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Fantasy urbana 11/12 anni Lettura 29 min.

Il ponte delle sette ombre e il gessetto azzurro

Ettore, ragazzo curioso, ruba un gessetto magico e, insieme alla sua amica Dalia e al vegliatore dei tetti Nereo, affronta misteri e un collezionista di scorciatoie per cercare di rimettere a posto i passaggi incantati di Luminara.

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Ragazzo di 12 anni dal volto rotondo con efelidi, capelli castani spettinati, sguardo determinato; tiene un piccolo gessetto azzurro incrinato e tende la mano verso un mappamondo luminoso. Ragazza di 12 anni, Dalia, capelli neri disordinati, in pigiama sotto una giacca, posizione protettiva accanto al ragazzo, tiene la sua mano e sorride beffarda ma rassicurante. Uomo di circa 35 anni, Nereo, silhouette slanciata con cappotto scuro e sciarpa color rame svolazzante, sul bordo del tetto osserva la scena con calma vigilante, una mano sulla ringhiera. Uomo più anziano, il Cartografo Avaro (circa 50 anni), con cappuccio scuro e occhi chiari stanchi, è inginocchiato davanti a una grande mappa fluttuante; tiene una matita d’oro scintillante e una bisaccia da cui escono nastri luminosi che rappresentano vicoli e scale. Luogo: sommità di un tetto in pietra grigia sopra una città fluviale notturna con lampioni gialli, camini e riflessi argentati del fiume; frammenti di strade e scalinate luminescenti fluttuano intorno come farfalle di luce. Situazione: confronto notturno sul tetto — i bambini cercano di recuperare passaggi rubati materializzati in nastri luminosi mentre il Cartografo li accumula sulla sua mappa brillante; atmosfera di tensione e magia urbana con forti contrasti tra ombre profonde e bagliori azzurri/oro. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il fiume che ascolta

A Luminara l'inverno non graffiava: scaldava. Era un inverno chiaro, con un sole pallido che sembrava una moneta lucidissima appoggiata tra i palazzi. Il fiume tagliava la città come una riga d'inchiostro e sopra di lui i ponti… be', i ponti erano capricciosi. A volte cambiavano leggermente posto durante la notte, come gatti che dormono e si risvegliano in un'altra stanza senza che nessuno li abbia sentiti.

Ettore, undici anni e una collezione di domande sempre pronte, correva sul lungofiume con il cappuccio abbassato e le mani in tasca. Era un tipo ardente: si accendeva facilmente. Di entusiasmo, di rabbia, di curiosità. Quella sera aveva un pensiero che gli faceva battere il cuore un po' troppo veloce.

Doveva evitare un errore.

Non un errore di matematica o un “mi sono dimenticato i compiti”. Un errore grande, che avrebbe fatto ridere qualcuno e piangere qualcun altro. Un errore che aveva già quasi commesso.

Sotto il Ponte delle Sette Ombre, il selciato luccicava come se avesse bevuto luce. Ettore si fermò. Dall'altra parte del fiume c'era casa sua, e la finestra della cucina era una stella familiare.

Un fruscio gli scivolò sopra la testa.

— Non fare quella faccia. — La voce veniva dall'alto, dai tetti, come se i comignoli avessero imparato a parlare.

Ettore alzò lo sguardo. Una sagoma era appollaiata sul cornicione: un ragazzo… o un uomo? Aveva un cappotto scuro e una sciarpa color rame che sembrava sempre in movimento, anche senza vento.

— Chi sei? — chiese Ettore, con la gola improvvisamente secca.

— Mi chiamano Nereo. Sono un vegliatore dei tetti. — La figura fece un inchino esagerato, come un attore in ritardo. — Io e la città ci teniamo d'occhio a vicenda. Per la pace.

Ettore sgranò gli occhi. “Vegliatore dei tetti” suonava assurdo, ma a Luminara le cose assurde erano spesso semplicemente… normali.

