Capitolo 1 — Un passo verso la pace
Luca spostò il peso da un piede all'altro, come se il pavimento del corridoio di scuola fosse diventato improvvisamente un lago gelato. Davanti a lui, Tommaso stringeva lo zaino con due mani, il mento sollevato per finta sicurezza.
Luca avrebbe voluto far finta di niente, passargli accanto e basta. Sarebbe stato più facile. Ma nel petto gli batteva un pensiero ostinato, come un uccellino che becchetta la stessa finestra finché non si apre.
«Senti…» cominciò.
Tommaso lo guardò di traverso. «Senti cosa? Che mi hai fatto sembrare un idiota ieri?»
Luca deglutì. Ieri, durante l'esercitazione di “giochi di prestigio” (così li chiamavano i prof normali), a Tommaso era esplosa la scatola delle carte in una nuvola di farfalle di carta. Tutti avevano riso. Anche Luca, pur senza volerlo. Era uscito un suono stupido, un “ah!” che gli era rimasto in gola come una briciola.
«Mi dispiace. Davvero. Non volevo ridere.» Luca abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. «E… la scatola non doveva fare quello. Era un incantesimo che mi è scappato. Sono… ancora in prova.»
Tommaso socchiuse gli occhi. «In prova? Da cosa?»
Luca inspirò. Era il momento in cui di solito mentiva. Ma quella mattina aveva deciso che avrebbe provato una cosa nuova: la verità, anche se graffiava un po'.
«Da apprendista. Sto imparando la magia. È una cosa… lunga.» Fece una smorfia. «E complicata. E a volte umiliante, tipo quando fai comparire una lumaca gigante in classe di scienze e poi devi rimetterla… normale.»
Tommaso restò zitto un secondo, poi sbuffò. «Ti credo solo perché… l'odore di lumaca gigante non si inventa.»
Luca, senza volerlo, rise. Una risata breve, quasi timida.
Tommaso si grattò il collo, ancora rigido. «Ok. Scuse accettate. Però mi devi una merenda. E…» esitò, «…se sei davvero uno stregone, puoi farmi passare l'interrogazione di storia?»
«Non funziona così.» Luca alzò le mani. «E comunque sarebbe barare.»
Tommaso fece un mezzo sorriso. «Allora insegnami un trucco che non esploda.»
«Affare fatto.» Luca allungò la mano.
Tommaso la strinse. Il corridoio sembrò meno freddo.
Eppure, proprio mentre la pace cominciava a scaldare qualcosa tra loro, Luca sentì il filo invisibile tirare. Un richiamo leggero, come una campanella lontana, che vibrava solo per lui.
Dal taschino interno della giacca, la sua Matita d'Argento tremò.
Luca si irrigidì. Tommaso se ne accorse. «Che hai?»
«Niente. Cioè…» Luca guardò verso la finestra. Il cielo era di un azzurro normale, troppo normale. «Devo andare. Dopo ti spiego.»
«Sempre misterioso, eh?»
Luca fece un cenno e si allontanò. E mentre correva verso l'uscita, la Matita d'Argento smise di tremare e cominciò a scaldarsi, come se qualcuno dall'altra parte del mondo la tenesse tra le dita.
Capitolo 2 — Il sogno nel barattolo
La soffitta di casa di Luca odorava di legno vecchio e di bucato asciugato male. Era il suo rifugio: una stanza piena di scatole, libri impilati e una finestra piccola da cui entrava luce a strisce, come sbarre morbide.
Sotto una coperta, al sicuro in una scatola di latta, Luca teneva il Segreto.
Lo chiamava così perché non aveva ancora trovato un nome meno drammatico.
Aprì la scatola e tirò fuori un barattolo di vetro grande quanto un bicchiere. Dentro, qualcosa brillava con una luce lattiginosa, come nebbia illuminata dalla luna. A volte si muoveva lentamente, come un pesce addormentato.
Era un sogno.
Non un sogno “che fai di notte e poi dimentichi”, ma un sogno preso, raccolto e conservato. Un sogno che non apparteneva a Luca, almeno non del tutto.
