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Storia del Ramadan 9/10 anni Lettura 14 min.

Il sacco gentile e la magia del Ramadan

Un ragazzo curioso scopre, grazie a un amico che osserva il Ramadan, il valore del dono discreto e insieme ai compagni organizza un «sacco gentile» per aiutare chi ha bisogno.

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Quattro bambini: Samir, 11 anni, pelle olivastra, capelli neri corti, jeans e felpa azzurra, tiene il sacco davanti e cammina leggermente in testa con sguardo verso la porta del centro; Youssef, 11 anni, pelle bruna, capelli ricci castani, camicia beige, cammina a destra di Samir con un sorriso discreto e la mano sulla spalla del sacco; Luca, 11 anni, pelle chiara, capelli biondi corti, maglietta rossa, a sinistra del sacco guarda intorno con aria fiera e maliziosa mentre sistema il nodo; Davide, 11 anni, pelle chiara, capelli castani, felpa verde, un po' dietro tiene un piccolo cartello con la scritta "Don" e nel sacco si vede una torcia; luogo: una strada di quartiere all'alba con marciapiede lastricato, facciate pastello e persiane metalliche parzialmente chiuse, una bacheca in legno con manifesti e una porta laterale verde del centro, luce mattutina dolce e ombre lunghe; situazione: i quattro depositano con cura e discrezione un sacco di tela beige legato con un cartoncino "Per voi" davanti alla bacheca, movimenti calmi e rispettosi, colori caldi e naturali, texture realistiche ed espressioni dolci. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Domande nel cortile

Nel cortile della scuola l'aria sapeva di primavera e di merenda dimenticata nello zaino. Samir teneva le mani in tasca e osservava i compagni come se fossero un puzzle da non rovinare. Era prudente: prima guardava, poi pensava, e solo dopo si decideva a fare un passo.

Accanto a lui c'erano gli altri tre del gruppo: Luca, che faceva battute anche alle panchine; Youssef, che aveva sempre una risposta pronta ma gentile; e Davide, che era bravo a notare i dettagli, tipo il colore delle nuvole o il suono delle scarpe sul ghiaino.

Quel giorno Samir fissava la borraccia di Youssef, chiusa e intatta.

“Posso chiedere una cosa?” disse Samir, con la voce bassa, come se stesse chiedendo il permesso alla giornata.

“Certo,” rispose Youssef.

“È vero che in questo mese… il Ramadan… non mangiate fino a sera?” Samir si affrettò ad aggiungere: “Se è una domanda troppo personale, dimmelo. Non voglio essere maleducato.”

Youssef sorrise, senza prendersela. “È una domanda rispettosa. Sì, molti fanno il digiuno. Ma si fa con calma, e ognuno come può.”

Luca spalancò gli occhi. “Io non resisto nemmeno due ore senza biscotti. Già mi vedo svenire come nei film… drammmatico!” e fece finta di cadere piano sulla panchina.

Davide rise. “Non sei drammatico, sei… biscottico.”

Samir si rilassò un poco, ma la curiosità gli pizzicava ancora la testa. “E perché lo fate?”

Youssef guardò il cielo, come se cercasse le parole tra le nuvole. “Per ricordarsi di essere grati. Per imparare la pazienza. E per pensare a chi ha meno. In questo mese si cerca anche di dare di più.”

Samir annuì. Dare di più. Lui era bravo a non disturbare, a non chiedere troppo, a non prendere troppo spazio. Però “dare” gli sembrava un'azione grande, quasi rumorosa, come trascinare una sedia sul pavimento.

“Quindi,” disse piano, “si scopre qualcosa… stando un po' senza?”

“Si scopre il valore di quello che hai,” rispose Youssef. “E il valore degli altri.”

La campanella suonò. Samir seguì gli amici verso l'aula, con una domanda nuova in tasca: e se anche lui potesse imparare a dare, senza fare rumore?

