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Storia fantastica di stregoneria 11/12 anni Lettura 30 min.

La spilla a stella e l’aurora che non tramonta mai

Timo, giovane mago in addestramento, segue indizi fino a un domo d’aurora per risvegliare un ricordo perduto legato a una spilla, imparando lungo il cammino l’importanza di ascoltare la magia e i propri sentimenti.

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Timo, ragazzo mago di circa 11 anni dal viso rotondo e lentiggini, capelli castani arruffati, veste logora e piccola bacchetta chiara in mano, suona una campanella d'argento che emette un'onda luminosa cristallina; la spilla a stella fluttua liberando Liora, sua sorella di circa 14 anni con lunga sciarpa verde e capelli castani intrecciati, a metà uscita da un alone di luce mentre porge la mano verso Timo; Nivra, guardiana sui 30 anni con mantello rossiccio e capelli scuri raccolti in trecce, osserva dietro di loro vicino a un'arco di vetro; un corvo nero lucido è sulla spalla di Timo; luogo: interno di un grande cupolone di vetro con pavimento di ciottoli argentati, aurora verde-viola sul soffitto, pareti riflettenti, lanterna blu pallido sospesa e lago di vetro al centro; atmosfera magica, luce calda verdeggiante, emozione intima, stile: resa 3D morbida con texture tattili (lana, legno, vetro) ed espressioni infantili leggibili, composizione centrata sul ricongiungimento fra i fratelli. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La coincidenza che non voleva esserlo

Timo Rinaldi non cercava guai: i guai avevano l'abitudine di cercare lui. Quel pomeriggio, per esempio, stava solo attraversando il mercatino di Via delle Foglie con lo zaino da viaggio e una mela in mano, quando tre cose accaddero nello stesso istante.

Primo: un corvo atterrò sul suo cappuccio e gli sussurrò, con una voce sorprendentemente educata: «Hai lasciato il ricordo a metà, Timo.»

Secondo: un vecchio orologio appeso a una bancarella smise di ticchettare e riprese con un ritmo diverso, come se volesse battere un messaggio in codice.

Terzo: una signora con un cappello pieno di spille lo fissò e disse: «Oh, guarda. Proprio oggi. Che coincidenza.»

Timo rimase immobile. La mela gli scivolò quasi dalle dita. Aveva undici anni e mezzo e l'aria di chi vorrebbe essere un ragazzo normale, se non fosse per quel particolare dettagliaccio: era un mago. Non un mago da spettacolo con il coniglio nel cilindro, ma un vero stregone in addestramento, con bacchetta, incantesimi e un talento imbarazzante nel far comparire oggetti quando non servivano.

«Scusi… ci conosciamo?» chiese alla signora.

Lei sorrise, e quel sorriso aveva la stessa forma di una porta che si apre. «Non ancora. Io sono Marea. E tu sei in ritardo.»

«In ritardo per cosa? Io…» Timo guardò il corvo, che si aggiustò le piume come un maggiordomo offeso. «Io dovevo solo comprare un quaderno.»

«Un quaderno serve sempre,» disse Marea, «ma oggi ti serve una cosa più difficile: devi svegliare un ricordo magico.»

L'orologio riprese a ticchettare, più forte. Il mercatino sembrò sfumare ai bordi, come un disegno bagnato. Timo sentì un brivido sulla nuca: la sensazione precisa che qualcosa lo stesse chiamando.

«E se non voglio?» provò a dire.

«Allora continuerai a dimenticare cose importanti.» Marea indicò il suo zaino. «Tipo perché viaggi sempre, anche quando non sai dove stai andando.»

Timo aprì lo zaino d'istinto. Dentro, oltre a una borraccia e una sciarpa, c'era una mappa che non ricordava di aver mai visto. Era di carta spessa e luminosa, e al centro aveva un disegno: un enorme domo di vetro sotto un'aurora che non finiva mai.

Il corvo beccò la mappa con delicatezza. «È ora.»

