Capitolo 1: Un eroe… con gli starnuti muscolari
Nella città moderna di Neonova i palazzi brillavano come tostapane nuovi e i semafori sembravano sempre avere fretta. Tra le auto elettriche e i monopattini impazziti viveva un supereroe adulto e robusto: si chiamava Tito Tornado.
Non volava. Non aveva raggi laser. E non indossava un mantello (diceva che “svolazza e ti entra nel naso”). Il suo potere era… molto strano: quando si imbarazzava, gli veniva uno starnuto così forte da creare una piccola raffica di vento. Una volta aveva spazzato via cinque volantini e il cappello del sindaco, tutto con un solo “ETCIÙ”.
Quella mattina, Tito camminava verso il deposito degli autobus, un posto enorme con file di bus addormentati, odore di gomma e una musica lontana di chiavi che tintinnavano.
“Missione semplice,” si disse aggiustandosi la cintura da supereroe, che in realtà era una cintura da ginnastica. “Devo consegnare questi panini al personale del deposito. Resilienza, Tito. Anche se ti guardano strano.”
Appena entrò, un meccanico con i baffi a manubrio lo salutò:
“Ehi, sei quello che starnutisce come un ventilatore gigante?”
Tito arrossì fino alle orecchie. “Io… no… cioè… sì, ma solo quando—”
“ETCIÙ!”
Una raffica sollevò un mucchio di fogli. Un cartello “ATTENZIONE PAVIMENTO BAGNATO” fece una giravolta e atterrò dritto sulla testa di un addetto alle pulizie, come un cappello elegante.
L'uomo si guardò allo specchio di una vetrina. “Mi sta bene,” disse serio. “Sono la moda del deposito.”
Tito si portò una mano sulla fronte. “Scusate! È che… mi imbarazzo.”
Il meccanico rise. “Tranquillo, qui si rompono bus ogni giorno. Un cartello volante è quasi riposante.”
Tito inspirò. “Ok. Panini consegnati e via. Niente figuracce.”
Proprio in quel momento un fischio acuto tagliò l'aria: “PIIIII!”
Una ragazza con una pettorina da capoturno corse verso di loro. “Emergenza! Il Bus 77 ha… ehm… preso vita. Sta facendo il giro del deposito da solo!”
Tito sgranò gli occhi. “Un bus… vivente?”
“Non so se è vivente,” disse lei, “ma di sicuro è molto… disubbidiente.”
Capitolo 2: Il Bus 77, re delle sgommate
Il deposito si trasformò in un circuito. Il Bus 77 girava in tondo come un cane che insegue la propria coda, ma molto più grande e con più clacson.
“TOOON!” faceva, come se si stesse prendendo gioco di tutti.
Un autista con la giacca blu si aggrappò a una colonna per non essere travolto. “Giuro che l'ho parcheggiato io! Aveva anche messo la freccia per dormire!”
La capoturno, che si chiamava Amina, indicò un tablet. “Il sistema dice: ‘errore di controllo automatico'. Ma non è un errore normale. Il Bus 77 sta… scegliendo.”
Tito si gonfiò il petto. “È il mio momento! Tito Tornado, specialista in situazioni… ehm… ventose.”
Amina lo guardò con un sorriso. “Mi serve qualcuno robusto e calmo. Sei calmo?”
Tito cercò di sembrare una statua. “Calmissimo.”
Il Bus 77 passò di nuovo, sfiorando una pila di coni arancioni. I coni caddero come birilli e uno finì in testa a Tito.
Tito arrossì di colpo. “Non è un cappello. È… un cono di pensiero.”
“Carino,” disse Amina. “Ma adesso fermiamolo prima che faccia un'uscita trionfale sulla strada.”
Tito corse verso il bus. Era veloce… ma Tito era testardo. Si piazzò davanti, allargando le braccia.
“FERMATI, BUS 77! In nome della… della… linea urbana!”
Il bus frenò un secondo, come se ci stesse pensando. Poi fece “TOON” più forte e ripartì, spruzzando un po' d'acqua da una pozzanghera dritta sui pantaloni di Tito.
Tito rimase lì, fradicio e con il cono in testa.
Un meccanico commentò: “Ottimo look. ‘Supereroe lavato e steso'.”