— Perché mi segui?

Nereo scese con un'agilità che non faceva rumore, come se i muri lo riconoscessero e lo lasciassero passare.

— Non ti seguo. Ti precedo. È diverso. — Si avvicinò al parapetto e guardò l'acqua. — Stai per fare una sciocchezza, Ettore.

Il nome sulle labbra di uno sconosciuto fu come una goccia fredda sulla schiena.

— Io non… — Ettore si bloccò. A dire il vero, la sciocchezza ce l'aveva in tasca: un piccolo gessetto azzurro rubato dalla cartoleria della scuola. Un gessetto speciale, “disegna-cose-che-diventano-vere”, così avevano sussurrato i grandi di terza media, ridendo.

Ettore lo aveva preso per dimostrare a Dalia, la sua migliore amica, che non era un bambino. Poi era arrivato il rimorso, pesante come uno zaino pieno di pietre.

Nereo fece un mezzo sorriso.

— Ti senti bruciare dentro, vero? È l'inizio dell'errore. Il fuoco è utile, ma se lo lasci andare dove vuole, ti fuma la testa.

Ettore strinse le dita nella tasca.

— Voglio solo… sistemare. Senza che nessuno lo sappia.

— E senza condividere. — Nereo inclinò la testa. — Questo è il punto. A Luminara, la magia non ama i segreti egoisti. Si vendica in modo creativo.

Il fiume gorgogliò, come se avesse riso piano.

— Che devo fare? — chiese Ettore.

Nereo indicò il Ponte delle Sette Ombre.

— Stasera i ponti sono più capricciosi del solito. Se attraversi da solo, finisci dove non vuoi. Se attraversi con qualcuno, la città ti accompagna. Ti va di cooperare con un vegliatore dei tetti?

Ettore deglutì. Poi annuì.

— Sì. Però in fretta.

Nereo batté le mani come se avesse appena concluso un affare.

— Perfetto. Prima regola: niente passi a caso. Seconda regola: se vedi una porta che non c'era, non entrarci senza chiedere. Terza regola…

— Qual è? — fece Ettore.

Nereo lo guardò serio, ma con gli occhi pieni di luce.

— Condividi il peso. Se lo tieni solo per te, diventa più grande.

Capitolo 2 — Il ponte che si crede un labirinto

Salirono sul ponte. Era di pietra scura, con lampioni che tremolavano come lucciole educate. Ogni passo faceva un suono diverso: toc, tac, tic… come se il ponte stesse componendo una canzone.

— Senti? — disse Nereo. — Sta decidendo dove portarci.

— Un ponte decide? — Ettore provò a ridere, ma gli uscì una risatina nervosa.

— I ponti di Luminara non sono solo strade. Sono idee. E le idee sono permalose.

A metà del ponte, le ombre sotto gli archi si addensarono. Sembravano tende. Poi si aprirono.

Davanti a loro comparve un incrocio che non aveva senso: tre rampe che scendevano, tutte verso direzioni impossibili. Una rampa sembrava portare direttamente dentro l'acqua; un'altra verso un tetto; la terza… verso una porta illuminata tra due pilastri, sospesa nel vuoto.

Ettore si fermò.

— Io… io volevo solo riportare il gesso. Alla cartoleria della scuola. È dall'altra parte.

Nereo fece un gesto come a dire: “E invece eccoci qui”.

— La città sente quando qualcuno cerca di sistemare un torto. Ti mette alla prova. Vuole capire se lo fai per paura di essere scoperto o perché ti importa davvero.

Ettore guardò il fiume. L'acqua rifletteva il cielo come uno specchio un po' storto. Si vedevano pezzi di stelle, e pezzi di neon.

— Mi importa — disse. La voce gli uscì più bassa, ma più vera.

Nereo annuì.

— Allora scegliamo insieme.

— Quella porta… — Ettore indicò la luce sospesa. — È nuova.

