Capitolo 1: Il cerchio che non doveva essere lì
Nina aveva undici anni e un modo delicato di camminare, come se non volesse disturbare nemmeno le foglie. Quando era nervosa, si arrotolava una ciocca di capelli dietro l'orecchio e ascoltava. Ascoltava davvero: il fruscio degli alberi, lo scricchiolio della ghiaia, perfino il silenzio tra un suono e l'altro.
Quella sera, dietro la biblioteca del quartiere, l'aria profumava di carta umida e di erba tagliata. Nina era uscita con un libro sotto il braccio: una guida delle stelle con mappe e disegni. Le piaceva imparare i nomi delle costellazioni, come se fossero persone lontane che un giorno avrebbe incontrato.
La luna era una moneta pallida. Le stelle pungevano il cielo.
E poi lo vide.
Sul prato, tra due panchine, c'era un rondo di luce perfetto. Un cerchio, luminoso e morbido, come latte caldo versato nell'aria. Non faceva rumore, ma sembrava… respirare.
Nina si fermò. Il libro le scivolò un po' dalle mani.
«Ok… questo non è sul manuale,» mormorò.
Il cerchio era alto appena un dito sopra l'erba. Dentro, i fili verdi sembravano più chiari, come se fossero appena stati disegnati.
Nina avrebbe dovuto tornare indietro. Lo sapeva. Però sentì una curiosità gentile, una spinta lieve. Fece un passo e, con la punta della scarpa, toccò la luce.
Era tiepida. Non bruciava. Non pizzicava. Anzi, le diede una sensazione di sicurezza, come una coperta.
Poi la luce tremò.
E qualcosa, dall'interno del cerchio, fece: «Pip—pip!»
Nina trattenne il fiato.
«Chi… chi c'è?» chiese, con una voce che le uscì più sottile del solito.
La luce aumentò di un soffio, e una piccola sagoma si materializzò come una goccia che diventa perla. Era un essere alto come un gatto, con due occhi enormi, color ambra, e una pelle che cambiava sfumature tra il verde acqua e l'argento.
Lui (o lei, o qualcos'altro) inclinò la testa.
«Saluto. Non schiacciare bordo. È… delicato.» La voce sembrava tradotta da una radio un po' lenta, ma era chiara.
Nina fece subito un passo indietro, arrossendo. «Scusa! Non volevo… schiacciare niente.»
L'essere sbatté le palpebre, lente come tendine. «Bene. Io sono Tallo. Tu sei… Nina. Sì? Ho letto su… etichetta sonora.»
Nina spalancò gli occhi. «Hai letto il mio nome? Dove?»
Tallo indicò il suo polso con un dito sottile. Nina guardò: aveva un braccialetto di stoffa con scritto NINA, regalo della mamma quando era andata al campo estivo.
«Ah.» Nina strinse il braccialetto. «Sì, sono Nina.»
Tallo fece un suono che poteva essere una risata. «Piacevole. Io sono esploratore. Sto facendo… visita. Ma la tua Terra ha lampioni molto rumorosi. Fanno “zzzz” nella mia testa.»
«Sono solo luci,» disse Nina, senza sapere se ridere o preoccuparsi.
Tallo si girò verso il cerchio. «Questo è corridoio. Rondo di luce. Porta breve. Ma ora è… instabile. Mi serve aiuto gentile.»
Nina deglutì. Aveva paura. Però Tallo non sembrava cattivo. Sembrava… impacciato.
«Che tipo di aiuto?» chiese.
Tallo tirò fuori un oggetto grande come una tazzina: sembrava una conchiglia di metallo, con piccoli segni sopra, come graffi di stelle. «Devo ancorare corridoio con nomi di cielo. I nomi giusti.»
Nina alzò il libro. «Io… io conosco dei nomi. Orione, Cassiopea, Andromeda.»
Tallo fece una smorfia perplessa. «Nomini terrestri. Utili? Forse. Ma io cerco nomi di costellazioni che non avete. Nomi di casa.»
Nina sentì il cuore fare un salto. «Costellazioni sconosciute?»
Tallo annuì. «Sì. Io posso mostrarti. Tu puoi imparare. Poi dire a corridoio. E corridoio diventa stabile.»
Nina guardò il rondo di luce. Sembrava una porta aperta su un posto che non aveva ancora un nome.
E, con la delicatezza che era la sua forza, disse: «Va bene. Mi fido… un po'.»
Tallo allargò le braccia. «Un po' è perfetto. Vieni. Piano. Il rondo non ama i salti.»
