Capitolo 1
C'era una volta un gigante chiamato Gigetto. Non era un gigante pauroso: era un gigante prudente. I suoi passi erano lenti come una ninna nanna. La sua voce era morbida come una coperta. Portava un cappello troppo piccolo e scarpe troppo grandi, e ogni mattina controllava le allacciature tre volte, per essere sicuro.
Gigetto viveva in una valle che sembrava un disegno: prati verdi come erba da gioco, fiori che salutavano col vento, e colline buffe che facevano le gobbe. La valle era popolata da creature piccine e curiose: conigli con occhiali tondi, uccellini che facevano le capriole, e piccoli folletti che si nascondevano tra i funghi. Tutti rispettavano Gigetto, perché lui rispettava la valle.
Un giorno Gigetto decise di preparare un grande goûter. Nel suo cestino mise pane dolce, mele lucide, biscotti a forma di stelline e una marmellata alla fragola che profumava di sole. Mise anche una thermos di cioccolata calda che bolliva piano piano come un piccolo vulcano amichevole. Poi uscì di casa con attenzione, facendo attenzione a non calpestare i fiori e a non spaventare i passeri.
La voce del goûter si sparse come fumo di zucchero. Tutti i piccoli del villaggio arrivarono, guardando con occhi grandi come tazze. Gigetto li accolse con un inchino gentile. Era felice, ma anche un po' nervoso: il gigante sapeva che con le sue mani grandi doveva stare attento a non rompere piatti, non schiacciare torte, non fare troppe bolle nella cioccolata.
Sul prato posò un telo a quadretti. Mise le cose con cura. Tagliò le fette di pane dolce con attenzione estrema, come se fosse un pittore che taglia una tela. I piccoli si sedettero intorno, ognuno sul proprio sassolino preferito. C'era un coniglio che faceva saltelli, un bruco che contava le foglie, una piccola rana che battere le mani come pioggia. Tutti aspettavano curiosi.
Gigetto alzò un cucchiaio enorme per servire la marmellata. Ma il cucchiaio pareva voler diventare una barca, e la marmellata si mise a ondeggiare come mare in tempesta. Il gigante fece un passo indietro e il cucchiaio scivolò. Per fortuna la marmellata cadde sul telo, formando un sole rosso. Tutti risero. Gigetto sorrise timido e asciugò la marmellata con un tovagliolo. Aveva imparato che anche gli sbagli possono diventare giochi.
Capitolo 2
Dopo il primo riso venne un piccolo imprevisto. Un vento birichino passò tra le colline. Soffiò forte e fece volare via i cappelli, i tovaglioli e una fetta di pane dolce. La fetta cominciò a rotolare, rotolare, come una nuvola che impara a camminare. Tutti gli occhi si allargarono. Il pane rotolò giù per la collina, saltò su un fungo, scivolò su una foglia lucida, e si infilò nella tana di un riccio che stava facendo il pisolino.
Gigetto rimase prudente. Pensò. Respirò. Poi si chinò con delicatezza. Non voleva svegliare il riccio. Mise la mano vicino alla tana e sussurrò al pane: "Torna qui." Il pane non rispose, ma uscì con calma, come se capisse. Il riccio si svegliò, tastò il pane con una zampetta, e decise che era il più morbido compagno di sogno. Gigetto offrì un altro biscotto al riccio, e il riccio fece un piccolo inchino. Tutti applaudirono in silenzio.
Il goûter riprese. Si giocò al nascondino con le briciole. I bambini nascosero le mani sotto i cappotti, e i folletti si arrampicarono sui fili d'erba come funamboli. Gigetto era il più bravo a trovare le briciole perché aveva occhi grandi come finestre. Ma non gridava il nome dei nascosti. Lui cercava piano, come se stesse leggendo una storia segreta.
Poi accadde qualcosa di ancora più buffo. Un palloncino blu, staccatosi chissà da quale festa, planò morbido sopra la valle. Si appoggiò sul naso di Gigetto. Il gigante rimase immobile, non per paura, ma per non spaventare il palloncino. Il palloncino cominciò a ridere — forse per scherzo — e si rimpicciolì, diventando una palla piccola che rimbalzava. Tutti corsero a prenderla. La palla saltellò tra le gambe di Gigetto, che faceva attenzione a non calpestarla, e la palla finì per atterrare dentro la scarpa di un topolino.