— È una delle “porte del quasi”. Ti portano vicino a dove vuoi, ma ti chiedono qualcosa in cambio.

— Che cosa?

— Di solito: una storia, una bugia confessata, o un oggetto condiviso.

Ettore arrossì.

— Io… ho solo questo. — Tirò fuori il gessetto azzurro. Sembrava un pezzetto di cielo congelato.

Il gessetto vibrò leggermente, come se fosse contento di essere visto.

— Ah — fece Nereo. — Un gessetto d'inchiostro. Se ci disegni una cosa, prova a diventare reale. Non sempre bene.

— Lo so. Non l'ho usato.

— Ancora. — Nereo lo fissò. — E non lo userai per vantarti. Lo userai per riparare.

Ettore annuì, poi si corresse:

— Lo useremo.

Nereo sorrise, e per un attimo sembrò più giovane, come se quel “noi” gli avesse tolto un po' di polvere dalle spalle.

Si avvicinarono alla porta sospesa. Non aveva maniglia, solo una crepa sottile, come un sorriso.

— Cosa vuole? — chiese Ettore.

Nereo appoggiò due dita alla crepa.

— Vuole che tu smetta di fare tutto da solo.

Ettore chiuse gli occhi. L'immagine di Dalia gli apparve: lei che gli diceva “Perché non me l'hai detto?”, con quel tono che non era arrabbiato, ma deluso.

— Va bene — disse. — Lo dico a Dalia. Domani. No, stasera.

La porta si aprì senza rumore, e dentro c'era… una scala.

Una scala di metallo, come quelle antincendio dei palazzi, ma sospesa nel buio pieno di luci lontane. Sotto, non c'era strada: c'era il mosaico della città visto dall'alto, come se fossero diventati improvvisamente giganti.

— Dopo di te — fece Nereo.

Ettore inghiottì la paura.

— Insieme — corresse. E prese la sciarpa di Nereo, solo per sentirsi più sicuro.

— Non tirare troppo — scherzò Nereo. — È la mia sciarpa preferita. E morde.

Ettore rise davvero, stavolta, e insieme scesero.

Capitolo 3 — La cartoleria che non chiude mai

La scala li depositò in un vicolo dietro la scuola, ma il vicolo non era come di giorno. Di notte aveva un odore di carta fresca e colla, e le pareti erano coperte di manifesti che si muovevano lentamente, come se respirassero.

In fondo al vicolo c'era la cartoleria. La serranda era alzata, anche se era tardi. Dentro, le luci erano calde, e le penne nella vetrina sembravano piccoli pesci in un acquario.

— Strano — mormorò Ettore. — Di solito chiude alle sette.

— Alcuni negozi hanno un orario per i clienti e un orario per la magia — disse Nereo. — E la magia è nottambula.

Entrarono. Un campanello suonò una nota lunghissima, come un violino che si schiarisce la voce.

Dietro il bancone c'era la signora Sarta, la proprietaria. Era piccola, con occhiali grandi e una matita sempre infilata nei capelli. Ma quella sera aveva qualcosa di diverso: i suoi occhi brillavano come se avesse appena letto una frase bellissima.

— Ettore — disse, senza sorpresa. — E tu devi essere Nereo. Ti aspettavo.

Ettore spalancò la bocca.

— Mi… mi aspettavate?

La signora Sarta si chinò e tirò fuori una scatola di gessetti. Erano di mille colori, come caramelle.

— Quando un gessetto manca, lo sento. La carta sente le cose. — Poi guardò Ettore con dolcezza severa. — Non sono arrabbiata. Sono curiosa: perché l'hai preso?

Ettore sentì il fuoco dentro risalire. Aveva voglia di dire “non lo so”, o “per scherzo”, o “tutti lo fanno”. Invece ricordò la porta del quasi.

— Per… farmi vedere grande. E perché avevo paura che Dalia pensasse che sono noioso. — Si strinse nelle spalle. — È stupido.

