Capitolo 1: La luce che non aveva nome
La luce comparve alle sette e tredici, proprio sopra il lampione davanti al supermercato. Non era gialla, né bianca, né blu: sembrava fatta di tutte le luci del mondo mescolate insieme, come se qualcuno avesse rovesciato un arcobaleno in una tazza di latte.
Nico, nove anni e una frangia che gli finiva sempre negli occhi, la vide dalla finestra della sua cameretta. Sentì lo stomaco fare un salto, come quando l'ascensore scende troppo in fretta.
«Oh no…» sussurrò.
Da quando aveva scoperto di essere un apprendista stregone, Nico aveva un problema preciso: la magia gli usciva addosso quando si emozionava. Una volta aveva fatto nevicare in palestra perché aveva perso a pallavolo. Un'altra volta aveva trasformato le merendine della classe in piccoli pesci che cantavano.
Ora quella luce stranissima lo chiamava come un campanello invisibile.
Nico infilò lo zaino, prese il suo quaderno di incantesimi (che sembrava un normale diario, ma grattava un po' quando mentivi) e uscì. Appena mise piede sotto il lampione, la luce gli scivolò sulla pelle come una carezza frizzante.
Il mondo intorno si piegò, come un video che si mette in pausa e poi riparte con un altro film.
Quando riaprì gli occhi, era davanti a un edificio moderno di vetro e acciaio, incastrato tra una banca e un negozio di telefonini. Eppure… lui sapeva che lì, un attimo prima, c'era solo un muro grigio.
Sul vetro c'era scritto, in lettere minuscole: Accademia di Stregoneria di Via Voltina. Per chi sa guardare.
Nico deglutì. La luce si spense, ma gli rimase dentro un tremolio gentile, come una risata trattenuta.
Capitolo 2: L'Accademia nascosta e il compito difficile
Dentro, l'Accademia sembrava una scuola normale… se una scuola normale avesse scale che cambiavano idea e corridoi che profumavano di cannella quando passavi.
Il professor Marea lo aspettava nel suo studio. Aveva capelli argento spettinati e un paio di occhiali che si appannavano anche quando non c'era vapore.
«Nico,» disse, «hai sentito la Chiamata della Luce Rara, vero?»
Nico annuì.
«Non sei l'unico. Quando appare, significa che un legame tra il mondo ordinario e quello straordinario si è… allentato.»
Sul tavolo, il professore posò una piccola clessidra. La sabbia dentro non scendeva: andava su.
«Il tuo compito principale, da oggi, non è fare magie più grandi.» Il professore si sporse in avanti. «È imparare a mettere limiti al tuo potere.»
Nico sbatté le palpebre. «Mettere limiti? Tipo… dire alla magia: “basta”?»
«Esatto. La magia è come un rubinetto. Se lo lasci sempre aperto, allaghi la casa e poi ti chiedi perché nuoti per andare in cucina.»
Nico si immaginò davvero a nuotare tra i quaderni e quasi rise.
Il professor Marea gli porse un anello di rame, semplice, con una piccola incisione a forma di onda.
«Questo è un Anello di Misura. Ti aiuterà a non esagerare. Ma funziona solo se sei umile e attento. Se credi di essere più forte di tutto… l'anello diventa solo un anello.»
Nico lo infilò e sentì un leggero “clic” dentro il petto, come se qualcuno avesse chiuso una porta con delicatezza.
«E ricorda,» aggiunse il professore, «la vera bravura non è fare il tuono. È scegliere quando restare in silenzio.»
Capitolo 3: L'apprendista temeraria
Nico stava provando un incantesimo minuscolo—far volare una gomma da cancellare senza farla diventare un'oca—quando una ragazza comparve letteralmente dal suo armadietto.
Prima uscì un gomito, poi una testa riccioluta, poi due scarpe con lacci di colori diversi.
«Ciao! Io sono Ada!» disse, come se fosse normale uscire dagli armadietti altrui. «Tu sei Nico, vero? Quello con la magia… un po' rumorosa?»
«Rumorosa?» Nico arrossì.
Ada sorrise, con gli occhi che brillavano di guai in arrivo. «Ho sentito che oggi è apparsa la Luce Rara. Fantastico! Di solito significa avventure. E io adoro le avventure. Soprattutto quelle proibite.»
«Qui non… non dovremmo fare cose proibite,» balbettò Nico, toccando l'anello.
Ada tirò fuori dalla tasca una chiave minuscola, fatta di zucchero filato indurito. «Ho questa. Apre una porta che nessuno usa da anni. Il Corridoio dei Fili Invisibili. Dicono che lì puoi vedere i legami tra le cose: persone, oggetti, promesse…»
«Promesse?» Nico sentì lo stomaco stringersi. Un legame allentato. Una luce mai vista. Il professore Marea che parlava di rubinetti.
Ada gli diede una gomitata leggera. «Andiamo. Se aspettiamo gli adulti, ci faranno solo una lezione con disegnini. Io voglio vedere la magia vera.»
Nico guardò l'anello, poi guardò Ada. Lei era temeraria, sì, ma anche… entusiasta come una scintilla.
«Va bene,» disse Nico piano. «Ma con una regola: se sento che sto perdendo il controllo, ci fermiamo.»
Ada alzò la mano come se stesse giurando in tribunale. «Giuro sul mio panino al cioccolato di domani.»
