Capitolo 1: Il vento che non doveva esserci
Nell'ora in cui i tram stridono come gabbiani di ferro e i lampioni accendono un alone color miele sul selciato, a Riva Alta succedevano cose che altrove sarebbero finite sui giornali. Lì invece finivano… nelle fontane.
La città aveva fontane oracolari a ogni incrocio importante: vasche di marmo chiaro, statue con occhi di vetro, e l'acqua che mormorava frasi brevi a chi sapeva ascoltare. I signori col cappello rigido fingevano di non sentire, i fattorini ammiccavano e acceleravano, e i bambini—be', i bambini ascoltavano eccome.
Nico e Teo avevano undici anni, la stessa altezza più o meno, ma due modi opposti di stare al mondo. Nico era serio come una lettera non spedita; Teo era una risata infilata in una tasca, pronta a saltar fuori quando meno te l'aspetti.
Quella sera, Nico stava nel cortile della loro palazzina con un foglio piegato in quattro tra le dita. Sopra c'era disegnato un teatro: sipario, lampadari, sedie, e un palco così grande da farci ballare persino la luna.
«Lo vedrai,» disse Nico, senza guardare Teo. «Un giorno lo costruisco. Un teatro vero. Con l'orchestra e il tappeto rosso.»
Teo si appoggiò al muro, le mani dietro la schiena. «E io sarò il primo a fischiare… di gioia, intendo.»
Nico gli lanciò un'occhiata che era quasi un sorriso. «Non farmi perdere il filo.»
Fu allora che arrivò il corrente d'aria.
Non un soffio normale. Era un vento di città, sì, con odore di carbone e pane appena sfornato, ma aveva qualcosa di… stonato. Come una nota sbagliata in una canzone amata. Passò tra i panni stesi, li gonfiò come vele, e andò a infilarsi sotto la porta del solaio, quella che nessuno apriva mai.
La porta tremò. Un soffio gelido uscì dalla fessura e accarezzò le caviglie dei due ragazzi.
Teo fece un saltello. «Urca. Questo non è il vento. Questo è un… vento con intenzioni.»
Nico strinse il foglio del teatro. «È la terza sera che succede. Sempre alla stessa ora. E sempre da quella porta.»
«Allora apriamola.» Teo si avvicinò, poi si fermò. «O almeno… guardiamo cosa c'è dietro. E se c'è un mostro, gli chiediamo il biglietto.»
Nico inspirò, come se stesse per tuffarsi. «Se scopro da dove viene, magari… magari posso usarlo. Un vento così potrebbe far volare i manifesti, portare la musica in strada, far sapere a tutti del teatro.»
Teo lo guardò di traverso. «Stai dicendo che il tuo sogno ha bisogno di una corrente d'aria?»
«Sto dicendo che i sogni spesso hanno bisogno di qualcosa che non dovrebbe esistere.»
La chiave del solaio era appesa in cucina dalla signora Giulia, la portinaia, accanto a un mazzo enorme. Nico la prese con una cautela da ladro gentile. Teo, per sicurezza, fischiettò un'aria allegra, come se l'allegria potesse fare da scudo.
Sulla scala che portava al solaio, il vento aumentò. Non spingeva: invitava.
E dal piano di sotto, come un sussurro d'acqua che attraversa le pietre, una fontana oracolare in strada mormorò qualcosa che si infilò dalla finestra aperta:
«Cercate… con… cura.»
Nico e Teo si guardarono. Poi salirono.
Capitolo 2: Il solaio e la cartina che respira
La porta del solaio si aprì con un gemito lungo, come se avesse dormito per anni e non fosse felice di essere svegliata. Dentro, l'aria sapeva di legno vecchio e di polvere di stelle—cioè, sembrava polvere normale, ma scintillava un po' quando la luce del corridoio la sfiorava.
Teo tossì. «Se qui c'è un fantasma, spero abbia educazione.»
Nico avanzò, la chiave ancora in mano. Il vento scivolava tra travi e scatole, facendo frusciare carte e spostando una piuma caduta chissà da dove.