Timo deglutì. Una coincidenza così… non era una coincidenza. Era un invito. O una trappola molto ben educata.

«Va bene,» disse, cercando di suonare coraggioso. «Dove si va?»

Marea gli porse una spilla a forma di stella. «Ascolta bene. La magia si offende se le parli sopra.»

«Io non…»

«Non parlare sopra agli indizi,» precisò lei, divertita. «E ascolta chi incontrerai sul confine. La guardiana del varco non ama i ragazzini che fingono di sapere già tutto.»

«Non fingo!» protestò Timo.

Il corvo tossì. «A volte sì.»

Timo gli lanciò un'occhiataccia, ma la spilla gli scottava già sul palmo, come una piccola cometa. La mappa frusciò da sola, e una linea azzurra si disegnò fino a una X in fondo, dove il foglio sembrava diventare trasparente.

«Si parte,» disse Marea. «E questa volta, per favore, non perdere i pezzi per strada.»

Capitolo 2: Il domo di vetro e l'aurora eterna

Il viaggio non fu lungo nel modo normale. Fu lungo come quando ti addormenti in treno e ti svegli con la sensazione di aver sognato tre vite diverse.

Timo seguì la linea della mappa fino a un vecchio sottopassaggio vicino al fiume. C'era odore di pietra bagnata e di alghe, e l'eco dei passi sembrava ripetere parole che non aveva sentito. Appena infilò la spilla nella tasca interna della giacca, il muro davanti a lui si increspò, come la superficie di una bolla di sapone.

«Bacchetta,» si ricordò.

La tirò fuori: un pezzo di legno chiaro, liscio, con un nodo che pareva un occhio. «Ehm… apriti?» tentò.

La parete si aprì lo stesso, probabilmente per pietà.

Dall'altra parte c'era aria fredda e profumata di neve, ma senza neve. Sopra, un'aurora boreale si stendeva da un lato all'altro del cielo, verde e viola, come nastri agitati da mani invisibili. E sotto quell'aurora… un domo enorme, fatto di vetro così limpido che sembrava acqua solidificata.

Timo restò a bocca aperta. «Sembra… una campana gigante.»

«Una campana che suona ricordi,» mormorò il corvo, posandosi su un palo. «Dentro, niente si perde del tutto. Al massimo si nasconde.»

Camminarono verso l'ingresso. Il vetro rifletteva l'aurora e anche Timo, ma la sua immagine era strana: aveva occhi un po' più grandi, come se nel riflesso stesse per ricordare qualcosa. Ogni passo faceva scricchiolare la ghiaia con un suono che ricordava zucchero.

All'entrata c'era una soglia di pietra bianca, e su quella soglia sedeva una ragazza alta, avvolta in un mantello color ruggine. Aveva capelli scuri raccolti in trecce sottili e un'espressione calma, come chi aspetta da sempre.

Timo si fermò. Sentì il cuore battere nel collo.

La ragazza lo osservò senza fretta. «Sei arrivato. E senza inciampare. Mi deludi un po'.»

«Grazie?» disse Timo, incerto.

Lei rise piano. «Io sono Nivra. Guardiana del Sogliaio.»

«Del… cosa?»

«Del punto dove il mondo normale finge di non vedere e il mondo magico finge di non farsi notare.» Nivra inclinò la testa. «Per entrare nel domo devi dirmi cosa cerchi.»

Timo strinse la bacchetta. «Un ricordo magico da svegliare.»

«Tutti cercano ricordi quando hanno paura di perdere se stessi,» disse Nivra. «Ma tu…» si avvicinò e annusò l'aria, come un cane molto raffinato. «Tu hai già perso un pezzo. E non te ne sei accorto.»

«Non è vero.»

Il corvo fece un verso che somigliava a una risata. «Lo è.»

Nivra alzò una mano. Dal suo palmo apparve una piccola lanterna di vetro, con dentro una luce blu che pulsava. «Dentro il domo c'è un'Aurora che non tramonta. Non perché sia felice, ma perché non vuole dimenticare. Se vuoi svegliare un ricordo, devi prima imparare ad ascoltare. Non solo con le orecchie.»

