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Racconto d'avventura 11/12 anni Lettura 24 min.

Marta e la lente dell’ascolto nel regno dell’alba

Marta, una ragazza curiosa, trova un libro magico che la conduce ad Auroria dove, insieme a nuovi amici, affronta la Nebbia Stretta per riportare luce al regno e impara il valore dell’ascolto e del coraggio.

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Marta, 12 anni, viso rotondo con lentiggini, capelli castani corti e spettinati, espressione determinata e meravigliata, mani su una sfera luminosa incrinata che pulsa come una piccola lanterna dorata; Puck, ragazzo ~13 anni, capelli neri spettinati, soprabito troppo grande, sorriso malizioso ma preoccupato, dietro Marta a sostenerla con una mano pronta; Ilyas, uomo ~35 anni, pelle scura, occhi chiari, sottile cicatrice sul sopracciglio, cappotto da capitano patchwork, tiene un piccolo campanellino; Santuario dei Tre Orizzonti: piattaforma rocciosa chiara sospesa nel cielo, tre archi di pietra sovrapposti, nuvole rosa e pesca, superfici come carta accartocciata e strati ritagliati; Stella dell'Alba: sfera arancione-rosata con sottili crepe scure, raggi morbidi che cadono a strisce come carta, una nebbia grigia che si dirada in filamenti traslucidi; atmosfera di avventura e dolcezza, toni caldi contrastati da tocchi di grigio, ombre nette, bordi marcati, composizione semplice con silhouette leggibili ed espressioni chiare. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — La risata nella biblioteca

Marta aveva dodici anni, due ginocchia sbucciate di esperienza e una risata che sembrava un elastico: si allungava anche quando le cose tiravano male. Viveva in un villaggio appoggiato ai piedi delle Colline del Tè, dove il vento sapeva di foglie e promesse.

Quel pomeriggio entrò nella biblioteca comunale per restituire un libro troppo serio per i suoi gusti. Il bibliotecario, il signor Rinaldi, dormiva con la testa su una pila di atlanti come se stesse facendo il nido. Marta gli lasciò accanto il volume e, già che c'era, tirò fuori il naso dalla sezione “Leggende e stranezze che nessuno chiede”.

Uno scaffale scricchiolò come se avesse mal di schiena. Un tomo rilegato in cuoio verde scuro si sporse da solo, quasi volesse buttarsi. Marta lo afferrò al volo.

Sulla copertina c'era una bussola incisa, ma l'ago non indicava il nord: girava come un cane felice che si morde la coda.

“Interessante… sei una bussola che ha perso la pazienza?” mormorò Marta.

Il libro si aprì da sé con un sospiro di carta. Una mappa brillò, e le linee si mossero come fiumi veri. In alto, scritto con inchiostro dorato: REGNO DI AURORIA. Sotto, una nota: “Quando la Stella dell'Alba si spegne, il coraggio accende il sentiero.”

Marta sgranò gli occhi. Auroria non era su nessun atlante vero. Eppure, davanti a lei, c'era un timbro rosso: “Urgente”.

Proprio allora, una foglia secca cadde dalla mappa e planò sul pavimento. Non una foglia qualsiasi: era fatta di metallo sottile, come bronzo, e aveva un piccolo simbolo a spirale.

Il signor Rinaldi si svegliò di colpo. “Marta! Hai… hai trovato quello?”

“Dipende. Se ‘quello' è un libro che fa il giocoliere con le mappe, sì.”

Rinaldi deglutì. “Non è un giocattolo. È un Invito. Auroria… chiede aiuto.”

Marta si sentì pizzicare la curiosità come da formiche luminose. “E perché dovrebbe chiedere aiuto a me? Sono alta un metro e mezzo e ho paura dei ragni.”

“Perché tu ridi anche quando tremi,” disse lui, serio. “E in certi regni la risata è una torcia.”

Marta guardò la foglia di metallo. La spirale pareva un orecchio. Quasi ascoltasse.

“Va bene,” sospirò. “Ma se finisco in una storia, pretendo almeno un drago educato.”

Capitolo 2 — La porta tra le pagine

Dietro la biblioteca, nel magazzino dove vivevano scaffali polverosi e sedie zoppe, il signor Rinaldi spostò una vecchia carta geografica appesa al muro. Sotto c'era una fessura, sottile come un sorriso trattenuto.