Il giorno in cui l'aveva trovato, era tornato da scuola furioso e triste (un mix che di solito porta a dire cose stupide). Aveva litigato con sua sorella maggiore e poi aveva sbattuto la porta della soffitta.
La Matita d'Argento, che gli era stata consegnata da una certa “scuola serale di arti difficili” di cui non parlava con nessuno, aveva rotolato sul pavimento e aveva scritto da sola, con grafia elegante:
PROTEGGI IL SOGNO.
Poi, sotto, una freccia verso la vecchia credenza. Luca aveva aperto un cassetto e trovato il barattolo, che pulsava come un cuore.
Da allora, la Matita d'Argento gli dava segnali: calore, tremori, piccoli graffi sul palmo se la ignorava. E Luca, testardo com'era, aveva deciso una cosa: qualunque fosse quel sogno, non sarebbe andato perduto.
Quella sera, la matita scaldava sul serio. Luca la prese e aspettò.
La punta sfiorò un quaderno e scrisse:
STASERA. GROTTA DEI SASSI ALTI. PORTA L'AMICO.
«L'amico?» Luca sussurrò. «Tommaso? Ma… lui non sa niente.»
Il barattolo, come risposta, fece un piccolo luccichio più vivo, quasi impaziente.
Luca si passò una mano tra i capelli. Non era proprio la serata ideale per rivelare a Tommaso che esistevano grotte magiche e sogni in conserva. Però… un sogno da proteggere non aspetta che tu trovi il momento perfetto.
Prese il telefono e scrisse un messaggio:
“Vuoi una merenda? Ci vediamo alle 19 al parco vicino ai Sassi Alti. Porta una torcia. E… non farmi domande difficili.”
La risposta arrivò dopo venti secondi:
“Se c'è merenda, ci sono. Ma se mi fai vedere un'altra lumaca gigante giuro che urlo.”
Luca sorrise, chiuse il barattolo nella scatola di latta e la mise nello zaino insieme a una torcia, una coperta e un pacchetto di biscotti al cioccolato. Poi, prima di uscire, guardò il barattolo ancora una volta.
La luce dentro sembrava più inquieta, come se qualcuno stesse bussando dall'interno.
«Tranquillo,» mormorò Luca. «Non ti lascio andare.»
Capitolo 3 — La caverna dalle pareti costellate
I Sassi Alti erano una collina piena di rocce sporgenti, con sentieri stretti e cespugli che graffiavano i jeans. Tommaso arrivò puntuale, con una torcia enorme e una busta di patatine.
«Ho portato rinforzi,» disse, alzando la busta.
«Io ho portato la merenda promessa.» Luca mostrò i biscotti.
Tommaso guardò lo zaino di Luca. «E quello cos'è? Sembra pesante. Hai dentro un…»
«No.» Luca si affrettò. «Non è un… niente di… vivo.»
Tommaso lo fissò. «Ottimo. Perché a me i “niente di vivo” di solito saltano addosso.»
Camminarono finché il sentiero finì contro una parete di roccia. Tra due massi, quasi nascosta da edera, c'era una fessura.
Luca sentì la Matita d'Argento pulsare. Il barattolo nello zaino emanò un freddo lieve, come una bottiglia tirata fuori dal frigorifero.
Tommaso puntò la torcia. «Ecco. Dimmi che è un passaggio segreto per un rifugio di contrabbandieri, e non per…»
«Per magia,» disse Luca.
Tommaso sbatté le palpebre. «Ah.»
«Se vuoi tornare indietro…»
«No.» Tommaso si aggiustò lo zaino. «Cioè, sì, vorrei, ma se torno indietro poi ci penso per mesi e mi viene l'ulcera. Andiamo. Però se muoio, ti perseguito.»
Si infilarono nella fessura. L'aria dentro era più fredda e odorava di pietra bagnata. Dopo qualche metro, la galleria si allargò.
E allora Tommaso si fermò di colpo.
«Wow.»
La caverna si apriva come una stanza immensa. Le pareti e il soffitto erano disseminati di piccoli cristalli che scintillavano. Non sembravano semplici sassi: pulsavano, come stelle incastonate nella roccia. Ogni volta che Luca respirava, la luce cambiava lievemente, come se la grotta respirasse con lui.
