicina, un anno più grande, sempre pronta a ridere e a fare domande difficili.

“Se prima finisci matematica,” rispose la nonna, fingendo severità.

Justo corse a fare i compiti con la velocità di chi ha un segreto in tasca. Poi chiamò Lina dal balcone. Lei apparve con i capelli legati e lo zaino ancora in spalla.

“Che succede?” chiese.

Justo le mostrò il biglietto. Lina lo lesse due volte. Poi alzò lo sguardo, serio e brillante insieme. “Ok. Prima regola: niente panico. Seconda regola: indizi in tasca. Terza regola: ascoltiamo.”

Justo sorrise. “Andiamo all'armadio.”

Capitolo 2 — L'armadio che scricchiola

L'armadio era nel corridoio. Alto, lucido, con due ante che chiudevano con un clic deciso. Lina si avvicinò e appoggiò l'orecchio sul legno.

“Che senti?” sussurrò Justo.

“Shh…” Lina fece un gesto teatrale. “Sento… il suono di calzini spaventati.”

Justo soffocò una risata. L'armadio, però, scricchiolò davvero. Un lamento piccolo, come se avesse freddo.

Justo prese la maniglia. “Pronto?”

“Prontissimo,” disse Lina. “Ma apri piano. Gli indizi si offendono se li spaventi.”

Justo aprì. L'odore di legno e sapone uscì come una nuvola. Dentro c'erano cappotti, sciarpe e una scatola di cartone in alto.

Sul fondo, tra due ombrelli, c'era una scala pieghevole. Proprio come nel disegno.

Lina indicò la scatola. “Quella.”

Justo tirò fuori la scala, la aprì con un clac metallico e salì di due gradini. La scatola era leggera, chiusa con uno spago.

“Ti reggo,” disse Lina, tenendo la scala. “Se cadi, almeno cadi con stile.”

“Grazie,” rispose Justo. Le mani gli sudavano.

Sciolse lo spago. Dentro, invece di un tesoro scintillante, trovò… un vecchio registratore a cassette e una cassetta con un'etichetta: “ASCOLTA”.

Justo si voltò verso Lina. “Sembra facile.”

“Le cose facili sono sempre sospette,” rispose lei.

Portarono il registratore in salotto. Per fortuna funzionava ancora. Justo infilò la cassetta. Premette PLAY.

Un fruscio, poi una voce gentile, un po' roca, come carta che si piega:

“Ciao. Se stai ascoltando, sei curioso. Bene. La cosa che mancava non è un oggetto. È un ricordo. Per trovarlo, raccogli tre indizi nella casa. Non correre. Ascolta le persone. Ascolta i rumori. Ascolta te stesso.”

La voce fece una pausa. “Primo indizio: la finestra che non si apre.”

Click. Silenzio.

Justo rimase con il dito sospeso sul tasto, come se aspettasse che la cassetta aggiungesse altro.

Lina si sedette sul tappeto. “Una finestra che non si apre… Qui?”

Justo scosse la testa. “In camera di mia mamma c'è una finestra dura. Si incastra sempre.”

Lina si alzò di scatto. “Allora andiamo. Ma con calma. Siamo esploratori, non criceti impazziti.”

Justo, che stava per correre, rallentò. “Ok. Con calma.”

E mentre camminavano, Justo provò davvero ad ascoltare: il tic tac dell'orologio, il ronzio del frigorifero, i passi di Lina che sembravano battere un codice.

Capitolo 3 — La finestra testarda

La camera della mamma di Justo era ordinata e profumava di crema per le mani. La finestra, in fondo, aveva la maniglia un po' consumata. Justo la prese e tirò. Niente.

“Te l'avevo detto,” borbottò.

Lina si avvicinò e osservò il bordo. “Non si apre perché è bloccata o perché non vuole?”

“Le finestre non hanno carattere,” disse Justo, ma la sua voce non era convinta.

Lina bussò leggermente sul vetro. “Ehi, finestra. Possiamo entrare in amicizia?”

Il vetro tremò. Un suono piccolo rispose: toc-toc, come un dito dall'altra parte.

Justo si immobilizzò. “Hai sentito?”

“Certo,” disse Lina, più piano. “Ascolto.”

Justo appoggiò l'orecchio al telaio. Sentì un sussurro di aria, come un respiro. E qualcosa che raschiava.

“È la guarnizione, disse Lina. “Guarda qui. C'è polvere e… una pallina di carta.”

In un angolo, tra legno e gomma, era incastrata una minuscola pallina.

Justo la prese con due dita e la aprì. Dentro c'era un pezzetto di carta con una sola frase:

“DOVE CANTA L'ACQUA, TROVERAI IL SECONDO.”