Tito sentì il calore dell'imbarazzo salire come una bibita gassata.
“Non starnutire,” si disse. “Non starnutire. Non—”
“ETCIÙ!”
La raffica non fu gigantesca, ma abbastanza per spingere via l'acqua dai suoi pantaloni… e per far rotolare un carrello degli attrezzi proprio davanti al Bus 77.
Il bus inchiodò di scatto. “SQUEEEEK!”
“Fatto!” urlò Tito, felice. Poi si accorse che il carrello aveva iniziato a muoversi da solo, trascinato dal vento, e adesso inseguiva il bus come un cagnolino metallico.
Amina si mise le mani sui fianchi. “Ok. Non è perfetto. Però è… creativo.”
Tito annuì, un po' mortificato. “Io trasformo l'imbarazzo in… caos utile.”
“È già qualcosa,” disse lei. “Resilienza, ricordi? Ora dobbiamo capire perché quel bus si muove da solo.”
Capitolo 3: Il mistero del bottone appiccicoso
Amina e Tito entrarono nell'officina, dove c'erano attrezzi ovunque: chiavi inglesi, ruote, luci, e un distributore di bibite che faceva un rumore triste.
Il meccanico coi baffi si presentò: “Mi chiamo Gino. Io parlo con i bus. A volte rispondono. Di solito con fumo.”
Gino aprì il pannello di controllo del Bus 77. Dentro c'erano cavi colorati come spaghetti e un piccolo pulsante rosso.
“Ecco il colpevole,” disse Gino, indicando il pulsante. “Questo è il comando del pilota automatico. Ma… è appiccicoso.”
Tito avvicinò il naso. “Appiccicoso come… marmellata?”
Amina sospirò. “Ieri c'era la festa dei bambini del quartiere. Sono saliti su alcuni bus per una visita guidata. Uno di loro potrebbe aver versato… qualcosa.”
Gino annusò l'aria. “Io dico… succo d'uva.”
Tito fece una faccia seria da supereroe. “Allora serve una missione delicata: staccare il bottone appiccicoso senza scatenare il bus.”
Amina incrociò le braccia. “Delicata e pulita.”
Tito annuì. “Pulita. Io sono… pulitissimo.”
In quel momento il suo gomito urtò il distributore di bibite. “CLONK.”
Una lattina cadde. Rotolò. Si fermò. Poi… “PSSSS!” spruzzò una goccia proprio sul pulsante rosso.
Il bus, fuori, rispose con un “TOON!” come se avesse sentito il richiamo della bibita.
Amina guardò Tito con un sopracciglio alzato. “Pulitissimo, eh?”
Tito diventò rosso come una sirena. “Io… volevo… controllare la pressione dell'aria.”
Gino rise. “Ok, muscoli. Vai di starnuto, se serve.”
Tito inspirò piano. “No. Stavolta niente starnuti. Stavolta… calma e resistenza.”
Prese un panno, poi un altro, poi un terzo, come se stesse preparando un'operazione chirurgica su una torta.
“Piano piano,” mormorò.
Mentre puliva, il pulsante sembrava incollato a un sogno di zucchero. Tito tirò leggermente. Niente. Tirò un po' di più. Niente.
All'improvviso, il panno gli scivolò e il pulsante fece “CLICK”.
Fuori, il Bus 77 accese le luci e iniziò a muoversi di nuovo, questa volta verso il cancello del deposito.
Amina corse alla finestra. “Sta andando fuori! Tito, se esce, poi lo ritroviamo in centro a fare il giro turistico senza biglietto!”
Tito deglutì. “Non posso fallire. Non oggi.”
E, per la prima volta, sentì l'imbarazzo arrivare… ma invece di combatterlo, lo guardò in faccia.
“Va bene,” disse. “Se devo arrossire… arrossisco con dignità.”
Capitolo 4: La pirouette del Tornado
Tito corse nel deposito. Il Bus 77 era già vicino al cancello, pronto a salutare tutti con un clacson trionfante.
“TOOOON!”
Amina gridò: “Occhio! C'è anche il guardiano al cancello!”
Il guardiano, un signore tranquillo con una tazza di tè, alzò la mano come se stesse fermando un piccione. “Fermo lì, giovanotto… autobus.”
