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Storia del Ramadan 9/10 anni Lettura 16 min.

Il quaderno delle parole gentili

Quattro amici aiutano la banca alimentare e Amir promette di coltivare parole gentili, scoprendo attraverso biglietti e gesti piccoli quanto possano contare nella vita degli altri.

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Quattro bambini di 9 anni: Amir, pelle oliva, capelli neri corti, occhi castani, maglietta blu e pantaloni beige, tiene un piccolo taccuino blu nella mano sinistra e guarda a destra, al centro-sinistra; Luca, pelle chiara, capelli biondi arruffati, sorriso malizioso, felpa verde, seduto a destra di Amir, scrive una grande parola su un cartone con un pennarello rosso; Samir, pelle olivastra, capelli castani ricci, camicia a quadri arancione, ride mostrando una rima su un foglio, leggermente dietro Amir tra Amir e Luca; Nico, pelle chiara, capelli castano, occhi vivaci, maglione giallo, seduto a sinistra di Amir e chino verso il taccuino, disegna una faccina sorridente con baffi su un biglietto. Luogo: una grande palestra trasformata in centro di distribuzione alimentare con parquet parzialmente coperto da scatole e tavoli, pile di pasta e conserve sullo sfondo, banderole colorate al soffitto e luce calda sospesa. Situazione: i quattro riempiono sacchetti alimentari e infilano piccoli biglietti con messaggi gentili; si vedono mani che mettono un biglietto in una busta di carta, sorrisi tranquilli, taccuino blu aperto, pennarelli colorati, scaffali impilati e sullo sfondo, sfocate, una bambina con la madre che aspettano vicino a un tavolo; scena calma, colori caldi, espressioni leggibili, atmosfera solidale e dolce. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Scatole, spaghetti e una promessa

La palestra della scuola, quel pomeriggio, non sembrava una palestra. Sembrava una tana gigante piena di scatoloni. C'erano pacchi di pasta, riso, biscotti, scatole di pomodori, latte a lunga conservazione e perfino una montagna di tonno che pareva pronta a fare “blub” da un momento all'altro.

Amir, Luca, Samir e Nico—quattro amici di nove anni con energia da razzi e mani sempre un po' appiccicose—indossavano guanti troppo grandi.

“Se questi guanti fossero una taglia più larga, potrei usarli come paracadute,” disse Nico, muovendo le dita come pinne.

“Zitto e lavora, astronauta,” rispose Luca, ma rideva.

Stavano aiutando a dividere i doni per la banca alimentare del quartiere. Era un lavoro serio, ma loro riuscivano a renderlo un po' buffo: ogni scatola diventava un “tesoro”, ogni pacco di farina un “cuscino da drago”.

Una signora con un gilet arancione, la signora Teresa, li osservava con un sorriso. “Bravi ragazzi. Ricordate: pasta con pasta, biscotti con biscotti. E niente battaglie di lenticchie.

“Noi? Mai!” disse Samir, mentre una lenticchia gli scappava e rotolava via come una biglia.

Amir, che era il più attento, si chinò a raccoglierla. Poi guardò le scatole e il via vai di persone. “Mia mamma dice che durante il Ramadan si cerca di essere più gentili e più… leggeri.”

“Leggeri come Nico con i guanti-paracadute?” chiese Luca.

“Più leggeri dentro,” spiegò Amir. “E si fanno promesse che si cercano di mantenere.”

Nico si fermò. “Io una promessa la faccio adesso: prometto che non… non mangerò tutti i biscotti che stiamo sistemando.”

“È una promessa facile, perché sono sigillati,” notò Samir.

“E prometto,” continuò Nico, senza farsi rovinare l'idea, “che non farò rumori di mostro davanti al tonno.”

Fece “GRAAARR!” piano piano. La signora Teresa alzò un sopracciglio.

Amir si grattò la testa. “Io voglio fare una promessa vera. Una che posso tenere ogni giorno.”

“Tipo?” chiese Luca.

Amir guardò un cartone pieno di bigliettini colorati, appoggiato su un tavolo. “La signora Teresa ha detto che a volte mettono un messaggio nelle borse, per chi riceve il cibo. Qualcosa di gentile.”

La signora Teresa annuì. “Sì. Due righe che scaldano. Non deve essere perfetto, basta che sia sincero.”

Amir sentì una piccola fitta: lui non era bravissimo a scrivere frasi gentili. Non perché non le sentisse… ma perché gli sembravano scivolose, come sapone bagnato. Aveva paura di sbagliare e sembrare sciocco.

“Allora prometto una cosa,” disse, inspirando. “Imparerò a scrivere parole gentili. Ogni giorno, anche solo una.”

Luca gli diede un colpetto sulla spalla. “Noi ti aiutiamo. Anche se la mia calligrafia sembra una pista da sci.”

Samir fece un cenno solenne. “Anch'io. Sono bravo con le rime.”

Nico alzò la mano come a scuola. “Io posso disegnare facce sorridenti. Le facce sorridenti sono parole che ridono.”

La signora Teresa li guardò come se avesse trovato quattro monete d'oro in una tasca vecchia. “Che bella promessa. E adesso: scatola di riso, corsia due!”

