Capitolo 1: L'odore dell'erba calda
Lino, il coniglio, si svegliò presto, quando il sole era ancora gentile e l'aria sapeva di menta schiacciata. La tana era fresca, ma fuori l'estate chiamava con un ronzio di insetti e un profumo di fieno.
Saltellò fino alla radura. L'erba gli sfiorava le zampe come un tappeto morbido. Si fermò un attimo, con le orecchie dritte, solo per ascoltare: un ruscello lontano, un cuculo pigro, il vento che passava tra le foglie.
—Oggi niente corse— disse a se stesso, e sorrise.
Sapeva godersi il momento. Era una cosa che gli veniva naturale: guardare una formica che trascina una briciola, annusare un fiore, aspettare che una nuvola cambi forma.
Ma quell'estate c'era anche una novità. La sera, al campo tra i cespugli di lamponi, gli animali avrebbero fatto una piccola festa. Ognuno avrebbe portato qualcosa: una canzone, una storia, un gioco. Lino, senza sapere bene perché, aveva detto:
—Io… posso preparare una coreografia.
Appena lo ricordò, gli venne un colpetto allo stomaco. Non era paura vera. Era più come quando assaggi una bacca nuova: curiosità mescolata a un filo di dubbio.
—Una coreografia, sì— mormorò, provando un passo sul posto. Una zampa avanti, una indietro. Poi un saltino.
Il saltino fu così alto che quasi finì dentro un cespo di ortiche.
—Ecco. Forse serve un po' di pratica— borbottò, con le guance calde.
Capitolo 2: Prove tra ombre e risate
Lino decise di allenarsi nel punto più tranquillo del bosco, dove i pini facevano ombra e il terreno era liscio. Il suolo profumava di resina e aghi secchi. Lui contò a bassa voce:
—Uno, due… giro… stop.
Fece un giro elegante… almeno nella sua testa. Nella realtà, una zampa scivolò su un sassolino e lui finì seduto, con le orecchie tutte storte.
Una ghianda rotolò davanti a lui. Dietro spuntò una scoiattola con gli occhi lucidi di divertimento.
—Ti alleni per diventare una trottola?— chiese la scoiattola, Mira, con un tono più curioso che cattivo.
Lino si grattò il naso.
—Per la festa. Voglio fare una coreografia. Ma non so se…— non finì la frase.
Mira saltò su un tronco e imitò il suo giro, esagerandolo. Poi si fermò e fece un inchino teatrale.
—Secondo me è già divertente. E divertente è una cosa seria, sai?
Lino rise, e la risata gli sciolse un po' il dubbio.
—Mi aiuti a contare i tempi?— chiese.
—Certo. Però in cambio mi fai provare quel saltino.
Allenarsi con Mira era diverso. Quando Lino sbagliava, lei non sospirava. Diceva:
—Ottimo! Hai scoperto un modo che non funziona. È utilissimo.
Così Lino provò e riprovò. Imparò a sentire il ritmo nel battito del suo cuore e nel fruscio delle foglie. Ogni tanto si fermava per bere un sorso d'acqua e guardare la luce che tremava tra i rami.
Quel giorno tornò alla tana stanco, ma contento. Aveva una sequenza semplice: tre passi, un giro, due saltelli, un inchino.
—È piccola— pensò. —Ma è mia.
Capitolo 3: La strada verso il lago
Qualche giorno dopo, arrivò una notizia: gli animali del versante alto si sarebbero uniti alla festa. Per incontrarsi, avrebbero passato il pomeriggio al lago di montagna, dove l'acqua era fredda e chiara come vetro.
Lino amava quel lago. Ci era stato da piccolo. Ricordava le pietre lisce, il profumo di muschio e il silenzio grande che faceva venire voglia di parlare piano.
Partì con Mira e con una tartaruga anziana, Ada, che camminava lenta ma non si fermava mai.
—Non è importante arrivare presto— disse Ada, mentre il sentiero saliva. —È importante accorgersi di dove metti le zampe.
Il bosco cambiava man mano che salivano. L'aria diventava più fresca. Le ombre più lunghe. Lino sentiva il sudore sotto il pelo, ma anche un'energia nuova, come se il respiro fosse più pulito.