Tito scattò. Era robusto, ma non voleva fare il muro umano. Il bus era grande. Molto grande.
“Allora,” pensò, “serve una mossa comica… e sicura.”
Vide una cosa: le grandi spazzole rotanti del lavaggio bus, proprio lì accanto. Sembravano due enormi ricci blu pronti ad abbracciare chiunque.
Tito si piazzò davanti al lavaggio e urlò: “Bus 77! Se vuoi scappare, prima devi… essere presentabile!”
Il bus, come offeso, accelerò verso di lui.
Tito sentì lo sguardo di tutti addosso. Sentì l'imbarazzo salire. E, invece di irrigidirsi, fece la sua cosa speciale: trasformò la vergogna in una pirouette comica.
Girò su se stesso, braccia larghe, come un ballerino gigante.
“ETCIÙ!”
Lo starnuto uscì perfetto: una raffica precisa, non troppo forte, come una spinta gentile. Il vento deviò il Bus 77 quel tanto che bastava per farlo entrare nel lavaggio automatico.
“FWOOSH!”
Le spazzole abbracciarono il bus. Schiuma ovunque. Il Bus 77 fece “TOON?” come un gatto bagnato, e rallentò, confuso e pieno di bolle.
Tito, però, aveva girato tanto che adesso vedeva due Aminae, tre Gini e un guardiano con quattro tazze di tè.
Amina corse da lui. “Tito! Tutto bene?”
Tito barcollò. “Benissimo. Ho solo… la città che gira per salutarmi.”
Il Bus 77, coperto di schiuma, si fermò del tutto. Le luci si spensero. Silenzio.
Gino batté le mani. “Ecco! L'hai addomesticato con una… doccia.”
Il guardiano annuì serio. “E con stile. Quel giro… era un ‘giro di ronda'.”
Tito si grattò la nuca, ancora un po' rosso. “Mi sono sentito ridicolo.”
Amina sorrise. “Eppure hai resistito. Non ti sei bloccato. Hai usato quello che hai.”
Tito guardò il Bus 77, ora calmo e pulitissimo. “Ok. Ammetto che… è anche più lucido di me.”
Capitolo 5: Panini, risate e un “a domani”
Con il bus finalmente fermo, Gino riuscì a staccare il pulsante appiccicoso. Sotto, trovò il vero colpevole: una piccola caramella gommosa schiacciata, tenace come una ventosa.
Amina la sollevò con due dita. “Ecco la nostra super-villain: Caramella Appiccicosa.”
Tito la fissò. “Così piccola… e così potente.”
Gino la buttò in un cestino con molta solennità. “Che riposi in pace. Lontano dai pulsanti.”
Poi tutti si sedettero su una panca vicino ai bus addormentati. Tito aprì il sacchetto dei panini.
“Chi vuole quello al formaggio?” chiese.
“IO!” disse il guardiano, alzando la mano.
“Io quello con pomodoro,” disse Amina.
Gino addentò il suo e parlò con la bocca piena: “Sai Tito, oggi ti sei imbarazzato un sacco. Ma non sei scappato.”
Tito masticò piano. “Prima mi dava fastidio. Pensavo: ‘Se arrossisco, ho perso'. Invece… posso arrossire e continuare lo stesso.”
Amina fece un cenno. “Questa è resilienza. Cadere in una pozzanghera e poi… fare il giro di danza che salva un autobus.”
Tito rise. “Non so se la danza era prevista nel mio addestramento.”
“Da oggi sì,” disse Gino. “La chiameremo: ‘Protocollo Tornado'.”
Il Bus 77, come se avesse capito, fece un piccolo “toon” timido, quasi un ringraziamento.
Il sole cominciava a calare dietro i palazzi di Neonova. Nel deposito tornò la calma: solo il rumore lontano di una chiave e l'odore di gomma che ormai sembrava familiare.
Amina si alzò. “Grazie, supereroe robusto dai poteri insoliti.”
Tito si sistemò la cintura. “È il mio lavoro. E se mi imbarazzo… beh, almeno soffia il vento.”
Il guardiano sollevò la tazza. “Allora… a domani.”
Tito fece un saluto semplice, tranquillo. “A domani.”