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Storia sulla menzogna 9/10 anni Lettura 13 min. (1)

La panchina della verità e delle biglie

Sofia, una ragazzina che teme il giudizio per i suoi errori, nasconde una brutta prova e mente agli amici, imparando piano piano che dire la verità può portare aiuto e sollievo.

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Bambina di 10 anni, Sofia, viso rotondo e guance arrossate, occhi grandi e timidi ma sollevati, seduta su una vecchia panchina di legno e che mostra un quaderno di matematica aperto con un grande "5" rosso; bambina di 10 anni, Giulia, capelli castani raccolti in coda, sorpresa poi rasserenata, seduta accanto a Sofia con lo sguardo rivolto a lei e le mani sullo zaino; ragazzo di circa 11 anni, Amir, capelli neri spettinati e sorriso dolce, in piedi leggermente più indietro vicino alla panchina con una scatolina di biglie colorate; donna adulta, la signora Teresa, circa 50 anni, capelli grigi raccolti, in tenuta da portinaia, in piedi davanti alla panchina con un piccolo pacco marrone e sguardo benevolo; ambientazione in una soleggiata corte italiana con pavé e luce calda della sera, panchina consumata al centro; situazione: Sofia confessa il piccolo bugia mostrando il quaderno, gli amici reagiscono con sorpresa e comprensione, atmosfera di riparazione e tenerezza, colori morbidi e contrasti caldi, dettagli carini come le biglie lucide, l'etichetta del pacco e le venature del legno. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il quaderno e il nodo nello stomaco

Sofia aveva dieci anni e un modo tutto suo di parlare con se stessa: spesso era severa, come una maestra invisibile con la matita rossa pronta. Quel pomeriggio, tornando da scuola, stringeva lo zaino come se dentro ci fosse un segreto che pesava.

A casa, sul tavolo della cucina, c'era il suo quaderno di matematica. La verifica corretta spuntava fuori, e il numero in alto sembrava urlare: 5.

Sofia lo fissò. Sentì un caldo alle guance e un nodo nello stomaco.

“Non dovevi sbagliare,” si disse. “Se lo vedono, penseranno che… che sono stupida.”

La mamma era in salotto, al telefono. Il papà sarebbe rientrato tardi. Sofia aprì lo zaino lentamente e infilò il quaderno sotto una pila di fumetti.

Quando la mamma arrivò in cucina, sorrise: “Com'è andata a scuola?”

Sofia aveva già la risposta pronta, lucida come una moneta.

“Bene. Abbiamo fatto solo esercizi facili.”

La mamma le accarezzò i capelli. “Ok. Ti va una merenda?”

Sofia annuì, ma il nodo nello stomaco restò lì, come un elastico troppo tirato.

Più tardi, dal balcone, Sofia vide il cortile. Davanti all'ingresso del palazzo c'era la solita panchina. Era un posto che sapeva di chiacchiere, di biciclette appoggiate male e di risate che rimbalzavano tra i muri.

Si mise le scarpe e scese, dicendo: “Vado giù un attimo.”

“Va bene, ma non allontanarti,” rispose la mamma.

Sofia si sedette sulla panchina. Il legno era tiepido di sole. Respirò piano. “Solo una bugia piccola,” si consolò. “Solo per oggi.”

Capitolo 2: La panchina e la bugia che cresce

Sulla panchina c'era già Amir, il vicino del terzo piano, con una scatola di biglie in mano. Le faceva rotolare tra le dita come se fossero pensieri.

“Ciao, Sofia,” disse lui. “Hai la faccia da ‘mi sono dimenticato qualcosa'.”

“Non è vero,” rispose Sofia troppo in fretta, poi si corresse: “Cioè… niente. Solo un po' stanca.”

Arrivò anche Giulia, la sua migliore amica, con un sacchetto di patatine. Si sedette, aprì il sacchetto e disse: “Domani interrogheranno di matematica? Mia madre mi ha terrorizzata.”