Timo ingoiò il nervosismo. «Sono bravo ad ascoltare.»

Nivra lo fissò. «Allora ascolta questo: non tutte le cose che parlano usano parole. Alcune usano silenzi.»

Senza aggiungere altro, posò la lanterna sulla soglia. Il vetro del domo tremolò e poi si aprì come una porta scorrevole, senza maniglie.

«Entra, Timo Rinaldi,» disse Nivra. «Ma ricordati: qui le domande ti seguono. Se corri, corrono più forte.»

Timo entrò. L'aria dentro il domo era tiepida e profumata di pino e cannella. Sopra, l'aurora si muoveva lenta, come se respirasse.

E proprio allora, da qualche parte lontano, una campanella suonò una nota sola. Una nota che gli fece venire nostalgia di qualcosa che non riusciva a nominare.

Capitolo 3: La Biblioteca dei Sussurri

All'interno del domo non c'erano case normali. C'erano costruzioni che sembravano nate da sogni: ponti di legno che portavano a balconi sospesi nel nulla, scalinate che salivano e poi si arrendevano, e alberi con foglie trasparenti, come vetro colorato.

Nivra camminava davanti a Timo con passo sicuro. «Prima tappa: la Biblioteca dei Sussurri.»

«C'è una biblioteca? Qui?» Timo cercava di non girare su se stesso ogni due secondi.

«Certo. I ricordi amano nascondersi tra i libri: lì nessuno li disturba.» Nivra lanciò un'occhiata al corvo. «Il tuo accompagnatore piumato può entrare, ma niente beccate sulle pergamene.»

«Io non becco le pergamene,» protestò il corvo.

Nivra lo guardò. Il corvo aggiunse: «Spesso.»

La biblioteca era un edificio rotondo con porte alte come alberi. Appena entrarono, Timo sentì un rumore come di mare, ma non c'era acqua. Erano voci. Migliaia di sussurri che si muovevano tra gli scaffali.

«Sono i libri che parlano?» chiese Timo, abbassando la voce.

«Sono i libri che ricordano,» disse Nivra. «E ricordano anche chi li ha letti.»

Un bibliotecario comparve da dietro una pila di atlanti. Era basso, con occhiali tondi e una barba che pareva fatta di fili d'argento. «Ah! Un giovane stregone.» Annusò l'aria, soddisfatto. «Odore di avventura e di… confusione.»

Timo arrossì. «Mi chiamo Timo. Sto cercando un ricordo magico.»

Il bibliotecario si inchinò. «Mi chiamano Signor Lente. Perché arrivo sempre un attimo dopo, ma quando arrivo vedo tutto.» Si passò un dito sulla barba. «Un ricordo magico è come un animale timido: scappa se lo insegui con troppo rumore. Dovrai attirarlo. Con cosa?»

Timo ci pensò. «Con… un incantesimo?»

Nivra tossì. «Ascolto, Timo.»

Il Signor Lente annuì. «Già. L'incantesimo serve, ma prima devi capire che forma ha il ricordo che cerchi. Dimmi: cosa ti manca davvero?»

Timo aprì la bocca e poi la richiuse. Aveva viaggiato in luoghi strani, aveva lanciato incantesimi, aveva persino parlato con un corvo che gli dava lezioni di sarcasmo. Eppure… c'era un buco. Un buco che gli faceva stringere lo stomaco quando vedeva una certa cosa: un aquilone, una campanella, un nastro verde.

«Non lo so,» ammise. «So solo che quando sento una campana… mi viene da piangere. Ma non triste. È come… come quando ti ricordi che una cosa bella esiste.»

Nivra lo guardò con un'espressione meno severa. «Questo è un inizio.»

Il Signor Lente tirò fuori un libro sottile, senza titolo. «Questo si apre solo con la sincerità. Non con la forza.»

Timo lo prese. La copertina era calda. «E come si fa?»

