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Storia sulle vacanze estive 11/12 anni Lettura 14 min.

Lino e Brina: la casetta dei libri e la gara gentile

Lino, un giovane riccio, scopre una piccola casetta di libri e, insieme all’amica gazza Brina, impara il valore del rispetto, della condivisione e delle regole gentili attraverso giochi e piccole avventure tra città e maretta.

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Un piccolo riccio antropomorfo, Lino, seduto su una pietra piatta con pelo marrone chiaro e aculei beige morbidi, viso tondo e occhi brillanti, espressione serena e attenta, tiene un piccolo libro aperto sulle ginocchia e ascolta la notte; una gazza di nome Brina, piumaggio nero e bianco lucido, occhi vivaci e becco sottile, è posata su una canna vicino a lui, inclinata con atteggiamento curioso e protettivo; alcune rane tonde e verdi su ninfee al bordo dell'acqua, sguardi calmi e qualche gracidio, formano un cerchio basso vicino alla riva; libellule sottili e metalliche con ali traslucide sfiorano l'acqua tracciando linee luminose; luogo: una piccola pozza notturna con acqua scura che riflette la luna piena argentata, canne dorate mosse dal vento, pietre lisce e muschio verde e cielo stellato; scena principale: lettura pacifica al bordo della pozza sotto la luna, atmosfera dolce e silenziosa, composizione in piano medio con Lino e Brina in primo piano e la pozza brillante sullo sfondo; stile grafico: colori tenui, contrasti leggeri, linee pulite ed espressive in stile manga per bambini, texture visibili su aculei, piume e superficie dell'acqua. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La città che brilla

Lino era un riccio giovane, con gli aculei ancora morbidi in punta e il naso sempre in movimento. D'estate, quando la luce restava sveglia fino a tardi, lui si avvicinava alla città come a un grande falò silenzioso. Non entrava in mezzo alle strade più rumorose: preferiva i margini, dove l'asfalto finiva e cominciavano i cespugli, e dove le luci dei lampioni disegnavano cerchi gialli sull'erba.

Lo affascinavano i suoni: il ronzio lontano dei condizionatori, il “tic-tic” dei semafori, il brusio delle finestre aperte. E lo affascinavano le cose ordinate: le panchine tutte uguali, le strisce bianche dipinte a terra come righe di quaderno.

Quella sera, seduto dietro un vaso enorme di rosmarino, Lino guardò una vetrina con un poster pieno di foglie disegnate e una scritta che non sapeva leggere. Però capì il disegno: un libro aperto, e intorno stelle piccole come briciole.

“Un posto per storie,” mormorò.

Annusò l'aria. C'era odore di carta, un odore asciutto e gentile. E, più vicino, odore di biscotti sbriciolati. Lino sorrise, o almeno fece quella cosa da riccio che somiglia a un sorriso: il naso si arriccia un po' e gli occhi diventano lucidi.

“Stasera mi avvicino,” decise. “Con calma. Con rispetto.”

Capitolo 2: La regola del prestito

Il posto delle storie era una piccola casetta di legno in un giardino, con una porticina bassa. Lino la scoprì seguendo una fila di sassolini bianchi, come se qualcuno avesse lasciato una traccia apposta per lui.

Dentro non c'era nessun umano. Nessuna impronta fresca. Solo scaffali bassi, fatti alla misura degli animali del quartiere: lepri, gatti, cornacchie, perfino qualche tartaruga paziente. Sul muro, un cartello con disegni chiari: un libro che esce, un libro che torna, e accanto un sole che cambia faccia da giorno a notte.

Lino capì: prestito. Prendi e restituisci.

Sul tavolino c'era un quaderno grande, con righe e tante impronte di zampe inchiostrate. Lino non sapeva scrivere bene, ma sapeva fare un segno. Con attenzione, intinse la zampetta in una piccola spugna d'inchiostro e lasciò una traccia: tre puntini e una linea. Il suo nome segreto.