In fondo, contro una parete, c'era un armadio basso. La porta era socchiusa, come se qualcuno l'avesse dimenticata così apposta. Il vento entrava lì dentro e usciva più freddo, come se avesse attraversato una cantina di ghiaccio.
Teo infilò la testa. «Nico… qui c'è una cosa che non mi piace.»
«Un ratto?»
«Peggio. Una cosa che sembra… importante.»
Nell'armadio c'era una cartina della città, enorme, arrotolata. Ma non era una cartina stampata come quelle dei libri: era disegnata a mano su una tela spessa, e le strade avevano un luccichio sottile, come fili d'argento. Il vento la faceva muovere piano, e sembrava che la cartina respirasse.
Nico la srotolò sul pavimento. Riva Alta comparve con i suoi viali, le fabbriche vicino al fiume, il mercato coperto, e—soprattutto—le fontane: segnate con piccoli cerchi blu, come occhi.
Teo indicò un punto vicino alla stazione. «Guarda. Qui c'è un segno strano.»
C'era un vortice disegnato, una spirale nera e dorata, proprio sotto la scritta “Galleria del Ponte Nuovo”. E dal vortice, sulla cartina, usciva… un filo d'aria. Nico lo sentì sulla punta delle dita. Non era immaginazione: la tela soffiava davvero.
«Quindi viene da lì,» disse Nico, con un brivido che era metà paura e metà entusiasmo.
Teo piegò le labbra. «E noi dovremmo andare nella galleria, di notte, seguendo una cartina che respira. Perché la vita è troppo semplice, immagino.»
Nico rimise a posto una ciocca di capelli dietro l'orecchio, gesto che faceva quando era deciso. «Perché questo vento… mi chiama. E io voglio capire. Voglio rendere possibile il mio teatro, Teo. Non solo immaginarlo.»
Teo sospirò, ma nei suoi occhi c'era luce. «Va bene. Però se incontriamo un mago, io gli chiedo se può far sparire i compiti.»
La cartina tremò. Una delle fontane disegnate, quella di Piazza dei Cigni, si illuminò di blu più intenso. Poi, come se l'acqua disegnata avesse voce, la tela sussurrò:
«Non… strappate… il filo.»
Nico e Teo si immobilizzarono.
«Hai sentito?» chiese Teo, più piano del solito.
Nico annuì. «Le fontane parlano. Ma questa… questa parla attraverso una cartina.»
Srotolarono ancora un po', e notarono un dettaglio: la spirale alla Galleria del Ponte Nuovo era collegata a un'altra spirale, più piccola, disegnata dietro il Teatro Vecchio, quello abbandonato da anni, con il tetto a pezzi.
Nico si chinò così vicino da sfiorare la tela con il naso. «È come una… strada segreta.»
Teo batté un dito sulla spirale. «Una scorciatoia per il vento.»
Nico sentì il cuore fare un salto. «Se il vento passa da lì al Teatro Vecchio… allora forse può passare anche nel teatro che costruirò. Forse può portare la gente. Portare i sogni.»
Teo lo guardò, e il suo sorriso fu gentile, senza presa in giro. «Allora andiamo a salutare quel vento. E a dirgli: ‘Ehi, abbiamo un progetto per te'.»
Arrotolarono la cartina, la legarono con uno spago trovato lì vicino, e scesero le scale. La città fuori era un'orchestra: passi, ruote, voci. E sotto tutto, come un flauto lontano, il vento strano cantava la direzione.
Capitolo 3: La fontana dei Cigni e la promessa
Piazza dei Cigni era grande e piena di ombre morbide. La fontana al centro aveva due cigni di marmo che si guardavano come se sapessero un segreto. L'acqua cadeva con un suono pulito, e ogni goccia sembrava portare una parola.
Nico e Teo si avvicinarono. Intorno, la città non dormiva del tutto: una coppia usciva da un caffè, un giornalaio chiudeva le persiane, un gatto attraversava la piazza con aria da proprietario.
Teo si schiarì la voce. «Ehm. Signora Fontana?»
Nico gli diede una gomitata leggera. «Non è una signora.»
«E allora cos'è?»