«Siediti. Ascolta i sussurri. Non scegliere quelli più forti. Scegli quelli che ti fanno fare silenzio dentro,» disse Nivra.

Timo si sedette su una poltrona che cigolò come una vecchia barca. Chiuse gli occhi. I sussurri gli girarono attorno: storie di draghi, promesse, bugie, risate. Alcuni lo tiravano per la manica, come bambini impazienti. Altri erano lontani, come stelle.

Poi ne sentì uno, piccolo e ostinato. Non diceva parole, diceva un ritmo: din-don… din-don… come la campanella di prima. Timo trattenne il respiro. Il libro senza titolo tremò tra le sue mani.

«Adesso,» sussurrò Nivra, «non afferrare. Lascia arrivare.»

Timo lasciò che quel ritmo lo riempisse. E nel buio dietro le palpebre vide un'immagine: una mano più grande della sua che gli legava al polso una spilla a forma di stella.

La stessa spilla che aveva in tasca.

Aprì gli occhi di scatto. «Questa spilla… non è di Marea. Io… l'ho già avuta.»

Il corvo inclinò la testa. «Finalmente.»

Il Signor Lente sorrise. «Il ricordo sta bussando. Ma non è sveglio. È come una persona che parla nel sonno.»

«E come lo sveglio?» chiese Timo, con un filo di eccitazione.

Nivra indicò la porta della biblioteca. «Andando dove i ricordi si riflettono. Al Lago del Vetro.»

Capitolo 4: Il Lago del Vetro e il nodo invisibile

Il Lago del Vetro non era grande, ma sembrava infinito perché rifletteva l'aurora eterna così bene da confondere il cielo con l'acqua. La superficie era liscia, senza onde, eppure Timo sentiva un leggero tremito sotto i piedi, come se il domo avesse un cuore.

Sulla riva c'erano pietre piatte incise con simboli. Nivra si accovacciò e toccò una di quelle incisioni. «Qui si fanno i giuramenti. E qui si sciolgono. A volte.»

«A volte?» ripeté Timo.

«La magia è educata, ma non è una cameriera. Non fa tutto quello che chiedi.» Nivra si alzò. «Ora: mostra la spilla.»

Timo la tirò fuori. Sotto l'aurora, la stella sembrava pulsare.

«Mettila sull'acqua,» disse Nivra.

«Non affonda?»

«Probabile. Ma non è il problema principale,» rispose lei, e per la prima volta sembrò divertirsi davvero.

Timo posò la spilla sulla superficie. Invece di affondare, galleggiò come una foglia. Poi, lentamente, iniziò a scivolare verso il centro del lago, come se qualcuno la tirasse con un filo.

«Ehi! Torna qui!» Timo fece un passo, ma Nivra gli bloccò il braccio.

«Ascolta,» disse piano.

Timo rimase fermo. Il corvo si posò sulla sua spalla, insolitamente silenzioso.

Dal lago arrivò un suono: non una voce, ma un insieme di piccoli rumori, come quando qualcuno sfrega due dita su una campana di cristallo. Il suono si trasformò in una frase spezzata, quasi timida.

«Ti… leg…»

Timo spalancò gli occhi. «Ha parlato!»

«Non correre davanti alle parole,» lo rimproverò Nivra. «Lascia finire.»

Il suono riprese: «Ti leggo… e ti lego.»

Timo sentì un colpo allo stomaco, come se qualcuno avesse tirato un nodo dentro di lui. Improvvisamente ricordò un odore di menta, una risata, e una voce che diceva: “Se ti perdi, questa ti ritrova.”

«Chi mi ha dato la spilla?» sussurrò.

L'acqua si increspò per la prima volta. Dal centro del lago emerse un'immagine, non una persona vera: una sagoma fatta di luce e riflessi. Era una ragazza più grande, con una sciarpa verde, e gli occhi che brillavano come l'aurora.

Timo trattenne il fiato. «Io… ti conosco.»

La sagoma annuì lentamente. La sua bocca si mosse senza suono, ma il lago tradusse: «Sono tua sorella. Mi hai dimenticata per salvarti.»