Sofia sentì il nodo stringersi. “No,” disse. “Non credo.”

In realtà, lo sapeva: la prof aveva detto che avrebbe fatto una mini-interrogazione a sorpresa. Sofia l'aveva ascoltata benissimo. Ma ammetterlo significava ammettere che lei era già in difficoltà.

Amir alzò un sopracciglio. “Sicura?”

“Sicurissima,” disse Sofia, e questa volta la parola uscì più grande della realtà, come una maglietta troppo larga.

Giulia sospirò di sollievo. “Meno male. Allora posso allenarmi per il torneo di pallavolo.”

Sofia provò un momento di soddisfazione: aveva evitato un problema. Poi, subito dopo, un pensiero le pizzicò la mente: e se domani Giulia fosse stata interrogata davvero?

Per cambiare argomento, Sofia indicò la scatola di biglie. “Facciamo una gara? Chi arriva più vicino al bordo del marciapiede senza farle cadere.”

Amir rise. “Va bene, ma tu non barare.”

“Ma quando mai!” rispose lei, e sentì che perfino la sua voce faceva un piccolo salto, come una biglia fuori traiettoria.

Giocarono. Le biglie brillavano come caramelle. Per qualche minuto Sofia si dimenticò del quaderno.

Poi dal portone uscì la signora Teresa, la custode, con il suo mazzo di chiavi che suonava come un campanello.

“Ragazzi, avete visto per caso un pacchetto? Doveva arrivare per il secondo piano,” chiese.

Amir scosse la testa. Giulia disse: “No.”

Sofia vide, vicino alla panchina, un pacchetto piccolo con un'etichetta mezza staccata. Era lì, proprio accanto alla ruota della sua bici.

Sofia lo guardò e pensò: “Se dico che l'ho visto io, poi mi chiedono perché stavo qui… e magari chiedono della scuola… e del quaderno.” Un pensiero tirò l'altro.

“No, non l'ho visto,” disse.

La signora Teresa annuì e se ne andò. Sofia rimase con una sensazione strana, come se si fosse seduta su una mollica.

Capitolo 3: Il pacchetto, la verifica e il cuore che batte

Il giorno dopo, a scuola, la prof di matematica entrò con il registro in mano. Sorrise appena. “Oggi facciamo una mini-interrogazione. Cinque minuti a testa, niente panico.”

Sofia si immobilizzò. Giulia la guardò con occhi enormi.

“Ma tu ieri hai detto di no…” sussurrò.

Sofia sentì il caldo alle guance salire come una scala. “Io… pensavo di no,” mormorò.

Giulia non disse altro, ma quel silenzio fece più rumore di una campanella.

Quando toccò a Sofia, la prof le chiese una cosa che lei sapeva… ma la paura le fece scappare le parole. Si confuse, si corresse, poi si fermò.

“Non ricordo,” disse piano.

La prof non sembrava arrabbiata, solo attenta. “Va bene. Respira. Anche sbagliare è un'informazione: ci dice cosa ripassare.

Sofia tornò al banco con la testa bassa. La sua maestra invisibile, dentro, aveva già iniziato a urlare: “Hai rovinato tutto! Dovevi studiare! Dovevi dire la verità!”

All'uscita, Giulia la raggiunse. “Sofi… perché mi hai detto quella cosa?”

Sofia aprì la bocca, pronta a inventare una spiegazione. “Perché…”

Ma le parole non uscivano bene. Le sembravano biglie che scappavano da tutte le parti.

Nel pomeriggio, Sofia scese di nuovo alla panchina. Sperava che il legno tiepido la facesse respirare meglio. Amir era lì, e anche la signora Teresa, con un pacchetto in mano e un'aria confusa.

“Ah, eccolo!” disse la custode vedendo Amir. “Il pacchetto era davanti al portone ieri. Qualcuno l'ha spostato? Ho fatto il giro di tutti i piani!”