“Questa porta si apre solo con tre cose,” disse. “Una mappa che non si ferma, una foglia di bronzo… e una domanda sincera.”

Marta alzò un sopracciglio. “Tipo: ‘perché le verdure esistono'?”

“Più sincera.”

Marta strinse la foglia. Sentì un lieve calore, come una mano piccola. Guardò la mappa che tremolava nel libro. Poi inspirò.

“Se Auroria ha paura,” chiese, “chi la consola quando tutti sono troppo grandi per farlo?”

Per un attimo il magazzino rimase muto. Poi la fessura nel muro si dilatò, diventando una porta di luce azzurra, sottile e profonda come il mare visto da vicino. L'aria profumò di pioggia e cannella.

Rinaldi fece un passo indietro. “Io non posso passare. Ma tu… tu sì. Ricorda: non andare contro la paura come contro un muro. A volte è una porta anche lei.”

Marta rise, ma la risata tremava. “Se torno, ti racconto tutto. Se non torno… be', almeno non devo più studiare i verbi irregolari.”

“Coraggiosa e anche impertinente,” borbottò Rinaldi, ma gli occhi gli luccicavano.

Marta entrò.

Il passaggio non era un corridoio: era un libro dentro un libro. Pagine giganti le sfioravano le spalle come tende. Le parole svolazzavano come rondini d'inchiostro. Marta camminò su un sentiero fatto di lettere intrecciate, e ogni suo passo faceva “plin” come una goccia su una campana.

Alla fine, sbucò in una radura. Il cielo non era blu: era color pesca, con nuvole a forma di velieri. Un lago di vetro rifletteva tutto con un'educazione impeccabile. E oltre il lago, torri bianche e dorate si alzavano come dita che chiedevano attenzione.

Un ragazzo dall'aria sveglia le corse incontro. Aveva capelli scuri spettinati e un mantello troppo grande, come se lo avesse rubato a un sogno.

“Finalmente!” esclamò. “Sei l'Aiutante?”

Marta si indicò. “Io? Sono Marta. E tu sei…?”

“Puck,” disse lui, facendo un inchino esagerato. “Messaggero ufficiale del ‘Siamo nei guai'. Benvenuta ad Auroria.”

Marta guardò il lago, le torri, le nuvole-velieri. “Ok. È ufficiale. Il mio cervello sta facendo un picnic.”

Puck sorrise. “Allora ti piacerà. Auroria è bellissima… anche quando si spegne.”

Capitolo 3 — Il Regno che perdeva l'alba

Attraversarono un ponte di pietra chiara. Sotto, l'acqua non scorreva: cantava. Ogni onda era una nota. Marta provò a lanciare un sassolino: l'acqua rispose con un “do” acuto e indignato.

“Scusa!” disse Marta al lago. “Non sapevo fossi un musicista.”

Puck ridacchiò. “Qui tutto ascolta, un po'. Per questo bisogna parlare con cura.”

Nel cuore della città, le case avevano finestre come occhi curiosi. Ma molti occhi erano spenti: le lanterne non brillavano, le insegne sembravano stanche. Persino i fiori nei vasi tenevano i petali un po' chiusi, come se avessero freddo.

Arrivarono davanti al Palazzo dell'Alba. Le porte erano alte e intarsiate con soli e stelle. Una guardia li fermò: era una donna con un elmo a forma di falco.

“Il palazzo non riceve visitatori,” disse.

Puck si gonfiò come una rana offesa. “Lei è… ehm… una specialista in risate coraggiose.”

Marta alzò la mano. “Ciao. Non so se sono una specialista, ma posso provarci.”

La guardia la studiò, poi annuì lentamente. “Se sei qui, il destino ha già firmato. Entra.”

Dentro, il palazzo profumava di cera e vento. In una sala rotonda, su un trono semplice, sedeva la regina Elionora. Non portava corona: aveva capelli bianchi come neve che non fa rumore e occhi color ambra.

“Tu vieni da oltre le pagine,” disse, senza bisogno di presentazioni.

Marta fece una mezza riverenza che sembrò più un inciampo elegante. “Sì, ma prometto che non ho portato briciole.”