Il mondo sembrò fermarsi. Il corvo emise un verso soffocato, come se avesse ingoiato una battuta.

«Io non… io non volevo,» balbettò Timo. «Come si dimentica una sorella?»

Nivra parlò con voce morbida. «A volte un incantesimo di protezione chiede un prezzo. Soprattutto se l'hai lanciato da bambino, senza capire.»

Timo strinse la bacchetta. «Io ho lanciato un incantesimo?»

La sagoma si agitò, e l'aurora sopra sembrò stringersi. Il lago disse: «C'era un varco. Una cosa voleva prendermi. Tu hai legato il mio ricordo alla spilla e l'hai mandato via. Così io sono rimasta… qui. Tra i riflessi.»

Timo sentì le lacrime salire, calde e improvvise. Non erano di paura, ma di riconoscimento. «Mi dispiace. Io… io ti ho lasciata sola.»

«Non mi hai lasciata,» tradusse il lago, più dolce. «Mi hai custodita. Ma ora devi svegliarmi davvero. E per farlo… devi ascoltare cosa ho da dirti fino in fondo.»

Nivra annuì. «Il ricordo non è solo immagine. È anche verità. E la verità spesso fa un po' male, come quando ti togli una scheggia.»

Timo fece un respiro lungo. «Va bene. Dimmi tutto.»

L'aurora si illuminò, come se anche lei stesse ascoltando.

Capitolo 5: La prova della guardiana

Nivra condusse Timo lungo un sentiero di pietre che sembravano fatte di latte e luce. Ogni tanto, tra i cespugli di foglie trasparenti, spuntavano piccoli animali: volpi con code luminose, uccellini che lasciavano nell'aria scie di polline argentato.

«Dove stiamo andando?» chiese Timo, asciugandosi il viso con la manica, imbarazzato.

«Alla Soglia interna,» rispose Nivra. «Il domo ha un confine dentro il confine. È lì che i ricordi decidono se tornare o restare nascosti.»

«E mia sorella?»

«Il suo ricordo è legato alla spilla. Ma il legame è un nodo invisibile. Per scioglierlo senza spezzarlo… devi fare una scelta.»

Arrivarono davanti a un arco di vetro opaco. Sembrava semplice, ma Timo sentì un ronzio nell'aria, come se l'arco fosse pieno di api invisibili.

Nivra si mise di lato. «Questa è la mia parte. Io custodisco la soglia. Tu passi solo se dimostri di saper ascoltare anche quando non ti conviene.»

«Cosa devo fare?» Timo strinse la bacchetta così forte che gli fece male.

Nivra indicò due oggetti apparsi sul terreno: una campanella d'argento e un piccolo coltello con manico di legno, molto comune, quasi banale.

«La campanella risveglia il ricordo in un attimo,» spiegò. «Ma lo farà con un'esplosione di emozioni. Potresti essere travolto e confondere tutto. Il coltello invece taglia il legame della spilla con il domo: libera tua sorella da qui, ma cancella il ricordo per sempre. Lei sarà nel mondo, ma tu non saprai chi è. E forse nemmeno lei saprà chi sei.»

Timo restò senza parole. Il corvo si schiarì la gola. «Ecco. Scelte. Che divertimento.»

«Zitto,» disse Timo, ma senza cattiveria.

Nivra lo osservò con attenzione. «Non esiste opzione perfetta. Esiste la tua decisione, e come la porti.»

Timo guardò la campanella. Sentì che desiderava suonarla subito, come uno che vuole aprire un regalo senza leggere il biglietto. Poi guardò il coltello, e gli venne freddo: era troppo facile tagliare e scappare dal dolore.

«Posso… chiedere qualcosa?» disse, alzando gli occhi su Nivra.

«Sì.»

«Tu cosa faresti?»

Nivra sorrise appena. «Se ti dicessi cosa fare, non ascolteresti più te stesso. Ma ti dirò questo: ascolta la paura. Non per obbedirle. Per capirla.»

