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Storia di sfida impossibile 11/12 anni Lettura 19 min.

Le sfide impossibili del solaio della nonna

Livia e suo fratello Nico scoprono nel solaio della nonna una lista di sfide impossibili da completare utilizzando oggetti trovati nel caos della soffitta. Insieme, affrontano con ingegno e creatività ogni prova, divertendosi e condividendo la loro avventura.

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Una ragazza di 12 anni, Livia, con capelli castani spettinati e occhi brillanti di malizia, è concentrata e sorridente. Indossa un casco da bici troppo grande, con una sciarpa colorata avvolta intorno, e tiene delicatamente un uovo in un nido di lana. Accanto a lei, suo fratello Nico, un ragazzo di 13 anni, osserva con un sorriso divertito, tenendo un sacchetto di patatine in una mano. Ha i capelli biondi spettinati e indossa una maglietta a righe. Si trovano in una soffitta polverosa e ingombra, con travi di legno a vista, vecchie valigie e scatole impilate. La luce del sole filtra attraverso una piccola finestra, illuminando la scena con un bagliore dorato. Livia sta camminando con cautela sul pavimento di legno, tenendo l'uovo con attenzione, mentre Nico la segue da vicino, pronto a commentare ogni movimento. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il cartello dell'“Impossibile”

Nel solaio della nonna, l'aria sapeva di legno vecchio, cannella e un pizzico di mistero. C'erano valigie con adesivi sbiaditi, una bicicletta senza ruote appoggiata a una cassa, una lampada con il paralume storto e una montagna di oggetti che sembravano aver fatto un tuffo nel tempo e non essere più riemersi.

Livia, undici anni e una faccia da “io ci provo”, salì gli ultimi gradini con una torcia in mano. La luce ballava sulle travi e sulle ragnatele come se stesse cercando di fare la breakdance.

«Benvenuta nel mio regno!» sussurrò Livia, come se il solaio potesse applaudirla.

Proprio al centro, attaccato a una scatola enorme con del nastro adesivo, c'era un cartello scritto a pennarello nero:

“SFIDE IMPOSSIBILI. NON APRIRE. (O APRI, MA POI NON PIANGERE)”

Livia strizzò gli occhi. «Nonna è stata teatrale, eh.»

Dal basso arrivò la voce di suo fratello maggiore, Nico, che aveva tredici anni e l'aria di chi si considera un esperto di tutto, anche di cose che non esistono: «Livia! Non toccare roba strana! La roba strana tocca te!»

«Tranquillo, Nico. Io sono amichevole. La roba strana lo diventerà.»

Livia staccò il nastro con una calma finta. Dentro la scatola c'era un quaderno a spirale e, appoggiato sopra, un biglietto:

“Ogni sfida riuscita: un punto. Conta ad alta voce. Condividi la vittoria.”

Livia prese il quaderno. Sulla prima pagina, in stampatello:

“LISTA DELLE IMPOSSIBILITÀ”

1) Trasportare un uovo senza mani e senza romperlo.

2) Far attraversare una pallina un labirinto, senza toccarla.

3) Recuperare la “Campanella Perduta” dietro la trave scricchiolante.

4) Portare una tazza d'acqua da una parte all'altra… con una sola scarpa.

5) Costruire una bandiera che sventoli… senza vento.

Livia sentì un friccicore dietro la nuca, quel brivido che arrivava quando qualcosa sembrava troppo difficile ma anche troppo divertente per dire di no.

«Nico! Vuoi assistere a un disastro glorioso?»

Nico comparve in cima alle scale, con in mano un sacchetto di patatine. «Io non assisto. Io commento. È diverso.»

«Perfetto. Allora sei ufficialmente il mio pubblico.»

Livia prese un gessetto rosso trovato in una scatola di scuola vecchia e scrisse sul pavimento di legno, in grande: “PUNTEGGIO DI LIVIA: 0”.

Si schiarì la voce. «Sfida uno: uovo senza mani. Che può andare storto?»

Nico alzò una patatina come un microfono. «Tutto.»

Capitolo 2: L'uovo che voleva volare

Livia trovò un uovo in una cesta che la nonna usava per i giochi “di una volta”. Era un uovo vero, liscio e lucido, e sembrava guardarla con aria preoccupata.