La regina sorrise appena, come una candela che tenta di accendersi. “Auroria sta perdendo l'alba. La Stella dell'Alba, che ogni mattina accende il cielo, si sta spegnendo. Quando si spegnerà del tutto, il nostro regno diventerà grigio, e i nostri sogni… si faranno pesanti.”

“Chi l'ha spenta?” chiese Marta.

“Non un ‘chi' soltanto,” rispose Elionora. “Un ‘cosa'. La Nebbia Stretta: una nebbia che stringe i pensieri e li rende piccoli. È nata dalla paura di ciò che è diverso. Da porte chiuse, da orecchie tappate.”

Marta si grattò il mento. “Quindi la soluzione è… aprire le porte?”

“E il cuore,” disse la regina. “La Stella dell'Alba si trova nel Santuario dei Tre Orizzonti. Ma il sentiero è spezzato. Serve qualcuno che sappia guardare oltre il proprio confine.”

Puck fece un salto. “Io accompagno Marta! Conosco scorciatoie, trappole e panifici.”

“Panifici?” ripeté Marta.

“Importantissimi in missione.”

La regina porse a Marta un piccolo ciondolo: una lente di cristallo montata su argento. Dentro, una scintilla si muoveva come un pesciolino.

“È la Lente dell'Ascolto,” spiegò. “Ti aiuterà a vedere le verità che la nebbia nasconde.”

Marta la infilò al collo. Sentì la scintilla scaldarle la pelle. “Va bene. Vado a cercare l'alba. Mi sembra una frase che mia madre non approverebbe.”

Elionora chinò il capo. “Portaci indietro il mattino. E torna con te stessa un po' più grande.”

Marta guardò Puck, poi la sala, poi il soffitto dove un affresco di stelle sembrava trattenere il respiro. “Ok, Auroria. Vediamo se riesco a insegnare alla nebbia a farsi da parte.”

Capitolo 4 — La Foresta degli Specchi Sinceri

Uscirono dalla città e presero un sentiero che entrava in una foresta. Gli alberi avevano tronchi lisci e lucenti, come vetro scuro. Tra i rami pendevano piccole gocce d'argento che riflettevano i loro volti.

“Questa è la Foresta degli Specchi Sinceri,” disse Puck, abbassando la voce. “Se menti a te stesso, gli alberi ti fanno vedere la bugia.”

Marta guardò il proprio riflesso in una goccia: si vide con un elmo enorme e una spada ridicola. Poi l'immagine cambiò: si vide piccola, seduta su un gradino, con la paura che le mordeva le caviglie.

“Ehi,” disse al riflesso. “Non mi guardare così. Sto facendo del mio meglio.”

Il riflesso alzò le spalle, come a dire: “Appunto.”

Camminarono tra fruscii che sembravano sussurri. A un tratto, la Nebbia Stretta arrivò: non come nuvola, ma come un lenzuolo tirato troppo. Si infilò tra i tronchi e tra i pensieri. Marta sentì la testa farsi pesante.

“Non ce la farai,” bisbigliò la nebbia. “Non sei di qui. Non capisci. Torna indietro.”

Puck si tappò le orecchie. “La odio. Ti stringe come un cappuccio bagnato.”

Marta afferrò la Lente dell'Ascolto. Guardò la nebbia attraverso il cristallo. Dentro, vide piccoli nodi, come lacci stretti. E in ogni nodo c'era una parola: “Strano”, “Diverso”, “Pericoloso”.

Marta deglutì. Poi, invece di spingere via la nebbia, parlò. “Ok. Ti vedo. Hai paura. Ma… perché?”

La nebbia esitò. Era come se non fosse abituata a domande gentili.

“Perché quando qualcosa è diverso,” sibilò, “può cambiare tutto.”

“E se cambiasse in meglio?” chiese Marta.

Puck la fissò. “Stai… facendo amicizia con la nebbia?”

“Non amicizia,” disse Marta. “Sto facendo spazio.”

Marta si ricordò di quando aveva cambiato scuola e si era sentita un pesce fuori dal secchio. “Anch'io ho avuto paura del diverso,” ammise ad alta voce. “Ho pensato: ‘Se non mi capiscono?' Ma poi ho scoperto che le persone sono libri: se non li apri, restano solo copertine.”

Le gocce d'argento sugli alberi tremolarono. La nebbia parve allentare un poco la presa.

Un albero, proprio davanti a loro, si illuminò e rivelò una porta incisa nel tronco.