Timo fece un respiro. La paura gli diceva: taglia, così non soffri. Ma sotto quella voce ce n'era un'altra, più sottile: ricordare è un modo per amare. E amare vale il rischio.

Timo allungò la mano verso la campanella. La prese. Era fredda, eppure gli scaldò le dita.

«Suonerò,» disse. «Ma non per farmi travolgere. Ascolterò fino alla fine, anche se fa male. E… se mi confondo, chiederò aiuto. Perché ascoltare significa anche ammettere che non capisci tutto da solo.»

Il corvo fece un verso approvante. «Finalmente un discorso sensato. Mi commuoverei, se avessi i fazzoletti.»

Nivra annuì, soddisfatta. «Allora passa.»

Timo attraversò l'arco. Il ronzio sparì di colpo. Davanti a lui, il vetro del domo non era più trasparente: era pieno di ombre e luccichii, come se contenesse una notte chiusa in una bottiglia.

E nel centro, sospesa nell'aria, c'era la spilla a stella, che ruotava lentamente come una bussola impazzita.

Capitolo 6: Il ricordo si sveglia

Timo alzò la campanella. Per un attimo esitò: non perché non volesse, ma perché capiva che quel suono avrebbe cambiato le cose.

«Sono pronto,» disse, anche se la voce gli tremava.

Suonò.

Il tintinnio fu limpido e dolce, eppure attraversò il domo come un fulmine gentile. Le ombre nel vetro si mossero, si stirarono, e poi si aprirono come tende. L'aurora eterna sopra si accese di colori nuovi, come se qualcuno avesse aggiunto oro e rosa.

Un vento leggero entrò dal nulla e portò odore di menta.

Il ricordo arrivò intero, finalmente sveglio.

Timo vide se stesso più piccolo, forse di sette anni, in una stanza con le pareti piene di disegni. Una ragazza più grande—la stessa della sciarpa verde—stava costruendo un aquilone.

«Timo, tieni fermo il filo!» diceva lei.

«Non sto fermo perché il filo non vuole!» protestava il piccolo Timo, e il tono era identico a quello che usava ancora quando si arrabbiava.

La ragazza rideva. «Allora devi ascoltarlo. Il filo parla con le mani.»

Poi il ricordo cambiò, diventando più scuro. Una porta si apriva da sola. L'aria si faceva pesante. Qualcosa, un'ombra lunga, cercava di afferrare la ragazza.

Il piccolo Timo piangeva, ma non scappava. Aveva in mano una bacchetta troppo grande per lui. «Lascia stare Liora!» gridava.

Liora—ecco, il nome!—si inginocchiava davanti a lui. «Ascoltami, Timo. Se ti dico una cosa, tu devi ascoltare fino alla fine. Prometti?»

«Prometto!»

«Se succede qualcosa, usa la spilla. Lega il ricordo a lei. Io troverò la strada. Tu… tu resta intero.»

Il piccolo Timo annuiva, con le guance bagnate. Poi lanciava l'incantesimo: un filo di luce dalla bacchetta alla spilla, e la spilla diventava una stella viva. L'ombra urlava senza voce e si ritirava, come se avesse sbattuto contro una barriera.

E subito dopo… il ricordo di Liora si spezzava, come una fotografia bruciata ai bordi. Il piccolo Timo restava con la spilla in mano e uno sguardo vuoto, come se qualcuno avesse soffiato via il nome.

Il Timo di adesso cadde in ginocchio. Il peso di quella verità gli schiacciò il petto, ma non lo distrusse. Perché adesso c'era anche altro: la risata di Liora, l'aquilone, la menta. Non solo la paura.

Dietro di lui, Nivra entrò in silenzio. Non disse “coraggio”. Non disse “andrà tutto bene”. Restò lì, presente.

Timo alzò lo sguardo verso la spilla sospesa. «Liora… dove sei?»

La luce si raccolse e, come al lago, apparve una figura. Ma stavolta era più stabile, più reale. Liora aveva il mantello di luce dell'aurora, la sciarpa verde e un sorriso un po' stanco.