«Va bene, signor Uovo. Nessuna mano. Niente drammi.»

Nico si sedette su una vecchia poltrona con una molla che cigolava a ogni respiro. «Ci serve un'ambulanza per uova?»

«Ci serve ingegno.» Livia rovistò tra gli oggetti: una sciarpa di lana, due cucchiai di legno, una cintura, un rotolo di spago, un casco da bici troppo grande.

Le venne un'idea. Si mise il casco in testa: le scendeva sugli occhi come una visiera da cavaliere stanco. Poi avvolse la sciarpa attorno al casco, formando una specie di nido sulla parte superiore.

«Sto per diventare… un portauova professionista.»

«Sembri una tartaruga con il turbante,» commentò Nico.

Livia appoggiò l'uovo nel nido di lana e, senza usare le mani, si inclinò appena. L'uovo restò lì, sorprendentemente tranquillo.

«Percorso?» chiese lei.

Nico indicò con la patatina: «Da qui fino al baule laggiù. E se ti cade… io rido rispettosamente.»

Livia partì con passi da ballerina principiante: lenti, concentrati, un po' rigidi. Ogni scricchiolio del pavimento sembrava un rullo di tamburi.

A metà strada, starnutì. Un “ETCIÙ!” gigantesco. Il casco scivolò in avanti, l'uovo rotolò… e per un attimo il tempo si fermò.

«NOOOOO!» gridò Nico, poi si accorse di averlo fatto come se tifasse.

Ma l'uovo non cadde. Rotolò sulla sciarpa e si incastrò contro una piega di lana, come in un'amaca.

Livia, immobile, sussurrò: «Uovo, tu sei un campione.»

Arrivò al baule e, con un movimento lentissimo del capo, fece scivolare l'uovo dentro un cuscino aperto che aveva già preparato. L'uovo atterrò morbido.

Livia spalancò le braccia. «Sfida riuscita!»

E, come promesso dal biglietto, contò ad alta voce: «Uno!»

Con il gessetto aggiornò il pavimento: “PUNTEGGIO DI LIVIA: 1”.

Nico applaudì con le patatine, facendone cadere due. «Ok, lo ammetto: non è stato un disastro. È stato… un disastro evitato all'ultimo secondo.»

Livia fece l'inchino. «Io e l'Uovo Volante ringraziamo.»

«Volante? Non ha volato.»

«Sì, ma nel suo cuore sì.»

Capitolo 3: Il labirinto che non voleva essere attraversato

La seconda sfida richiedeva un labirinto. Nel quaderno c'era un disegno: un cartone con muri fatti di scatoline e un traguardo segnato con una X.

Livia cercò tra le pile di roba e trovò una grande scatola di cartone. Con vecchi rotoli di carta igienica (puliti, giurato), costruì i corridoi. La pallina? Una biglia blu, lucida come una goccia di cielo.

Regola: “Far attraversare una pallina un labirinto, senza toccarla.”

Nico si sporse. «Senza toccarla… quindi niente dita, niente spintarelle, niente soffiate?»

«Soffiare è toccare con l'aria.» Livia fece la faccia da giudice severo. «Non vale.»

«E allora come fai? Telecinesi?»

Livia frugò e trovò un vecchio ventilatore portatile… con la spina tagliata. Lo posò via con rispetto. Poi scoprì una calamita enorme da frigorifero, a forma di pesce, e una graffetta metallica.

«Ah!» disse Livia. «Le cose si muovono quando hanno un motivo.»

Infilò la graffetta in un piccolo anello di nastro adesivo attaccato alla biglia, senza coprirla tutta. «Non la tocco durante la gara. La preparo prima. È come allacciarsi le scarpe prima di correre.»

Nico sospirò. «Sempre regole creative, tu.»

Livia prese la calamita-pesce e la passò sotto il cartone. La biglia tremò, poi scivolò di un millimetro. Livia sorrise come una scienziata un po' matta.

«Signore e signori, ecco il Treno Invisibile della Biglia!»

Nico si alzò. «Ok, questa è magia da solaio.»