Capitolo 2: Un pomeriggio che profuma di pane

Dopo scuola andarono tutti e quattro al parco. C'era un campo da calcio, una fontanella e un albero con rami così bassi che sembravano voler ascoltare le chiacchiere dei bambini.

Luca tirò fuori una barretta di cioccolato e la sventolò. “Ok, campioni, chi la vuole?”

Youssef scosse la testa. “Io no, grazie.”

Luca rimase con la barretta a mezz'aria. “Ma… è cioccolato. Non morde.”

“Lo so,” disse Youssef, “ma fino a sera aspetto.”

Samir sentì una specie di rispetto crescergli dentro, come una piantina che fa capolino. Davide, invece, guardò la fontanella e poi Youssef. “Neanche acqua?”

“Neanche acqua,” confermò Youssef, tranquillo.

Luca abbassò la barretta come se all'improvviso pesasse di più. “Io allora… la mangio più lentamente, per solidarietà,” disse, e si mise a masticare con un'aria così seria che sembrava stesse studiando.

Samir ridacchiò, poi tornò serio. “E la sera cosa succede?”

“Si rompe il digiuno,” spiegò Youssef. “Si mangia insieme, spesso in famiglia. A volte si invitano persone, si condividono cose.”

“Condividere mi piace,” disse Davide. “Ma io condivido soprattutto i compiti di matematica con Luca.”

“E io condivido soprattutto gli errori,” rispose Luca, offendendosi per finta.

Camminarono fino a casa di Youssef perché sua madre aveva detto che avrebbe portato in strada un vassoio di pane caldo per i vicini, come faceva spesso in quel mese. Samir si fermò davanti al portone e si mise in modalità prudente: osserva, respira, poi entra.

Dal pianerottolo arrivava un profumo di pane e spezie dolci, come un abbraccio che non chiede niente. La madre di Youssef uscì con un vassoio coperto da un panno. “Ciao ragazzi. Chi mi aiuta a portare questo alla signora Rina al secondo piano?”

Luca fece un mezzo passo indietro, per istinto. Davide si offrì subito. Samir rimase fermo: non voleva intralciare. Poi vide le mani della signora—forti, ma indaffarate—e capì che aiutare non era un palco, era un ponte.

“Posso portarlo io,” disse Samir, e la voce gli uscì più sicura del previsto.

La madre di Youssef gli affidò il vassoio con un sorriso. Era caldo, ma non bruciava. Samir salì le scale lentamente, concentrato come se stesse trasportando un segreto buono. Bussò alla porta della signora Rina.

Quando la porta si aprì, la signora Rina—che aveva sempre i capelli raccolti e le sopracciglia come due virgole—sgranò gli occhi. “Oh! Che sorpresa.”

“È… un piccolo dono,” disse Samir, attento a non esagerare. “Da parte di Youssef e della sua famiglia.”

La signora Rina annusò il profumo e il suo viso cambiò, come quando si accende una luce in una stanza. “Che gentilezza. Grazie, tesoro.”

Samir tornò giù più leggero. Non aveva ricevuto niente in mano, eppure gli sembrava di avere in tasca una moneta di calore.

Capitolo 3: Il quaderno delle idee silenziose

Il giorno dopo, Samir arrivò a scuola con un pensiero che gli girava in testa come una biglia: se dare fa sentire così pieni, forse non servono gesti enormi. Forse bastano gesti modesti, ma veri.

All'intervallo si sedettero sotto la scala antincendio, il loro “quartier generale” segreto che sapeva di gomma da cancellare e vento.

Samir tirò fuori un quaderno a righe. “Ho scritto delle idee,” disse. “Non sono… grandiose. Sono piccole.”

Luca alzò un sopracciglio. “Piccole idee? Tipo: regalare un granello di riso?”

“Tipo: fare qualcosa insieme,” rispose Samir, senza offendersi. “Qualcosa che aiuti qualcuno. Senza metterci al centro.”

Davide si sporse. “Leggi.”