Nina fece un respiro, strinse il libro e mise un piede dentro la luce.
Capitolo 2: Dentro il rondo di luce
La luce la avvolse come acqua chiara. Nina ebbe un attimo di vertigine, come quando l'ascensore parte all'improvviso. Poi il mondo cambiò.
Era ancora in un cerchio, ma intorno non c'era più il prato della biblioteca. C'era una stanza aperta, come una cupola trasparente. Sotto i suoi piedi non c'era erba: c'era un pavimento liscio, grigio perla, con linee sottili che brillavano e si intrecciavano come strade su una mappa.
Sopra, il cielo era vicinissimo, pieno di stelle più numerose di quelle che Nina aveva mai visto. Alcune non erano bianche: erano turchesi, viola, persino rosse come ciliegie mature.
«Wow…» scappò a Nina. «Dove siamo?»
Tallo saltellò fuori dal rondo e fece un gesto ampio, come se stesse presentando un salotto. «Stazione di passaggio. Piccola. Sicura. Si chiama… Sosta-Luce. Per voi sarebbe… fermata.»
Nina si girò lentamente. In un angolo della cupola c'era un pannello che pulsava, come una finestra fatta di acqua. Vicino, tre oggetti simili a sedie, ma senza gambe: sembravano sospese, morbide e arrotondate.
Nina toccò una “sedia” con un dito. La superficie si adattò, come una spugna gentile.
«Posso sedermi?» chiese.
«Puoi. Ma se ti addormenti, la sedia ti racconta barzellette,» disse Tallo, serio.
Nina lo guardò. «Davvero?»
Tallo fece di nuovo quel suono-risata. «No. Ma sarebbe bello.»
Nina rise, e quel piccolo ridere le sciolse un nodo nello stomaco.
«Allora,» disse, stringendo il libro, «mi mostri queste costellazioni… di casa?»
Tallo si avvicinò al pannello d'acqua e lo sfiorò. La “finestra” si aprì in un'immagine del cielo, ancora più vicina. Le stelle si collegarono con linee sottili, formando figure nuove.
«Questa è… Nàriva,» disse Tallo, pronunciando la parola come un soffio. «Significa “coppa rovesciata”.»
Nina guardò: le linee formavano davvero una coppa capovolta, con una stella brillante proprio sulla punta. «Nàriva,» ripeté, assaggiando il suono. «È bello. Non suona come niente che conosco.»
Tallo annuì. «È perché viene da altro vento.»
Spostò le dita e l'immagine cambiò. «Questa è… Pelùm. “Pesce che ride”.»
Nina inclinò la testa. La figura sembrava un pesce con una bocca aperta. «Pesce che ride?»
«Sì. La nostra gente dice che ride perché ha visto un pianeta con le montagne a forma di pane,» spiegò Tallo. «Tu hai montagne a forma di pane?»
Nina pensò alle colline vicino casa. «Non proprio… ma abbiamo un panificio che fa focacce giganti. Potrebbero sembrare montagne, se sei piccolo.»
Tallo parve soddisfatto. «Allora capisci Pelùm.»
Nina scrisse su un foglietto del libro, con la matita che portava sempre: Nàriva, Pelùm. Le lettere tremavano un po', ma lei voleva ricordare tutto.
«C'è un'altra?» chiese.
Tallo cambiò ancora. «Questa è difficile. Si chiama… Sìl-Seren. Vuol dire “scala di calma”.»
Nina vide una fila di stelle in diagonale, come gradini. Le piacque subito. Le faceva venire voglia di salire.
«Scala di calma,» ripeté Nina. «Mi piace. Quando sono agitata, mi immagino di salire gradini lenti.»
Tallo la guardò con attenzione, e per un attimo i suoi occhi ambra sembrarono più morbidi. «Tu sei adatta. Delicata. E coraggiosa con calma.»
Nina arrossì. «Io… cerco solo di non fare danni.»
Tallo indicò il cerchio di luce alle loro spalle, che tremolava appena. «Per stabilizzare, devi dire i nomi al corridoio. Non solo dire. Sentire. Con gentilezza.»
Nina guardò il rondo. «Come si fa a… parlare a una luce?»
«Come si parla a una cosa che non parla,» disse Tallo. «Come parli al tuo gatto quando finge di non sentire.»
Nina scoppiò a ridere. «Non ho un gatto, ma capisco.»
Fece un passo verso il cerchio. La luce tremò, quasi impaziente.