«Sembra… un cielo capovolto,» sussurrò Tommaso.
«Sì.» Luca parlò piano, quasi per rispetto. «È… bellissimo.»
La Matita d'Argento saltò fuori dalla tasca e scivolò sul pavimento, scrivendo su una pietra liscia:
NON PARLARE AD ALTA VOCE.
Tommaso la vide e fece un versaccio muto con le labbra: “Che roba!”
Luca aprì lo zaino e tirò fuori la scatola di latta. Appena la grotta la “sentì”, i cristalli sulle pareti accesero una luce più intensa, come se riconoscessero qualcosa.
Dal fondo della caverna arrivò un suono: toc… toc… toc…, come passi molto leggeri.
Tommaso si strinse vicino a Luca. «Dimmi che è una capra.»
Dall'ombra emerse una figura alta e sottile, avvolta in un mantello grigio. Non sembrava minacciosa. Sembrava… discreta. Come se avesse imparato a occupare poco spazio nel mondo.
Quando la figura si avvicinò, Luca vide che era una donna, forse giovane, forse anziana: aveva occhi chiari, capelli raccolti e un volto che cambiava espressione come luce sull'acqua.
«Luca,» disse. La sua voce era calma, quasi un sussurro. «Sei arrivato. E hai portato un testimone.»
Tommaso aprì la bocca, poi la richiuse. «Sono… io?»
La donna annuì. «Sei tu. Ti chiami Tommaso e hai più coraggio di quanto ti piaccia ammettere.»
Tommaso arrossì fino alle orecchie. «Non è vero. Io ammetto tutto, sempre.»
«Certo,» disse la donna, e sembrò divertirsi.
Luca fece un passo avanti. «Lei chi è?»
«Mi chiamano Ada.» La donna guardò la scatola di latta. «E tu porti il Sogno in Barattolo.»
Luca strinse la scatola. «Io lo proteggo. È quello che devo fare.»
Ada lo osservò come se lo stesse misurando con un metro invisibile. «Allora ascolta. C'è qualcuno che vuole rubarlo. Un mago che colleziona sogni come francobolli. Li incolla dove gli pare e poi si vanta della sua “collezione”.»
Tommaso fece una faccia disgustata. «Che schifo. E poi i francobolli…»
«Già,» disse Ada. «Il suo nome è Lustrasogni. E la sua magia è sottile. Non arriva con fulmini e draghi. Arriva con dubbi, con vergogna, con frasi tipo: “Tanto non ce la fai”.»
Luca sentì un brivido. Frasi così le conosceva bene.
Ada si chinò e toccò un cristallo sul muro. La “stella” si accese più forte. «Questa grotta è un ponte. Qui i sogni si vedono. E qui si possono perdere.»
«Ma perché io?» chiese Luca. «Perché è finito da me?»
Ada sorrise appena. «Perché sei perseverante. E perché, anche quando sbagli, torni a riprovare. Alcuni chiamano questa cosa testardaggine. Io la chiamo: protezione.»
Luca strinse i denti, come se volesse trattenere il tremore della paura. «Cosa devo fare?»
Ada indicò una zona della caverna dove i cristalli formavano un cerchio, come una corona sul pavimento. «Metti il barattolo lì. E ascolta. Se il Lustrasogni arriva, proverà a convincerti che il sogno non vale. Tu dovrai ricordare perché lo proteggi. E non sarai solo.»
Tommaso inghiottì. «Io posso… aiutare? Non so fare magie. So solo… mangiare patatine e dire cose stupide.»
Ada lo guardò. «Le cose stupide, a volte, rompono gli incantesimi più seri. E l'amicizia è una magia che non ha bisogno di bacchette.»
Tommaso si schiarì la gola. «Ok. Allora… sono pronto. Però dopo voglio i biscotti. Perché mi sto guadagnando la merenda, eh.»
Luca quasi rise. Quasi. Perché, in quel momento, la temperatura della grotta scese di colpo e tutte le “stelle” sulle pareti tremolarono.
Qualcuno stava entrando.
Capitolo 4 — Il ladro di sogni
Il buio si raccolse vicino all'entrata come una coperta gettata male. Da quella macchia uscì una figura con un cappotto troppo lucido per essere di stoffa normale. Camminava senza rumore, come se i suoi piedi non volessero disturbare la pietra.