Justo alzò lo sguardo. “Il lavandino? La doccia?”

“Oppure la lavatrice,” suggerì Lina. “Ma prima,” aggiunse, “ascoltiamo se c'è qualcun altro in casa che sa qualcosa.”

Proprio in quel momento passò nonna Ada nel corridoio con un cesto di panni. Guardò i due e poi la finestra.

“Avete litigato con lei?” chiese, indicando la maniglia.

Justo esitò. Poi ricordò il messaggio: ascolta le persone. “Nonna… tu sai qualcosa della ‘cosa che mancava'?”

Nonna Ada posò il cesto. I suoi occhi si fecero morbidi. “So che a volte mancano cose che non si vedono. E che per trovarle serve pazienza.”

Lina incrociò le braccia. “E dove canta l'acqua?”

Nonna Ada sorrise, come se avesse appena sentito una battuta segreta. “In cantina, la vecchia caldaia fa un rumorino. È fastidioso, ma qualcuno lo chiamava… canto.”

Justo sentì un brivido. La cantina era buia e piena di scatoloni. “Dobbiamo andarci?”

Nonna Ada li guardò uno per uno. “Se ci andate, portate una torcia. E andate insieme. Il coraggio non è fare finta di non avere paura. È camminare lo stesso, ma con attenzione.”

Justo annuì. “Andiamo insieme,” disse, e per la prima volta la parola “insieme” gli sembrò un casco in testa.

Lina gli diede una pacca sulla spalla. “Avventura domestica, livello due.”

Capitolo 4 — Il canto della cantina

La porta della cantina era in fondo alle scale. L'aria lì era più fresca, e sapeva di terra e detersivo. Lina accese la torcia: un cono di luce tagliò il buio.

“Se vedo un ragno grande,” disse Lina, “gli chiedo l'autografo e poi scappo.”

Justo rise, ma il cuore gli batteva forte. Ogni gradino scricchiolava, come se la scala contasse i loro passi.

Arrivati giù, sentirono subito il “canto”: un gorgoglio ritmico, come una pentola che borbotta piano.

“È lì,” sussurrò Justo, indicando la caldaia. Accanto c'era un lavandino vecchio e una mensola piena di barattoli.

Lina si chinò e ascoltò meglio. “Il rumore viene da… dietro il lavandino.”

Justo puntò la torcia. In mezzo a tubi e ragnatele, c'era un piccolo sportello metallico.

“Aprilo tu,” disse Lina. “Io tengo la luce. Sono una spalla tecnica.”

Justo deglutì e aprì lo sportello. Dentro non c'era nulla di pericoloso. Solo una busta di plastica trasparente con un foglietto asciutto.

Lo prese. Le dita tremavano un po', ma non mollò.

Sul foglio c'era scritto:

“TERZO INDIZIO: CHIEDI A CHI SA ASCOLTARE. NON È CHI PARLA DI PIÙ.”

Lina fischiò piano. “Questo è un indizio che sembra una lezione.”

Justo guardò intorno. “Chi sa ascoltare… Nonna?”

Lina fece un sì con la testa. “Oppure… tua mamma? O qualcuno che sta zitto spesso.”

Justo pensò a suo padre, che lavorava molto e quando tornava a casa ascoltava davvero, anche se era stanco. Poi pensò al signor Ugo del terzo piano, che parlava poco e aggiustava cose nel cortile.

Un rumore improvviso li fece sussultare: un barattolo era caduto dalla mensola. Justo indietreggiò.

“Trappola!” disse Lina, poi illuminò la mensola e scoppiò a ridere. “È stato un gatto.”

Dal buio uscì un gatto grigio con una coda da spazzola. Li fissò come se fossero loro gli intrusi.

Justo inspirò. “Ok. Niente panico. Il coraggio, dice nonna, è… camminare lo stesso.”

Il gatto miagolò e saltò su uno scatolone. La torcia gli fece brillare gli occhi.

Lina lo salutò con un inchino. “Maestà della cantina, ci concedete il passaggio?”

Il gatto strusciò il muso contro uno scatolone e se ne andò. Dietro di lui, Justo notò qualcosa: un simbolo disegnato con il gesso su una scatola, una piccola orecchia.

“Un'orecchia,” disse Justo.

Lina si avvicinò. “E c'è una lettera attaccata.” La staccò con delicatezza e gliela porse.

Era un altro messaggio, scritto a mano:

“VAI DOVE SI ASCOLTA DAVVERO: IL CORTILE, SOTTO IL TIGLIO.”

