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Storia di città futuristica 11/12 anni Lettura 22 min.

La luce color miele e le passerelle di vite

Tre ragazzi coraggiosi scoprono che la città vivente, guidata dall’intelligenza Arbor, manda segnali di malessere e decidono di ascoltare, riparare e collaborare per aiutare i quartieri in difficoltà. Con semplicità e cura, affrontano luci tremolanti, droni incastrati e passerelle bloccate, imparando il valore della solidarietà.

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Ci sono tre ragazzi: Nico, 11 anni, capelli castano chiaro, giacca leggera e zaino consumato, tiene al centro della scena un piccolo dispositivo rotondo argentato ("ascoltatore"), sguardo determinato davanti a un pannello murale; Ilias, 11 anni, capelli neri corti, terminale da polso visibile, accovacciato a sinistra mentre ripara con gesti precisi un cavo nero, volto concentrato; Tom, 11 anni, capelli biondi e lentiggini, maglietta colorata, a destra con un rotolo di nastro isolante riciclato pronto ad aiutare, espressione maliziosa ma attenta. Ambientazione: interno del Nucleo della "Torre Seme", corridoio circolare alto e luminoso, pareti ricoperte di fibre vegetali verde scuro intrecciate a circuiti argentati, pannelli di accesso rettangolari e spie blu e ambra, un ascensore tubolare in vetro sullo sfondo si apre su una città a terrazze con passerelle coperte di viti, pavimento metallico opaco con riflessi morbidi e piccole foglie decorative. Situazione: i tre riparano un piccolo drone-giardiniere schiantato contro un cavo danneggiato; intorno onde luminose arancio-rosa attraversano muro e pavimento, una lampada antica diffonde una calda luce mielata sui loro volti, atmosfera di cooperazione e tensione risolta, gesti concreti (nastro, cacciavite, panno), stile grafico netto, colori saturi e contrasti vivaci, tratti dinamici da fumetto. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Le passerelle di vite

Nella Città di Lidia le strade non correvano solo a terra: si arrampicavano in alto, intrecciandosi come nastri tra i palazzi modulari. Erano passerelle coperte di viti, e le foglie facevano ombra anche quando il sole batteva forte sulle cupole di vetro.

Nico correva leggero, lo zaino che gli rimbalzava sulla schiena e la risata che gli scappava di bocca senza chiedere permesso. Aveva undici anni, ginocchia sempre un po' sbucciate e un talento naturale per fermarsi quando qualcun altro aveva bisogno.

Dietro di lui arrivavano Ilias e Tom. Anche loro undici anni, anche loro parte della stessa banda, anche se nessuno l'aveva mai scritto su un foglio.

— Aspettami! — gridò Tom, che era più veloce a parlare che a correre.

Ilias, invece, osservava sempre tutto: i led che segnalavano i percorsi, i pannelli solari a scacchiera sulle facciate, i droni-giardiniere che ronzavano tra i grappoli.

— Guardate — disse, indicando una fila di capsule abitative che scivolavano lentamente lungo binari magnetici. — Hanno spostato un modulo. Il Quartiere Sette si allarga.

La città era fatta così: quartieri che si potevano allungare, restringere, avvicinare. Se arrivavano nuove famiglie, si agganciavano nuovi moduli; se serviva un parco, si liberava spazio. Le persone si aiutavano a vicenda perché era più semplice farlo che lamentarsi.

Nico rallentò quando vide una signora anziana ferma vicino a una colonna, con un carrellino pieno di scatole. Il carrellino tremava, come se avesse paura di continuare.

— Signora Lume? — chiese Nico. La conosceva: abitava nel modulo sopra il loro, con un balcone pieno di barattoli di erbe secche e una luce calda sempre accesa la sera.

La signora sospirò. — Il carrellino non riconosce più il mio bracciale. E io non ho voglia di litigare con una macchina.

Tom si avvicinò subito. — Posso provare io?

Ilias tirò fuori dal polso il suo vecchio terminale da polso, un modello un po' graffiato ma affidabile. — Forse è solo in modalità risparmio. Questi carrelli si addormentano quando il quartiere cambia rete.