Poi scelse un libro. Non troppo grande, perché doveva portarlo tra i rovi senza rovinarlo. La copertina aveva un disegno di città di notte: finestre gialle, tetti blu.

“Perfetto per le sere tranquille,” sussurrò.

Quando uscì, una gazza lo osservava da un ramo. Aveva gli occhi svegli e un becco che sembrava sempre pronto a fare domande.

“Ehi, Riccio,” gracchiò con tono curioso. “Hai preso senza rubare?”

Lino si fermò, puntiglioso. “Ho preso in prestito. E ho lasciato il mio segno.”

La gazza piegò la testa. “E lo riporti?”

“Certo. È una regola. Se non lo riporto, qualcuno resta senza storia.”

La gazza fece una risata breve. “Ah! Gioco equo anche con i libri. Mi piace. Io sono Brina.”

“Lino,” rispose lui. “E sì: equo. Sempre.”

Capitolo 3: Il patto del sentiero

Le giornate d'estate scorrevano calde e profumate. Lino dormiva nelle ore più luminose, sotto un cespuglio di ortensie, e si svegliava quando l'aria diventava più morbida. Ogni sera leggeva un pezzetto del libro, accoccolato nella sua tana. Le pagine frusciavano come foglie secche. Ogni parola, anche quelle che non capiva, gli faceva venire immagini: strade lucide dopo la pioggia, finestre con tende che si muovono, piazze con fontane.

Una notte Brina scese a terra e gli saltellò vicino. Portava in becco una cordicella rossa.

“Guarda cosa ho trovato! Potremmo usarla per fare una gara sul sentiero. Chi arriva prima alla grande pietra.”

Lino guardò il sentiero: stretto, con curve e radici. Non era un posto per correre forte. Era un posto per inciampare.

“Una gara va bene,” disse, “ma deve essere equa.”

Brina si gonfiò un po' le piume. “E come la fai equa?”

Lino pensò. “Io sono basso e lento. Tu voli e sei veloce. Se corriamo così, non è una gara: è una cosa già decisa.”

Brina batté le ali, offesa e divertita insieme. “Vuoi cambiare le regole?”

“Voglio aggiustarle,” rispose Lino. “Tu non voli. Corri a terra. E io… io posso scegliere il percorso più liscio, senza sassi taglienti. Così entrambi abbiamo una possibilità.”

Brina rimase in silenzio un attimo. Poi lasciò cadere la cordicella rossa. “Affare fatto. Però niente scorciatoie nel cespuglio, Riccio.”

“Niente scorciatoie,” confermò Lino. “E se uno inciampa, l'altro si ferma.”

“Sei troppo serio,” disse Brina, ma aveva un tono caldo. “Va bene. È una gara gentile.”

Corsero. Lino sentì le zampette battere sul terreno, il cuore che faceva tum-tum come un tamburo piccolo. Brina correva con passi leggeri, ogni tanto scivolava su un sassolino e rideva di se stessa.

A metà sentiero, un ramo secco si spezzò sotto Brina. Lei saltò indietro, sorpresa.

Lino si fermò subito. “Tutto bene?”

Brina si stropicciò una zampa. “Sì. Ma il ramo mi ha fatto uno scherzo.”

“Gli scherzi non valgono,” disse Lino con serietà comica. “Rifacciamo da qui, con il ramo spostato.”

Brina lo guardò e scoppiò a ridere, una risata che sembrava carta strappata. “Va bene, giudice Riccio.”

Ripartirono. Arrivarono alla grande pietra quasi insieme. Nessuno vinse da solo. E fu proprio quello il bello.

Capitolo 4: La maretta della mare

Qualche sera dopo, Brina propose un'altra uscita. “Conosco un posto fresco. Una maretta—cioè, una piccola mare. No, aspetta… una maretta come una pozza grande.”

“Una mare?” chiese Lino, confuso.

“Una mare… una mare… insomma: una maretta! Una piccola laguna. Una… una mare!” Brina sbuffò. “Una MARE. Una MARE. Va bene, basta. Una MARE, con acqua ferma.”