— Non è stupido. È umano — disse la signora Sarta. — Ma è un seme di errore. Un seme, se lo innaffi, diventa una pianta che ti strangola le caviglie.

Nereo tossicchiò.

— Poetica, come sempre.

— La poesia è solo verità con un cappotto elegante — ribatté lei, e poi sorrise a Ettore. — Vuoi restituirlo?

Ettore mise il gessetto sul bancone. Ma non lo lasciò subito. Sembrava pesante, come se si fosse riempito di tutte le possibilità che non aveva usato.

— Sì. Però… — guardò Nereo, poi la signora Sarta. — Vorrei fare qualcosa per riparare davvero. Non solo… rimetterlo qui.

La signora Sarta fece un cenno.

— La magia ama chi ripara. E ama ancora di più chi ripara condividendo. — Indicò un angolo del negozio. Lì c'era un grande pannello nero, come una lavagna, con gessi consumati e linee cancellate a metà. — Quella è la Parete delle Correzioni. Chi ha sbagliato può disegnare lì il suo “aggiustare”. Ma non da solo.

Ettore si morse il labbro.

— Con Dalia?

— Con chiunque tu abbia lasciato fuori dalla tua verità — disse la signora Sarta.

Nereo si appoggiò al bancone.

— È il momento di fare la parte difficile, piccolo incendio.

— Io non sono un incendio.

— Sei un falò in crescita — disse Nereo. — E non c'è niente di male. Basta non bruciare i ponti.

Ettore sospirò. Poi tirò fuori il telefono. Le dita gli tremavano.

— È tardi… però.

— Le cose importanti non guardano l'orologio — disse la signora Sarta. — Solo le cose noiose lo fanno.

Ettore chiamò. Dopo due squilli, Dalia rispose, con voce impastata di sonno:

— Ettore? Sai che ore sono?

— Lo so. Scusa. Ma… devo dirti una cosa. E non voglio sbagliare.

Silenzio, poi:

— Mi stai spaventando.

— Ho preso un gessetto speciale dalla cartoleria. Volevo… farmi bello. Non l'ho usato, ma l'ho rubato. E adesso sono qui per restituirlo. Con… un vegliatore dei tetti.

— Un cosa?

Nereo fece un piccolo saluto verso il telefono, come se Dalia potesse vederlo.

— Ciao, Dalia. Piacere, Nereo. Tranquilla: Ettore è intero.

Dalia rimase muta un secondo, poi esplose:

— Tu sei matto! Ma… — la sua voce cambiò, diventò più bassa. — Grazie per avermelo detto. Dove sei?

Ettore guardò la signora Sarta. Lei annuì.

— Alla cartoleria. Quella dietro la scuola. È… aperta.

Un altro silenzio. Poi Dalia:

— Arrivo. E se mi stai prendendo in giro, ti faccio copiare solo i problemi più brutti per un mese.

— Meritatissimo — disse Ettore, e sentì qualcosa dentro di lui alleggerirsi, come se un nodo si fosse sciolto.

Capitolo 4 — Disegni che vogliono nascere

Dalia arrivò con una giacca sopra il pigiama e i capelli spettinati in modo epico. Entrò nella cartoleria come se stesse entrando in un film.

— Ok — disse, guardandosi intorno. — Questo posto è… diverso.

— Benvenuta nell'orario della magia — le disse la signora Sarta.

Dalia puntò gli occhi su Ettore.

— Fammi vedere.

Ettore indicò il gessetto azzurro sul bancone.

— È questo. Io… mi dispiace.

Dalia lo fissò, poi guardò Ettore.

— Mi dispiace che tu abbia pensato di dover fare una cosa del genere per essere “grande”. — Si avvicinò e gli diede un colpetto sulla spalla. — Sei già abbastanza. A volte pure troppo.

— Ehi!

— Lo dico con affetto.