Nico si mise davanti al carrellino e gli parlò come se fosse un cane testardo. — Ehi. Non devi fare il difficile. Lei ha bisogno di passare.

Il carrellino emise un bip offeso. Poi, quando Ilias avvicinò il terminale e confermò l'identità della signora, si riallineò con un piccolo scatto.

— Ecco — disse Ilias. — Una stretta di mano digitale.

La signora Lume sorrise. — Siete dei bravi ragazzi. La città è meno fredda con voi in giro.

Nico sentì quella frase scaldargli la pancia, come una bevanda calda nei giorni di pioggia. — Dove deve andare?

— Al Centro di Condivisione. Ho dei pezzi di ricambio. Non si butta via niente, qui — rispose lei, indicando le scatole. — Ma qualcosa sta succedendo. Le luci dei corridoi… fanno strani scherzi.

Tom spalancò gli occhi. — Tipo… fantasmi?

— Tipo “qualcuno ha dimenticato di ascoltare la città” — disse la signora, e la sua voce si fece più bassa. — E la città, quando non viene ascoltata, trova un modo per farsi sentire.

Capitolo 2 — Il battito sotto il metallo

Il Centro di Condivisione era un grande spazio a cupola, pieno di scaffali ordinati e tavoli dove la gente riparava oggetti invece di comprarne di nuovi. C'erano stampanti a filamento riciclato, banchi per cucire, e una parete di strumenti che sembrava un muro di tesori.

Nico adorava quel posto: profumava di legno lucidato, di plastica calda e di pazienza.

Appena entrarono, sentirono un suono che non doveva esserci. Un “thum… thum… thum” regolare, come un cuore enorme che batteva sotto il pavimento.

— Sentite anche voi? — chiese Nico.

Tom appoggiò l'orecchio a una panca. — Sì. È inquietante. E… un po' figo.

Ilias si fece serio. — La rete di stabilizzazione dei moduli usa impulsi. Ma questo… sembra fuori tempo.

Dal banco principale arrivò Mara, la coordinatrice del Centro. Era giovane, con i capelli raccolti e le mani sempre sporche di grasso buono, quello che fa funzionare le cose.

— Ragazzi, avete visto la signora Lume? — chiese.

La signora spuntò dietro di loro con il carrellino. — Sono qui. E ho portato i pezzi.

Mara li fece passare. — Perfetto. Ci serve ogni mano. Da stamattina il sistema “Arbor”, quello che regola le passerelle e le viti, fa capricci. Alcune passerelle si sono chiuse da sole. E senza quelle, la gente resta bloccata tra i quartieri.

Nico guardò Ilias. — Arbor… come un albero.

Ilias annuì. — È l'intelligenza che gestisce l'ombra, l'acqua e la crescita delle viti. Per mantenere fresco, per risparmiare energia. Una città sobria: meno sprechi, più equilibrio.

Tom alzò una mano come a scuola. — E se Arbor… si è arrabbiato?

Mara rise, ma era una risata corta. — Non si arrabbia. Però può sbagliare se riceve segnali confusi. O se qualcuno gli manda un comando sbagliato.

La signora Lume posò una scatola sul tavolo. — Ho sentito una luce tremare nel mio corridoio. Come se cercasse di parlare.

Nico sentì di nuovo quel battito sotto i piedi. “Thum… thum…” Come un messaggio in codice.

— Possiamo aiutare? — chiese, prima ancora di pensarci.

Mara li fissò, valutandoli. — Avete undici anni.

— E due mani a testa — rispose Tom.

Ilias aggiunse, tranquillo: — E sappiamo muoverci tra i moduli senza fare confusione.

Mara sospirò. — Va bene. Ma con una regola: niente eroismi. Se qualcosa sembra pericoloso, tornate indietro. Siamo una città solidale, non una città di leggende.

Nico annuì. Era proprio quella la cosa: non voleva diventare una leggenda. Voleva solo che tutti potessero tornare a casa attraversando le passerelle di vite.