Samir sfogliò. “Idea uno: raccogliere libri che non usiamo e sistemarli nella biblioteca della classe. Idea due: preparare un biglietto per chi è nuovo a scuola. Idea tre: fare un sacchetto con cose utili per… per chi ne ha bisogno.”

Youssef annuì lentamente. “Nel Ramadan molte persone fanno doni. Ma non per farsi vedere. Per ricordarsi di essere grati.”

Luca si grattò la testa. “Io posso donare… due cose: un libro e la mia capacità di trasportare borse pesanti. Sono molto muscoloso.” Fece il gesto del culturista, ma il suo braccio sembrò più un vermicello coraggioso.

Davide rise. “Sei muscoloso nell'immaginazione. Però l'idea del sacchetto mi piace.”

Samir sentì un brivido di meraviglia, piccolo ma netto: le sue idee non erano rimaste intrappolate nel quaderno. Si stavano trasformando in qualcosa di reale.

Decisero di fare un “sacco gentile”: un sacco con cibo a lunga durata, prodotti per l'igiene, magari un biglietto scritto bene, senza frasi tristi. Un biglietto che dicesse: “Ti vediamo. Ti rispettiamo.”

“Ma a chi lo diamo?” chiese Luca, che quando diventava serio parlava più piano.

Youssef pensò un attimo. “Mio zio fa volontariato al centro del quartiere. Potremmo consegnarlo lì. Oppure… potremmo lasciarlo dove sappiamo che serve. Ma con attenzione, senza metterci in pericolo e senza invadere.”

Samir annuì. La prudenza non era paura: era cura. E la cura aveva bisogno di un piano.

Stabilirono che ognuno avrebbe portato qualcosa da casa, chiedendo ai genitori. Niente di costoso. Niente di esagerato. Solo cose utili e pulite, scelte con rispetto.

Prima di rientrare in classe, Samir scrisse sul quaderno una frase semplice: “Dare è come accendere una luce piccola: non abbaglia, ma scalda.”

Capitolo 4: La sera dell'iftar e la piccola magia

Passarono alcuni giorni. Il sacco gentile iniziò a prendere forma: pacchi di pasta, una scatola di tè, biscotti, sapone, un paio di calze nuove, un quaderno e una penna. Davide portò anche una torcia tascabile. “Perché la luce serve sempre,” disse, serio come un inventore.

Arrivò il sabato e Youssef invitò gli amici a casa per l'iftar, la cena con cui si rompe il digiuno. Samir accettò, ma con la prudenza in tasca: non voleva fare domande sbagliate, né comportarsi da turista in una casa che non era la sua.

Quando entrarono, la casa di Youssef sembrava una stazione di profumi: zuppa, pane, qualcosa di dolce, e l'aroma leggero del tè. Sul tavolo c'erano datteri, bicchieri pronti, piatti colorati. Una finestra era socchiusa e il tramonto faceva arancione anche l'aria.

La madre di Youssef li accolse con una gentilezza tranquilla. “Grazie per essere qui.”

Luca sussurrò a Samir: “Devo stare composto. Io, che sono composto come un puzzle lanciato dal balcone.”

Samir gli diede una gomitata leggera, ridendo.

Aspettarono l'ora giusta. Samir guardò Youssef: non sembrava un supereroe, né un martire. Sembrava solo… concentrato, come quando si aspetta un regalo senza fretta.

Poi arrivò il momento. Youssef prese un dattero e disse piano: “Bismillah.” E mangiò. Bevve un sorso d'acqua. La stanza sembrò tirare un respiro, come se anche i muri si rilassassero.

Samir provò una meraviglia gentile: non una magia con scintille, ma una magia quotidiana. Una magia fatta di attesa, di famiglia, di tavola condivisa.

Durante la cena, parlarono di scuola, di calcio, di un professore che diceva sempre “ragazzi” anche quando parlava con una pianta. La madre di Youssef raccontò che nel Ramadan si cerca di essere più pazienti. “E più modesti,” aggiunse. “Non serve fare grandi discorsi. Serve fare il bene e lasciarlo andare.”

