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Storia di extraterrestre 11/12 anni Lettura 21 min.

La stanza calma del rondò silenzioso

Nico, un ragazzo che colleziona suoni, trova nel rondò una strana sfera chiamata Lumi e viene coinvolto in uno scambio di suoni tra animali terrestri e ospiti di un altro cielo, scoprendo il valore dell'ascolto e dell'inclusione.

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Un ragazzo di 12 anni, Nico, volto rotondo, capelli castani spettinati, occhi grandi e curiosi, sorriso timido, inginocchiato sull'erba con t-shirt a righe, jeans consumati e zaino con microfono, tiene una piccola sfera luminosa e guarda una porta di luce nell'aiuola; davanti a lui fluttua Lumi, un oggetto ovale perlaceo con una fessura che s'illumina di blu, antenna sottile ed espressione benevola; un gatto randagio grigio dagli occhi gialli annusa la sfera con la zampa alzata; sullo sfondo una creatura extraterrestre perlacea delle dimensioni di un bambino con tre zampe sottili e coda piumata emette anelli di luce e saluta fluttuando dietro la porta; luogo: rotatoria trasformata in "stanza calma" con prato circolare, aiuole fiorite, lampioni spenti e strada grigia attorno; atmosfera: scambio tenero e magico, luci soffuse dalla porta, palette pesca-giallo, celeste e verde tenero, stile grafico con linee spesse, espressioni esagerate, ombre arrotondate e texture vintage. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1

A Nico piaceva collezionare suoni come altri collezionano figurine. Aveva dodici anni, una faccia da combinaguai e un cuore che si scioglieva quando vedeva un gatto randagio. Nel suo zaino non c'erano compiti (quelli li dimenticava spesso), ma un registratore tascabile, un microfono a clip e un quaderno pieno di scarabocchi: “Muu = mucca”, “Chicchirichì = gallo”, “Bau = cane (ma dipende dall'umore)”.

Quel pomeriggio, dopo scuola, si era appostato dietro la rete del campo sportivo per registrare il verso di un merlo. Il merlo, però, sembrava avere altro da fare.

—Dai, fai almeno “cip”!— sussurrò Nico, come se il merlo potesse sentirlo e, soprattutto, volesse collaborare.

Il merlo inclinò la testa, lo guardò come si guarda un adulto che prova a fare un ballo su TikTok, e poi volò via.

—Grazie, eh. Gentilissimo.— Nico premette “stop” sul registratore. Sullo schermo comparve una linea piatta come la sua pazienza.

Tornando verso casa, passò vicino al rondò del quartiere. Era un incrocio a forma di ciambella, con un'aiuola al centro e quattro strade che si aprivano come braccia. Di solito era rumoroso: motorini, clacson, musica che usciva dai finestrini. Ma quel giorno… niente.

Silenzio.

Un silenzio così tondo e compatto che sembrava un oggetto. Nico rallentò, quasi inciampando nel proprio stupore.

—Che succede?— mormorò.

Entrò nel rondò dal passaggio pedonale. Non passava una macchina. Le foglie sull'aiuola non frusciavano, anche se c'era vento. Un piccione camminava, apriva il becco… e non usciva alcun suono.

Nico si toccò le orecchie. Funzionavano. Sentiva il suo respiro. Sentiva il battito del cuore. Ma il mondo attorno al rondò era come coperto da una campana invisibile.

Sull'aiuola, tra le margherite, qualcosa brillò.

Sembrava una lattina schiacciata, ma la luce non veniva dal sole. Veniva da dentro.

Nico si chinò e vide un piccolo oggetto ovale, liscio come un sasso di fiume, con una fessura al centro.

Quando lo sfiorò, l'ovale si aprì come una palpebra.

E lo guardò.

Capitolo 2

Nico fece un passo indietro così in fretta che quasi finì seduto sull'erba.

—Ok. Ok. Non è un occhio. È… un sensore. Sicuro.— disse a se stesso, perché parlare aiuta quando il cervello sta urlando.