Mara consegnò loro un piccolo dispositivo rotondo, grande quanto un tappo. — Questo è un “ascoltatore”. Registra vibrazioni e segnali. Portatelo vicino ai nodi principali delle passerelle. Arbor parla attraverso impulsi. Se capiamo cosa sta dicendo, possiamo correggere la rotta.

Tom lo prese come se fosse un dolce. — Sembra innocuo.

— La maggior parte delle cose importanti lo sembra — disse la signora Lume, e i suoi occhi brillarono come se avesse appena raccontato un segreto.

Capitolo 3 — La passerella chiusa

Salirono di nuovo sulle passerelle, ma l'aria era diversa: non solo vento tra le foglie, anche una tensione sottile. Le viti, di solito morbide e piene, sembravano più rigide, come se stessero trattenendo il respiro.

Arrivarono al Nodo Verde, dove tre passerelle si incrociavano sopra una piazza. Lì, una barriera di sicurezza era scesa, una parete trasparente che bloccava il passaggio.

Dall'altra parte, una mamma con un bambino piccolo agitava le braccia. — Devo portarlo al laboratorio medico! La passerella più bassa è piena di lavori!

Nico si avvicinò alla barriera. — Tranquilla. Cerchiamo una soluzione.

Tom si mise a studiare il pannello laterale. — C'è un lettore. Forse vuole un codice.

Ilias fissò le luci del pannello: lampeggiavano in sequenza, come una frase scritta con lampi.

— Non è un codice — mormorò. — È un ritmo.

Nico sentì il “thum” nelle orecchie, anche se qui era più sottile, quasi come un ronzio.

— Mettiamo l'ascoltatore — propose.

Ilias lo appoggiò contro la colonna. Il dispositivo vibrò, poi emise un suono leggero, un “tic-tic”, come se stesse traducendo.

Sul piccolo schermo apparvero parole semplici: “RISPARMIO. FLUSSO TROPPO ALTO. SICUREZZA.”

Tom sbuffò. — Arbor ha chiuso per risparmiare energia?

— O per non sovraccaricare la rete — disse Ilias. — Se troppa gente passa insieme, i moduli devono compensare il peso. Arbor cerca l'equilibrio.

Nico guardò la mamma. — Quante persone stanno passando di solito qui?

Lei indicò la piazza sotto, dove si vedevano lavori e deviazioni. — Tutti. È l'unica via veloce oggi.

Nico pensò a una soluzione semplice, non eroica. Una che chiunque potesse fare.

— Facciamo a turno — disse, alzando la voce. — Passiamo in piccoli gruppi. Così il flusso si abbassa.

Tom fece una smorfia. — Sembra… troppo facile.

— Le cose migliori spesso lo sono — rispose Nico, e si sentì quasi come la signora Lume.

Ilias comunicò con il pannello, impostando la modalità “flusso modulato”. Non forzò niente: chiese. Arbor, come un guardiano stanco, rispose abbassando la barriera solo a metà, lasciando passare una persona alla volta.

La mamma attraversò con il bambino, ringraziando mille volte. Altri la seguirono, ordinati. Nessuno spingeva. Qualcuno iniziò perfino a scherzare sul fatto che sembrava una fila per un gelato invisibile.

Quando il flusso calò, la barriera si alzò del tutto.

Tom guardò Nico. — Ok, ammetto che… è stato bello.

Nico si strinse nelle spalle. — La città funziona meglio quando non cerchiamo di correre tutti insieme come se fossimo in gara.

Ilias però non era soddisfatto. Guardava la sequenza sul pannello, preoccupato. — Questo è solo un sintomo. Arbor è in risparmio perché sente qualcosa che lo spaventa. Dobbiamo trovare il nodo che manda segnali confusi.

Nico osservò le viti. Tra le foglie, minuscole luci blu si accendevano e spegnevano, come lucciole elettroniche.

— Allora andiamo dove Arbor ascolta di più — disse. — Alla Torre Seme.

Tom deglutì. — Quella al centro della città? Quella con… l'ascensore che sembra un tubo di vetro?