Lino capì: una maretta, una pozza, una piccola palude. Una mare. Sorrise. “Andiamo.”

Il percorso passava tra erbe alte e canne sottili. L'aria diventava umida, con un odore di terra bagnata e menta selvatica. Quando arrivarono, la luce della luna si specchiava sull'acqua scura.

C'erano rane ovunque: alcune ferme come sassi, altre con gli occhi sporgenti che sembravano due biglie. E c'erano libellule: sottili, lucide, con ali che vibravano come fogli di plastica al vento.

“Che silenzio,” sussurrò Lino.

“Silenzio pieno,” disse Brina, più piano del solito.

Una rana grande, dal muso largo, fece un salto e si posò su una foglia. “Croà,” disse, con voce da vecchio tamburo.

Un'altra rana rispose. Poi un'altra ancora. Il silenzio si riempì di suoni rotondi, come gocce.

Lino si avvicinò all'acqua, ma non troppo. Non voleva disturbare. Vide una libellula posarsi su un filo d'erba e fermarsi, impeccabile.

Brina indicò con il becco. “Sai cosa facciamo qui? Un gioco. Tipo la tua gara gentile. Ma con le rane.”

Lino alzò gli aculei, curioso. “Che gioco?”

Brina agitò la cordicella rossa. “La mettiamo tra due canne. Le rane devono saltare oltre, una alla volta. Chi tocca la corda perde.”

Lino osservò le rane. Alcune erano piccole, altre grandi. Alcune sembravano più lente. Gli venne in mente il sentiero.

“Non è equo,” disse.

Brina sbuffò, ma lo ascoltò. “Perché?”

“Perché le rane piccole hanno zampe corte. E poi… non hanno scelto di giocare. Noi non possiamo decidere per loro.”

Brina rimase con il becco a mezz'aria. “Hai ragione. Mi sono fatto prendere dall'idea.”

Lino si sedette vicino a una pietra calda. “Possiamo fare un gioco nostro. Senza obbligare nessuno. Un gioco di osservazione.”

“Tipo?” chiese Brina.

“Tipo: contiamo quante libellule cambiano direzione senza toccare l'acqua. Oppure… ascoltiamo e proviamo a capire quante rane stanno cantando. È una sfida, ma non fa male a nessuno.”

Brina si illuminò. “Mi piace! E possiamo fare a turno. Io conto, poi conti tu. Stesse possibilità.”

Lino annuì. “E se sbagliamo… pazienza. È solo un gioco.”

Si misero a contare. Brina era veloce, ma si distraeva quando una libellula le passava vicino come una freccia blu. Lino era lento, ma attento. Alla fine, confrontarono i numeri.

“Io dico sette libellule,” disse Brina.

“Io sei,” disse Lino.

Si guardarono. Poi risero piano, perché la notte non andava presa a calci.

“Pareggio,” decise Brina. “Perché è più gentile.”

“Pareggio,” accettò Lino. “E domani riproviamo.”

Capitolo 5: Il libro che torna

Passarono altri giorni. Il caldo faceva tremare l'aria sopra i sassi. Nella tana, la sera, Lino leggeva il suo libro di città. Ogni pagina sembrava una finestra: lui ci affacciava il naso e guardava dentro.

Una notte si accorse che mancavano poche pagine alla fine. Le dita—cioè, le zampette—gli si fecero leggere. Sentì una piccola tristezza, quella che arriva quando una storia sta per chiudere la porta.

Brina arrivò con un filo d'erba in bocca. “Che faccia hai? Sembra che ti abbiano rubato una bacca.”

“Sto finendo il libro,” disse Lino. “E devo riportarlo.”

“È una buona cosa,” disse Brina. “Così ne prendi un altro.”

“Lo so,” rispose Lino. “Però… mi mancherà. È come salutare una strada che hai imparato.”

Quella stessa notte andarono alla casetta dei libri. Lino camminava piano, come se portasse una cosa fragile, non solo carta. Entrò, posò il libro sul tavolo, lo lisciò con cura.