«È… è una fontana oracolare. Non si saluta così.»
Teo alzò le mani. «Scusa se non ho fatto il corso di buone maniere per oggetti magici.»
Nico si chinò e guardò nell'acqua. Vide il suo riflesso, ma dietro di esso scorreva qualcos'altro: una scena veloce, come un film trasparente. Un corridoio sotterraneo, pietre bagnate, e un vortice d'aria che girava su se stesso come una trottola.
La fontana parlò. Non con una voce umana, ma con un incastro di suoni: acqua, vento e un tintinnio come cucchiaini.
«Chi… cerca… il vento… deve… offrire… calore.»
Teo fece una faccia confusa. «Calore? Tipo… una coperta?»
Nico pensò al suo foglio del teatro, piegato in tasca. Lo tirò fuori. «Il mio calore è questo. È un sogno.»
Teo lo guardò. «Non vorrai buttare il disegno nell'acqua.»
Nico esitò. Quel foglio era la cosa più vicina a un futuro che avesse. Ma la fontana aveva ragione: per chiedere, bisogna dare.
Poi Teo sfilò la sua sciarpa—una sciarpa lunga, rossa, che sua nonna gli aveva fatto e che pizzicava un po'. La posò sul bordo di marmo, come un'offerta.
«Ecco il mio calore,» disse Teo. «Mi scalda il collo, ma oggi scalderà… la storia.»
Nico lo fissò. «Teo…»
«Non fare quella faccia. Se incontriamo un vento magico, meglio essere educati. E poi a me sta bene anche col colletto alzato. Sembro un investigatore.»
L'acqua si increspò. La sciarpa non cadde nella vasca: restò lì, ma un filo d'aria la attraversò come se la stesse annusando. La fontana sussurrò:
«Bene… volere… è… bene… fare. Seguite… la galleria. Non… rincorrete… la paura: accompagnatela.»
Teo strinse le spalle. «Accompagnare la paura. Come se fosse una zia che non trovi il cappotto.»
Nico rise, piano. La risata gli sciolse il nodo in gola.
Dalla strada verso la stazione arrivò il vento strano, più deciso. Fece vibrare i manifesti incollati ai muri: pubblicità di saponi, annunci di spettacoli, una locandina strappata del Teatro Vecchio. Il vento si infilò nel bordo strappato e lo sollevò, come a dire: guardami.
Nico rilesse il nome: “Teatro Vecchio”. Poi guardò Teo. «Andiamo alla Galleria del Ponte Nuovo. Adesso.»
Teo annuì. «E dopo recuperiamo la mia sciarpa. Perché la storia è bella, ma il mio collo è il mio collo.»
La fontana fece un suono che sembrò una risatina d'acqua.
Camminarono lungo il viale. I loro passi erano piccoli, ma nella città grande bastavano a smuovere cose invisibili. E ogni tanto, al passaggio davanti a una fontana minore, l'acqua faceva un breve cenno sonoro, come un incoraggiamento.
Capitolo 4: La Galleria del Ponte Nuovo
La Galleria del Ponte Nuovo era un passaggio coperto che tagliava tra due vie affollate di giorno e misteriose di sera. Vetrine scure, insegne spente, e un pavimento di pietra liscia che risuonava sotto i passi.
Dentro, il vento era diverso: non soffiava da un lato. Girava. Come se stesse cercando il modo di uscire da se stesso.
Teo guardò in alto. «Se vedo un pipistrello con il cappello, scappo.»
Nico tirò fuori la cartina e la srotolò quel tanto che bastava. La spirale nera e dorata brillò. Poi, sul muro della galleria, proprio dove la cartina indicava, comparve una macchia d'ombra rotonda, come un buco senza buco.
Nico si avvicinò. Il bordo dell'ombra tremava, e l'aria lì era fredda e profumava di pioggia.
«È… una porta,» disse.
Teo deglutì. «Una porta fatta di niente. Perfetto.»
Nico guardò la cartina. «Diceva: non strappate il filo.»
«Che filo?»