Il suo viso era pallido e sorridente, ma quel sorriso non scaldava. Sembrava un adesivo attaccato di fretta.
«Che bella grotta,» disse. «E che bella luce. Mi piace collezionare cose che brillano.»
Ada non si mosse. «Lustrasogni.»
«Ada,» rispose lui, con un inchino ironico. «Sempre qui, sempre discreta. Come un segnalibro. Ma oggi… non sono venuto per te.»
I suoi occhi scivolarono su Luca e poi sullo zaino.
Luca sentì la Matita d'Argento vibrare come una corda tirata. Tirò fuori la scatola di latta e la strinse al petto.
Lustrasogni fece un passo avanti. «Ah. Eccolo. Un sogno giovane. Fresco. Ancora pieno di possibilità. Sai, ragazzo… i sogni sono pesanti. Ti trascinano. Ti fanno sperare in cose ridicole.»
Tommaso sbottò: «Ridicole tipo… diventare felici?»
Lustrasogni lo guardò come si guarda una macchia sul muro. «Chi è questo?»
«È mio amico,» disse Luca, e la parola “amico” gli uscì più forte di quanto pensasse.
Lustrasogni si avvicinò ancora, con calma. «Ascoltami, Luca. Tu non sei abbastanza bravo per proteggere un sogno. Sei un apprendista. Ti scappa la magia in classe. Fai ridere gli altri. Persino i tuoi amici…» i suoi occhi brillarono, «…ridono di te.»
Luca sentì quel ricordo di ieri pungerlo. La risata involontaria. La vergogna. Il cuore che si chiude, come una porta.
Il barattolo, dentro la scatola, tremò. La luce vacillò.
Ada parlò piano: «Non ascoltarlo. È così che ruba.»
Lustrasogni spalancò le mani. «Io non rubo. Io alleggerisco. Prendo i sogni e li metto in un posto sicuro: la mia collezione. Così nessuno li rompe.»
Tommaso fece un passo davanti a Luca. «Tu li metti in gabbia. E poi ti vanti. Come quelli che fanno le foto ai cuccioli solo per avere “mi piace”.»
«Mi piace?» ripeté Lustrasogni, perplesso.
«Lascia perdere,» disse Tommaso. «È una cosa moderna. Tu sei… molto vintage. Ma in senso brutto.»
Per un attimo, il sorriso di Lustrasogni tremò. Come se non fosse abituato a essere preso in giro.
Luca sentì un filo di coraggio risalire. Non era una magia con scintille. Era semplicemente Tommaso che stava lì, a fare da scudo con le parole.
Lustrasogni, però, si riprese. «Basta giochi. Metti il barattolo nel cerchio e te ne andrai. Ti prometto che nessuno riderà più di te. Nessuno ti chiederà di essere bravo. Non dovrai proteggere niente. È faticoso, proteggere.»
Quelle parole erano morbide. Tentatrici. Luca sentì la stanchezza: le notti passate a controllare il barattolo, la paura di romperlo, il segreto che gli pesava addosso.
Fece un mezzo passo.
La Matita d'Argento gli graffiò il palmo, come un richiamo. E Tommaso gli sussurrò, senza guardarlo: «Ehi. Anche se sbagli, io non rido più. Giuro. E se rido… mi dai una lumaca in faccia.»
Luca trattenne una risata. Il barattolo si stabilizzò.
Ada alzò una mano e i cristalli sulle pareti lampeggiarono, come stelle che fanno l'occhiolino. «Luca, il sogno non è un oggetto. È un legame. Se cedi, si spezza.»
Lustrasogni fece un gesto rapido. Dal suo polso partì un filo di luce scura, sottile come ragnatela, che cercò lo zaino di Luca.
Luca reagì d'istinto. Tirò fuori il barattolo e lo posò nel cerchio di cristalli, come indicato. Non per consegnarlo, ma per proteggerlo. Poi sollevò la Matita d'Argento come se fosse una bacchetta.
«Non lo avrai,» disse, e la sua voce tremò ma non si ruppe. «Questo sogno… non è tuo.»