La biglia avanzava seguendo la calamita sotto il cartone: lenta, precisa. A un bivio, Livia sbagliò direzione e la biglia finì in un vicolo cieco contro un rotolo.

«Ah-ah!» fece Nico, felice di avere finalmente un momento da commentatore. «La biglia si è persa. Chiamate i soccorsi!»

Livia guardò la biglia bloccata e poi il rotolo. «La biglia non è persa. Sta solo… facendo una pausa culturale.»

Spostò la calamita in modo da farla girare su se stessa, come un piccolo ballerino, e poi la tirò indietro lungo il corridoio, con delicatezza. Al secondo bivio, scelse la strada giusta. La biglia arrivò alla X.

Livia alzò un pugno in aria. «Sfida due riuscita!»

Contò forte: «Due!»

Aggiornò il punteggio: “PUNTEGGIO DI LIVIA: 2”.

Nico fece un inchino esagerato. «Complimenti, Domatrice di Biglie. Ora cosa c'è? Un drago nel baule?»

Livia sfogliò il quaderno. «No. Peggio.»

Nico ingoiò una patatina. «Peggio di un drago?»

«Una trave scricchiolante.»

Capitolo 4: La Campanella Perduta e il pavimento che parla

La terza sfida era scritta con una calligrafia nervosa: “Recuperare la Campanella Perduta dietro la trave scricchiolante.”

In fondo al solaio, vicino a una trave grossa e un po' storta, c'era un angolo buio pieno di casse. Ogni volta che ci si avvicinava, il pavimento faceva “CRIIIC”, come se dicesse: “Attenzione, sto pensando di lamentarmi.”

Livia puntò la torcia. Dietro la trave, tra due casse, brillava qualcosa: una campanella di ottone, piccola, con un manico di legno.

«Eccola!» sussurrò.

Nico si fece serio per mezzo secondo, poi tornò normale. «Ok, ma la trave scricchiola davvero. Se cade, io divento figlio unico?»

«Non drammatizzare.» Livia guardò il pavimento. «Userò una tecnica segreta: non camminare dove fa CRIIIC.»

«Tecnica segreta anche mia: non camminare proprio.»

Livia osservò l'ambiente come un giocatore di scacchi. C'erano assi di legno, una vecchia scala, un tappeto arrotolato e… uno skateboard con una ruota diversa dalle altre.

«Perfetto!» Livia trascinò lo skateboard. «Se non posso fidarmi del pavimento, mi faccio portare.»

«In che senso?»

Livia sdraiò lo skateboard e ci mise sopra una tavola larga. Poi legò la tavola con lo spago, creando una specie di slitta con ruote.

«Io mi sdraio sopra e tu mi tiri con la cintura. Così il peso si distribuisce e io non metto i piedi sul punto scricchiolante.»

Nico la guardò come se stesse valutando se era un genio o un problema. «Io ti tiro… mentre tu sei su una slitta da solaio… verso una trave che si lamenta.»

«Esatto. È un lavoro di squadra. E poi la vittoria si condivide.» Livia indicò il biglietto.

Nico sospirò e si arrotolò la cintura in mano. «Va bene, ma se la trave starnutisce io scappo.»

Livia si sdraiò sulla tavola, stringendo la torcia tra i denti come un pirata con poche opzioni. Nico iniziò a tirare. Le ruote fecero “trrr-trrr” sul legno.

Arrivati vicino alla trave, Livia allungò un bastone da tenda trovato lì vicino e, con la punta, cercò la campanella. Le dita non arrivavano, ma il bastone sì. La campanella si spostò, tintinnando piano.

«Piano, campanella, non fare la diva,» mormorò Livia, cercando di agganciarla.

La campanella scivolò e cadde… proprio sulla tavola, accanto alla sua guancia. “DIN!”

Nico sobbalzò. «Ha suonato! È l'allarme!»

Livia rise con la torcia tra i denti, facendo un suono buffo. Poi prese la campanella e la alzò in aria. «Sfida tre riuscita!»

Si mise seduta sulla slitta e gridò: «Tre!»

Con il gessetto, quando tornarono al centro, aggiornò: “PUNTEGGIO DI LIVIA: 3”.

Nico si massaggiò le braccia. «Ok, lo ammetto: tirarti in giro è stato… quasi divertente.»