L'oggetto emise una vibrazione sottile, tipo quando il telefono è in modalità silenziosa ma insiste. Dal centro uscì un filo di luce azzurra che si avvolse attorno al microfono a clip sullo zaino.

—Ehi! Quello è mio.— Nico afferrò la clip, ma la luce non tirava: scansionava, come se stesse “leggendo” il microfono.

Poi, una voce si accese nell'aria. Non proveniva dall'oggetto, non da destra né da sinistra. Sembrava arrivare direttamente dallo spazio tra le cose.

—SUONO: ACQUISITO.— disse la voce, piatta ma gentile, come un annuncio in stazione.

Nico spalancò gli occhi.

—Hai… parlato?

—LINGUA: ITALIANO. SALVE.—

—Salve anche a te.— Nico guardò intorno. Il rondò era ancora muto. Nessun rumore di città. Solo loro due e quel silenzio che faceva venire voglia di tossire per vedere se il mondo rispondeva.

—Tu sei… un alieno?— chiese, perché tanto a dodici anni le domande non fanno in tempo a diventare educate: escono e basta.

Una pausa. Poi:

—NON ALIENO. OSPITE.—

—Ospite dove?

—QUI.—

Nico indicò il rondò, come se potesse essere più specifico.

—Qui… nel traffico?

—TRAFFICO: SOSPESO. RONDO': STANZA CALMA.—

“Stanza calma.” Nico ripeté mentalmente. Era un nome perfetto. Un posto dove anche i pensieri potevano sedersi.

L'oggetto ovale si sollevò di pochi centimetri da terra, come se l'erba fosse un tappeto magico con le istruzioni sbagliate. Dal bordo spuntò una specie di antennina sottile.

—NOME?— chiese la voce.

Nico si indicò.

—Nico.

—NICO: REGISTRATORE DI ANIMALI.—

—Non sono un registratore, sono…— Nico si bloccò. Era vero: registrava animali. —Be', sì. Più o meno.

La luce azzurra tornò sul suo quaderno. Le pagine si sfogliarono da sole, senza vento, come se qualcuno avesse dita invisibili.

—BOVINO: “MUU”. CANIDE: “BAU”.— elencò la voce. —INTERESSE: CONFRONTO.—

Nico sentì una scintilla di curiosità superare la paura.

—Confronto con cosa?

La risposta arrivò con una nota quasi… soddisfatta.

—CON SUONI DI CASA.—

Capitolo 3

“Casa” poteva voler dire molte cose. Una villetta. Un appartamento. Un pianeta.

Nico deglutì. L'aria era fresca, eppure gli sudavano i palmi.

—La tua casa… è nello spazio?— chiese.

—ALTRO CIELO.—

Un suono nuovo riempì il rondò. Non era un rumore esterno: era come una melodia breve, fatta di tre “toc” morbidi e un fruscio che ricordava le bolle in una bibita.

—QUESTO.— disse la voce. —ANIMALE PICCOLO.—

Nico rimase incantato.

—Sembra… un tamburello che ride.—

—RISATA: FUNZIONE SOCIALE.—

—Anche da noi. Tipo quando uno fa una battuta brutta e tu ridi lo stesso perché ti dispiace.—

La voce non rise, ma ci fu una pausa che sembrava un sorriso.

Nico tirò fuori il registratore.

—Posso registrarlo?

—SI.—

Premette “rec”. Il display si animò. Nico si sentì improvvisamente importantissimo, come un esploratore, ma senza dover sopravvivere mangiando insetti.

—Ora tocca a me.— Nico schiarì la voce. —Questo è un animale terrestre: la rana.

Fece “cra-cra” con una convinzione media. Non aveva mai visto una rana da vicino, ma aveva guardato abbastanza video.

—IMPRECISO.— commentò la voce, senza cattiveria.

Nico arrossì.

—Ok, ok. Allora il cane.— Abbaiò. Questa volta con entusiasmo. Una signora, fuori dal rondò, passò sul marciapiede e lo guardò strano, ma il suo sguardo sembrava scivolare via dal silenzio e non entrare davvero.