— Proprio quella — disse Ilias. — È lì che i quartieri si parlano.

Capitolo 4 — La Torre Seme

La Torre Seme era un pilastro alto e sottile, rivestito di pannelli che cambiavano colore con il cielo. Intorno, i moduli si agganciavano come petali. Le passerelle di vite si avvolgevano alla torre, salendo a spirale.

Dentro, l'ascensore trasparente li risucchiò verso l'alto con un sibilo morbido. Sotto di loro, la città si aprì: tetti-giardino, canali di raccolta dell'acqua, piazze dove le persone scambiavano oggetti e ricette.

— Sembra… una cosa viva — disse Tom, con il naso quasi contro il vetro.

— Lo è — rispose Ilias. — Viva in un modo diverso.

Al piano del Nucleo, l'aria era più fresca. C'era un corridoio circolare con pareti piene di fibre vegetali e circuiti. Le viti non erano solo decorazione: erano parte del sistema, trattenevano umidità e raffreddavano, riducendo il bisogno di climatizzazione. Sobrietà, pensò Nico. Non per rinunciare, ma per non sprecare.

Il battito “thum” qui era forte. Sembrava provenire da una stanza chiusa.

Sul portale c'era scritto: “AR-CORE — Accesso Tecnico”.

Tom fece un passo indietro. — Forse non dovremmo.

Nico ricordò la regola di Mara: niente eroismi. Ma anche: aiutare.

— Non entriamo se non è sicuro — disse. — Prima ascoltiamo.

Ilias appoggiò l'ascoltatore vicino alla porta. Sullo schermo comparvero parole spezzate, come se qualcuno parlasse con la bocca piena di interferenze: “FREDDO… CHIUSURE… PROTEGGERE… LUCE… ERRORI…”.

Nico aggrottò la fronte. — “Luce”?

Proprio allora, una lampada nel corridoio tremolò. Non un semplice sfarfallio: sembrò inclinarsi verso di loro, come un occhio curioso.

— Avete visto? — sussurrò Tom. — Ci sta guardando.

La lampada emise un “click” e proiettò sul pavimento una linea luminosa, una freccia che indicava una fessura vicino al battiscopa.

Ilias si inginocchiò. — Un pannello di servizio.

Lo aprirono. Dentro c'era un cavo nero, consumato, e accanto un piccolo nido di foglie secche e filamenti: un drone-giardiniere era rimasto incastrato e, per risparmiare energia, si era spento lì, bloccando il cavo di comunicazione.

Nico lo prese con delicatezza. Il drone era grande come un pugno, con eliche ripiegate e un sensore opaco.

— Povero — disse Tom. — È… addormentato.

— È in modalità minima — spiegò Ilias. — E quel cavo… è danneggiato. I segnali di Arbor rimbalzano male. Ecco gli “errori”.

La lampada tremolò di nuovo, come se facesse sì con la testa.

Nico si guardò intorno. — Possiamo ripararlo qui? O dobbiamo chiamare Mara?

Ilias valutò il danno. — Possiamo fare una riparazione temporanea, sobria: niente sostituzioni inutili. Isoliamo il cavo, riattiviamo il drone e lo rimandiamo alla base. Poi avvisiamo Mara per una riparazione completa.

Tom tirò fuori dal suo zaino un rotolo di nastro isolante riciclato. — Mio padre dice che porto sempre roba inutile. Finalmente si sbaglia.

Nico rise piano. — È l'anno dei miracoli.

Lavorarono insieme: Tom teneva fermo il pannello, Ilias sistemava il cavo con mani precise, Nico puliva delicatamente il sensore del drone con un panno.

Quando Ilias collegò l'ascoltatore al cavo riparato, il battito “thum” cambiò. Da pesante e ansioso diventò più regolare, come un cuore che smette di correre.

Sul piccolo schermo apparve una frase intera: “GRAZIE. FLUSSO STABILE. OMBRA SUFFICIENTE.”

Tom si irrigidì. — Ha detto “grazie”.

Nico sentì un brivido, ma non di paura. Di meraviglia. — Arbor ci ha capiti.