Poi guardò il quaderno delle impronte. Fece un altro segno accanto al suo: un puntino in più. Come dire: “Sono tornato.”

Brina saltellò sugli scaffali. “Scegli qualcosa di leggero per l'estate. Qualcosa con ombra e acqua.”

Lino guardò le copertine. Ne trovò una con un disegno di stagno, canne e una libellula. Sembrava fatto apposta.

“Questo,” disse.

Quando uscì, si fermò un attimo sotto la luce del lampione. La città davanti era ancora affascinante, con le sue linee e i suoi suoni. Ma lui sentiva anche il richiamo dell'acqua ferma, delle rane, del fruscio delle canne.

“È strano,” disse. “Mi piace la città, ma mi piace anche la mare. E mi piacciono i libri che fanno da ponte.”

Brina annuì. “Hai un'estate piena. Non solo piena di cose: piena di te.”

Capitolo 6: Circondato nel silenzio

Una sera molto calda, il cielo era così limpido che sembrava lavato. Lino e Brina tornarono alla mare. L'acqua era quasi immobile. Le libellule passavano basse, lasciando piccoli tagli di luce. Le rane cantavano a intervalli, come se qualcuno dirigesse un coro invisibile.

Lino portò il nuovo libro vicino a una pietra piatta, asciutta. Lo aprì. Le pagine avevano l'odore di biblioteca e di polvere buona. Lesse qualche riga, poi si fermò. Non perché fosse stanco, ma perché sentiva troppo.

Sentiva le canne che sussurravano. Sentiva la rana grande che faceva “croà” con calma. Sentiva il battito delle ali di Brina quando si sistemava su un ramo basso. Sentiva persino il suo respiro, piccolo e regolare.

Brina lo guardò. “Non leggi?”

“Leggo con le orecchie,” disse Lino.

Brina fece un verso che poteva essere una risata. “Allora cosa capisci?”

Lino chiuse il libro senza sbatterlo. “Che anche quando non parliamo, non siamo soli. Ci sono le rane, le libellule, l'acqua, l'erba… e tu.”

Brina rimase zitta, e per una volta non fu una fatica. Si avvicinò, lasciò la cordicella rossa accanto a Lino, come un piccolo segno di amicizia.

“E c'è anche la regola,” disse piano. “Quella che ti piace: equo.”

Lino annuì. “Sì. Equo con i giochi, equo con i libri, equo con gli altri. Così nessuno resta fuori.”

Restarono lì, senza correre e senza contare. Il silenzio non era vuoto: era pieno di presenze gentili. Lino guardò la superficie scura della mare, e gli parve che anche la notte lo stesse guardando con dolcezza.

E in quel momento, tra un “croà” lontano e il frullo leggero di una libellula, Lino si sentì circondato. Non stretto, non intrappolato. Circondato come da un abbraccio che non fa rumore.

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Condizionatori
Macchine che raffreddano l'aria dentro case e negozi quando fa caldo.
Vetrina
La finestra grande di un negozio dove si mostrano oggetti in esposizione.
Rosmarino
Pianta aromatica con foglie verdi e profumo forte, usata in cucina.
Prestito
Atto di prendere qualcosa per un tempo e poi restituirlo a chi lo dà.
Impronte
Segni lasciati da piedi, zampe o mani su una superficie.
Cordicella
Una corda sottile e corta, fatta di fili intrecciati.
Scorciatoie
Percorsi più corti che evitano la strada normale.
Maretta
Parola usata nel racconto per dire una piccola pozza o laguna.
Palude
Zona di terra molto umida con acqua ferma e piante alte.
Libellule
Insetti con corpo snello e grandi ali trasparenti che volano vicino all'acqua.
Frusciavano
Suono leggero come di foglie o carta quando si muovono piano.
Pareggio
Risultato di una gara dove nessuno vince, è uguale per entrambi.
Tana
Casa piccola e riparata di un animale, spesso scavata nel terreno.

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