Il poeta con la mantella di rime
Ettore Versi non era un supereroe come quelli dei fumetti: non indossava casco né lanciava laser dagli occhi. Portava una mantella di velluto color zucca, tasche piene di bigliettini orecchiabili e una penna che, quando scribacchiava versi, faceva luccicare i bottoni come se fossero stelle. Il suo potere era curioso e gentile: le parole che componeva potevano cambiare il mondo in piccoli modi di stile. Un verso sbagliato faceva ballare i lampioni; un bel ritornello trasformava un attraversamento pedonale in una passerella. Lui aiutava la gente ad attraversare — strade, giornate noiose, paure di lunedì — sempre con eleganza e una spruzzata di allegria.
La città in cui viveva era moderna, piena di tram, biciclette e gelaterie che cantavano pubblicità. Quando arrivava la festa di fine estate, le piazze diventavano palcoscenici e le persone camminavano come se fossero in un musical. Ettore amava quel trambusto: per lui la festa era un tempo sacro dove tutto poteva diventare magia, almeno per la durata di un ritornello.
Una mattina d'agosto, mentre scriveva un sonetto su un tovagliolo — "Per non inciampare, segui il ritmo del cuore e la scarpa destra", diceva il primo verso — sentì un cigolio lontano che somigliava a una risata di ferro. Era un rumore di rotaie e campanelli antichi, e nel suo petto una parola saltò fuori come uno sparo di coriandoli: "Tram?"
Il tram che non c'era
Il tram apparve come se si nascondesse dietro un salto di poesia: vecchio, giallo sbiadito, ma con lucine di carta e un cartello che diceva "Giro turistico dei segreti". Non era scritto da nessuna compagnia; le sue finestre brillavano di riflessi che non appartenevano al presente — immagini di ombre felici, di biciclette che suonavano campanelli a ritmo di valzer, di vetrine che aprivano bocche per ridere. Un uomo con un cappello a cilindro, con una barba di sale e pepe, stava sulla piattaforma del tram e faceva l'annuncio con voce da guida teatrale.
— Salve, signore e signori! — esclamò — Benvenuti al Tram Fantasma! Un giro dove si stappa la serietà e entra la festa!
I passanti ridacchiarono e alcuni turisti, attirati dalle luci, salirono. C'erano bambini con bandierine, una coppia che non si era baciata abbastanza, una nonna col rossetto rovesciato e un cane che portava occhiali da sole. Il tram non sembrava minaccioso, ma nessuno ricordava di averlo visto prima. Ettore capì che quella non era una normale corsa: il tram distribuiva meraviglie, ma a modo suo. E a modo suo poteva confondere le persone, farle restare intrappolate in mille piccole stranezze se nessuno li accompagnava.
Ettore infilò la mantella, raccolse la penna e salì.
Viaggio tra lampioni e zucchero filato
Appena entrato, sentì il profumo di zucchero filato mescolato all'odore del mare. Il pavimento del tram tremolava come una coperta di riso pronta per una festa. Turisti e cittadini si guardavano intorno stupiti: un lampione fuori dalla finestra iniziò a fischiettare; una fontana proiettava bolle che suonavano come campanelli da bicicletta. Un signore con una macchina fotografica continuava a premere il pulsante, ma le fotografie uscivano in versi invece che immagini — e i versi dicevano cose del tipo: "Sorridi, la tua barba è un nido per barchette di carta".
Un bambino si era bloccato, pietrificato da una statua di sale che si era messa a narrare barzellette in rima. Una signora aveva le scarpe incollate al pavimento perché il tram cantava canzoni troppo allegre e tutti iniziavano a danzare involontariamente. Il conduttore fantasma, che si chiamava Alfredo Come-Non-C'è, batté le mani.
— Signore e signori, ricordo soltanto che qui si balla se siete d'accordo! — disse con un inchino che fece piovere coriandoli sul tetto.
Ettore scelse un verso breve e potente: "Passo leggero, passo sincero, portami dove vuoi senza pensiero!" Lo scrisse di fretta su un bigliettino e lo lanciò al centro del tram. Il biglietto si trasformò in una scia di note colorate che avvolsero il pavimento. Le scarpe si sollevarono di qualche centimetro, dando a tutti il piacere di una camminata in punta di piedi, come su una passerella. Il bambino ricominciò a correre e la statua smise di raccontare barzellette, ma cominciò a raccontare storie di frittelle volanti. Tutto tornò... più bello.
— Ma come hai fatto? — chiese una turista giapponese con gli occhi che ridevano.