Nico sentì qualcosa tirargli leggermente la manica. Un filamento d'aria, sottile come un capello, usciva dalla spirale d'ombra e si attaccava a lui. Non faceva male. Era come una carezza insistente.
Teo lo vide e allungò una mano. Anche a lui si attaccò un filo d'aria, e per un attimo i due ragazzi furono collegati a quella porta come due aquiloni.
«Sembra che ci abbia scelti,» disse Teo, cercando di sembrare disinvolto. «Spero abbia buon gusto.»
Nico fece un passo avanti. Il filo si tese, poi si ammorbidì, come se dicesse: sì, così.
Dal fondo della galleria arrivò un rumore: passi pesanti. Una guardia notturna, con una lanterna e un fischietto, stava facendo il giro.
Teo sussurrò: «Se ci becca, ci rimanda a casa e ci fa una predica lunga come il fiume.»
Nico guardò la porta d'ombra, poi Teo. Non c'era tempo per ragionare troppo: la città a volte chiede decisioni rapide.
«Pronto?» chiese Nico.
Teo inghiottì la paura e annuì. «Pronto. E ricordati: se finiamo in un altro mondo, tu parli. Io faccio finta di essere molto coraggioso.»
Si presero per il polso—non la mano, che era troppo facile da mollare—e attraversarono l'ombra.
La sensazione fu come passare attraverso un sipario bagnato: freddo, un attimo di buio, e poi un odore di pietra e foglie.
Quando riaprirono gli occhi, la galleria era sparita.
Erano in un corridoio sotterraneo, sotto la città. Le pareti di mattoni erano lucide d'umidità. Tubature correvano sopra le loro teste come serpenti metallici addormentati. E al centro del corridoio, in una nicchia, c'era una piccola fontana: una conchiglia di pietra da cui usciva un filo d'acqua sottilissimo.
«Anche qui?» mormorò Teo. «Le fontane sono ovunque. È una congiura.»
Nico si avvicinò. L'acqua non cadeva: sembrava salire, come se la gravità avesse cambiato idea.
La fontanella sussurrò:
«Il vento… custodisce… un sogno… smarrito.»
Nico sentì un colpo nel petto. «Un sogno smarrito…»
Teo guardò il corridoio che si perdeva nel buio. «E immagino che dobbiamo trovarlo. Che comodità.»
Il vento qui era una presenza viva. Non spingeva più: guidava. Si infilò tra le tubature, sollevò una foglia secca che non avrebbe dovuto trovarsi sottoterra, e la fece danzare in avanti, come un segnale.
Nico seguì quella foglia come si segue una storia quando non vuoi perderti una parola.
Capitolo 5: Il Teatro Vecchio sotto il Teatro Vecchio
Il corridoio sbucò in una sala enorme, nascosta sotto la città come un segreto sotto il cuscino. E la sala era… un teatro.
Non il Teatro Vecchio di superficie, quello con le finestre rotte. Questo era un teatro sotterraneo, intatto, con sedie di legno scuro e un palco che sembrava aspettare da anni la prima battuta.
Sul sipario, cucita con filo d'argento, c'era una scritta: “Qui i sogni imparano a camminare”.
Teo fischiò piano. «Nico. Se questo è un sogno smarrito, è grande quanto un quartiere.»
Nico avanzò, incredulo. «È bellissimo.»
Poi sentì il vento crescere. Non come tempesta: come coro. Riempiva la sala e faceva tremare il sipario, come se dietro ci fosse qualcuno che respirava.
Dal lato del palco, apparve una figura. Non un fantasma spaventoso: un uomo magro con una giacca lunga, bottoni lucidi e un cappello morbido. Aveva occhi stanchi ma gentili, come chi ha visto molti finali e continua a sperare.
«Finalmente,» disse l'uomo. La sua voce era polvere e musica. «Due orecchie giovani. E due cuori che non ridono della magia per finta.»
Teo alzò un dito. «Io rido della magia per davvero, se serve.»
L'uomo sorrise appena. «Ottimo. Il riso tiene aperte le porte.»
Nico trovò il coraggio di parlare. «Chi sei?»