Livia gli porse la campanella. «Tieni. La vittoria si condivide: tu sei ufficialmente il Custode della Campanella Perduta.»

Nico la fece suonare. «DIN! Mi piace. Mi sento importante.»

Capitolo 5: La tazza, la scarpa e l'onda traditrice

La quarta sfida era così assurda che Livia scoppiò a ridere prima ancora di iniziare: “Portare una tazza d'acqua da una parte all'altra… con una sola scarpa.”

«Una scarpa. Non un vassoio. Una scarpa,» ripeté Nico. «Chi ha inventato questa cosa aveva tempo libero e poche preoccupazioni.»

Livia trovò una tazza di ceramica con dei fiori blu. La riempì d'acqua usando una bottiglia che tenevano lì per pulire. Poi guardò le sue scarpe da ginnastica e scosse la testa.

«No. Troppo normale.» Rovistò e trovò uno stivale di gomma da pioggia, giallo, gigantesco, sicuramente di un adulto. «Eccolo. La scarpa camion.»

«Quello è un gommone per piedi.»

Livia infilò la tazza dentro lo stivale. La tazza ci stava, ma ballava un po'. Allora prese un vecchio calzino e lo arrotolò come un cuscino intorno alla base della tazza, bloccandola.

Regola: trasportare la tazza “con una sola scarpa”. Livia interpretò: lo stivale doveva essere l'unico supporto. Quindi niente mani a tenere la tazza.

«Io porto lo stivale con due mani, ma la tazza sta nella scarpa. La scarpa fa il lavoro,» spiegò lei, seria come se fosse una legge di fisica.

Nico aggrottò le sopracciglia. «È una legge di Livia.»

«Esatto. Parto.»

Il tragitto era dal vecchio baule fino alla finestra del solaio. Livia camminava tenendo lo stivale davanti a sé, come se portasse una torta molto permalosa. L'acqua dentro la tazza faceva piccole onde.

A metà percorso, Nico fece “DIN!” con la campanella. Livia sobbalzò.

«Nico! Sei pazzo!»

«Scusa! Era… prova di distrazione. Sfide impossibili, capisci?»

L'onda dell'acqua si alzò come una mini-tempesta e un goccio uscì, atterrando sul bordo dello stivale.

Livia si fermò di colpo. Guardò la goccia come se fosse un tradimento personale. «Non mi rovinerai la reputazione.»

Si guardò intorno e vide un ombrello vecchio. Lo aprì con un colpo secco: “FLAP!” e lo infilò sotto lo stivale come una sorta di stabilizzatore, appoggiandolo al pavimento. Poi fece scorrere lo stivale lungo l'ombrello, come su una rotaia.

Nico la fissò. «Stai usando un ombrello come… binario?»

«È un sistema di trasporto pubblico per tazze ansiose.»

Con piccoli movimenti, Livia arrivò alla finestra. L'acqua era quasi tutta lì. Appoggiò lo stivale, tirò fuori la tazza e la mostrò: aveva perso solo qualche goccia.

Nico fece il giudice: «Diciamo… approvata. Non era scritto “senza gocce”

Livia alzò la tazza come un trofeo. «Sfida quattro riuscita!»

Contò: «Quattro!»

Sul pavimento: “PUNTEGGIO DI LIVIA: 4”.

Livia porse la tazza a Nico. «Bevi tu. Condividiamo anche l'acqua eroica.»

Nico bevve e fece una smorfia. «Sa di solaio.»

«Sa di vittoria.»

Capitolo 6: La bandiera senza vento e la festa del condividere

L'ultima sfida sembrava poetica e dispettosa: “Costruire una bandiera che sventoli… senza vento.”

Nico si sedette più vicino, curioso sul serio. «Ok, questa mi interessa. Come fai a far sventolare qualcosa senza vento? La bandiera si rifiuta.»

Livia guardò il solaio. Vide un vecchio lenzuolo, nastri colorati, mollette da bucato, una canna da pesca, e una molla grande staccata da una poltrona.

Si illuminò. «Se non c'è vento… lo inventiamo. Ma in modo buffo.»

