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Racconto filosofico 11/12 anni Lettura 13 min.

La chiave del "non so" e la bottega delle domande

Tre amici scoprono in una bottega una piccola chiave chiamata "je ne sais pas" che trasforma il loro modo di affrontare domande e incertezze, imparando insieme il valore dell'ascolto e dell'aiuto reciproco. Durante le piccole avventure quotidiane scoprono che dire "non so" può aprire nuove strade per capire e agire.

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Tre ragazzi di 11 anni riuniti di notte in una piccola camera calda: Luca (capelli castani corti, maglione blu scuro, pantaloni grigi) seduto al centro accanto al comodino, tiene nella tasca il sacchetto con la scritta "JE NE SAIS PAS" e guarda la candela con aria calma e curiosa; Amir (capelli scuri e ricci, felpa verde, sorriso malizioso) a destra, piegato in avanti pronto a soffiare, mani giunte; Tommaso (capelli castani, maglione color crema) a sinistra, appoggiato a una stampella di legno contro il letto, seduto più indietro con le mani aperte e sguardo sereno. La stanza ha pavimento in listoni di legno, coperta di lana a motivi, una finestra aperta che mostra la luna e qualche stella, mensole con libri e un giocattolo di legno; sul comodino una candela accesa su un vassoio metallico la cui fiamma proietta luce dorata e ombre morbide, da cui sale un sottile filo di fumo a forma di punto interrogativo. Atmosfera intima e tranquilla, colori caldi (ocra, blu notte, verde tenue), texture di gouache e pennellate visibili; composizione centrata, espressioni di curiosità, complicità e dolcezza. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La bottega delle domande

Nel paese di Rivaquieta c'era una bottega che non vendeva pane né giocattoli. Vendeva silenzi, piccoli come sassolini, e domande, leggere come piume. Sulla porta un cartello diceva: “Qui si aggiusta il pensiero”.

Luca, Amir e Tommaso avevano undici anni e un'abitudine: camminare insieme dopo scuola come tre note che cercano una melodia. Luca era il più calmo; sembrava avere dentro una lente d'ingrandimento per guardare le cose senza fretta. Amir rideva spesso, come se avesse una tasca piena di scherzi. Tommaso, che a volte si muoveva più lentamente e usava una stampella, teneva il passo a modo suo, con la pazienza di chi sa ascoltare anche i marciapiedi.

Quel pomeriggio entrarono nella bottega. Dietro il bancone c'era una donna anziana, con occhi che parevano due finestre aperte sul cielo.

— Cercate qualcosa? — chiese.

Amir indicò un barattolo etichettato “RISPOSTE PRONTE”.

— Vorrei una di quelle. Tipo: “Perché esistiamo?” — disse, con finta serietà.

La donna sorrise.

— Quelle sono finite. Rimane questa. — E mise sul bancone un sacchetto minuscolo con scritto: “JE NE SAIS PAS”.

Luca lo prese tra le dita, come si prende una farfalla per non rovinarle le ali.

— Ma… non è italiano — osservò Tommaso.

— È una chiave — disse la donna. — Serve per aprire porte che le risposte chiudono.

Luca sentì una curiosità tranquilla, come un gatto che si stiracchia al sole.

— E come si usa? — chiese.

— Si dona — rispose lei. — A chi ne ha bisogno.

Capitolo 2: Il signor Bruno e il martello delle certezze

Fuori, il paese sembrava lo stesso: biciclette, finestre, odore di sugo. Eppure Luca sentiva il sacchetto nella tasca come un seme che batte contro la terra.

In piazza incontrarono il signor Bruno, il falegname. Aveva mani grandi e un martello ancora più grande. Stava fissando un cartello storto e borbottava come un temporale.

— Questo chiodo non entra! — ringhiò. — E io so perché: il legno è testardo.

Amir sussurrò:

— Il legno non è testardo. È legno.

Tommaso ridacchiò.

Luca si avvicinò. Il signor Bruno alzò il martello come se fosse una verità pronta a colpire.

— Ragazzi, state indietro. Io so come si fa.

Il cartello cadde lo stesso, come una foglia stanca.

Luca sentì nascere dentro una frase. Ma la frase era timida. Gli sembrava di tradire qualcuno se la diceva.

Poi ricordò la donna e la chiave.

— Signor Bruno… — disse piano. — Io non so.

Il falegname si fermò, come se il vento avesse cambiato direzione.

— Come sarebbe a dire “non so”? — chiese, più curioso che arrabbiato.

— Non so perché il chiodo non entra — continuò Luca. — Però posso reggere il cartello mentre lei prova un altro chiodo. O magari… un altro punto.

Amir si mise subito dall'altro lato.

— Io posso tenere la scala! Non so se reggo, ma ci provo — scherzò.