A un certo punto il sentiero si divideva. Il cartello di legno, mezzo mangiato dai funghi, oscillava. La freccia era sbiadita.
—Qui non ricordo— disse Mira, grattandosi l'orecchio.
Lino si avvicinò e annusò il legno, come se potesse leggerlo col naso.
—Io sento… odore d'acqua da quella parte— disse, indicando il sentiero di destra. Era più stretto, ma arrivava un soffio umido.
Ada annuì.
—Allora fidiamoci del tuo naso. A volte è più chiaro degli occhi.
Camminarono tra felci alte. Una libellula blu volò accanto a loro, come una piccola scintilla. Lino, per non inciampare, rallentò. E, mentre rallentava, si accorse di qualcosa: non era in ansia. Non stava pensando alla festa. Stava solo andando verso il lago.
—È bello— disse piano.
—Che cosa?— chiese Mira.
—Non lo so. Il fatto che stiamo andando. Che il sentiero fa curve. Che l'estate sa di pino e acqua.
Mira lo guardò e sorrise.
—Sei proprio un coniglio strano.
—Grazie— rispose Lino, e lo pensava davvero.
Capitolo 4: Acqua fredda, pensieri caldi
Il lago apparve all'improvviso, come una ciotola azzurra tra le rocce. Le montagne intorno sembravano grandi guardiani. L'acqua era così ferma che rifletteva il cielo e le nuvole, ma poi una brezza la increspò e il riflesso si spezzò in mille pezzi luccicanti.
Lino si avvicinò al bordo. Le pietre erano fredde sotto le zampe. Si chinò e bevve. L'acqua gli pizzicò la lingua, fresca come una sorpresa.
Sull'altra riva arrivarono altri animali: una famiglia di ricci con un cestino di bacche, una gazza con nastri colorati, un giovane cervo che portava rami secchi per un piccolo fuoco serale.
—Ehi, Lino!— gridò qualcuno.
Era Naldo, un tasso robusto, sempre un po' serio. Si avvicinò con passo deciso.
—Ho sentito che fai una coreografia— disse. Non sembrava prenderlo in giro. Sembrava… interessato.
Lino deglutì.
—Sì. È una cosa semplice.
—Anche le cose semplici possono essere difficili— rispose Naldo. Poi tirò fuori da una borsa una manciata di foglie larghe e pulite. —Ho portato queste. Per sedersi. Se vuoi, te ne do una per le prove. Così non ti graffi sulle pietre.
Lino rimase un attimo in silenzio. Non si aspettava un regalo così pratico.
—Davvero? Grazie— disse. E sentì una gioia particolare, quella che arriva quando qualcuno ti vede sul serio.
Mira sussurrò:
—Hai la faccia da carota felice.
—Non è vero— protestò Lino, ma era vero.
Più tardi, mentre gli altri chiacchieravano e mangiavano bacche, Lino si mise su una piccola spianata vicino all'acqua, con una foglia di Naldo sotto di sé. Provò i passi. Il vento gli muoveva i baffi. Le montagne facevano eco ai suoi saltelli.
Poi, all'improvviso, una nuvola coprì il sole. La luce cambiò. Il lago diventò più scuro. Lino sbagliò un giro e si fermò, con il cuore che batteva forte.
—Se la sera sbaglio davanti a tutti?— disse, quasi senza voce.
Ada, che stava poco lontano, lo guardò con calma.
—La sera non devi essere perfetto. Devi essere presente. Come ora.
Lino fissò l'acqua. Il riflesso non era mai uguale: cambiava con ogni soffio di vento.
—Anche il lago cambia— disse.
—Eppure è sempre il lago— rispose Ada.
Quelle parole gli entrarono dentro come un sorso d'acqua fresca.
Capitolo 5: La sera della festa
Quando tornarono più in basso, il cielo era color pesca. L'aria sapeva di fumo buono e di terra tiepida. Nel campo tra i lamponi, gli animali avevano appeso fili d'erba intrecciata con piccoli fiori. La gazza aveva messo nastri tra i rami, e ogni tanto si sentiva un fruscio come una risata.
Lino si nascose un momento dietro un cespuglio. Non per scappare, ma per respirare.