Justo sentì la paura sciogliersi un po'. Il cortile era familiare. Eppure, detto così, sembrava un luogo segreto.

“Usciamo,” disse. “Abbiamo la mappa.”

Lina spense la torcia. “E abbiamo un gatto come guardiano. Non male.”

Capitolo 5 — Il tiglio e il signor Ugo

Il cortile del palazzo era un quadrato di pietre chiare. Al centro c'era un tiglio grande, con foglie a forma di cuore. Sotto, una panchina consumata. E accanto, la cassetta degli attrezzi del signor Ugo.

Il signor Ugo era lì, con una chiave inglese in mano, piegato su una bicicletta. Sentì i passi e alzò gli occhi. Aveva baffi grigi e uno sguardo tranquillo.

“Ciao, ragazzi,” disse. “Che fate? Cercate guai?”

“Indizi,” rispose Lina, come se fosse la cosa più normale del mondo. “Lei sa ascoltare?”

Il signor Ugo non si offese. Anzi, sorrise appena. “Dipende. Ascoltare cosa?”

Justo tirò fuori i foglietti. “Stiamo cercando… un ricordo. E qui c'è scritto che dobbiamo venire sotto il tiglio.”

Il signor Ugo si pulì le mani con un panno. Poi si sedette sulla panchina e indicò lo spazio accanto a sé. “Sedetevi. Se si cerca un ricordo, bisogna fermarsi un momento.”

Justo e Lina si sedettero. Il tiglio lasciava cadere un'ombra fresca. Si sentiva un picchio lontano, e il ronzio delle api.

“Quando ero piccolo,” disse il signor Ugo, “nascondevo biglietti nei posti strani. Non per scherzo. Per non perdere certe cose.”

Justo lo guardò. “Ha trovato lei il biglietto nel mio portapenne?”

Il signor Ugo scosse la testa. “No. Ma credo di sapere chi.”

Lina si sporse in avanti. “Chi?”

Il signor Ugo indicò il balcone del secondo piano. “Tua mamma, Justo, quando era ragazzina, veniva qui. Si sedeva su questa panchina con sua sorella. Avevano un ‘club degli ascoltatori'.”

Justo sbatté le palpebre. “Mamma? Un club?”

“Già,” disse il signor Ugo. “Il loro gioco era questo: stare zitti per un minuto e poi raccontare tre suoni che avevano sentito. Non suoni enormi. Suoni piccoli. Tipo una serranda che scende, un cucchiaio che gira, un gatto che salta.”

Lina sgranò gli occhi. “È bellissimo.”

Justo sentì qualcosa stringergli lo stomaco, ma non era paura. Era come nostalgia per un tempo che non aveva vissuto.

“E la ‘cosa che mancava'?” chiese.

Il signor Ugo guardò le foglie del tiglio. “Un giorno, la sorella di tua mamma partì. Da allora, il club finì. Tua mamma, credo, mise via certe cose. Per non farle male.”

Justo pensò alla zia che viveva lontano e che vedevano poco. “Quindi il ricordo è… loro due qui.”

“E forse qualcosa che hanno lasciato,” aggiunse il signor Ugo. “Se cercate un ultimo indizio, ascoltate il tiglio. Sembra sciocco, ma…” Si interruppe, come se cercasse le parole. “Gli alberi non parlano. Ma ti fanno ricordare, se ci stai vicino.”

Lina mise una mano sul tronco. “Io sento… vibrazioni.”

Justo fece lo stesso. Il tronco era ruvido e caldo di sole. E, tra le radici, Justo notò un sasso piatto, come un coperchio.

“Lì,” sussurrò.

Il signor Ugo annuì. “Quello non c'era, anni fa. O forse c'era e io non l'ho ascoltato abbastanza.”

Justo infilò le dita sotto il sasso e lo sollevò. Sotto, una scatolina di latta, leggermente arrugginita.

Lina trattenne il fiato. “Aprila, esploratore.”

Justo aprì la scatola. Dentro c'erano una foto sbiadita di due ragazze sulla panchina, un elastico per capelli, e un foglietto piegato.

Justo aprì il foglietto. C'era scritto:

“SE TROVI QUESTO, PORTALO A CASA. E PRIMA DI PARLARE, ASCOLTA.”

Justo alzò lo sguardo verso il balcone di sua nonna. Sentì un colpo dolce nel petto. “Dobbiamo far vedere tutto a mamma. E a nonna.”

Lina si alzò. “Missione quasi completata. E poi… voglio sapere se tua mamma era anche lei una detective.”

Il signor Ugo rise con un suono basso. “E ricordatevi: avete trovato perché avete ascoltato. Non perché avete spaccato tutto.”