Nereo tossì, commosso e imbarazzato allo stesso tempo.

— Bene. Ora, Parete delle Correzioni — disse la signora Sarta, come se stesse chiamando la classe alla lavagna.

Si misero davanti al pannello nero. La superficie sembrava assorbire il rumore. Perfino il campanello della porta taceva, come rispettoso.

— Che si disegna? — chiese Dalia.

Ettore guardò il gessetto azzurro.

— Non lo so. Qualcosa che dica… che non voglio più fare cose di nascosto.

Nereo si grattò il mento.

— Disegna un ponte.

Dalia rise.

— Che originale.

— I ponti sono più intelligenti di quanto sembrino — disse Nereo, serissimo.

Ettore prese il gessetto azzurro. Era freddo. Lo mise in mano a Dalia.

— No. Insieme.

Dalia lo strinse, sorpresa.

— Ok. Insieme.

Tennero il gessetto con due dita ciascuno e cominciarono a tracciare una linea. La polvere azzurra si posò sulla lavagna come neve luminosa. Disegnarono un ponte sul fiume, con archi larghi e lampioni. Poi, sotto, disegnarono l'acqua.

Quando Ettore aggiunse una piccola figura sul ponte, la figura si mosse.

— Hai visto?! — sussurrò Dalia.

La figura di gesso alzò una mano e salutò. Poi si mise a correre.

— Oh no — fece Ettore. — Sta… diventando vero.

La signora Sarta annuì lentamente.

— La Parete delle Correzioni rende reali le intenzioni. Non solo i disegni.

La figura di gesso arrivò alla fine del ponte disegnato, e il ponte, sulla parete, tremò. Poi le linee si allungarono, strisciarono fuori dalla lavagna come se fossero spaghetti di luce, e per un attimo nella cartoleria comparve un vero arco di pietra azzurra, grande abbastanza da passarci sotto.

Dalia spalancò la bocca.

— Abbiamo appena costruito un ponte… in un negozio di quaderni.

— Luminara è fatta così — disse Nereo, con una calma che sembrava allenata. — La domanda è: dove porta?

Ettore guardò il ponte azzurro che pulsava piano, come un cuore.

— Se ho capito bene… porta dove deve essere riparato qualcosa.

La signora Sarta li fissò.

— E questa volta, non è solo il tuo errore. La città ha un problema di equilibrio. I ponti si stanno spostando perché qualcuno sta cancellando pezzi di mappa.

— Chi? — chiese Dalia.

Nereo si fece improvvisamente serio.

— Un collezionista di scorciatoie. Uno che odia condividere. Vuole tenere per sé i passaggi segreti di Luminara, così tutti gli altri si perdono.

Ettore sentì un brivido.

— E io, rubando un gessetto… gli ho reso più facile…?

— Non lo so ancora — disse Nereo. — Ma se vuoi evitare l'errore vero, dobbiamo impedire che la città si spezzi in isole.

Dalia strinse più forte il gessetto con Ettore.

— Andiamo. Però se muoio, torno come fantasma e ti infesto l'astuccio.

— Accordo — disse Ettore, e sorrise.

Attraversarono il ponte azzurro.

Capitolo 5 — Il ladro di passaggi

Dall'altra parte non c'era un'altra strada. C'era un tetto.

Erano sul tetto di un palazzo alto, e Luminara si stendeva intorno come un tappeto di luci. Il fiume era una striscia d'argento. I ponti, visti da lì, sembravano braccialetti su un polso.

L'aria sapeva di camino e di mandarini.

— Benvenuti nel mio ufficio — disse Nereo. Fece due passi e toccò una ringhiera. Una botola si aprì da sola, mostrando una piccola piattaforma con coperte, una lanterna e una termos di tè.

Dalia guardò.

— Tu vivi qui sopra?

— A volte. I tetti sono ottimi ascoltatori. E non interrompono mai.