Nina inspirò e disse, lentamente, come se stesse raccontando una storia a qualcuno che ne aveva bisogno:
«Nàriva. Pelùm. Sìl-Seren.»
La luce si fece più stabile, più piena. Il bordo smise di tremare.
Tallo applaudì con le dita, un suono leggero come pioggia. «Funziona. Ma serve ancora. Il corridoio vuole… più nomi. Quattro in tutto.»
«Quattro?» Nina sfogliò la guida delle stelle. «Io posso inventarne uno?»
Tallo fece una faccia sorpresa. «Inventare?»
«Sì. Per voi è importante che sia un nome di casa. Ma forse… può diventare casa anche un nome nuovo, se lo diciamo insieme.» Nina si rese conto che stava parlando in fretta, ma non voleva fermarsi. «È come quando un bambino nuovo arriva in classe. All'inizio è “nuovo”. Poi diventa “uno di noi”.»
Tallo rimase immobile. Poi, piano, annuì. «Tol… le ranza.» Pronunciò la parola come se fosse una pietra liscia in bocca. «È buona. Facciamo nome insieme.»
Nina guardò le stelle, cercando una figura che nessuno aveva ancora nominato. Vide un gruppo di cinque stelle che parevano una mano aperta.
«Quella sembra una mano,» disse. «Una mano che saluta.»
Tallo la seguì con lo sguardo. «Sì. Noi la chiamiamo… ancora non la chiamiamo. È in zona lontana. Vuoi darle nome?»
Nina sorrise. «Potremmo chiamarla… Mano-Lieve. In italiano suona così. E nella tua lingua?»
Tallo chiuse gli occhi, come se ascoltasse una memoria. «Màreni. Significa “mano morbida”.»
Nina sentì un brivido felice. «Allora: Màreni.»
Si avvicinò al rondo di luce e disse il quarto nome, con il cuore tranquillo:
«Màreni.»
La luce diventò un cerchio perfetto, solido come una promessa.
Capitolo 3: Il visitatore e il malinteso del gelato
Quando il corridoio si stabilizzò, la cupola sembrò respirare meglio. Perfino le linee sul pavimento brillarono con più ordine.
Tallo si rilassò. «Ora posso completare visita. E tu puoi vedere un pezzo di… altrove.»
«Posso davvero?» Nina guardò oltre la cupola, dove si vedevano altre strutture: torri basse, ponti trasparenti, sfere che fluttuavano lentamente come bolle.
«Sì. Ma breve. La tua Terra ti aspetta. E io non voglio che tua famiglia… faccia allarme.» Tallo fece un gesto serio. «Gli adulti fanno allarme facilmente. Come oche.»
Nina rise. «Non ho mai visto un adulto come un'oca, ma adesso sì.»
Camminarono su un ponte che sembrava vetro ma non era freddo. Sotto scorreva una luce lenta, come un fiume di lampadine.
Passarono accanto a una piccola macchina che emetteva profumo di menta. Nina inspirò.
«Che cos'è?» chiese.
«Dispositivo di nutrimento,» disse Tallo. «Produce crema fredda dolce. Sapore… nuvola.»
«Un gelato?» Nina aprì la bocca, incredula.
«Gelato. Sì.» Tallo toccò un punto e uscì una spirale chiara in una ciotola. «Per ospite. Per tolleranza.»
Nina prese la ciotola con due mani. La crema era leggera e brillante, come neve che non gela. Assaggiò.
«Sa di… vaniglia e limone insieme,» disse, meravigliata.
Tallo la osservava attentamente. «È buono?»
«È buonissimo!» Nina fece un altro cucchiaio. «Tu non ne prendi?»
Tallo esitò, poi fece: «Io non posso. La mia pancia è… come una biblioteca. Se metto crema fredda, i libri… si bagnano.»
Nina rimase a bocca aperta. «La tua pancia è una biblioteca?»
Tallo scrollò le spalle. «Modo di dire. Ma anche vero un po'. Io ricordo cose nello stomaco. Se mangio cose sbagliate, ricordo male. Un giorno ho mangiato una noce terrestre e ho iniziato a salutare i lampioni. Imbarazzante.»
Nina scoppiò a ridere così forte che quasi le venne il singhiozzo. «Salutare i lampioni!»
«I lampioni non salutano indietro,» disse Tallo, offeso e divertito insieme. «Cattiva educazione.»
Mentre ridevano, un suono improvviso attraversò la stazione: un “bong” profondo, come una campana lontana. Le luci delle linee sul pavimento lampeggiarono.