La Matita scrisse nell'aria una parola che Luca non aveva mai studiato, ma che sembrò conoscere da sempre:
RIMANI.
Il cerchio di cristalli si accese e una cupola di luce chiara avvolse il barattolo. La ragnatela scura di Lustrasogni si schiantò contro la cupola e si dissolse con un sibilo.
Lustrasogni si irrigidì. «Interessante.»
Ada si avvicinò, senza fretta. «È la grotta che aiuta. Qui i sogni riconoscono chi li difende.»
Lustrasogni fece un altro gesto, più ampio. Il buio si addensò e le pareti costellate sembrarono spegnersi, una stella alla volta.
Tommaso, con un coraggio che aveva il sapore della paura, accese la sua torcia enorme e la puntò dritta negli occhi di Lustrasogni. «Ehi! Guarda qui!»
«Cosa credi di fare?» ringhiò il mago.
Tommaso strinse la torcia come una spada. «Luce. È il mio incantesimo preferito. Funziona a pile.»
Per la prima volta, Lustrasogni sembrò davvero infastidito. E quell'infastidimento gli fece perdere precisione: il buio che stava tessendo si strappò come stoffa vecchia.
Luca colse l'attimo. Sentì il richiamo della grotta, come se la pietra stessa gli suggerisse le parole.
«Legàtio!» gridò, e la Matita d'Argento tracciò un arco luminoso sul pavimento.
Dai cristalli partirono filamenti di luce, come fili sottili, che si avvolsero intorno a Lustrasogni. Non lo schiacciarono. Lo trattennero, come braccia gentili ma ferme.
Lustrasogni si contorse. «Non potete tenermi! I sogni sono miei!»
Ada scosse la testa. «I sogni non appartengono a chi li chiude. Appartengono a chi li vive.»
Lustrasogni lanciò un'ultima occhiata al barattolo, piena di desiderio. Poi, con un suono simile a carta che si strappa, la sua figura si sfilacciò e sparì in una nube di ombra, lasciando dietro di sé solo un odore di fumo freddo.
Il silenzio cadde, pesante e poi leggero.
Tommaso abbassò la torcia. «Quindi… ho appena fatto una battaglia magica con una torcia da campeggio.»
«Sì,» disse Luca, ansimando. «E hai vinto.»
Tommaso si sedette per terra, tremando. «Non dirlo a nessuno, però. A scuola mi rovinerebbe la reputazione.»
Luca rise, finalmente. Ada li osservò entrambi con un'espressione tranquilla, come se avesse sempre saputo che sarebbe andata così.
Ma il barattolo, nel cerchio, continuava a brillare. E ora, la luce sembrava chiedere qualcosa.
Capitolo 5 — Il vero proprietario del sogno
Ada si chinò vicino al barattolo. «Ora viene la parte più delicata.»
Luca si avvicinò, trattenendo il fiato. «È salvo, giusto?»
«È salvo per il momento,» rispose Ada. «Ma un sogno non può restare in un barattolo per sempre. Diventa… triste. Si rattrappisce. E un sogno triste attira predatori come Lustrasogni.»
Tommaso strinse gli occhi. «Quindi dobbiamo… liberarlo? E se poi vola via?»
Ada posò due dita sul vetro. «Non vola via se sa dove andare.»
Luca guardò il barattolo. «E dove deve andare?»
Ada alzò gli occhi verso Luca, e la luce dei cristalli le fece brillare le pupille. «A chi lo ha perso.»
Luca sentì un colpo allo stomaco. «Io… non so di chi è.»
La Matita d'Argento scivolò sul pavimento e scrisse, con lentezza:
GUARDA DENTRO.
Luca deglutì. «Come?»
Ada gli fece cenno di prendere il barattolo. Luca lo sollevò: non pesava quasi niente, eppure gli sembrò di reggere qualcosa di enorme, come una promessa.
«Chiudi gli occhi,» disse Ada, «e ascolta. Non con le orecchie. Con la parte di te che spera anche quando vorrebbe smettere.»
Tommaso mormorò: «Io ascolto con la parte di me che pensa alle patatine, va bene lo stesso?»