Amir guardò Sofia, poi la panchina, poi la bici. “Era qui vicino ieri…”

Sofia sentì il cuore battere forte. Era come se tutte le piccole bugie si fossero messe in fila davanti a lei.

La signora Teresa sospirò. “Per fortuna l'abbiamo trovato oggi. Ma è stato un pasticcio.”

Sofia strinse le mani in tasca. Avrebbe voluto sparire dentro il suo cappuccio. Eppure, seduta lì, capì una cosa: più mentiva, più doveva ricordarsi cosa aveva detto, a chi, e perché. Era stancante come correre con lo zaino pieno di sassi.

Amir la guardò e, con una voce tranquilla, disse: “Sai che puoi dire ‘ho sbagliato'? Non ti esplode la testa. Di solito.”

Sofia fece un mezzo sorriso, piccolo ma vero. “Spiritoso.”

“Un po',” ammise lui.

Sofia abbassò gli occhi. “Io… ho fatto confusione,” disse. Era ancora lontano dalla verità completa, ma era un passo.

Capitolo 4: Chiedere aiuto senza inventare

Quella sera, Sofia si sedette al tavolo con il quaderno nascosto ancora sotto i fumetti. La mamma stava tagliando la frutta. Il coltello faceva un rumore regolare, come un metronomo.

Sofia sentì la maestra invisibile dentro di lei sussurrare: “Se lo dici, ti giudicano.”

Poi, come una seconda voce più gentile, sentì un pensiero nuovo: “Se lo dici, magari ti aiutano.”

Sofia tirò fuori il quaderno e lo posò sul tavolo. Il 5 rimase lì, senza muoversi, ma sembrò meno enorme.

“Mamma… posso parlarti?” chiese.

La mamma smise di tagliare. “Certo.”

Sofia deglutì. “Ho preso cinque in matematica. L'ho nascosto. E… ho detto una bugia anche a Giulia, e oggi si è trovata in difficoltà. Mi sento… mi sento stupida.”

La mamma si sedette di fronte a lei. Non fece facce drammatiche. Non alzò la voce. Le prese la mano.

“Grazie per avermelo detto. Non sei stupida. Hai avuto paura.”

Sofia annusò con il naso, come quando sta per piangere ma non vuole. “Io sono sempre dura con me stessa. Se sbaglio, mi sembra la fine.”

La mamma annuì. “Capita. Ma ascolta: tutti sbagliamo. Io stessa oggi ho dimenticato di pagare una bolletta e ho dovuto rimediare. Non mi rende una persona cattiva. Mi rende… umana.”

Sofia la guardò. “Davvero non sei arrabbiata?”

“Un pochino dispiaciuta che tu ti sia sentita sola,” disse la mamma. “Ma arrabbiata no. La verità serve proprio a questo: a riparare.”

Sofia respirò più profondamente. “E se domani mi interrogano ancora?”

“Allora studiamo insieme,” rispose la mamma. “E se non capisci, chiediamo alla prof. Chiedere aiuto non è una vergogna.”

Sofia si asciugò gli occhi con il polso. “Posso anche… chiedere scusa a Giulia?”

“Mi sembra un'ottima idea.”

Quella sera studiarono. La mamma non faceva discorsi lunghi. Diceva: “Proviamo un esempio,” e se Sofia sbagliava, diceva: “Ok, vediamo dove si è girata la biglia.”

Sofia rise piano. “È colpa delle biglie, allora.”

“Chiaramente,” disse la mamma, seria-seria, e poi scoppiarono a ridere insieme.

Capitolo 5: La verità che ripara

Il giorno dopo, davanti al palazzo, Sofia trovò Giulia sulla panchina. Aveva lo zaino sulle ginocchia e un'espressione ancora un po' chiusa.

Sofia si sedette accanto a lei. Il legno era freddo, come se fosse mattina anche per la panchina.