Puck spalancò gli occhi. “La foresta ci sta lasciando passare. Marta, sei… sorprendente.”

“Non dirlo troppo forte,” disse lei. “Potrei montarmi la testa e inciampare in un ramo.”

Aprirono la porta. Dall'altra parte, il sentiero riprendeva, e la nebbia rimase indietro, non sconfitta, ma meno stretta. Come un nodo che ha imparato che può sciogliersi.

Capitolo 5 — Il Mare delle Nuvole e il capitano che veniva da lontano

Il sentiero li condusse a una scogliera. Sotto non c'era acqua, ma un mare di nuvole, gonfio e lento, con onde bianche che si alzavano e si abbassavano senza rumore. Un porto di legno sporgeva nel vuoto e lì era attraccata una nave con vele trasparenti, come ali di libellula.

Sul ponte stava un capitano con la pelle scura e gli occhi chiari, vestito con un cappotto pieno di toppe colorate. Una cicatrice gli attraversava il sopracciglio, come una virgola impaziente.

“Chi siete voi che camminate senza precipitare?” chiese, ma la sua voce era più curiosa che minacciosa.

Puck fece un inchino. “Io sono Puck, e lei è Marta, la… come si dice… speranza con le ginocchia sbucciate.”

Marta salutò. “Piacere. Bella nave. Sembra fatta di… vento.”

Il capitano sorrise. “Sono Ilyas. Vengo da un arcipelago dove si parla con le stelle e si cucina col sale delle risate. Questa nave si chiama Orizzonte Secondo. Vi serve un passaggio?”

“Al Santuario dei Tre Orizzonti,” disse Marta.

Ilyas si fece serio. “Allora avete scelto una strada che chiede cuore. Salite.”

Mentre salivano, Marta notò che sull'albero maestro c'erano talismani di culture diverse: piccole maschere, nastri, conchiglie, un campanellino. Sembravano un gruppo di amici che non si somigliano, ma si vogliono bene.

“Li hai raccolti?” chiese Marta.

Ilyas annuì. “Ogni volta che incontro qualcuno, imparo un modo nuovo di vedere. I talismani mi ricordano che il mondo non è una sola canzone.”

La nave si staccò dal porto e scivolò sulle nuvole. Le vele catturarono una corrente invisibile. Puck si aggrappò a una corda.

“Se cado,” urlò, “ditelo alla storia che non era colpa mia!”

Marta rise. “Tranquillo. La storia di solito incolpa tutti.”

Attraversarono banchi di nuvole che odoravano di latte caldo. Ma la Nebbia Stretta li raggiunse anche lì, salendo come fumo freddo.

La prua cominciò a perdere direzione. Le nuvole sotto si fecero più scure.

Ilyas imprecò piano. “La nebbia ci ruba il vento.”

Marta sollevò la Lente dell'Ascolto. Vide che la nebbia sussurrava alle vele: “Non fidarti. L'altro è diverso. L'altro ti tradirà.”

Marta guardò Ilyas. “Non ti conosciamo. Ma ci stai aiutando.”

Ilyas la fissò. “E voi venite da un mondo che non conosco. Eppure siete qui.”

Puck ingoiò. “Io mi fido… soprattutto perché non so nuotare nelle nuvole.”

Marta respirò. Poi disse alla nebbia, forte: “Smettila di raccontare una sola versione. Il diverso non è un coltello: è una chiave. Se non apri, resti chiuso anche tu.”

Ilyas, come se avesse capito il gioco, prese il campanellino sull'albero maestro e lo fece suonare. “Ogni lingua, ogni storia,” dichiarò, “è vento.”

Puck tirò fuori dalla tasca un piccolo flauto di canna e soffiò una nota storta, ma coraggiosa. Marta, senza pensarci, batté le mani a ritmo.

Le vele vibrarono. La nave riprese a scorrere. La nebbia si sfilacciò, irritata, e rimase indietro come una bugia scoperta.

“Non male,” disse Ilyas, con un sorriso che aveva il sapore di avventura. “Avete suonato contro la paura.”

“Era più un… rumore motivazionale,” ribatté Marta. “Ma grazie.”

In lontananza apparvero tre archi di pietra sospesi nel cielo, come tre orizzonti sovrapposti. Al centro, una luce debole pulsava.