Tommaso aggiunse:

— Io posso guardare se il legno ha una fessura. I legni parlano piano, ma io li sento.

Il signor Bruno, che sembrava sempre fatto di certezze, si grattò la testa.

— Strano… — disse. — Quando uno dice “non so”, viene voglia di provare davvero.

In pochi minuti trovarono un punto migliore. Il cartello restò su, dritto come una promessa.

Il falegname sospirò.

— Grazie. Oggi ho imparato una cosa… anche se non so come dirla bene.

Luca si sentì leggero. Dire “non so” non era cadere. Era fare spazio.

Capitolo 3: La fontana che racconta senza spiegare

La sera stessa, i tre amici andarono alla fontana del paese. L'acqua scivolava dentro la vasca con la calma di chi non ha fretta di arrivare.

Tommaso appoggiò la mano sulla pietra umida.

— Vi siete mai chiesti che senso ha tutta questa corsa? — domandò. — Scuola, compiti, “diventa qualcuno”… Ma qualcuno chi?

Amir fece una smorfia.

— Io vorrei diventare un gelato al pistacchio. Sarebbe un destino onesto.

Luca rise, ma poi guardò l'acqua.

— Io mi chiedo spesso… perché siamo qui. E mi viene voglia di trovare la risposta, come se fosse un tesoro. Però oggi… — si toccò la tasca — oggi ho capito che il tesoro potrebbe essere anche la mappa.

— La mappa? — chiese Tommaso.

— Sì. “Non so” è come una mappa bianca. Ti obbliga a camminare e a guardarti intorno.

La fontana faceva un rumore che sembrava un bisbiglio. Luca immaginò che dicesse: “Io scorro. Non spiego.”

Amir lanciò una monetina.

— Fontana, dimmi: che senso ha la vita? — disse, solenne come un re.

La monetina fece plin e sparì.

— Ha senso perché fa plin — concluse Amir. — Fine della filosofia.

Tommaso alzò un sopracciglio.

— Oppure fa plin perché tu sei qui ad ascoltarla.

Luca guardò i due amici. Erano diversi, eppure stavano insieme come tre strade che si incontrano. Forse il senso aveva quella forma: una piazza, non una linea.

— Forse — disse Luca — il senso non è una frase. È un gesto.

E per la prima volta, quella idea gli parve abbastanza.

Capitolo 4: La signora Ada e la cesta troppo pesante

Il giorno dopo, mentre tornavano da scuola, videro la signora Ada. Aveva una cesta piena di barattoli e patate, e il peso le tirava le braccia come due corde.

— Oh, bambini… — ansimò. — Devo portarla su per la salita. Ma oggi le gambe mi fanno la guerra.

Amir guardò la cesta e poi guardò la salita. La salita sembrava una domanda ripida.

— Io so come si fa: la trasciniamo come un carro! — disse, già pronto a inventare.

Tommaso osservò il manico.

— Se la trascini, si rompe — disse.

Luca sentì il bisogno di essere quello che “sa”. Era una tentazione dolce e pericolosa, come una caramella trovata per terra.

Poi respirò.

— Signora Ada, io non so qual è il modo migliore — disse. — Però possiamo provare insieme. Noi possiamo portare, lei può guidarci.

La donna lo guardò, sorpresa.

— Non sai? E allora perché parli?

— Perché voglio aiutare — rispose Luca. — Anche quando non so.

Amir prese un lato della cesta.

— Io non so se mi cadrà un barattolo sul piede, ma se succede… pazienza — disse, e fece una faccia tragica che fece ridere la signora Ada.

Tommaso prese l'altro lato e aggiunse, pratico:

— Andiamo piano, come se la salita fosse un animale che non vogliamo spaventare.

Salirono a piccoli passi. La cesta non sembrava più una montagna: era diventata una cosa condivisa, e le cose condivise pesano meno, come i segreti quando li racconti a un amico.

Arrivati in cima, la signora Ada posò la cesta e si asciugò la fronte.

— Grazie — disse. — Sapete, da giovane volevo capire tutto. Ora capisco solo questo: quando qualcuno ti aiuta, il mondo ha più senso.

Luca sentì un calore semplice nel petto. Altruismo: una parola grande che, in realtà, faceva rumore di passi.

Capitolo 5: Il ragno delle risposte e la tela della notte

Quella sera Luca non riusciva a dormire. Le domande gli giravano intorno come falene vicino a una lampada.

Pensò: “Se dico sempre ‘non so', divento vuoto?” La paura era una piccola ombra ai piedi del letto.

Il giorno dopo lo disse ai suoi amici, seduti sul muretto dietro la scuola.

— Ho paura che ‘non so' sia come arrendersi — confessò Luca.

Amir strappò un filo d'erba e lo fece oscillare.

— Io ho paura delle interrogazioni di matematica. Eppure ci vado lo stesso. Quindi la paura non decide — disse, serio per un attimo.