—CANIDE: VARIAZIONI.— disse la voce. Poi rispose con un suono alieno che imitava un “bau” ma era più elastico, come un palloncino che parla.

Nico scoppiò a ridere.

—Sembra un cane… fatto di gelatina!

—GELATINA: NON CONOSCIUTA.—

—È… una cosa che trema. Lascia stare.— Nico si sedette sul bordo dell'aiuola. —Perché sei qui?

L'oggetto ovale ruotò, come se cercasse le parole.

—MISSIONE: IMPARARE SENZA SPAVENTARE.—

—E il rondò silenzioso… è per non spaventare?

—SI. IL TUO MONDO È PIENO DI SUONI FORTI. QUI: MORBIDO.—

Nico guardò le strade vuote. Un gatto si avvicinò all'aiuola, la coda dritta. Aprì la bocca per miagolare, ma nessun suono uscì. Il gatto sembrò offeso, come se gli avessero rubato la voce.

—Povero.— disse Nico, accarezzandolo. Il gatto fece le fusa… e Nico le sentì, perché quelle vibrazioni erano dentro la sua mano più che nell'aria.

—Posso aiutarti?— chiese, senza sapere bene cosa stesse offrendo. Ma Nico era fatto così: vedeva qualcuno smarrito e già aveva il cuore in modalità “ci penso io”.

—SI.— disse la voce. —SERVE TRADUTTORE DI ANIMALI.—

Nico quasi cadde dall'aiuola.

—Un traduttore? Io?

—TU ASCOLTI.—

Nico guardò il suo quaderno. Tutte quelle pagine improvvisamente non sembravano un gioco. Sembravano una chiave.

—Va bene.— disse piano. —Allora facciamolo.

Capitolo 4

L'oggetto ovale lo guidò. O meglio: fluttuò davanti a lui, e Nico lo seguì dentro il rondò come se stessero facendo un giro in un posto minuscolo ma pieno di segreti.

—Prima cosa— disse Nico —se dobbiamo fare un traduttore, serve un nome.

—NOME: PROPOSTA.— La voce fece una pausa. —CALMORONDO.—

Nico scosse la testa, divertito.

—È adorabile e terribile. No. Facciamo… “ZittoRondò”.

—ZITTORONDO: ACCETTATO.—

—E tu come ti chiami?— chiese Nico.

L'oggetto vibrò.

—IO: LUMI.—

—Lumi? Come luce?

—COME GUIDA.—

Nico annuì. Gli piaceva. Semplice. Chiaro. Come certe persone che non fanno rumore ma ti fanno sentire al sicuro.

—Ok, Lumi. Il tuo animale piccolo fa “toc-toc-fruscio”. Che significa?

—SALUTO. E “SONO QUI”.— rispose la voce.

Nico ripeté il suono, con la bocca e con le dita sul quaderno: toc toc, frusss.

—E questo?— chiese Lumi, riproducendo un verso che sembrava un fischio spezzato, seguito da un “plin” metallico.

Nico ci pensò. Gli ricordava un passerotto che si interrompe per ascoltare.

—Mi sembra… una domanda. Tipo: “Chi sei?”— disse.

—PROBABILE.—

“Probabile” era già un complimento, quando si parlava con qualcuno che veniva da “altro cielo”.

Nico prese il microfono e lo avvicinò al gatto. Il gatto sbadigliò.

—Ok, questo è facile: il gatto fa “miao”.

Il rondò non lo lasciò uscire davvero, quel suono. Ma Nico lo sentì lo stesso, come un ricordo fresco.

Lumi lo riprodusse in una versione aliena, leggermente più lunga: “mii-aa-oo”, come una nota musicale che scivola.

—E adesso dimmi cosa dice.— chiese Nico, giocando.

—DICE: “HO FAME. E TU SEI LENTO.”— tradusse Lumi.

Nico spalancò gli occhi.

—Mi sta dando del lento?

Il gatto lo guardò con superiorità felina. Sembrava proprio di sì.