«Mi chiamavano Maestro Lario. Dirigevo il Teatro Vecchio, prima che la città crescesse troppo rumorosa e dimenticasse come si ascolta.»
Teo guardò in giro. «E questo posto?»
«È il teatro che rimane quando un teatro viene abbandonato. Le sue ossa stanno su, ma il suo sogno scivola giù. Qui sotto, il sogno aspetta qualcuno che lo rimetta in strada.»
Nico strinse il foglio del suo progetto. «Io… voglio costruire un teatro. Uno nuovo. Ma non ho soldi, né permessi, né…»
«Né anni,» completò Teo. «Perché ne ha undici.»
Maestro Lario osservò Nico con attenzione. «Non sempre servono soldi per far cominciare un sogno. Serve benevolenza. E un vento che sappia portarlo dove deve andare.»
Il vento girò intorno al Maestro come un mantello invisibile.
«Questo vento è… tuo?» chiese Nico.
«No. È della città.» Maestro Lario posò una mano sul legno di una sedia. «Quando la città vuole bene a qualcuno, lo aiuta in modi strani. Il vento è un messaggero. Ma ultimamente è inquieto. È come se cercasse un'uscita che nessuno gli concede.»
Teo piegò la testa. «E noi dovremmo concedergliela.»
«Dovreste ascoltare cosa desidera davvero.» Maestro Lario indicò il palco. «Salite.»
Nico e Teo salirono. Il legno scricchiolò come una risata vecchia. Sul palco c'era un oggetto piccolo: una scatolina di latta, di quelle per le caramelle. Sembrava normalissima, ma attorno a lei il vento faceva cerchi stretti, rispettosi.
Nico la prese. Era tiepida.
Teo si sporse. «Dentro c'è… un topo?»
«Dentro c'è un sogno,» disse Maestro Lario. «Un sogno che qualcuno ha chiuso per paura che facesse male.»
Nico guardò la scatola. «E come si apre?»
Maestro Lario non rispose subito. Poi disse: «Con gentilezza. Non con forza.»
Teo si grattò la nuca. «Gentilezza è un po' vaga come istruzione.»
Nico pensò alle volte in cui aveva tenuto stretto il suo progetto, quasi a difenderlo dal mondo. Forse anche lui, senza volerlo, stava chiudendo un sogno.
Appoggiò la scatola sul palmo, come se fosse un uccellino. «Va bene,» disse piano. «Non ti strappo. Non ti costringo. Se vuoi uscire… esci.»
La scatola fece clic.
Il coperchio si sollevò da solo e ne uscì… non fumo, non luce accecante. Ne uscì un soffio di aria calda, profumata di zucchero filato e carta di programmi di sala. Si sparse nel teatro sotterraneo e fece vibrare le corde di un vecchio violino dimenticato. Un suono tenue riempì la sala.
Teo rimase a bocca aperta. «È… un sogno che suona.»
Il vento, finalmente, smise di girare nervoso. Ora danzava.
Maestro Lario chiuse gli occhi. «Questo è il sogno del Teatro Vecchio. Voleva tornare su, ma nessuno lo ascoltava. Ora avete il suo respiro. Portatelo dove possa vivere di nuovo.»
Nico sentì le lacrime salire, ma non di tristezza. Era come se una parte della città gli avesse dato fiducia.
«Io posso… unirlo al mio sogno?» chiese.
«Se lo fate con benevolenza,» rispose Maestro Lario. «Non rubando, non usando. Accogliendo. Un teatro non è un edificio: è un posto dove la gente si sente vista.»
Teo si voltò verso Nico. «Allora facciamolo. Ma come si torna su?»
Il Maestro indicò un'altra porta d'ombra, dietro il sipario. «Il vento vi porterà. E ricordate: accompagnate la paura.»
Nico guardò Teo, poi la scatolina vuota. «Andiamo.»
Capitolo 6: Il sogno prende strada
Attraversarono la porta d'ombra e riemersero in una viuzza dietro il Teatro Vecchio di superficie. L'aria della notte era più mite. Le finestre rotte del vecchio edificio guardavano la strada come occhi stanchi.