Un rumore secco li fece voltare. Un pezzo di luce si staccò da un'insegna lontana e volò via, come strappato.

— Ecco — disse Nereo. — Sta succedendo di nuovo.

Sul tetto accanto, una figura incappucciata stava disegnando nell'aria con qualcosa che luccicava. Ogni gesto strappava un piccolo “filo” dalla città: un vicolo, una scala, una rampa. I passaggi segreti si arrotolavano come nastri e sparivano nella sua borsa.

— Quello è il collezionista? — chiese Ettore.

— Sì — rispose Nereo. — Lo chiamano il Cartografo Avaro.

Dalia si mise le mani sui fianchi.

— Che nome ridicolo.

— Lui non la pensa così — disse Nereo. — E se lo insultiamo, si offende e diventa più pericoloso. È come un gatto con un diploma.

Il Cartografo Avaro si girò. Il suo volto era mezzo nascosto, ma gli occhi erano chiarissimi, troppo chiari, come due vetri.

— Nereo — disse, con voce che sembrava carta strappata. — Sempre a fare il custode. La città non ha bisogno di te. Ha bisogno di ordine. Un solo percorso. Un solo proprietario.

— La città ha bisogno di gente che la attraversi senza paura — ribatté Nereo. — E i percorsi appartengono a chi cammina, non a chi li chiude in una borsa.

Il Cartografo alzò l'oggetto che aveva in mano: non era un gessetto, ma una matita d'oro, appuntita come un ago.

— Questa matita scrive regole — sibilò. — E la mia regola è: niente condivisione.

Ettore sentì il suo gessetto azzurro scaldarsi tra le dita, come se fosse indignato.

— Non puoi — disse Ettore, prima ancora di pensarci.

Il Cartografo lo guardò, divertito.

— Un bambino ardente. Che tenero. Hai rubato anche tu, vero? Si sente l'odore.

Ettore arrossì, ma Dalia gli afferrò il polso.

— Non ci provare con lui — disse. — È già abbastanza bravo a sentirsi in colpa da solo.

Nereo fece un passo avanti.

— Lascia i passaggi, Cartografo. La tua regola rompe la città.

Il Cartografo rise, e quel suono fece tremare un'antenna.

— Allora prendimi, vegliatore.

E con un gesto rapido, disegnò una linea nell'aria. Una fessura si aprì tra due camini: una scorciatoia nera.

— No! — urlò Ettore.

Istinto. Fuoco. Quell'ardore che di solito lo metteva nei guai, stavolta lo spinse a fare qualcosa di diverso: invece di correre da solo, strinse la mano di Dalia.

— Con me! — disse.

— Sempre — rispose lei.

Nereo li afferrò entrambi per le spalle.

— Insieme, o niente.

E si lanciarono nella fessura proprio mentre il Cartografo spariva.

Capitolo 6 — La mappa fatta di persone

Caddero… ma non si fecero male. Atterrarono su qualcosa di morbido, come un tappeto di carta.

Erano in una stanza enorme, senza pareti visibili. Intorno galleggiavano pezzetti di città: scale, archi, portoni, sottopassi. Sembravano modellini, ma respiravano piano.

Al centro, il Cartografo Avaro stava svuotando la borsa: i passaggi rubati fluttuavano e si incastravano tra loro formando una mappa brillante e inquieta.

— Qui nessuno mi disturba — disse, soddisfatto. — Qui la città è mia.

Dalia si rialzò e si spolverò il pigiama.

— Ma sei serio? Hai rapito… delle scale.

— Le scale sono possibilità — ribatté lui. — E le possibilità sono potere.

Nereo si guardò intorno con attenzione, come se stesse ascoltando un rumore lontano.

— Questo posto è un Interstizio. Uno spazio tra le strade. È fatto di scelte non fatte.

Ettore strinse il gessetto azzurro. Gli venne un'idea che lo spaventò.

— Se è fatto di scelte… allora possiamo cambiarlo?