La lampada smise di tremare e tornò fissa, calda, come una candela moderna.

Capitolo 5 — Il quartiere che si sposta

Mentre scendevano dalla Torre Seme, un messaggio comparve sui pannelli cittadini: “RICALIBRAZIONE MODULI — SPOSTAMENTO LIEVE — COLLABORARE”.

Fuori, le passerelle non erano più bloccate, ma i quartieri… si muovevano davvero. Non era un terremoto. Era un riassetto lento, come un puzzle che cerca la sua forma migliore.

Una passerella si allungò di un metro, agganciandosi a un nuovo modulo. Le viti scorsero sui supporti, adattandosi senza spezzarsi.

— Sembra che la città stia respirando — disse Nico.

Vicino a loro, alcune persone spostavano panchine leggere e cartelli, seguendo le istruzioni. Nessuno urlava. Qualcuno distribuiva acqua. Un ragazzo più grande aiutava un bimbo a non inciampare.

Mara arrivò di corsa, con il suo tablet tecnico. — L'avete fatto voi?

Ilias alzò le mani, come se si arrendesse. — Abbiamo trovato un drone incastrato e un cavo danneggiato. Abbiamo fatto una riparazione temporanea.

Mara li fissò, poi inspirò lentamente. — Avete seguito la regola?

Nico annuì. — Niente forzature. Solo… sistemare e avvisare.

Mara guardò il messaggio sul suo tablet e un sorriso le scappò, piccolo ma vero. — Arbor è tornato stabile. Sta redistribuendo i flussi: sposta i moduli per evitare sovraccarichi e per tenere ombra e acqua dove servono.

Tom indicò una coppia che trasportava un grosso vaso. — Possiamo aiutare anche qui?

Mara fece un cenno. — Sì. Questa è la parte che mi piace: quando la tecnologia non sostituisce le persone, le mette in movimento insieme.

Nico, Tom e Ilias si unirono agli altri. Aiutarono a spostare sedie, a guidare la gente lungo percorsi temporanei, a spiegare che bastava camminare con calma, in gruppi piccoli.

— Ragazzi — disse un signore con una tuta da manutentore, mentre Nico gli passava un pannello leggero —, siete quelli della banda delle passerelle?

Tom gonfiò il petto. — Non abbiamo un nome ufficiale, ma…

Nico lo interruppe con un sorriso. — Siamo solo tre amici che non vogliono che qualcuno resti bloccato.

Il signore rise. — È il nome migliore.

Quando il riassetto finì, un suono dolce attraversò la città: non una sirena, ma un accordo, come se le pareti avessero suonato una nota. Le viti sembrarono rilassarsi.

Mara li salutò. — Avete fatto bene. E avete risparmiato: niente pezzi nuovi buttati, solo riparazione. È così che una città dura.

Ilias però guardava verso casa, pensieroso. — La signora Lume. Aveva detto che la luce tremava da lei.

Nico sentì un impulso caldo. — Andiamo a controllare.

Tom fece una smorfia finta coraggiosa. — Se la sua lampada ci parla, io le rispondo. Con educazione.

Capitolo 6 — La luce al balcone

Il loro modulo abitativo era su un livello alto, con un corridoio che profumava di basilico e di metallo pulito. Le luci qui erano di solito discrete, mai troppo forti: abbastanza per vedere, non abbastanza da sprecare.

Davanti alla porta della signora Lume, la lampada del corridoio tremolò di nuovo, ma stavolta in modo gentile, come una mano che saluta.

Nico bussò. — Signora Lume?

La porta si aprì e la signora comparve con un grembiule pieno di tasche. — Ah, eccovi. Ho sentito che la città ha ripreso fiato.

Tom entrò con cautela. — Anche lei lo sente, tipo… un sospiro?

— Lo sento nelle foglie — disse lei. — E nelle luci. Venite sul balcone.

Il balcone della signora Lume era piccolo ma pieno: barattoli di menta, timo, un pomodoro che insisteva a crescere anche fuori stagione grazie a una lampada a basso consumo. Oltre la ringhiera, la città si stendeva come un mosaico. Le passerelle di vite erano strisce verdi tra i palazzi.