Tagliò una striscia di lenzuolo e ci attaccò sopra i nastri con le mollette, creando una bandiera piena di code colorate. Poi legò il bordo a una bacchetta di legno, come un'asta.

Ora serviva il movimento. Livia prese la canna da pesca e fissò l'asta della bandiera all'estremità con lo spago. Poi collegò la molla della poltrona al manico della canna, come se fosse un elastico.

«Pronta?» chiese Livia.

Nico strabuzzò gli occhi. «Stai costruendo una bandiera… a rimbalzo?»

Livia impugnò la canna e tirò indietro la molla. Quando la lasciò, la canna fece “BOING!” e la bandiera si mosse, ondulando. I nastri svolazzarono come serpenti allegri.

Nico scoppiò a ridere. «Sembra una medusa che fa aerobica!»

Livia ripeté il movimento: “BOING!” La bandiera sventolò ancora, senza vento, solo grazie al rimbalzo.

Ma Livia non si fermò lì. Prese la Campanella Perduta e la legò in fondo all'asta, così ogni sventolio faceva “DIN-DIN”, come se la bandiera stesse applaudendo.

«Questa è la Bandiera del Solaio Impossibile,» dichiarò Livia. «Sventola e suona da sola. Perché? Perché sì.»

Nico si alzò e mise una mano sul cuore come in una cerimonia. «Prometto di rispettare la medusa aerobica per sempre.»

Livia alzò la bandiera e disse, forte: «Sfida cinque riuscita!»

Poi contò, orgogliosa: «Cinque!»

Aggiornò il pavimento: “PUNTEGGIO DI LIVIA: 5”.

Nico guardò il quaderno. «Hai fatto tutto. E adesso? Esce un tesoro?»

Livia sfogliò l'ultima pagina. C'era scritto: “Il tesoro è la risata. E la persona con cui la condividi.”

Livia si girò verso Nico. «Allora il tesoro sei tu… e anche io, modestamente.»

Nico fece finta di essere commosso. «Non piangere, Livia. Mi si sciolgono le patatine.»

Livia propose: «Facciamo una mini-festa? Invitiamo la nonna e raccontiamo tutto.»

Scesero di corsa le scale. La nonna era in cucina, stava tagliando fette di pane e marmellata.

«Nonna!» gridò Livia. «Abbiamo completato le Sfide Impossibili! Cinque su cinque!»

La nonna alzò un sopracciglio, divertita. «Davvero? E il solaio è ancora intero?»

Nico fece suonare la campanella. «DIN. Confermo: è intero. E io sono il Custode Ufficiale.»

Livia sventolò la bandiera-BOING dietro la schiena, facendola ondeggiare. «E questa è la Bandiera senza vento!»

La nonna rise di gusto, una risata calda che sembrava accendere la stanza. «Allora meritate una merenda da campioni. Ma una regola: la merenda si condivide.»

Livia e Nico si guardarono. Poi, insieme: «Sempre!»

Si sedettero al tavolo, divisero il pane con la marmellata, e Nico lasciò a Livia l'ultimo pezzo più grande. Livia, sorpresa, glielo spezzò a metà e glielo restituì.

«Condivisione,» disse lei, seria come prima, ma con gli occhi che ridevano.

«Condivisione,» ripeté Nico, e fece “DIN” piano, come un brindisi.

Fuori non c'era vento, ma dentro, tra briciole, risate e idee assurde, la giornata sventolava lo stesso. E tutto andò bene.

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Soffiare
Mandare aria fuori dalla bocca.
Telecinesi
Muovere oggetti con la mente.
Permesso
Autorizzazione per fare qualcosa.
Calamita
Oggetto che attira il metallo.
Starnutire
Espellere aria dal naso e dalla bocca per un riflesso.
Scricchiolante
Rumore di qualcosa che si muove o sta per rompersi.
Stabilizzatore
Qualcosa che mantiene fermo o bilanciato.
Mistero
Qualcosa di sconosciuto o difficile da capire.
Bivio
Un punto dove scegliere tra due strade.
Sospirò
Emettere un respiro profondo per esprimere sollievo o tristezza.
Bambini
Giovani esseri umani, ragazze e ragazzi.
Equilibrio
Stabilità, capacità di restare fermi senza cadere.

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