Puck indicò. “Il Santuario!”

Marta sentì il cuore fare un salto. Non di paura, questa volta: di possibilità.

Capitolo 6 — Il Santuario dei Tre Orizzonti

Sbarcarono su una piattaforma di roccia chiara. I tre archi formavano un passaggio, e sotto ognuno c'era una prova: una porta, una scala e un ponte, ciascuno con simboli incisi.

Una voce antica, come vento tra campane, parlò senza bocca: “Per raggiungere la Stella, attraversate i tre orizzonti: quello degli Occhi, quello delle Orecchie, quello del Cuore.”

Marta ingoiò. “Sembra un compito in classe… ma in versione epica.”

Puck fece finta di svenire. “Io non ho studiato!”

Ilyas posò una mano sulla spalla di Marta. “Non siete soli.”

Sotto il primo arco, quello degli Occhi, c'erano tre statue: una guerriera, un saggio, un buffone. Ognuna reggeva uno specchio.

Una scritta: “Scegli lo specchio che ti rappresenta.”

Puck si avvicinò al buffone. “Ovviamente.”

Ilyas guardò il saggio, poi esitò e toccò la guerriera. “A volte serve forza.”

Marta rimase ferma. Si vide un po' in tutti e tre, e questa cosa la confuse. Poi prese lo specchio del buffone. Puck la guardò scandalizzato.

“Tu?” disse. “Ma tu sei la protagonista seria!”

Marta fece spallucce. “Se non rido, mi prendo troppo sul serio e divento una statua anche io.”

Lo specchio brillò e mostrò Marta mentre faceva una smorfia al drago educato che aveva immaginato. La statua del buffone si spostò, rivelando un passaggio.

Sotto il secondo arco, quello delle Orecchie, c'era un corridoio pieno di sussurri. Ogni sussurro diceva una cosa diversa: alcuni erano gentili, altri pungenti, altri confusi.

“Devi scegliere cosa ascoltare,” disse Ilyas.

La Nebbia Stretta si infilò anche lì, come un ladro. “Ascolta solo chi ti somiglia,” insinuò. “Gli altri ti faranno perdere.”

Marta sollevò la Lente dell'Ascolto. Tra i sussurri, ne sentì uno flebile, quasi nascosto: “Non capisco… ma vorrei.”

Era una voce diversa, con un accento che Marta non riconosceva. Eppure era sincera come un bicchiere d'acqua.

Marta seguì quel sussurro. Il corridoio si aprì, e i suoni cattivi si spensero come candele senza ossigeno.

Sotto il terzo arco, quello del Cuore, c'era un ponte sottilissimo che portava a una colonna di luce. In fondo, sospesa, la Stella dell'Alba: non una stella nel cielo, ma una sfera luminosa, grande quanto una zucca, con crepe scure come ragnatele.

La Nebbia Stretta si alzò davanti a loro, più densa. “Se la tocchi,” disse, “ti cambierà. E se cambi, potresti non piacerti.”

Marta sentì la paura mordere di nuovo. Cambiare faceva paura anche a lei. Ma guardò Auroria sotto di loro: le torri, le case, i fiori chiusi. E pensò a Rinaldi, al suo “la risata è una torcia”.

“E se cambiassi in meglio?” disse Marta, ripetendo la domanda come un talismano.

Fece un passo sul ponte. Il ponte tremò. Un altro passo. La nebbia la tirò con parole appiccicose: “Non sei abbastanza. Non sei del posto. Non sai.”

Marta si fermò, chiuse gli occhi e parlò a se stessa, come a un'amica: “Non devo sapere tutto. Devo solo andare avanti e ascoltare. E chiedere. E ridere, ogni tanto.”

Puck, dietro, disse piano: “Marta… se cadi, io… io ti terrò la storia aperta.”

Ilyas aggiunse: “E io terrò il vento.”

Marta sorrise. “Allora andiamo a prendere un'alba.”

Attraversò il ponte. Arrivò alla Stella e posò le mani sulla luce. Era calda e fredda insieme, come una mattina d'inverno con il sole.

Attraverso la Lente dell'Ascolto, vide dentro le crepe: non buio, ma parole strette, le stesse della nebbia. “Strano. Diverso. Pericoloso.”