Nico rise e tirò fuori dalla tasca un biscotto schiacciato. Non era per gatti, ma il gatto lo annusò e lo mangiò come se fosse un premio.

—Vedi? Inclusione.— disse Nico. —Biscotti per tutti, anche per chi ti insulta.

Lumi rimase in silenzio per un attimo, come se stesse archiviando la parola.

—INCLUSIONE: NOTA.—

Nico si sentì un po' serio, all'improvviso.

—Sul tuo pianeta… ci sono animali come i nostri?

—DIVERSI. MA ANCHE UGUALI. RESPIRANO. GIOCANO. SI SPAVENTANO.—

Nico alzò lo sguardo verso il cielo grigio chiaro. “Anche uguali” gli scaldò lo stomaco, come una tazza di cioccolata.

—Allora possiamo capirci.— disse.

—OBIETTIVO.—

Fu in quel momento che il rondò tremò. Non un terremoto. Una vibrazione lieve, come quando un autobus enorme passa lontano e il pavimento lo sente prima di te.

Dal centro dell'aiuola spuntò una linea di luce, sottile come un capello, che si allargò in un cerchio. Sembrava una porta disegnata da un raggio laser.

—Oh.— fece Nico. —Quella è… una cosa.

—PORTA.— disse Lumi. —CASA ASCOLTA.—

Nico si avvicinò, con cautela. La luce non faceva male agli occhi. Era calda, come la lampada della scrivania quando studi di sera.

—Devo entrarci?— chiese Nico.

—SOLO SE VUOI.—

Quella risposta, così semplice, fece una cosa strana: rese tutto meno spaventoso.

—Voglio.— disse Nico. —Però non da solo.

Lumi vibrò.

—INSIEME.—

Capitolo 5

Attraversare la porta non fu come saltare in un buco nero. Fu più come infilare la mano in una bolla di sapone gigante. Prima sentì freschezza, poi un friccicore, poi… un odore.

Un odore di pioggia e metallo pulito.

Si ritrovarono in un corridoio luminoso. Le pareti non erano pareti: erano superfici morbide, leggermente ondulate, come la pancia di una balena (Nico aveva visto un documentario, una volta, e ne era uscito con più domande che risposte). Sotto i piedi, il pavimento rispondeva al peso con un “mm” silenzioso, come se lo salutasse.

—Benvenuto— disse Lumi. E stavolta la voce aveva un tono più… vivo, come se qui dentro potesse respirare meglio.

—È una nave?— chiese Nico, girandosi su se stesso.

—CASA MOBILE.—

Davanti a loro comparve un essere. Nico si irrigidì.

Poi lo guardò meglio.

Non era alto. Più o meno come Nico. Aveva un corpo sottile, due braccia, due gambe. La pelle era color perla, con piccole macchie che sembravano stelle. Gli occhi erano grandi, ma non inquietanti: sembravano pieni di domande.

L'essere inclinò la testa e fece: toc toc frusss.

Nico riconobbe il saluto. Lo imitò.

—Toc toc frusss.— disse. Poi aggiunse: —Ciao. Io sono Nico.

L'essere rispose con il fischio spezzato e il “plin”.

—Ha chiesto chi sei.— tradusse Lumi.

—Gliel'ho detto.— sussurrò Nico. —Sono lento, ma non così lento.

Lumi fece una vibrazione che, se fosse stata una persona, sarebbe stata una risata trattenuta.

L'essere allungò una mano. Non come una stretta. Più come un'offerta.

Nico ci posò la sua mano sopra. La pelle dell'alieno era tiepida.

—Piacere.— disse Nico. —Non so se da voi si dice “piacere”, ma… piacere.

L'essere fece un suono nuovo, morbido, come un “mmm” lungo. Poi sul pavimento apparvero piccoli cerchi luminosi che si spostavano come lucciole obbedienti.

—Che fanno?— chiese Nico, seguendoli.

—MOSTRANO SUONI.— disse Lumi.

I cerchi si fermarono davanti a una specie di tavolo. Sopra il tavolo, comparvero immagini: una mucca, un cane, una rana, un merlo. Non foto vere, più come disegni di luce.