Capitolo 4: Il Corridoio dei Fili Invisibili
La porta che Ada aprì sembrava un normale ripostiglio. Invece dietro c'era un corridoio lungo e stretto, pieno di aria fresca e di un profumo di pioggia.
E soprattutto, c'erano fili.
Migliaia di fili sottilissimi, come ragnatele di luce, attraversavano lo spazio. Alcuni erano tesi, altri morbidi. Alcuni vibravano come corde di chitarra.
«Wow,» sussurrò Ada. «Sembra la stanza dove si impigliano i pensieri.»
Nico avanzò con cautela. Ogni passo faceva suonare un “pling” leggero, come campanellini lontani.
A un tratto vide un filo diverso dagli altri: era sfilacciato, pallido, quasi spezzato. Era attaccato… a lui.
L'altro capo spariva oltre un arco buio, verso la città moderna, oltre i muri dell'Accademia.
«Quello è il legame allentato,» mormorò Nico.
Ada si avvicinò troppo in fretta e—zac—sfiorò il filo con la chiave di zucchero filato.
Il corridoio tremò. I fili si agitarono tutti insieme, come se avessero preso paura.
«Ops!» fece Ada, con un sorriso che cercava di essere piccolo ma non ci riusciva.
Dal buio arrivò una cosa che non era proprio un mostro, ma neanche un'ombra normale: sembrava un nodo di vento scuro, pieno di bisbigli.
«È un Groviglio,» disse Nico, ricordando una pagina del quaderno che gli era quasi scappata di mente. «Si nutre dei legami rotti.»
Ada sussurrò: «E come lo fermiamo?»
Nico sentì la magia salire, pronta a esplodere come una fontana. Istinto diceva: “Fai un incantesimo gigante! Fai luce! Fai fuoco!” Ma l'anello di rame si scaldò, come un promemoria.
Il professor Marea: la vera bravura è scegliere.
Nico inspirò, forte. «Non lo schiaccio con la forza. Lo… ricucio.»
Si avvicinò al filo sfilacciato e, invece di comandare alla magia, le parlò piano, come si parla a un gatto spaventato.
«Solo un poco,» disse. «Solo quello che serve.»
Appoggiò due dita sul filo. Una luce gentile, non abbagliante, uscì dall'anello e dalle sue mani. Il filo cominciò a intrecciarsi da solo, come capelli pettinati con pazienza.
Il Groviglio fece un verso irritato, come quando qualcuno ti spegne la musica.
Ada, per una volta, non corse. Si mise accanto a Nico e, senza toccare nulla, gli fece da scudo con il corpo, come se potesse fermare i bisbigli con la schiena.
«Dai,» sussurrò. «Ce la fai.»
Il filo si ricompose. Il corridoio smise di tremare. Il Groviglio, rimasto senza “cibo”, si sgonfiò come un sacchetto vuoto e svanì in una folata di aria fredda.
Capitolo 5: Un limite che diventa forza
Quando tornarono nella sala comune, il professor Marea li aspettava. Non sembrava arrabbiato quanto Nico temeva, ma aveva lo sguardo di chi ha già contato fino a cento.
«Corridoio dei Fili Invisibili,» disse. «Interessante scelta per un pomeriggio tranquillo.»
Ada aprì la bocca, pronta a inventare una scusa spettacolare, ma Nico la fermò con un piccolo gesto.
«È stata colpa mia,» disse Nico. «Io… volevo capire il legame. E ho avuto paura di perdere il controllo. Però ho provato a… usare solo un po' di magia. Non di più.»
Il professore guardò l'anello di rame. «E ha funzionato?»
Nico annuì. «Sì. Ho capito che essere potente non vuol dire fare tanto. Vuol dire fare giusto.»
Ada abbassò gli occhi. «Io ho toccato il filo con la chiave. Ho fatto la temeraria.» Poi alzò lo sguardo e aggiunse, più piano: «Mi dispiace. Però… grazie. Tu non mi hai sgridata. Hai solo… scelto.»
Il professor Marea tossicchiò, ma si capiva che stava nascondendo un sorriso. «L'umiltà è una magia rara. E anche il coraggio di ammettere gli errori.»
Fece un gesto e, sul tavolo, apparvero due tazze di cioccolata calda che profumavano di vaniglia.
«La Luce Rara si è accesa perché un legame stava cedendo,» spiegò. «Lo avete rinforzato. Ora il mondo ordinario e quello straordinario sono di nuovo ben cuciti.»
Nico sorseggiò la cioccolata e sentì il calore scendere fino alle dita.
Fuori dalle finestre dell'Accademia, la città moderna brillava come sempre: autobus, insegne, persone con le buste della spesa. Tutto normale. Eppure Nico sapeva che sotto quella normalità correvano fili invisibili, vivi e preziosi.
Ada gli diede una spinta leggera con la spalla. «Allora, domani… una cosa non proibita?»
Nico rise. «Domani impariamo a far volare una gomma senza che miagoli.»
«Che peccato,» disse Ada con finta delusione. «Io speravo almeno in un pinguino.»
Nico guardò l'anello di rame e sentì che il “clic” dentro di lui era diventato una certezza: i limiti non erano catene. Erano maniglie per tenere la magia con gentilezza.
E, da qualche parte tra il lampione del supermercato e i corridoi profumati di cannella, una luce senza nome sembrò, per un istante, sorridere.