Ada gli lanciò uno sguardo che era quasi un sorriso. «Ognuno ha i suoi strumenti.»
Luca chiuse gli occhi. Il vetro era freddo. La luce dentro gli sfiorò le palpebre come un raggio di luna.
E vide.
Non immagini confuse: una scena chiara, concreta. Un cortile di scuola. Un albero di platano. Un pallone sgonfio. Un bambino più piccolo, seduto su una panchina, con un quaderno in mano.
Il bambino stava disegnando un razzo. Sopra, aveva scritto in stampatello: “UN GIORNO ANDRÒ LONTANO”.
Qualcuno rideva. Una risata cattiva, appuntita.
Il bambino stringeva il quaderno, come se potesse proteggere il disegno col corpo. Poi la risata diventava più forte e il quaderno veniva strappato, i fogli volavano.
Il bambino non piangeva. Guardava solo i pezzi del suo sogno cadere a terra, e in quel momento qualcosa dentro di lui si spegneva.
Luca aprì gli occhi di colpo. Aveva la gola stretta.
Tommaso lo guardò. «Che hai visto?»
Luca respirò a fondo. «Ho visto… un sogno rubato da una risata.»
Ada annuì. «I sogni più vulnerabili sono quelli che vengono presi in giro.»
Tommaso si morse il labbro. «Aspetta… quel cortile… è il nostro. E quell'albero…» Si bloccò. «Luca… quello ero io.»
Luca lo fissò. Tommaso, di solito, faceva il buffo, l'indifferente. Ora aveva gli occhi lucidi, ma non piangeva: tratteneva tutto con una dignità goffa.
«Tu volevi…» Luca cercò le parole. «Andare lontano. Fare… qualcosa. Un razzo.»
Tommaso fece una risata piccola e storta. «Quando ero alle elementari dicevo che sarei diventato astronauta. Poi mi hanno detto che ero troppo basso. E che avevo paura del buio.» Guardò la torcia. «Che poi… ok, un po' è vero.»
Ada parlò piano. «Quel giorno, il tuo sogno si è spezzato. E un frammento è scivolato in un luogo tra il normale e l'impossibile. La grotta lo ha conservato. La Matita lo ha affidato a Luca.»
Tommaso guardò Luca come se lo vedesse davvero per la prima volta. «Tu… hai tenuto il mio sogno in una scatola?»
«Sì,» disse Luca, imbarazzato. «Non sapevo fosse tuo. Ma… lo sentivo importante.»
Tommaso abbassò lo sguardo sul barattolo. «È ancora… vivo?»
La luce dentro rispose con un guizzo, come un pesciolino che salta.
Luca sentì un calore al petto. «Sì. E possiamo ridartelo. Se vuoi.»
Tommaso deglutì. «E se poi scopro che non sono capace?»
Luca pensò a Lustrasogni, alle sue parole morbide. Pensò alla propria paura di sbagliare. Poi guardò Tommaso, e l'amicizia appena nata gli sembrò un filo robusto, capace di reggere.
«Allora lo proteggiamo insieme,» disse. «Non devi farlo perfetto. Devi solo non lasciarlo morire.»
Ada si ritrasse di un passo. «Siete pronti. Aprite il barattolo. Ma con cura.»
Tommaso appoggiò una mano sul coperchio. Luca mise la sua sopra, come a fare squadra. Il vetro era freddo, ma tra le loro dita si scaldò.
«Uno, due…» mormorò Tommaso.
«Tre,» disse Luca.
Svitarono.
Una luce morbida uscì, lenta, come fumo che non vuole spaventare nessuno. Si alzò tra loro, si allargò, e dentro quella luce apparve il disegno del razzo, fatto di linee luminose.
Tommaso trattenne il fiato. «È… bellissimo.»
Il razzo di luce gli si avvicinò al petto e, senza far male, entrò in lui come un ricordo che torna al suo posto.
Tommaso barcollò. Luca lo afferrò per un braccio.
«Tutto ok?» chiese Luca.
Tommaso chiuse gli occhi un secondo, poi li riaprì. Sembravano più chiari. «Sì. È come… come se mi fossi ricordato di una canzone che avevo smesso di cantare.»
La grotta, intorno, brillò più forte. Le pareti costellate sembrarono sorridere.