Il vento ora non era più freddo: era tiepido, quasi amichevole. Passò tra i mattoni rotti e salì verso il cielo, portando con sé quel profumo di zucchero filato e musica.
Teo si strofinò le braccia. «Ok. Preferisco questo vento. Meno… denti.»
Nico si avvicinò alla porta sbarrata del Teatro Vecchio. «Se riuscissimo a farci entrare…»
«Ci sono chiodi grandi come il mio futuro,» disse Teo. Poi indicò una finestra bassa, senza vetro. «Però c'è anche un buco grande come la tua testardaggine.»
Si infilarono dentro. La sala era piena di polvere e sedie rovesciate. Il palco aveva il sipario strappato, e il soffitto mostrava travi come costole.
Eppure, appena il vento entrò con loro, le cose cambiarono.
Non si aggiustarono come per magia—non così facilmente—ma si disposero. La polvere si sollevò in spirali ordinate, come ballerini che provano. Una fila di sedie si raddrizzò con un colpetto secco, come se qualcuno le avesse ricordate.
Teo spalancò gli occhi. «Hai visto? Una sedia mi ha salutato.»
Nico camminò fino al centro. Sentì il teatro respirare, come un animale che si sveglia.
Dalle assi del palco spuntò un foglietto, trascinato dal vento. Era una vecchia locandina, sbiadita: annunciava uno spettacolo di anni prima. Ma sul retro c'era qualcosa scritto a mano, con inchiostro blu:
“Chi riapre con gentilezza, trova alleati.”
Nico guardò il suo disegno. Il suo sogno e quello del Teatro Vecchio non dovevano farsi guerra. Potevano diventare la stessa cosa: un posto per la città.
«Non posso costruirlo subito,» disse Nico, «ma posso cominciare da qui. Ripulire. Sistemare. Chiedere aiuto. Fare uno spettacolo piccolo, anche senza permessi… no, con permessi. Con permessi, Teo.»
Teo sospirò teatralmente. «Uffa. La burocrazia è il vero mostro.»
Nico rise. «Ma possiamo fare le cose bene. E con benevolenza. Magari la signora Giulia ci presta le chiavi invece di inseguirci con la scopa.»
Teo si illuminò. «Se le portiamo qualcosa di dolce, cede di sicuro.»
Il vento fece frusciare il sipario strappato come un applauso.
Poi, dalla strada, arrivò un suono d'acqua: una fontana vicina stava parlando. Le parole entrarono dalle crepe del muro:
«Condividete… il palco.»
Nico annuì, come se avesse appena ricevuto una regola importante.
Teo si guardò intorno. «Con chi?»
Nico pensò ai bambini del quartiere, ai venditori del mercato, persino alla guardia notturna della galleria. «Con tutti quelli che hanno un sogno e non sanno dove metterlo.»
Si misero al lavoro subito, perché certe magie non aspettano. Spostarono sedie, raccolsero vetri, appesero una corda per tenere fermo il sipario. Teo trovò un vecchio tamburo senza pelle e lo usò come secchio. Nico raccolse le assi rotte e le impilò con cura, come fossero libri.
Quando si fermarono a riprendere fiato, Teo disse: «Sai una cosa? La paura mi sta ancora seguendo.»
Nico si sedette su una sedia finalmente dritta. «Anche a me.»
Teo fece un mezzo sorriso. «Però non mi morde. Sta solo lì, come un cane che ha perso il padrone.»
Nico guardò il palco. «Allora le diamo un posto. La facciamo sedere in prima fila. Così non deve inseguirci.»
Il vento tiepido passò tra loro, come se approvasse.
Capitolo 7: Una sera di luce in una città d'acqua
Due settimane dopo, Riva Alta era la stessa città di prima: tram, fabbriche, mercati. Ma vicino al Teatro Vecchio c'era un fermento diverso, come una brace sotto la cenere.
Nico e Teo avevano coinvolto mezzo quartiere. La signora Giulia aveva prestato le chiavi e, sorprendentemente, anche una scopa nuova. Il panettiere aveva offerto pagnotte per chi aiutava. Una sarta aveva portato stoffe per rattoppare il sipario. Persino la guardia notturna della galleria, dopo una predica iniziale, aveva detto: «Se fate chiasso, fatelo bene», e aveva promesso di “non vedere” certe cose.