Nereo lo fissò.

— Possiamo, ma non da soli.

Il Cartografo li osservava, con un sorriso sottile.

— Fate pure. Ogni cosa che disegnate qui, diventa una regola. E io ho già scritto la mia.

Sollevò la matita d'oro e tracciò nell'aria una frase che brillò come neon: SOLO IO.

La frase scese e si attaccò alla mappa, e i passaggi rubati si strinsero, come se avessero freddo.

Ettore sentì la rabbia salire. Avrebbe voluto strappare quella frase, urlare, fare il supereroe. Ma ricordò la signora Sarta: “Condividi il peso”.

Guardò Dalia. Guardò Nereo. Poi fece una cosa che non faceva spesso: chiese aiuto.

— Io… non so bene cosa disegnare. Ma so cosa voglio: che la città non sia di uno solo. Che i passaggi… siano per tutti.

Dalia annuì.

— E che chi sbaglia possa rimediare senza essere schiacciato.

Nereo appoggiò una mano sul gessetto azzurro.

— E che la pace non sia un lucchetto, ma un'apertura.

Ettore inspirò. Poi porse il gessetto a entrambi.

— Tenetelo con me.

Tre mani sullo stesso piccolo pezzo di cielo.

Cominciarono a disegnare nell'aria, sopra la mappa: non un ponte, non una porta, ma una cosa strana. Un tavolo lungo, pieno di sedie diverse: una sedia da cucina, una sedia da ufficio, uno sgabello da bar, una panchina da parco. Sopra il tavolo, disegnarono una grande mappa… non fatta di strade, ma di persone che si tenevano per mano.

Quando completarono l'ultima linea, il disegno si accese come un'alba. Il tavolo di luce si materializzò. Le sedie fecero “scric” come sedie vere.

Il Cartografo indietreggiò.

— No. Questo non è un percorso. È… è un invito.

— Esatto — disse Dalia. — È condivisione. Ti dà fastidio?

Il Cartografo strinse la matita d'oro.

— Le regole devono essere poche. Chiare. Mie.

Nereo lo guardò con una tristezza calma.

— Sei stanco di perderti, vero?

Il Cartografo esitò, appena.

— Io non mi perdo mai.

— Ti perdi nelle persone — disse Ettore, senza cattiveria. — E allora rubi le strade, perché le strade non ti chiedono niente.

Per un attimo, l'Interstizio parve trattenere il fiato. Anche i modellini di scale sembravano ascoltare.

Il Cartografo serrò la bocca.

— Non capite. Se condivido… se lascio che tutti usino i passaggi… non sarò speciale.

Dalia sbuffò.

— Essere speciale perché tieni tutto per te è come essere il re di un armadio. Sì, ok, è tuo. Però… che tristezza.

Ettore si sentì quasi ridere, ma rimase serio.

— Puoi essere speciale perché li conosci e li insegni. Perché aiuti.

Il tavolo di luce brillò più forte, come se approvasse.

La frase SOLO IO sulla mappa tremò. Una lettera si staccò e cadde, diventando polvere.

Nereo fece un passo verso il Cartografo.

— Condividere non ti ruba il potere. Ti toglie solo la solitudine.

Il Cartografo guardò la sua matita d'oro. La punta tremava. Poi la abbassò, piano.

— E se… se mi deridono?

Ettore alzò il gessetto azzurro.

— Allora li deridiamo insieme. È più divertente in gruppo.

Dalia annuì vigorosa.

— E io sono bravissima a deridere, con gentilezza.

Il Cartografo fece una risatina, breve, come un foglio che si piega. Poi appoggiò la matita sul tavolo di luce. La matita si spense, diventando semplice legno.

I passaggi rubati, uno a uno, cominciarono a volare via dalla mappa e a tornare al loro posto, come uccelli liberati.