«Sono qui,» disse con una voce vera, non tradotta dall'acqua. «E tu finalmente mi senti.»

Timo si alzò barcollando. «Mi dispiace. Ti ho dimenticata.»

Liora scosse la testa. «Mi hai protetta. E ti sei protetto. Ma adesso possiamo fare una cosa diversa: possiamo ascoltarci. Anche se è complicato.»

«Come ti tiro fuori?» chiese Timo, asciugandosi il naso con una dignità che durò mezzo secondo.

Liora indicò la spilla. «Il nodo invisibile è fatto di due estremi: la tua paura di perdermi e la mia paura che tu resti solo. Scioglilo con un incantesimo che non comanda, ma chiede.»

Timo inspirò. Pensò a tutte le volte che aveva lanciato magia come un ordine: “Vieni! Apriti! Spostati!” Adesso doveva fare il contrario.

Sollevò la bacchetta. «Per favore,» disse, e gli parve strano dirlo a un incantesimo. «Per favore, legame, diventa ponte. Non catena.»

La bacchetta tremò. La spilla girò più veloce e poi si fermò, puntando verso Liora come una freccia gentile. Un filo di luce uscì dalla stella, si avvolse attorno a lei e—con un suono come di nodo che si scioglie—la tirò avanti.

Liora fece un passo. E questa volta il piede toccò terra davvero.

Il corvo fischiò. «Oh. Funziona. Mi piace quando la magia non fa drammi inutili.»

Nivra sorrise, appena. «Non è finita. Ma è iniziata bene.»

Capitolo 7: Un'uscita, due promesse

Sotto l'aurora eterna, Liora sembrava quasi normale, se non fosse per il modo in cui la luce le scivolava addosso come acqua. Timo la guardava senza sapere se abbracciarla, parlarle o controllare che fosse vera.

Liora risolse il problema abbracciandolo lei. Forte. «Sei cresciuto,» disse, e nella sua voce c'era un tremolio trattenuto.

«Tu… sei uguale,» rispose Timo, e poi si corresse, arrossendo: «Cioè, sembri… non so. Aurora-addosso.»

«Grazie, credo.» Liora lo staccò da sé e gli diede un colpetto sulla fronte. «Hai ancora quella faccia da “io non ho fatto niente” quando hai fatto tutto.»

Timo sbuffò. «È un talento.»

Nivra li interruppe con un tossicchiare discreto. «Ora dovete uscire dal domo. L'aurora eterna non è una prigione, ma se restate troppo a lungo rischiate di confondere il giorno con il ricordo. E poi, fuori, ci sono conseguenze.»

«Tipo?» chiese Timo.

«Tipo che dovrai spiegare ai tuoi genitori perché ti sei portato a casa una sorella che credevano… altrove.» Nivra alzò un sopracciglio. «La parte difficile non è la magia. È la conversazione.»

Il corvo annuì. «Le conversazioni sono terribili. Non puoi nemmeno svolazzare via in modo dignitoso senza sembrare scortese.»

Timo guardò Liora. «Ti ricordi di loro?»

Liora inspirò, come se assaggiasse l'aria. «Alcuni pezzi. Il domo conserva, ma non restituisce sempre in ordine.» Sorrise. «Però ti ricordo bene. E ricordo una cosa importante: quando ero qui, non ero sola del tutto. Sentivo che tu mi cercavi, anche senza sapere. È un legame… invisibile, ma vero.»

Timo abbassò lo sguardo. «Io voglio ascoltarti. Davvero. Anche quando dici cose che non mi piacciono. Anche quando mi ricordi che ho avuto paura.»

Liora lo prese per il polso, dove anni prima aveva legato la spilla. La spilla ora era spenta, semplice, come una stella di metallo comune. «E io voglio ascoltare te. Anche se ti arrabbi, anche se fai il coraggioso quando sei tremante.»

Nivra indicò l'uscita. «Allora fate una promessa. Qui i confini capiscono le parole dette con sincerità.»