Tallo si irrigidì. «Oh. No. Non bene.»
«Che succede?» Nina stringeva ancora la ciotola, ma il gelato le sembrò meno importante.
Tallo corse verso un pannello. «Segnale di confusione. Qualcuno ha percepito corridoio. E pensa che sia… invasione.»
«Chi?» chiese Nina.
Dal lato opposto del ponte apparvero due figure simili a Tallo, ma più alte, con tute che luccicavano. Avevano occhi più piccoli e movimenti rapidi, decisi.
Uno di loro parlò con voce tagliente. «Tallo! Perché c'è una terrestre qui?»
Nina si sentì piccola. Istintivamente fece un passo indietro, ma non voleva scappare. Non voleva diventare un problema.
Tallo alzò le mani. «Calma. È ospite. Ha aiutato corridoio a stabilizzare con nomi.»
L'altro alieno guardò Nina come si guarda un oggetto che non si capisce. «I terrestri rubano. Prendono. Sporcano.»
Nina sentì un bruciore agli occhi, ma respirò. Era un malinteso, come quando qualcuno giudica senza conoscere.
«Io non voglio rubare niente,» disse, piano ma chiaro. «Ho solo imparato dei nomi. E ho dato un nome insieme a Tallo. Màreni. Mano morbida.»
Gli alieni si scambiarono uno sguardo. Il primo strinse le labbra. «Un nome condiviso?»
Tallo fece un passo avanti. «Sì. È tolleranza. È ponte. E… ha anche riso del mio incidente con i lampioni.»
Nina aggiunse, senza pensarci: «E il gelato è fantastico. Non lo rubo. Lo finisco e basta.»
Per un attimo ci fu silenzio.
Poi il secondo alieno emise un suono breve, quasi un colpo d'aria. Sembrava… una risata trattenuta.
«Crema fredda terrestre?» disse. «Tallo, tu fai amicizia in modo strano.»
Tallo parve sollevato. «È il mio modo migliore.»
Il primo alieno sospirò. «Va bene. Ma la terrestre non deve uscire dalla zona di passaggio. Troppa differenza può… fare rumore.»
Nina annuì subito. «Promesso. Non voglio fare rumore.»
L'alieno la guardò ancora un secondo, poi disse: «Se hai davvero dato un nome, allora hai lasciato qualcosa di gentile qui. E la gentilezza pesa poco. Può restare.»
Nina sentì un calore nel petto, come una lampadina accesa.
Tallo le fece un cenno. «Vedi? Quando parli chiaro, il mondo si aggiusta un po'.»
Capitolo 4: Il cielo nuovo e la scala di calma
Più tardi, quando i due alieni se ne furono andati, la stazione tornò quieta. Nina e Tallo si sedettero sulle sedie sospese, guardando il cielo attraverso la cupola.
Le stelle sembravano più vicine, come se qualcuno avesse avvicinato una finestra al buio.
«Mi fai rivedere Sìl-Seren?» chiese Nina.
Tallo sfiorò il pannello e la “scala di calma” apparve di nuovo. Nina seguì i gradini con lo sguardo.
«Quando torno a casa, nessuno mi crederà,» disse.
Tallo inclinò la testa. «Non serve che credono. Serve che tu ricordi. E che tu guardi cielo con occhi più larghi.»
Nina pensò al suo libro di costellazioni terrestri. Era pieno di nomi antichi, storie di eroi e animali. Adesso avrebbe avuto anche Nàriva, Pelùm, Sìl-Seren e Màreni, parole come semi.
«Posso scriverli?» chiese.
«Sì. Scrivi. E quando li dici, pensa a noi che li guardiamo da altro posto.» Tallo la osservò. «Questo fa… amicizia lunga.»
Nina tirò fuori la matita e scrisse con cura. Poi si fermò e guardò Tallo.
«Perché sei venuto qui?» chiese.
Tallo rimase zitto un momento, come se cercasse la frase giusta in una lingua che non era sua. «Perché il nostro cielo e il vostro cielo sono lo stesso, ma i nomi sono diversi. Io volevo sapere come chiamate le cose. Per capire come pensate.»
Nina annuì lentamente. «Noi diamo nomi per sentirci meno soli.»
Tallo fece un cenno. «Noi anche. E a volte, quando due nomi si incontrano, nasce una terza cosa. Come Màreni.»
Nina sorrise. «Mi piace che una costellazione ora abbia due nomi. È come avere due case.»