L'Interstizio si illuminò, e la stanza enorme si riempì di un rumore familiare: traffico lontano, passi, un tram che frena. La città che riprendeva a respirare.

Nereo sospirò.

— Pace, per stasera.

Capitolo 7 — Il ritorno e la correzione

Si ritrovarono sul Ponte delle Sette Ombre, come se tutto fosse stato un sogno con le scarpe bagnate. Il fiume scorreva tranquillo, e i lampioni sembravano più stabili.

Il Cartografo Avaro era con loro, senza cappuccio. Aveva capelli grigi e un viso stanco, ma gli occhi non erano più vetro: erano semplicemente occhi.

La signora Sarta li aspettava all'inizio del ponte, come se avesse sempre saputo l'orario esatto.

— Avete riportato indietro la città? — chiese.

— Abbiamo… apparecchiato un tavolo — disse Dalia.

— E abbiamo evitato un errore grosso — aggiunse Ettore. Poi guardò il Cartografo. — Anzi, due.

La signora Sarta annuì soddisfatta.

— Bene. Ora resta la parte più difficile: domani. La vita normale.

Nereo diede un colpetto al parapetto.

— La magia non serve a fuggire. Serve a vedere meglio.

Ettore tirò fuori un piccolo sacchetto di carta. Dentro c'era il gessetto azzurro, ormai spezzato in tre pezzi uguali.

— L'ho… diviso — disse. — Uno per la cartoleria. Uno per me. Uno per Dalia. Così… se mai dovremo disegnare una correzione, non sarà solo sulle mie spalle.

Dalia lo guardò con un sorriso serio.

— Mi piace.

La signora Sarta prese il suo pezzo e lo ripose nella scatola.

— Questo è il modo giusto di tenere una cosa speciale: facendo spazio anche per gli altri.

Il Cartografo, timido, si schiarì la voce.

— Io… posso aiutare a rimettere a posto i passaggi. Conosco scorciatoie che nessuno usa più.

Nereo lo studiò.

— Se lo fai per la pace, e non per il possesso, sei il benvenuto sui tetti.

— Sui tetti? — Il Cartografo parve terrorizzato.

Dalia rise.

— Dai, sono solo… alti.

— E pieni di vita — disse Nereo. — E non interrompono mai.

Ettore guardò il fiume. L'acqua rifletteva tre figure sul ponte e una città intera dietro. Sentì dentro una calma nuova, come una luce accesa in una stanza in cui aveva sempre camminato al buio.

— Domani — disse — chiederò scusa anche a scuola. Se serve.

Dalia gli diede una gomitata gentile.

— Serve.

Nereo si aggiustò la sciarpa color rame, che davvero sembrò muoversi da sola, come se fosse contenta.

— Allora il tuo fuoco sarà utile — disse. — Non per bruciare, ma per scaldare.

Ettore annuì. Guardò i due pezzi di gessetto rimasti: il suo e quello di Dalia. Piccoli frammenti di cielo da usare con attenzione.

Il Ponte delle Sette Ombre fece un rumore morbido, come una risata soddisfatta, e stavolta li lasciò passare senza trucchi.

Attraversarono insieme, verso le luci di casa, e Luminara, la città fluviale dai ponti capricciosi, sembrò più stabile non perché i ponti avessero smesso di cambiare, ma perché qualcuno aveva imparato a cambiare con loro.

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Selciato
Pavimento fatto di pietre piatte messe una vicino all'altra.
Fruscio
Suono leggero e morbido, come foglie mosse dal vento.
Parapetto
Piccola barriera lungo un ponte o un balcone che impedisce di cadere.
Permalose
Che si offende o si arrabbia facilmente, come persone o idee.
Serranda
Tavola o grata che si abbassa per chiudere la vetrina di un negozio.
Nottambula
Che ama o vive di notte, come qualcosa che lavora di notte.
Antincendio
Che serve a prevenire o fermare gli incendi, come una scala o attrezzi.
Manifesti
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