Timo e Liora si guardarono. Timo disse: «Prometto che non ti parlerò sopra. Che ti farò finire.»

Liora sorrise. «Prometto che non mi nasconderò nei silenzi per punirti. Se ho paura, lo dirò.»

L'aurora sopra sembrò ammorbidire i suoi colori, come un cielo che approva.

Arrivarono alla soglia esterna. Il vetro del domo tremò di nuovo, pronto ad aprirsi.

Nivra li fermò un'ultima volta. «Timo: hai svegliato un ricordo, ma la magia non è un trofeo. È una responsabilità. Ricordalo.»

Timo annuì. «Lo ricorderò.»

«E ascolterai?» aggiunse Nivra.

Timo fece un sorriso piccolo. «Anche quando il corvo parla.»

Il corvo spalancò le ali, indignato. «Io parlo solo quando è indispensabile.»

Liora lo guardò. «Certo. Come una campana che suona “solo” ogni minuto.»

Timo rise, e quella risata sciolse l'ultimo nodo nel petto.

Attraversarono la soglia. L'aria del sottopassaggio li avvolse con odore di pietra bagnata. Dietro, il domo si richiuse senza rumore, e l'aurora eterna rimase al suo posto, come un segreto custodito bene.

Fuori era ancora pomeriggio. Il mercatino era lì, come se nulla fosse successo. Ma Timo sentiva che il mondo ordinario aveva appena fatto spazio all'impossibile, con un garbo sorprendente.

Marea era appoggiata alla bancarella degli orologi. Li guardò arrivare e batté le mani una volta. «Ah. Ecco. La coincidenza si è completata.»

Timo la fissò. «Lei sapeva.»

«Io ascolto,» rispose Marea, semplice. «E gli eventi, quando li ascolti, smettono di fingere.»

Liora guardò Marea. «Grazie per averlo guidato.»

Marea inclinò il cappello pieno di spille. «Non l'ho guidato. Gli ho solo indicato una porta. Il resto l'ha fatto lui… e voi due. Con un legame che non si vede, ma si sente.»

Timo prese un quaderno dal banco vicino—quello che doveva comprare all'inizio—e lo infilò nello zaino. Poi guardò Liora. «Torniamo a casa?»

Liora annuì. «Sì. E lungo la strada mi racconti tutto quello che ho perso.»

Timo fece un passo, poi si fermò. «Aspetta. Io ti racconto… ma tu mi racconti anche. E se mi confondo, me lo ripeti.»

«Affare fatto,» disse Liora.

Il corvo volò sopra di loro. «E io ascolto. Per controllare che non vi interrompiate troppo.»

Timo alzò gli occhi al cielo. L'aurora non c'era più, ma per un momento gli parve di vedere un riflesso verde tra le nuvole. Come un occhiolino.

E capì una cosa: certe coincidenze non sono casuali. Sono il mondo che ti parla sottovoce, aspettando che tu abbia finalmente l'umiltà e il coraggio di ascoltare.

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Sussurrò
Parlare molto piano, con voce bassa e gentile, come un segreto.
Aurora
Luce colorata che appare nel cielo alto, spesso di notte vicino ai poli.
Domo
Grande struttura a forma di cupola, come una copertura rotonda e alta.
Guardiana
Una persona che sorveglia e protegge un luogo o un oggetto importante.
Soglia
La parte di pavimento all'entrata di una porta, dove si passa dentro o fuori.
Pergamene
Fogli antichi fatti di pelle o materiale simile, usati per scrivere.
Lanterna
Un contenitore che protegge una luce e permette di portarla con sé.
Sussurri
Voci molto basse che si sentono appena, come parole dette piano.
Inciampare
Urto o caduta leggera quando il piede prende qualcosa mentre si cammina.
Trappola
Qualcosa che cattura o inganna, fatta per bloccare o sorprendere.
Incantesimi
Parole o gesti magici usati per fare effetti strani o meravigliosi.
Maggiordomo
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