Parte 1
Tito aveva tre anni e un'idea grande come un palloncino rosso.
Diceva spesso: “Io so già.”
Lo diceva al cucchiaio, alla scarpa, al gatto.
Lo diceva anche alla luna, quando si affacciava alla finestra.
Una sera, prima della nanna, Tito trovò una piccola bussola sul comodino.
Non era di ferro. Sembrava fatta di luce e miele.
L'ago tremava come un baffo di farfalla.
“Ciao,” disse la bussola.
Tito strabuzzò gli occhi. “Le bussole non parlano.”
“La tua sì,” rispose lei, piano. “Io sono la Bussola dei ‘Forse'.”
Tito rise. “Io non ho bisogno dei forse. Io so già.”
La bussola non si offese. Fece solo un piccolo giro, come una trottola gentile.
“Dove vuoi andare?” chiese.
“Voglio andare dove c'è sempre ragione,” disse Tito.
“Allora tieni forte la mia mano invisibile,” sussurrò la bussola.
La stanza diventò morbida, come una nuvola piegata.
E Tito si ritrovò in un giardino tranquillo.
L'erba era verde come una coperta pulita.
I fiori sembravano campanelli colorati.
Sotto un albero c'era una lumaca con un cappello minuscolo.
Il cappello era una foglia.
La lumaca guardava una pietra rotonda e diceva: “Questa è una torta.”
Tito scoppiò a ridere. “Non è una torta! È una pietra.”
La lumaca alzò le antenne. “Forse è una torta per chi ha fame di immaginazione.”
Tito fece una smorfia. “Io so cos'è. È pietra.”
La bussola si mise tra loro, come un filo d'oro.
“Posso chiederti una cosa?” disse a Tito.
“Chiedi,” disse Tito, con le braccia incrociate.
“Se fosse una torta finta,” disse la bussola, “fa male chiamarla torta?”
Tito ci pensò. Il suo pensiero era un pesciolino, e faceva bolle lente.
“No,” disse. “Non fa male.”
La lumaca sorrise. Sembrò un puntino di luna.
Parte 2
La bussola guidò Tito lungo un sentiero.
Ogni passo era un “tap” piccolo, come un bacio sul pavimento.
Arrivarono a un laghetto.
L'acqua era uno specchio che non voleva vantarsi.
Su una foglia galleggiava una rana.
La rana cantava: “Io sono un pesce.”
Tito disse subito: “Non sei un pesce. Sei una rana.”
La rana fece “cro cro” e si grattò la testa.
“Mi piace pensarlo,” disse. “Quando dico ‘pesce', mi sento più leggero.”
Tito guardò la rana. Guardò l'acqua.
Poi guardò la bussola.
“Ma le parole devono essere giuste,” disse Tito, un po' serio.
La bussola fece un rumore dolce, come un sonaglio lontano.
“Le parole sono come scarpe,” disse. “A volte ti stanno. A volte no.
Se ti fanno male, puoi cambiarle. Non sei cattivo se cambi scarpe.”
Tito guardò i suoi piedini.
Lui conosceva bene le scarpe strette.
“E se cambio idea… mi perdo?” chiese, con una vocina piccola.
La bussola brillò. “Io sono qui. Cambiare idea non è perdersi.
È come girare la testa per vedere un fiore che prima non avevi visto.”
La rana saltò. “Guarda!” disse. “Sotto la foglia c'è un insetto.
Io pensavo fosse una briciola. Mi sbagliavo. Ora lo so.”
E non sembrava triste. Sembrava contenta di aver trovato una cosa nuova.
Tito sentì una risata dentro, come una campanella.
“Forse…,” disse, assaggiando la parola.
Era morbida. Non pungeva.
Parte 3
Tornarono piano verso la camera.
Il giardino si ripiegò come una coperta dopo il gioco.
La bussola saltò sul comodino e restò lì, calma.
La mamma entrò con una luce bassa, color miele.
“È ora di dormire,” disse.
Tito si infilò sotto le coperte.
Il cuscino profumava di casa.
“Domani metto i calzini blu,” disse Tito.
Poi guardò i calzini rossi sul pavimento.
E aggiunse, piano: “O forse quelli rossi.”
La mamma sorrise. “Va bene.”
Tito fece una piccola risata. “Mamma, oggi ho imparato una cosa.”
“Quale?” chiese lei.
“Che cambiare idea è come aprire una finestra,” disse Tito.
“Entra aria nuova. Non fa paura. Fa bene.”
La mamma gli accarezzò i capelli. “È una bella idea.”
Tito guardò la bussola. L'ago indicava il suo cuore.
La bussola sussurrò: “Quando dici ‘forse', fai spazio.
E nello spazio, crescono cose gentili.”
Tito chiuse gli occhi.
Le sue idee, come palloncini, non erano più legate troppo forte.
Potevano danzare, cambiare colore, e tornare sempre da lui.
E prima di addormentarsi, Tito disse al buio:
“Io so già… e anche no. Forse.”
Il buio non rispose, ma sembrò sorridere.
E la notte fu una coperta felice, leggera, piena di piccoli “forse” luminosi.