Tommaso indicò un angolo del muretto. C'era un ragno che costruiva una tela.

— Guardate lui — disse. — Non sa se arriverà una mosca. Non sa se domani qualcuno distruggerà la tela. Però tesse.

Il ragno si muoveva con precisione, come se disegnasse una mappa invisibile nell'aria.

Luca osservò. Capì una cosa: “Non so” non era un buco. Era un filo.

— Quindi… — disse — dire ‘non so' significa che posso tessere comunque?

— Sì — disse Tommaso. — E magari tessere con gli altri.

Amir annuì.

— E se qualcuno ti dice: “Tu non sai niente!”, tu puoi rispondere: “È vero. E per questo posso imparare.” Bam. Colpo di scena.

Luca sorrise. Il ragno, intanto, continuava. La sua tela brillava quando la luce cambiava. Sembrava dire: “Il senso è anche costruire, anche senza garanzie.”

Capitolo 6: La candela e il respiro condiviso

Arrivò la sera dell'inverno in cui il vento suonava i vetri come un tamburo lontano. I tre amici si ritrovarono nella cameretta di Luca. Sul comodino c'era una candela accesa. La fiamma era un piccolo animale dorato che non stava mai fermo.

Luca tirò fuori il sacchetto “JE NE SAIS PAS”. Lo appoggiò vicino alla candela.

— La donna ha detto che è una chiave e che si dona — disse. — Ma a chi?

Tommaso guardò la fiamma.

— Forse a noi stessi — disse. — O a qualcuno che vuole sempre avere ragione.

Amir si mise una mano sul petto.

— Allora oggi la dono a me. Perché io, quando non so, faccio finta di sapere e poi faccio disastri. Tipo quando ho “riparato” il telecomando con il succo di mela.

Tommaso rise piano.

Luca si sentì serio e tranquillo.

— Io la dono a voi — disse. — Perché quando vi dico ‘non so', voi non mi prendete in giro. Mi aiutate a cercare.

Si guardarono. Fu un momento semplice, ma pieno, come una tazza di latte caldo.

Luca avvicinò le mani alla candela, senza toccarla.

— Sapete cosa penso? — disse. — Forse la vita è come questa fiamma. Non ti spiega perché brucia. Però ti scalda. E se la proteggi dal vento, illumina anche gli altri.

Tommaso annuì.

— E se il vento arriva… ci si mette vicini.

Amir fece un sospiro teatrale.

— Quindi il senso della vita è non far cadere la candela sul tappeto. Morale pratica.

Luca rise. Poi diventò quieto.

— Prima volevo una risposta unica — disse. — Ora… “non so” mi sembra più gentile. Mi permette di ascoltare. E quando ascolto, mi viene voglia di aiutare. Come con la signora Ada. Come con il signor Bruno.

Tommaso aggiunse:

— E l'altruismo è questo: fare spazio agli altri, anche nella testa.

La fiamma tremò, come se avesse capito.

Luca guardò i suoi amici.

— Facciamo una cosa — disse. — Ognuno pensi a una domanda che non ha risposta. E poi… la lasciamo andare.

Amir chiuse gli occhi.

— Io mi chiedo perché le persone tristi ridono a volte — disse.

Tommaso parlò piano:

— Io mi chiedo dove vanno i giorni quando finiscono.

Luca disse:

— Io mi chiedo se il “perché” sia sempre necessario. O se a volte basta il “come”.

Rimasero in silenzio. Il silenzio non era vuoto. Era una coperta.

Poi Luca inclinò il viso verso la candela.

— Pronti? — sussurrò.

— Pronti — dissero gli altri.

E insieme soffiarono.

La fiamma si spense in un attimo, come un piccolo segreto che decide di riposare. Rimase un filo di fumo, sottile e grigio, che salì lento, disegnando nell'aria una domanda senza parole.

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Bottega
Negozio piccolo dove si vendono o riparano cose, spesso a mano.
Silenzi
Momenti di quiete senza rumore, quando non si parla o si ascolta.
Etichettato
Avere un'etichetta apposta che spiega o indica che cosa è qualcosa.
JE NE SAIS PAS
Espressione francese che significa «non lo so», usata come risposta aperta.
Lente d’ingrandimento
Strumento con vetro curvo che fa vedere le cose più grandi e dettagliate.
Borbottava
Parlare piano e con voce irritata o confusa, come un mormorio arrabbiato.
Stampella
Bastone usato per aiutare chi ha difficoltà a camminare o a reggersi.
Sospirò
Lasciare uscire un respiro profondo che mostra sollievo, stanchezza o emozione.
Altruismo
Comportamento che fa aiutare gli altri senza pensare solo a sé stessi.
Bisbiglio
Parlare a voce molto bassa, quasi un mormorio, per non farsi sentire molto.

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