Ettore si limitò a sorridere e a fare un piccolo inchino di penna. Non dava istruzioni troppo lunghe; preferiva che la festa rimanesse un mistero condiviso.
Il ponte dei sospiri... e delle battute
Il tram infilò una via stretta e arrivò a un ponte che, secondo le leggende cittadine, era abitato da un custode di sbadigli. Il ponte si chiamava Ponte dei Sospiri perché faceva sospirare le persone con un coro di ricordi imbronciati. Quella sera, però, il custode non solo sospirava: sbadigliava così forte che il tram rischiava di spegnersi come una candela.
— Non possiamo passare se non smettiamo di prendere tutto sul serio — spiegò il conduttore, con aria preoccupata. — Il custode mangia la serietà e sputa sbadigli.
I turisti cominciarono a stringersi le spalle, a ricordare lavori noiosi e compiti dimenticati. Anche la nonna stava per tirare fuori la lista della spesa come se fosse una litania. Ettore capì che serviva qualcosa di più coraggioso di una battuta. Scrisse sul suo tovagliolo un verso pensando a una barzelletta che fosse anche un invito: "Chi attraversa il ponte con un passo di festa, trova un custode che ridendo resta."
Salì sul treno camminando come su un palco. Ad alta voce recitò il verso, ma lo modulò come una canzone, aggiungendo ritmi che facevano scattare i battiti in testa. Le parole si allargarono come una coperta di risate, e il custode — una creatura fatta di spifferi e vecchi calendari — sbuffò. Invece di inghiottire, assaggiò una battuta e scoppiò in una risata così sonora che le sue chiavi tintinnarono come campanelli.
Il ponte non era più una trappola; divenne un corridoio di luci che luccicavano come coriandoli bagnati. Le persone attraversarono con un passo nuovo: alcuni saltellavano, altri facevano passi di danza, altri ancora si tenevano per mano come se stessero per ballare un tango improvvisato. La notizia si sparse: il tram stava trasformando l'attraversamento in una festa ambulante.
L'ultima fermata: festa inaspettata
All'ultima fermata il tram non scese semplicemente i passeggeri. Aprì le porte come se fossero palchi e rovesciò nella piazza una cascata di lucine, cuscini, e piccole trombe. Il conduttore applaudì e invitò tutti a scendere. Per un attimo, la città intera sembrò trattenere il fiato: poi scoppiò un applauso collettivo che fece ondeggiare i balconi.
Ettore tirò fuori un'altra rima: "Se porti con te un canto, la città diventa un manto." Lanciò il verso e al suono si accesero piccole lanterne sui davanzali, come occhi che brillavano. Le persone si misero a ballare intorno al tram, improvvisando coreografie con i passamontagna fatti di carta. Un bambino trasformò la sua ombra in un compagno di danza e la nonna riscoprì un passo di salsa dimenticato.
— Grazie! — gridò la donna col rossetto rovesciato, asciugandosi una lacrima di felicità. — Non sapevo che attraversare potesse essere così divertente!
Il cane con gli occhiali da sole si mise a suonare una piccola tromba, e la musica fu così allegra che anche i gatti di vicolo iniziarono a strusciarsi per il ritmo. La festa non era perfetta: qualcuno sbagliava la coreografia e qualcuno perdeva il cappello, ma proprio gli errori rendevano tutto più vero. Ettore, in quella confusione, sembrava dirigere senza dirigere, mettendo qui e là una parola come se fosse un confetto.
Un sorriso timido
Quando la festa si affievolì e le lanterne scesero, il tram si rimise lentamente in movimento, pronto a scomparire come era venuto. Il conduttore fantasma salutò dalla piattaforma con un cappello che faceva il verso di un aeroplano. I passeggeri, felici e un poco stanchi, si abbracciarono e si scambiarono biglietti con ricette e promesse di ritrovi.
Ettore rimase un attimo in piedi sul marciapiede. Una bambina con i capelli a cavolfiore si avvicinò e gli porse un cappellino di carta piegata.
— Per te, così non perdi la testa — disse, con un sorriso sincero.
Ettore lo mise, sentendo il peso leggero della carta. Guardò la piazza, i suoi amici improvvisati che tornavano alle loro case con i passi sbilenchi e i cuori più larghi. Sentì il gusto di una poesia che aveva fatto il giro e tornava a casa anche senza una rima.
Fece una piccola riverenza, tirò giù la mantella e poi, guardando la bambina e il cane che ancora tamburellava con la zampa, lasciò fiorire sul volto un gesto semplice ma enorme: un sorriso timido.