“Giulia… posso dirti una cosa?” chiese.

Giulia non la guardò subito. “Dimmi.”

Sofia prese fiato. “Ieri ti ho detto una bugia. Sapevo che poteva esserci l'interrogazione. Ho detto di no perché avevo paura… e perché avevo preso cinque e mi vergognavo. Non volevo che pensassi male di me.”

Giulia la guardò finalmente. “E invece ho pensato che non ti importasse di me.”

Sofia sentì una fitta, ma non scappò. “Mi importa. Mi dispiace davvero. Avrei dovuto dirti la verità.”

Giulia rimase in silenzio per un secondo, poi sbuffò. “Ok. Mi hai fatto venire un colpo, però.”

“Lo so,” disse Sofia. “Se vuoi, oggi pomeriggio ripassiamo insieme. Mia mamma mi ha aiutata e… non è stata terribile.”

“Non è stata terribile?” ripeté Giulia, sospettosa. “Hai una mamma robot?”

“No, peggio: una mamma che fa battute,” disse Sofia.

Giulia rise, e quel suono sciolse qualcosa nell'aria. “Va bene. Ripassiamo. Ma niente bugie, eh.”

“Promesso. E se non capisco, lo dico.”

In quel momento arrivò la signora Teresa con un foglietto in mano. “Ragazze, vi devo chiedere una cosa: ieri il pacchetto era qui vicino. Qualcuno l'ha visto?”

Sofia sentì il cuore fare un salto, ma questa volta non scappò.

“Sì,” disse. “L'avevo visto io, ieri. E… ho detto che no perché avevo paura di fare domande e finire in un discorso. Mi dispiace.”

La signora Teresa la guardò sorpresa, poi fece un'espressione più morbida. “Capisco. Grazie per averlo detto adesso. L'importante è che il pacchetto sia arrivato. E che tu abbia imparato qualcosa.”

Sofia annuì. Si sentì più leggera, come se avesse tolto gli sassi dallo zaino.

Amir passò con la scatola di biglie e salutò. “Oh, oggi facce serie.”

Sofia gli rispose: “Oggi facce vere.”

Amir fece finta di rabbrividire. “Terribile. Mi toccherà essere sincero anch'io.”

Giulia ridacchiò. “Tanto tu dici sempre la verità.”

“Non sempre,” ammise Amir. “A volte dico ‘solo cinque minuti' e poi resto due ore.”

Sofia rise. “Ecco. Tutti sbagliamo.”

Seduta sulla panchina, con i suoi amici vicini e il rumore del cortile intorno, Sofia capì che la verità non era una punizione. Era una porta: poteva far entrare aiuto, scuse, e anche una seconda possibilità.

E quando, più tardi, sbagliò un esercizio durante il ripasso, non si insultò. Disse soltanto: “Ok, ho sbagliato. Riprovo.”

E quella frase, semplice e calma, le sembrò la cosa più coraggiosa che avesse detto da tanto tempo.

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Il quiz: hai capito bene la storia?

Quaderno
Libro con pagine dove si scrivono i compiti e gli esercizi di scuola.
Nodo nello stomaco
Senso di ansia o preoccupazione che si sente dentro la pancia.
Verifica
Prova scritta a scuola per controllare quanto hai imparato.
Custode
Persona che si occupa del palazzo e delle chiavi, mantiene l’ordine.
Interrogazione
Domande fatte dall’insegnante a uno studente, di solito a voce.
Registro
Libro dell’insegnante dove si segnano voti, assenze e informazioni di classe.
Metronomo
Piccolo strumento che segna il ritmo con un tic tac regolare.
Bolletta
Foglio che dice quanto bisogna pagare per la luce, l’acqua o il gas.
Ripassare
Rivedere le cose già studiate per ricordarle meglio prima di una prova.
Scatola
Contenitore, spesso di carta o plastica, dove si tengono oggetti.

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