Marta non le strappò via con rabbia. Le sciolse con una frase semplice, pronunciata come si offre un posto a tavola: “C'è spazio anche per te.”

Le parole si allentarono. Le crepe si richiusero. La Stella brillò, e la luce non accecò: abbracciò.

La Nebbia Stretta urlò senza voce e si dissolse, non distrutta, ma trasformata in una foschia leggera che sembrava solo… aria.

La Stella salì verso il cielo, come un pallone lasciato andare. E subito, sopra Auroria, il colore tornò: il cielo pesca divenne un'alba rosata, e le torri si accesero come fiammiferi felici.

Marta si sedette sul bordo della piattaforma, ansimando. “Ok. Questo vale almeno dieci compiti di matematica.”

Puck rise così forte che il santuario fece eco. “Sei ufficialmente una leggenda con le ginocchia sbucciate!”

Ilyas si tolse il cappello. “Avete aperto un orizzonte.”

Marta guardò la luce che scendeva sul regno. Sentì dentro di sé qualcosa di nuovo: non una certezza, ma una fiducia. Come una vela che ha trovato vento.

Capitolo 7 — Il ritorno con un sorriso sincero

Quando tornarono al Palazzo dell'Alba, la città sembrava sveglia. Le lanterne brillavano, le finestre ridevano di luce, e perfino i fiori nei vasi sbadigliavano aprendosi.

La regina Elionora li attendeva nella sala rotonda. Questa volta, portava una corona sottile, non di potere, ma di gratitudine. Guardò Marta e le si illuminarono gli occhi.

“L'alba è tornata,” disse.

Marta fece un inchino che riuscì quasi elegante. “Sì. Ma… credo che l'alba torni meglio quando la gente smette di stringersi in se stessa.”

La regina annuì. “Hai capito la lezione del regno: la paura chiude, l'ascolto apre. E l'apertura è coraggio.”

Puck, orgoglioso, intervenne: “E anche un po' di rumore motivazionale.”

Ilyas sorrise. “E vento condiviso.”

Elionora posò una mano sul ciondolo di Marta. “La Lente dell'Ascolto è tua, se vuoi. Non serve solo contro la nebbia. Serve per vedere gli altri come orizzonti, non come muri.”

Marta toccò la lente. Pensò alla sua scuola, ai compagni nuovi, a quelli strani, a quelli silenziosi, a quelli che facevano finta di sapere tutto. Pensò a quante volte aveva giudicato una copertina senza aprire il libro.

“La terrò,” disse. “Ma prometto di usarla anche quando non c'è magia. Forse è lì che serve di più.”

Il signor Rinaldi la aspettava dietro la porta tra le pagine, come se non avesse respirato finché non l'avesse vista. Quando Marta tornò nel magazzino, la luce azzurra si chiuse con un fruscio.

Rinaldi la guardò. “Allora?”

Marta si sedette su una cassa e si stiracchiò. “Ho salvato un regno, ho navigato su nuvole, ho fatto una chiacchierata educativa con una nebbia e ho scoperto che ridere può essere una torcia.”

Rinaldi si passò una mano sul viso, commosso e incredulo. “E tu… come stai?”

Marta alzò la Lente dell'Ascolto, che ora sembrava un semplice ciondolo, ma dentro aveva ancora una scintilla. “Sto… un po' cambiata. Ma mi piaccio di più.”

Rinaldi sorrise. “Questo è il vero tesoro.”

Marta si alzò e, prima di uscire, guardò la biblioteca. Gli scaffali erano silenziosi, pieni di mondi che aspettavano. Lei infilò le mani in tasca e disse, come se parlasse a tutti i libri insieme:

“Ok. Da oggi cerco orizzonti. Anche nei posti che sembrano solo muri.”

Poi uscì, e il sole del suo mondo le fece l'occhiolino. Marta rispose con un sorriso sincero, di quelli che non fanno rumore ma accendono il giorno.

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Tomo
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Scricchiolò
Suono secco e lento che fa qualcosa quando si muove o si spezza.
Sospiro
Respiro lungo e lento che esprime stanchezza o sollievo.
Radura
Spazio aperto e pianeggiante dentro a una foresta.
Mantello
Cappotto lungo senza maniche che si porta sopra gli altri vestiti.
Intarsiate
Decorate con pezzi diversi messi insieme per formare un disegno.
Affresco
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