Poi apparve un animale alieno: una creatura rotonda con tre zampette e una coda piumosa. Fece toc toc frusss.

—Questo è il tuo “piccolo animale”.— disse Nico.

L'essere annuì. Poi mostrò un altro: lungo e sottile, con una testa a ventaglio. Il suono era il fischio spezzato e il “plin”.

Nico indicò.

—Questo fa domande?

L'essere fece “mmm” e le luci sul tavolo cambiarono forma, come se dicessero “sì, esatto”.

Nico sentì una gioia improvvisa: non era solo una visita. Era una conversazione.

—Ok— disse Nico, tirando fuori il registratore. —Facciamo una cosa: io registro voi, voi registrate noi. Scambio equo. Inclusione interplanetaria.

Lumi tradusse in qualche modo, perché l'essere fece quel suono “mmm” che ormai Nico interpretava come approvazione.

—Però— aggiunse Nico, alzando un dito —niente scherzi cattivi. Io ho una mamma che si preoccupa anche se faccio tardi di cinque minuti.

—PREOCCUPAZIONE: CURA.— disse Lumi.

Nico annuì.

—Esatto.

La nave, o casa mobile, sembrò respirare con loro.

Capitolo 6

Lo scambio di suoni iniziò come un gioco e finì per sembrare una scienza gentile.

Nico registrò i versi alieni, e Lumi li trasformava in immagini e significati semplici: “attenzione”, “gioco”, “pericolo”, “fame”, “amicizia”. Nico, in cambio, imitava e descriveva i suoni terrestri, ma soprattutto spiegava quando un suono voleva dire una cosa e quando ne voleva dire un'altra.

—Quando un cane abbaia— disse Nico —può voler dire: “Sono contento!”, oppure: “Chi sei tu?”, oppure: “Sto difendendo la mia ciotola!”

L'essere perlaceo fece un suono che sembrava un “plin-plin” divertito.

—Sì, lo so— continuò Nico —i cani sono complicati.

Poi Nico aggiunse una cosa che non aveva mai detto a nessuno, perché di solito i grandi rispondono “che carino” e basta.

—Io… mi piace ascoltare gli animali perché non giudicano come le persone. Se sbagli un verso, al massimo ti guardano strano. Ma non ti fanno sentire fuori posto.

Lumi rimase in silenzio per un attimo.

—FUORI POSTO: DOLORE.— disse piano.

Nico guardò Lumi, sorpreso.

—Anche voi?

Lumi rispose con una frase breve.

—ALCUNI DI NOI TEMONO IL DIVERSO. PER QUESTO: STANZA CALMA. PER QUESTO: OSPITI.—

Nico pensò al rondò. A quel silenzio creato per non spaventare. Era una forma di rispetto. E anche di prudenza.

—Allora facciamo così.— Nico si raddrizzò. —Costruiamo un dizionario di suoni. Così quando vi avvicinate, sapete dire “siamo amici” nel modo giusto.

L'essere perlaceo fece toc toc frusss, più veloce, come un applauso.

Sul tavolo comparve una griglia di luci. Ogni casella conteneva un suono e un simbolo. Nico scrisse con la sua penna sul quaderno, mentre Lumi copiava in luce.

Poi successe qualcosa.

La nave emise un “bip” muto, percepito più nello stomaco che nelle orecchie. Le luci tremolarono.

—CHE SUCCEDE?— chiese Nico.

—TEMPO.— disse Lumi. —PORTA CHIUDE. SICUREZZA.—

Nico sentì un nodo in gola. Non voleva andarsene. Non ancora. Aveva appena iniziato a capire.

—Posso tornare?— chiese.

Lumi esitò, come se la risposta non dipendesse solo da lui.

—SE LA CITTÀ RESTA GENTILE.—

Nico capì che non era una minaccia. Era una richiesta.

—Ci provo.— disse Nico. —Posso almeno portare una cosa?

—COSA?—

Nico indicò il rondò, che anche da qui sembrava lontano ma presente, come una memoria.