Il topolino emerse con la palla come un trofeo. Gli occhi di tutti brillavano. Gigetto propose un gioco: costruire una piccola torre di biscotti senza farla cadere. Tutti participarono. Il bruco contava, il coniglio incastrava, la rana saltellava per dare ritmo. Gigetto posò l'ultimo biscotto con la punta delle dita, come se stesse poggiando un bacio. La torre tenue tremolò, tremò, e poi rimase in piedi. Un applauso corale esplose come un piccolo temporale di felicità.
Capitolo 3
Mentre i giochi si succedevano, il cielo cominciò a cambiare. Non era il cielo di tutti i giorni: era un cielo che sembrava un lenzuolo dipinto. Nuvole leggere corsero via e lasciarono spazio a un blu trasparente. Le colline si stamparono come biscotti contro l'orizzonte. Gigetto tirò fuori dalla tasca una copertina morbida. La stese, invitando chi voleva a sedersi ancora un po'. Il goûter diventò un luogo di storie senza parole: ci si scambiavano gesti gentili, consigli sussurrati e risate che si nascondevano sotto i gomiti.
Poi il gioco prese una piega ancora più dolce. Un sentiero di briciole guizzò via dal telo e si trasformò in un piccolo trenino che andava in giro per il prato. I piccoli si misero in fila: il trenino passò tra fiori, salì su un sasso come se fosse una montagna, e discese giù come una gara allegra. Gigetto accompagnava il trenino con passi lenti, come se fosse una locomotiva con il cuore. Ogni volta che il trenino faceva una curva nuova, un piccolo "oh" di sorpresa scappava dalle bocche.
All'improvviso una nuvola piccolina si fermò sopra il prato e cominciò a piovere solo briciole di zucchero. Non era una pioggia fastidiosa: erano zuccherini soffici che cadevano come coriandoli. Tutti aprirono le mani, le bocche e i cappelli. Gigetto ridacchiava sotto i baffi. La palla blu rimbalzò tra gli zuccherini e finì per diventare più brillante. Il bruco si fece una collana di zuccherini. Il coniglio si fece un cappello. Le foglie si cosparsero di polvere dolce, e la valle profumò di festa.
Il sole cominciò a scendere piano, ma non era un tramonto triste. Era un calore che accarezzava le guance. Le ombre si allungarono come nastri, e le luci del villaggio si accesero come piccole lanterne. Gigetto guardò gli amici e vide nei loro occhi il riflesso del gioco: occhi che brillavano per il semplice piacere di essere insieme. Sentì una gioia che gli riempì lo stomaco come una torta calda.
Quando il buio stava per arrivare, Gigetto raccolse i resti del goûter con molta cura. Non lasciò nessuna briciola per strada. Ripose il cestino, avvolse i piatti e misurò le scarpe. Tutti ringraziarono senza dire parole. Le creature si abbracciarono con piccoli gesti: un batter di ali, un saltello, un fruscio di foglie. Il gigante diede una pacca sul terreno e la terra rispose con un piccolo rimbombo come un applauso lontano.
Infine, quando l'ultimo biscotto fu riposto e il telo arrotolato, Gigetto guardò verso est. Una luce sottile era già lì, timida come un fiore che si sveglia. Il gigante si sedette, chinò la testa e chiuse gli occhi un attimo. Nel silenzio calmo, sentì il respiro della valle. Sentì i battiti piccoli dei cuori amici. Sentì la certezza che il gioco e la prudenza possono andare d'accordo: giocare con attenzione rende tutto più bello.
La notte si abbassò morbida, ma non come una coperta pesante. Era una notte piena di sorrisi leggeri. Gigetto alzò la testa per salutare il cielo, e notò che da dietro le colline stava nascendo un'aurora chiara. Non era la solita aurora: aveva i colori di un grande pastello. Si allungava come una sciarpa luminosa e accarezzava la valle. Le luci danzarono leggere, dipingendo i volti dei piccoli e del gigante.
L'aurora illuminò i sogni. Rendeva ogni cosa dolce e giocosa. Gigetto si sentì orgoglioso: aveva condiviso il suo goûter, aveva giocato con gentilezza, aveva protetto i suoi amici. Nel cuore suo brillava il senso del gioco, quello che fa ridere e fa crescere senza correre troppo. Questa gioia scaldò la valle e la notte divenne una promessa: domani si sarebbe giocato ancora, con lo stesso stupore.
E così, sotto l'aurora chiara, tutti si addormentarono tranquilli. Il gigante rimase sveglio poco più a lungo. Guardò il cielo e sorrise piano. Poi chiuse gli occhi, e la valle riposò in pace, con il ricordo di un giorno pieno di giochi, risate e premure.