—Sei pronto?— chiese Mira, comparendo accanto a lui.
Lino guardò la radura piena di occhi. Alcuni brillavano alla luce del fuoco. Altri erano timidi. Tutti aspettavano con gentilezza.
—Sono… quasi pronto— disse.
—Allora vai. E se ti dimentichi un passo, inventane un altro. La natura fa così: cambia e continua.
Lino entrò nello spazio libero. Sentì le zampe leggere e pesanti insieme. Un grillo iniziò a cantare, e quel suono diventò il suo ritmo.
Fece i tre passi. Poi il giro. Questa volta non scivolò. Fece i due saltelli. Il secondo saltello venne un po' storto, e Lino, invece di bloccarsi, trasformò lo sbaglio in un piccolo salto laterale.
Qualcuno rise, ma era una risata calda, come quando trovi un amico in mezzo alla folla. Lino capì che non stavano ridendo di lui. Stavano ridendo con lui.
Alla fine fece l'inchino. Le orecchie gli caddero in avanti per l'emozione.
Per un attimo ci fu silenzio. Poi partirono i battiti di zampe e le code che tamburellavano sul terreno. Naldo fischiò forte. Mira applaudì come se avesse dieci zampe.
Lino sentì una cosa nuova: non solo orgoglio. Anche gratitudine. Perché stava ricevendo gioia. E, allo stesso tempo, la stava dando.
Capitolo 6: Piccoli doni, grandi cambiamenti
Dopo la coreografia, Lino si sedette vicino al fuoco. Il calore gli accarezzava il muso. Il cervo raccontò una storia buffa su un sasso che “non voleva” essere spostato. I ricci offrirono bacche a chiunque passasse. Ada ascoltava con gli occhi mezzi chiusi, come se custodisse ogni voce.
Mira portò a Lino una coppetta fatta con una foglia arrotolata, piena di succo di mora.
—Per il ballerino— disse.
—Per l'amica che conta i tempi— rispose Lino, porgendole una bacca grande e perfetta che aveva tenuto da parte.
Mira la guardò.
—Questa è la gioia di dare, eh?
Lino annuì. Poi si ricordò delle foglie di Naldo e si alzò.
—Naldo— chiamò. —Grazie per la foglia. Mi ha salvato le zampe e anche un po' il coraggio.
Il tasso sembrò imbarazzato. Grattò la terra con una zampa.
—È solo una foglia.
—No— disse Lino. —È un modo per dire: “Ti sostengo”.
Naldo lo guardò, e nei suoi occhi seri passò una luce più morbida.
—Allora… grazie per la danza. Mi hai fatto venire voglia di provare anche a me qualcosa di nuovo.
Lino sentì che quella frase era un regalo, forse più grande di una foglia.
Più tardi, quando il fuoco si abbassò e le stelle sembrarono più vicine, arrivò un vento diverso. Portava un odore di pioggia lontana e di notte fresca.
Lino rabbrividì. L'estate stava ancora lì, ma già cambiava tono, come una canzone che passa al ritornello.
Ada si avvicinò lentamente.
—Hai fatto bene oggi— disse.
—Ho sbagliato un passo— ammise Lino.
—E hai accolto lo sbaglio. Hai cambiato senza spezzarti.
Lino guardò il cielo. Una stella cadente tagliò l'oscurità, rapida e silenziosa.
—Credo di aver capito una cosa— disse. —Quando cambia la luce, quando cambia il vento, quando cambia un passo… non è la fine. È solo un altro modo di continuare.
Ada annuì.
—Esatto. E quando continui con il cuore aperto, puoi anche ricevere. E non è egoismo. È scambio. È vita.
Lino tornò alla tana con una stanchezza dolce. Prima di entrare, si fermò un istante a sentire il buio estivo: grilli, foglie, un gufo lontano.
Pensò al lago che rifletteva e poi spezzava i riflessi. Pensò alla risata degli altri, alla foglia di Naldo, alla bacca perfetta data a Mira.
Sospirò, contento.
L'estate sarebbe andata avanti. Poi, prima o poi, avrebbe cambiato strada. E lui, con le orecchie dritte e il cuore allenato, era pronto ad accoglierla.