—La stanza calma. Mi piace. Qui dentro… è come se il mondo ascoltasse davvero.

Lumi fece una vibrazione calda.

—PORTA LA LUCE.— disse.

—Che luce?

Lumi non rispose con parole. Sul tavolo apparve una sfera piccola, trasparente, con dentro una scintilla. Sembrava una lucciola intrappolata in una goccia d'acqua.

Nico la prese con delicatezza.

—È… per me?

—PER INGRESSO.— disse Lumi.

Nico non capì subito. Ma annuì lo stesso.

—Va bene. Per l'ingresso.

La porta di luce si riaprì. Il silenzio del rondò li aspettava, fedele come un cane (quello gelatinoso o quello terrestre, entrambi).

Nico fece un ultimo saluto: toc toc frusss.

L'essere perlaceo rispose.

Lumi disse:

—RICORDA: INCLUSIONE È UN SUONO. NON UNA REGOLA.—

Nico strinse la sfera nella mano.

—Allora farò in modo che si senta.—

E attraversò.

Capitolo 7

Il rondò era ancora una stanza calma. Nico tornò sull'aiuola, con il gatto che lo aspettava come se non si fosse mai mosso. Fuori, il mondo riprese piano piano i suoi rumori, ma non tutti insieme: prima un fruscio di foglie, poi una bicicletta lontana, poi una macchina che passò senza clacsonare (miracolo).

L'oggetto ovale non uscì con lui. La porta si richiuse come una palpebra che decide di sognare.

Nico guardò la sfera luminosa. La scintilla dentro pulsava, tranquilla. Non chiedeva niente. Sembrava solo… pronta.

Corse a casa, saltando i gradini due alla volta. Aprì la porta d'ingresso e si bloccò: la mamma era in cucina, e l'odore di sugo lo colpì come un abbraccio.

—Nico? Sei tutto sudato. Dove sei stato?— chiese lei, con quella voce metà preoccupazione, metà “non farmi contare fino a tre”.

Nico deglutì. Dire “ho incontrato un ospite di un altro cielo in un rondò silenzioso” non era il massimo per una serata normale.

—Al… rondò.— disse. —Stavo registrando suoni.

La mamma sospirò, ma la guardia scese un po'.

—Va bene. Lavati le mani. E poi compiti.

Nico annuì. Andò verso l'ingresso. Appese lo zaino. Si tolse le scarpe. E lì, proprio lì, vicino alla porta, appoggiò la sfera luminosa su una mensolina.

La scintilla dentro si accese un po' di più.

Una luce calda si diffuse nell'entrata, delicata ma chiara, come una promessa che non fa rumore.

La mamma passò, la vide, e si fermò.

—Che cos'è quella luce?— chiese, sorpresa, ma non spaventata. Solo curiosa.

Nico si strinse nelle spalle, con un mezzo sorriso.

—Un… regalo.— disse. —Per far sembrare l'ingresso più accogliente.

La mamma lo guardò. Poi guardò la luce. Poi guardò lui.

—È bella.— disse semplicemente. —Mi piace.

Nico sentì qualcosa sciogliersi nel petto. Forse era il nodo. Forse era la paura di essere preso per strano.

—Mamma— disse Nico, prendendo coraggio —se un giorno arrivasse qualcuno… diverso… tu che faresti?

La mamma si asciugò le mani e si appoggiò allo stipite, proprio sotto la luce.

—Dipende.— disse. —Se è gentile, gli offrirei da bere. Se è spaventato, gli parlerei piano. E se non capisce le parole…— fece una pausa —gli farei capire che qui può stare.

Nico annuì, sentendo che quello era esattamente il suono dell'inclusione, anche senza essere un suono.

—Ok.— disse. —Allora siamo pronti.

La luce nell'ingresso pulsò, come se avesse ascoltato.

E da qualche parte, in un rondò diventato stanza calma, forse qualcuno registrò quel piccolo “ok” umano, e lo catalogò sotto una parola nuova.

Casa.

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