Ada parlò con voce leggera. «Il sogno è tornato al suo proprietario. E ora è più difficile da rubare.»
Tommaso guardò Luca, serio. «Grazie.»
Luca scosse la testa. «No. Grazie a te. Senza di te avrei… ascoltato quel tipo.»
Tommaso fece una smorfia. «Io invece avrei urlato e sarei scappato. Però… non l'ho fatto.»
Ada li osservò, soddisfatta. «Questo è il legame invisibile di cui vi parlavo. Quando due persone si scelgono, la magia si stabilizza.»
Luca si guardò la mano: il graffio della Matita d'Argento era sparito.
«E adesso?» chiese Luca.
Ada indicò l'uscita della caverna. «Adesso tornate. Vivete. E ricordate: proteggere un sogno non significa chiuderlo. Significa dargli spazio per crescere.»
Tommaso si schiarì la gola. «Posso… ricominciare a sognare astronauta anche se sono basso?»
Ada inclinò la testa. «I razzi non misurano le persone in centimetri.»
Tommaso, per la prima volta, rise senza difendersi.
Capitolo 6 — Una luce che resta
Uscirono dalla grotta che era già sera. Il cielo vero aveva stelle vere, più distanti di quelle di cristallo, ma ugualmente belle.
Tommaso camminava in silenzio, come se avesse paura di perdere di nuovo quella canzone ritrovata. Poi, all'improvviso, disse: «Sai cosa? Domani mi iscrivo al corso di scienze. Quello difficile.»
Luca lo guardò. «Quello con il prof che sembra un gufo arrabbiato?»
«Proprio quello. Se sopravvivo a un ladro di sogni, posso sopravvivere anche a lui.»
Luca rise. «E io… parlerò con mia sorella. Le dirò che mi dispiace per prima. Un'altra riconciliazione, così… per sport.»
Tommaso lo spinse con la spalla. «Ti sta venendo il vizio di essere una brava persona. Attento, è contagioso.»
Arrivarono al parco. Le luci dei lampioni facevano pozzanghere dorate sull'asfalto. Luca si fermò e guardò Tommaso.
«Quindi… ora sai tutto. Che sono un apprendista. Che esistono grotte costellate e matite che scrivono da sole. E…»
Tommaso alzò una mano. «E che tu tieni i sogni in scatola come se fossero biscotti. Sì.»
«Ti spaventa?»
Tommaso ci pensò. «Sì. Un po'. Ma mi spaventa di più l'idea che tu debba farlo da solo.» Fece un mezzo sorriso. «E poi… qualcuno deve impedirti di far apparire lumache giganti in posti inappropriati.»
Luca sospirò, sollevato. «Allora siamo… amici?»
Tommaso fece finta di riflettere. «Dipende. Hai ancora biscotti?»
Luca aprì lo zaino e tirò fuori il pacchetto, schiacciato ma salvo. «Sono un po'… a forma di meteorite.»
Tommaso ne prese uno. «Perfetto. Tema spaziale.»
Mentre mangiavano, Luca sentì la Matita d'Argento, nella tasca, immobile e tranquilla. Come se dicesse: bene. Per ora, va bene così.
Da lontano, in mezzo agli alberi, gli parve di vedere il mantello grigio di Ada. Non si avvicinò. Non salutò. Restò solo un attimo, discreta come sempre, poi scomparve tra le ombre del parco.
Luca guardò le stelle nel cielo e pensò che il mondo ordinario e quello straordinario non erano due mondi separati: erano cuciti insieme da fili sottili, invisibili. Fatti di scuse sincere, di torce accese al momento giusto, di risate che non feriscono.
Tommaso, con la bocca piena di biscotto, disse: «Comunque… se un giorno vado davvero lontano, tipo nello spazio, tu vieni?»
Luca lo guardò e sentì una luce calda, semplice, crescergli dentro. «Certo. Però niente barattoli. I sogni li portiamo in tasca.»
Tommaso annuì, serio come un comandante. «Affare fatto.»
E sopra di loro, le stelle — quelle vere e quelle immaginate — sembrarono brillare tutte insieme, come se avessero ascoltato e approvato.