Tallo guardò il rondo di luce, che brillava stabile. «Ora devo andare. Devo riportare dati. E tu devi tornare. La tua notte è quasi finita.»
Nina sentì una punta di tristezza. Era stato tutto così luminoso e strano, eppure rassicurante.
«Prima di andare… posso fare una domanda?» chiese.
«Sì.»
Nina indicò una zona del cielo con una stella particolare, più grande, con un alone azzurro. «Quella come si chiama?»
Tallo la guardò e i suoi occhi si illuminarono, come se qualcuno avesse acceso una memoria. «Ah. Quella è Kédrin. Vuol dire “stella che ascolta”.»
Nina ripeté: «Kédrin.»
Le sembrò perfetta. Una stella che ascolta. Come lei.
Tallo la fissò con dolcezza. «Tu potresti essere Kédrin-terrestre.»
Nina rise, ma con un nodo in gola. «Magari. Io ascolto soprattutto quando ho paura.»
«È un buon modo,» disse Tallo. «La paura fa rumore. L'ascolto la rende più piccola.»
Nina guardò ancora la scala di calma, Sìl-Seren, e immaginò di salire un gradino alla volta, con Tallo accanto.
Capitolo 5: Il ritorno nel prato e il saluto caldo
Arrivarono davanti al rondo di luce. Sembrava lo stesso cerchio morbido di prima, ma adesso Nina lo sentiva quasi come una cosa viva che conosceva il suo nome.
Tallo le porse la piccola conchiglia di metallo. «Questo è per te. Non funziona sulla Terra come qui. Ma ricorda. Se lo tieni vicino, ti verranno in mente i nomi quando guardi le stelle.»
Nina lo prese con cautela, come si prende un uccellino. «Grazie. Io… non so cosa darti.»
Tallo rifletté e poi indicò il suo libro. «Tu mi dai una cosa. Una pagina.»
Nina aprì la guida. Le pagine profumavano di inchiostro e polvere buona. Ne staccò una con attenzione: quella con Orione, disegnato con linee chiare.
Le mani le tremavano un po'. Strappare una pagina le sembrava un sacrilegio, ma lo fece lentamente, senza strappi brutti.
«Questa è Orione,» disse. «Un cacciatore. Ma per me è solo… un insieme di luci che mi fa compagnia.»
Tallo prese la pagina come se fosse preziosa. «Io lo appenderò nella mia biblioteca-pancia…» Si fermò. «No. Scherzo. Lo metterò in archivio. Così ricordo come chiamate le cose.»
Nina sorrise. «E io ricorderò Nàriva, Pelùm, Sìl-Seren, Màreni… e Kédrin.»
Tallo annuì, serio. «Buono. Quando guardi Kédrin, pensa che anche io guardo. E che noi siamo… diversi, ma nello stesso buio pieno di luce.»
Nina si avvicinò. Non sapeva come salutare un extraterrestre. Stretta di mano? Abbraccio? Inchino?
Tallo risolse il problema: alzò una mano con le dita aperte, come la costellazione.
«Màreni,» disse.
Nina alzò la sua mano nello stesso modo. «Màreni.»
Per un attimo, sentirono entrambi che quel gesto era un ponte.
«Addio, Nina delicata,» disse Tallo. «Che i tuoi passi non schiaccino mai le cose fragili. E che tu sappia quando invece serve… pestare forte.»
Nina rise tra le lacrime. «Ci proverò. Addio, Tallo. E… grazie per il gelato nuvola.»
Tallo fece un suono che questa volta era sicuramente una risata. «Un giorno ti porto pane-montagna.»
Nina fece un passo nel rondo di luce. La luce la avvolse.
Un battito.
Poi sentì di nuovo l'odore di erba e carta. Era nel prato dietro la biblioteca. Il cerchio era ancora lì, ma già si stava sbiadendo, come la scia di una torcia.
Nina guardò il cielo terrestre. Le stelle sembravano le stesse, eppure no. Perché adesso, tra loro, Nina vedeva anche forme nuove. Una coppa rovesciata. Un pesce che ride. Una scala di calma. Una mano lieve.
E una stella che ascolta.
Il rondo di luce si spense con un ultimo tremolio gentile, come un saluto.
«Ciao,» sussurrò Nina, e la parola le scaldò la bocca. «Ciao, davvero.»
Poi raccolse il libro, tenne la conchiglia di metallo in tasca, e tornò a casa con passi morbidi, portando con sé un pezzo di cielo che non era più sconosciuto, solo… più grande.