La mattina della Festa del Papà, il sole entrò in cucina come una carezza. Sul tavolo c'erano briciole di biscotti e un bicchiere di latte. Quattro amici erano lì, con i piedini che dondolavano: Leo, Nico, Sami e Tommi. Avevano quasi quattro anni e un'idea grande grande.
“Dobbiamo fare un regalo!” disse Leo, con gli occhi tondi.
“Un regalo fatto da noi!” aggiunse Nico, che parlava sempre un po' veloce.
Sami annusò l'aria. “Possiamo usare quello che troviamo. Io ho le dita appiccicose, quindi sono pronto.”
Tommi sorrise e fece un piccolo cenno con la testa. Aveva una carrozzina rossa con un campanellino che faceva “din din” quando si muoveva. Non era una cosa importante per loro: Tommi era Tommi, e basta. E quel “din din” sembrava dire: “Sì! Sì! Sì!”
La mamma di Leo mise sul tavolo una scatola di cose semplici: carta colorata, spago, forbici con la punta tonda, colla, pennarelli. “Io sono qui,” disse piano. “Voi potete creare.”
Leo appoggiò il mento sulle mani. “Io voglio fare… una ghirlanda!”
“Di stelle?” chiese Nico.
“Di cuori?” chiese Sami.
Leo scosse la testa. “Di sorrisi. Una ghirlanda di sorrisi per il papà!”
I tre amici rimasero un attimo zitti, come quando una bolla di sapone brilla e nessuno vuole farla scoppiare.
“Ma… un sorriso si taglia?” domandò Sami, confuso e divertito.
“Si disegna,” disse Leo. “E poi si appende. Così papà la vede e sorride. E poi sorride ancora!”
Tommi fece “din din”, come un applauso.
Si misero all'opera. Tagliarono tanti cerchi di carta: gialli come il sole, rosa come una caramella, blu come il pigiama. Nico contava ad alta voce, ma sbagliava apposta, perché gli piaceva far ridere: “Uno, due, tre, cinque, banana!”
Sami rise così forte che quasi gli uscì un “hic!” e poi disse: “La banana deve avere un sorriso grandissimo.”
Leo prese un pennarello nero e disegnò la prima bocca: una curva morbida, come una luna contenta. Poi due occhi tondi. “Ecco,” disse. “Questo è il sorriso di papà quando mi solleva.”
Nico disegnò un sorriso con un dentone enorme. “Questo è il sorriso di papà quando assaggia la mia minestra… anche se dentro c'è… anche se dentro c'è un pisello coraggioso!”
“Pisello coraggioso!” ripeté Sami, e disegnò un sorriso tutto pieno di puntini, perché gli sembrava un sorriso solleticoso.
Tommi scelse un pennarello verde e fece un sorriso piccolo piccolo, ma luminoso. Poi aggiunse due guance rosse. Leo guardò e disse: “Questo è un sorriso tenero.”
Quando i cerchi furono tanti, li misero in fila sul pavimento. Sembrava un trenino di faccine allegre.
“Serve lo spago,” disse Nico.
“E la colla,” disse Sami.
Tommi avvicinò la carrozzina al tavolo e, con calma, prese lo spago. “Din din,” fece il campanello, come per dire: “Ecco, ci penso io.”
La mamma aiutò a fare dei piccoli nodi. I bambini incollarono ogni cerchio allo spago, uno vicino all'altro. Ogni volta che ne attaccavano uno, Leo diceva: “Sorriso!” e gli altri rispondevano: “Sorriso!” Era come una canzoncina.
Quando la ghirlanda fu pronta, la sollevarono piano. Dondolava leggera, e i sorrisi sembravano ballare.
“Adesso?” chiese Sami, mettendosi una mano sulla pancia. “Io ho fame di festaaaa.”
“Adesso aspettiamo papà,” disse Leo. “Facciamo finta di niente.”
Si nascosero dietro la porta del soggiorno, ma non troppo: a quattro anni si vuole vedere tutto. Tommi rimase davanti, perché la sua carrozzina era già perfetta lì. Fece solo un mezzo giro e il “din din” si zittì, come se anche il campanello stesse facendo silenzio.
La porta si aprì. Il papà di Leo entrò con la giacca e un'aria un po' sorpresa. “Buongiorno! Che profumo di biscotti!”
Leo uscì per primo. “Papà… auguri!”
Nico, Sami e Tommi dissero insieme: “Auguri, papà!”
E in quel momento, tutti sollevarono la ghirlanda di sorrisi e la appesero tra due sedie, proprio all'altezza degli occhi.
Il papà rimase fermo un secondo. Poi gli si arricciarono le guance, gli occhi si fecero lucidi e felici, e il suo sorriso… era il più grande di tutti. “Ma è meravigliosa,” disse piano. “Una ghirlanda di sorrisi… per me?”
“Sì!” disse Leo. “Perché tu ci fai sorridere.”
“E perché oggi è la tua festa,” aggiunse Nico.
“E perché sei bravo a fare le facce buffe,” disse Sami, e fece una smorfia che fece ridere tutti.
Tommi fece “din din” e allungò una mano. Il papà la prese con delicatezza. “Grazie,” disse. “Questo regalo mi scalda il cuore.”
Poi il papà si sedette sul tappeto con loro. “Sapete una cosa?” disse. “Questa ghirlanda funziona davvero. La guardo e mi viene da sorridere ancora.”
Leo si accoccolò vicino. “Allora la mettiamo in cucina. Così la vedi sempre.”
“Perfetto,” disse il papà. “E adesso… abbraccio di gruppo?”
Quattro bambini e un papà si strinsero piano piano, come un mucchietto di cuscini morbidi. La ghirlanda dondolava sopra di loro, e i sorrisi di carta facevano finta di cantare.
Fu una Festa del Papà semplice, luminosa e piena di piccoli gesti che dicevano, senza bisogno di parole difficili: “Ti voglio bene.”