Le fontane oracolari, quel periodo, sembravano di buon umore. L'acqua parlava più spesso, e non solo con frasi misteriose: ogni tanto sembrava fare battute. In Piazza dei Cigni, la fontana aveva restituito la sciarpa rossa di Teo, pulita e profumata di menta.
La sera dello spettacolo, il Teatro Vecchio non era perfetto. C'erano assi scricchiolanti e un angolo ancora impolverato. Ma c'erano anche lanterne appese, panche rimesse insieme, e un palco con un sipario che, rattoppato, sembrava una mappa di avventure.
Nico tremava dietro le quinte improvvisate. In mano aveva il suo foglio, ormai stropicciato e con macchie di polvere: il disegno del teatro nuovo. Ma adesso quel foglio non era più una promessa lontana. Era un seme piantato.
Teo gli diede una spinta leggera. «Ehi. Respira. Se svieni, devo parlare io, e nessuno è pronto.»
Nico sorrise. «Grazie.»
Teo si aggiustò la sciarpa rossa. «Di niente. La benevolenza, a quanto pare, è contagiosa.»
Il pubblico riempì la sala: bambini seduti a gambe incrociate, adulti con cappotti consumati, una signora elegante che aveva letto un biglietto anonimo e non aveva resistito. Non c'era biglietto d'ingresso. Solo una scatola all'entrata con scritto: “Se puoi, lascia qualcosa. Se non puoi, lascia un sorriso.”
Quando Nico uscì sul palco, la luce delle lanterne gli fece sembrare le facce un mare calmo. La paura era lì, sì, ma seduta in prima fila, come avevano deciso.
Il vento tiepido attraversò la sala, leggero. Fece ondeggiare le fiamme senza spegnerle. E dalla strada arrivò, lontano, il mormorio di una fontana che pareva dire: «Avanti.»
Nico parlò. La sua voce all'inizio era piccola, poi crebbe.
«Questo posto era chiuso. Non perché fosse cattivo, ma perché era stato dimenticato. E le cose dimenticate diventano tristi. Noi…» guardò Teo, che gli fece un cenno, «noi abbiamo pensato che un sogno non merita di stare in una scatola.»
Teo, dal lato, bisbigliò abbastanza forte da farsi sentire: «Soprattutto se è un sogno che suona.»
Qualcuno rise. La risata scaldò l'aria.
Lo spettacolo fu semplice: storie raccontate a turno, una canzone stonata ma coraggiosa, un piccolo numero di ombre cinesi fatto con lenzuola. Eppure, nel mezzo, accadde qualcosa che nessuno poté negare.
Quando una bambina raccontò di voler diventare pilota, il vento disegnò un cerchio sopra il palco, e per un secondo le lanterne proiettarono sul soffitto l'ombra di un aereo. Quando un vecchio signore disse che gli mancava sua moglie, una goccia d'acqua—una sola—cadde dal nulla, e brillò come una perla, senza bagnare nessuno, come un saluto gentile.
La magia non rubò la scena. La accompagnò.
Alla fine, il pubblico applaudì. Non un applauso educato: un applauso pieno, che faceva vibrare il legno e persino le travi stanche.
Nico guardò la sala e sentì che il suo sogno, finalmente, aveva un posto dove stare. Non era ancora il teatro enorme del suo disegno. Ma era un inizio vero, e il vento della città lo sapeva.
Teo gli si avvicinò e sussurrò: «Secondo te, il vento continuerà a soffiare?»
Nico ascoltò. Il soffio era lì, tranquillo, come un amico seduto accanto.
«Sì,» disse. «Perché non gli abbiamo chiesto di portarci via la paura. Gli abbiamo chiesto di portarci insieme.»
Fuori, Riva Alta brillava di luci e di acqua. Le fontane, disseminate tra le vie, mormoravano tutte la stessa cosa, come un coro discreto:
«Bene… vivere… è… bene… volere.»