Justo strinse la scatola tra le mani. “Grazie, signor Ugo.”

“Grazie a voi,” rispose lui. “Mi avete fatto ascoltare di nuovo questo cortile.”

Capitolo 6 — Il ricordo che torna a casa

In casa, la mamma di Justo stava piegando magliette sul divano. Quando vide la scatola di latta, si bloccò come se qualcuno avesse messo in pausa il tempo.

“Dove… l'hai trovata?” chiese, piano.

Justo sentì che quello era un momento da maneggiare con delicatezza, come un bicchiere sottile. Si ricordò del biglietto: ascolta.

“Sotto il tiglio,” disse. “Con Lina. E con il signor Ugo.”

La mamma si sedette. Le mani le tremavano un po' mentre prendeva la foto. Guardò le due ragazze sorridenti. Poi le vennero gli occhi lucidi, ma non era tristezza sola. Era anche luce.

Nonna Ada entrò in salotto senza fare rumore. Si appoggiò allo stipite e osservò.

La mamma sfiorò l'elastico e poi il foglietto. “Questo… l'avevo dimenticato.”

Justo rimase in silenzio. Lina, accanto a lui, fece lo stesso, come se avesse capito che le parole dovevano aspettare.

La mamma inspirò profondamente. “Io e tua zia avevamo un gioco. Un club. Pensavamo di essere grandi esploratrici.”

Lina non resistette. “Lo eravate,” disse, con un sorriso rispettoso.

La mamma rise piano, e una lacrima scese senza fretta. “Quando lei è partita, io ho smesso di ascoltare. O meglio… ascoltavo solo quello che faceva male. E ho nascosto questa scatola. Credevo mi proteggesse.”

Nonna Ada si avvicinò e posò una mano sulla spalla della figlia. “A volte proteggersi è necessario. Ma poi si cresce. E si può riaprire.”

Justo si schiarì la gola. “Il biglietto diceva che non mancava un oggetto. Mancava un ricordo.”

La mamma guardò Justo. “E tu lo hai riportato qui.”

Justo abbassò lo sguardo. “Non da solo.”

Lina fece un mezzo inchino. “Io ero la spalla tecnica.”

La mamma sorrise più forte, e l'aria diventò più leggera. “Grazie, Lina. E grazie, Justo.”

Justo sentì il cuore battere di orgoglio, ma anche di sollievo. Avevano attraversato una cantina buia, una finestra testarda, un albero con segreti. E tutto per una cosa invisibile.

La mamma prese il telefono. “Posso chiamare tua zia,” disse. “Non oggi per sistemare tutto. Solo per… ascoltarla.”

Nonna Ada annuì. “E per farle ascoltare questa foto che ride.”

Justo si sedette vicino alla mamma. Durante la chiamata, lui non parlò quasi. Ascoltò la voce della zia dall'altro lato, sorpresa, poi calda. Ascoltò la mamma che rideva e piangeva un po' insieme. Ascoltò Lina che sgranocchiava un biscotto cercando di fare poco rumore, senza riuscirci del tutto.

Quando la chiamata finì, la mamma appoggiò il telefono e chiuse gli occhi per un secondo. “Mi mancava questo,” disse. “Mi mancava ascoltare senza scappare.”

Justo le prese la mano. “Possiamo fare anche noi un club degli ascoltatori.”

Lina alzò un dito. “Regole nuove: un minuto di silenzio, poi tre suoni. E chi interrompe deve… lavare i piatti.”

Justo scoppiò a ridere. “Trappola!”

Nonna Ada fece finta di pensarci. “Mi sembra un'ottima regola educativa.”

La mamma aprì le braccia e guardò Justo. Lui si infilò nell'abbraccio. Era caldo e forte, come una coperta appena uscita dall'asciugatrice. Lina si avvicinò e la mamma la attirò dentro, senza esitazione.

Justo chiuse gli occhi. Sentì il respiro della mamma, il fruscio dei vestiti, il tic tac dell'orologio. E capì che anche quello era un indizio, ma non per cercare: per restare.

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Scricchiolò
Fare un piccolo rumore secco, come legno che si piega o si muove.
Registratore
Piccolo apparecchio che registra e riproduce suoni o voci.
Cassetta
Supporto per musica o registrazioni, qui è la cassetta per il registratore.
Guarnizione
Striscia di materiale che chiude uno spazio per non far passare aria.
Cantina
Stanza sotto la casa, spesso fresca, usata per conservare cose.
Gorgoglio
Rumore di acqua che bolle o scorre piano, come un borbottio.
Arrugginita
Coperta di ruggine, cioè con una patina rossa e ruvida di metallo vecchio.

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