La signora indicò un angolo: lì c'era una lampada portatile, vecchia ma curata, con un paralume un po' ammaccato.

— Questa era di mio padre — disse. — Funziona ancora, ma oggi… si è accesa da sola.

Nico si avvicinò. La lampada era accesa davvero, e la sua luce non era bianca o fredda: era color miele, morbida, come se avesse memoria.

Ilias osservò il basamento. — Ha un ricevitore di emergenza. Forse Arbor… o la rete… l'ha usata per segnalare che qui c'era un nodo d'interferenza.

La signora Lume annuì lentamente. — Ho trovato, dietro il vaso più grande, un vecchio connettore allentato. Ho stretto, ma non ero sicura. Allora ho lasciato la lampada sul balcone, come un faro.

Tom si grattò la testa. — Quindi la luce… era un messaggio. Non un fantasma.

— I fantasmi, spesso, sono solo problemi non risolti — disse la signora, e i suoi occhi risero.

Nico guardò quella luce e sentì qualcosa sciogliersi dentro di lui: la paura di non capire, di essere troppo piccolo in una città troppo grande. La città non chiedeva eroi. Chiedeva attenzione.

Sotto di loro, in un quartiere vicino, alcune persone stavano ancora sistemando le ultime cose, passando una cassetta di mano in mano. La solidarietà sembrava una corrente invisibile, più forte di qualunque cavo.

Nico appoggiò la mano sulla ringhiera. — È strano pensare che tutto questo… sta in piedi perché ognuno fa una parte piccola.

Ilias annuì. — Piccola, ma precisa.

Tom guardò la lampada come se fosse una nuova amica. — E perché non sprechiamo. Ripariamo. Aspettiamo il nostro turno. Non corriamo come se il mondo dovesse finire oggi.

La signora Lume li osservò, e la sua voce si fece calma. — La sobrietà non è tristezza. È scegliere cosa conta. E voi oggi avete scelto bene.

La luce al balcone tremolò appena, poi rimase stabile. Un punto caldo nel buio che cominciava a scendere, come una promessa semplice: la città avrebbe continuato a crescere, modulare e solidale, finché ci fosse stato qualcuno disposto ad ascoltare.

Nico sorrise. — Domani controlliamo anche le altre luci?

Tom fece finta di sospirare. — Uff. Va bene. Ma solo perché mi piace quando la città dice grazie.

Ilias guardò le passerelle coperte di viti, ormai tranquille. — E perché, quando tutti collaborano, anche il futuro sembra… abitabile.

La lampada sul balcone restò accesa, e la sua luce color miele disegnò tre ombre vicine sulla parete: tre ragazzi di undici anni, una banda senza nome, e una città che respirava con loro.

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Passerelle
Ponte stretto e leggero che collega edifici o moduli sopra le strade.
Moduli
Unità abitative o parti di edificio che si possono staccare o spostare.
Capsule abitative
Piccoli spazi o unità per vivere, simili a stanze molto compatte.
Droni-giardiniere
Piccoli robot volanti che aiutano a curare piante e giardini automatici.
Stabilizzazione
Azione di rendere qualcosa più fermo e regolare nel suo movimento.
Nodo Verde
Punto dove si incrociano più passerelle e si controllano i flussi di gente.
Ascoltatore
Dispositivo che registra segnali o vibrazioni per capire cosa succede.
Nodo
Punto importante di una rete dove si incontrano cavi o passaggi.
Riassetto
Movimento ordinato per cambiare la disposizione di oggetti o moduli.
Paralume
Copertura che attutisce e dirige la luce di una lampada.
Ricevitore
Parte di un apparecchio che prende segnali o messaggi dall'esterno.
Sobrietà
Scelta di usare meno risorse e sprecare poco per vivere meglio.
Nucleo
Parte centrale e più importante di un sistema o di una struttura.
Arbor
Nome dell'intelligenza che controlla ombra, acqua e crescita delle viti.

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