Samir si ricordò del sacco gentile. Era lì, in un angolo della cucina, chiuso con un nodo semplice. Non sembrava importante, e proprio per questo sembrava giusto.

Dopo cena, Davide tirò fuori un foglio. “Abbiamo scritto il biglietto.”

Lo lessero insieme. Era breve:

“Ciao. Ti mandiamo queste cose con rispetto. Speriamo che ti siano utili. Ti auguriamo una giornata buona.”

Luca borbottò: “Io volevo aggiungere ‘e anche un drago', ma mi hanno detto che non è utile.”

“Un drago è utilissimo per spaventare i pensieri tristi,” disse Samir, e tutti risero piano, per non rompere l'atmosfera.

Youssef guardò gli amici. “Grazie. Questo… è bello.”

Samir abbassò lo sguardo. Non voleva sentirsi un eroe. Voleva sentirsi umano. E in quel momento ci riusciva.

Capitolo 5: Il sacco depositato

La domenica mattina si incontrarono presto. Il quartiere era ancora mezzo addormentato: le serrande abbassate, il cielo chiaro, e un silenzio che sembrava una coperta leggera.

Portavano il sacco gentile insieme, a turno, come una staffetta senza gara. Samir lo tenne per un tratto. Era un sacco normale, di quelli robusti, ma dentro c'era qualcosa di speciale: non solo oggetti, anche intenzioni.

Arrivarono vicino al centro del quartiere, dove c'era una piccola bacheca con volantini e un ingresso laterale spesso usato dai volontari. Lo zio di Youssef aveva detto che lì, in una certa fascia oraria, venivano lasciate e raccolte le donazioni.

Samir guardò la porta. “E se qualcuno ci vede e pensa che lo facciamo per farci notare?”

Davide rispose: “Possiamo farlo con discrezione. Senza foto. Senza annunci.”

Luca annuì, stranamente serio. “Io posso anche non vantarmene. Che è un dono enorme.”

Youssef sorrise. “È proprio questo. Dare e poi lasciar andare.”

Si avvicinarono. Samir sentì il cuore fare un piccolo tamburo. Non era paura: era la sensazione di stare facendo una cosa giusta senza sapere se qualcuno avrebbe detto grazie. E forse era quello il punto.

Depositarono il sacco accanto alla bacheca, dove altri pacchi erano già ordinati. Davide sistemò il biglietto in cima, ben visibile. Luca controllò il nodo e lo strinse una volta, come se stesse chiudendo un pensiero buono perché non scappasse.

Samir fece un passo indietro. Guardò il sacco depositato. Era lì. Finito. Silenzioso. Modesto.

Eppure, dentro di lui, qualcosa si era aperto: una specie di finestra. Capì che dare non lo rendeva più povero, ma più attento. Più leggero. Come se avesse ricevuto, in cambio, un modo nuovo di guardare gli altri.

Mentre tornavano verso casa, Luca ruppe il silenzio: “Ragazzi, ho fame.”

Youssef rise. “Io invece adesso posso bere.”

Samir inspirò l'aria fresca e pensò che la meraviglia non era fatta di cose impossibili. Era fatta di gesti piccoli, messi al posto giusto, come un sacco lasciato con cura in un mattino tranquillo. E quella, decise, era una magia che valeva la pena ripetere.

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Ramadan
Un mese importante per molte persone, in cui si cerca di pregare e riflettere.
Digiuno
Non mangiare e non bere per un certo periodo, di solito per motivi religiosi.
Iftar
Il pasto che si mangia la sera per rompere il digiuno del Ramadan.
Vassoio
Una tavola piatta usata per portare o servire cibo e bevande.
Pianerottolo
Lo spazio davanti alla porta di un appartamento, tra una scala e l'altra.
Indaffarate
Essere molto occupate a fare cose o lavori molteplici.
Annusò
Sentire un odore con il naso per capire cosa profuma o puzza.
Prudente
Agire con attenzione e cautela per non creare problemi o pericoli.
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