Si rimisero al lavoro. Tra una scatola e l'altra, Amir sentì che quella promessa era come una luce piccola in tasca: non accecante, ma pronta a scaldare.

Capitolo 2: Il quaderno delle parole gentili

Il giorno dopo, Amir portò un quaderno nuovo, con la copertina blu. Sulla prima pagina scrisse, con attenzione: “Parole gentili”. Poi rimase lì, penna sospesa, come se la penna dovesse tuffarsi in un lago freddo.

A ricreazione, si sedettero su una panchina. Il cielo era chiaro e l'aria sapeva di merenda… anche se Amir quel mese faceva digiuno durante il giorno, e la merenda era solo un profumo lontano.

Nico tirò fuori una gomma a forma di dinosauro. “Se sbagli, il dinosauro mangia l'errore.”

“Non è un po' violento?” chiese Luca.

“È un dinosauro vegetariano,” disse Nico serissimo. “Mangia solo errori.”

Samir si sporse sul quaderno. “Prima parola gentile: ‘Grazie'. È come una moneta. Piccola, ma vale.”

Amir scrisse: “Grazie”. Le lettere gli vennero un po' storte, ma vive.

Luca suggerì: “Poi ‘Per favore'. È come aprire una porta invece di sfondarla.”

Amir scrisse anche quello. “Per favore”.

“E ‘Mi dispiace',” aggiunse Samir. “È una parola che aggiusta.”

Amir esitò. “A volte è difficile dirlo.”

“Più difficile è, più serve,” disse Luca, e quella frase sembrò più grande di lui.

Amir scrisse: “Mi dispiace”.

Nico batté le mani piano. “Siamo già a tre! A questo punto puoi aprire un negozio: ‘Parole gentili e calzini spaiati'.”

“Perché calzini spaiati?” chiese Amir.

“Perché anche loro meritano gentilezza, rispose Nico. “Nessuno li sceglie mai.”

Risero. Poi Amir chiese, piano: “E se scrivo qualcosa e sembra finto?”

Samir pensò un attimo. “Allora scrivi cose piccole. Vere. Tipo… ‘Spero che oggi ti vada bene.' Non è finto. È un desiderio.”

Amir scrisse lentamente: “Spero che oggi ti vada bene”.

In quel momento passò la maestra Giulia. Vide il quaderno e si fermò. “Cos'è?”

“È una promessa,” disse Amir, con un filo di orgoglio.

La maestra lesse e sorrise. “Le parole gentili sono come semi. Non sempre vedi subito il fiore, ma intanto… crescono.”

Nico si voltò a Luca e bisbigliò: “Io ho piantato una volta un fagiolo. È cresciuto solo perché gli parlavo. Gli dicevo: ‘Cresci o ti faccio il solletico'.”

“Quella non è una parola gentile,” sussurrò Luca.

“Dipende dal fagiolo,” ribatté Nico.

Quando la campanella suonò, Amir chiuse il quaderno. Non era pieno, ma era cominciato. E cominciare, a volte, è già metà della strada.

Capitolo 3: Un biglietto che brilla (ma non troppo)

Un sabato pomeriggio tornarono alla banca alimentare. La palestra era più tranquilla, ma l'aria sapeva ancora di cartone e di cose buone.

La signora Teresa portò loro un pacco di cartoncini color crema. “Oggi prepariamo le borse. E se volete, potete scrivere un biglietto per ciascuna. Due righe, massimo tre. Deve essere semplice.”

Amir aprì il quaderno blu. Sentì il cuore fare un saltello. Era il suo momento.

Luca si mise a scrivere subito, con lettere enormi: “Buona giornata. Sei importante.” Poi guardò la propria frase e disse: “Sembra uno striscione da stadio.”

“È bello,” disse Amir.

Samir scrisse una rima: “Un po' di pane e un po' di coraggio, ti mando un sorriso in questo viaggio.” Poi arrossì. “Troppo?”

“È perfetto,” disse Amir. “Sa di caldo.”

Nico disegnò una faccia sorridente con baffi buffissimi e scrisse sotto: “Ciao! (Baffi inclusi.)”

La signora Teresa rise. “I baffi sono un dono extra.”

Amir rimase con la penna in mano. Voleva scrivere qualcosa di speciale, ma non troppo grande. Pensò a chi avrebbe letto quel biglietto. Forse una mamma stanca. Forse un nonno. Forse un bambino che contava i biscotti.

Scrisse: “Ti auguro una sera tranquilla. Che tu possa sentirti al sicuro e in pace.”

Rilesse. Gli sembrò semplice e vero. Non prometteva magie. Prometteva calma, che a volte è la cosa più preziosa.

Mentre mettevano i biglietti nelle borse, successe una cosa strana. Dal quaderno blu di Amir cadde un pezzetto di carta, come un minuscolo petalo. Sulla carta c'era scritto, con una calligrafia che non era la sua: “La gentilezza torna sempre.”

Amir sgranò gli occhi. “Ragazzi… io non l'ho scritto.”

Luca si avvicinò. “Forse è la maestra?”

“Non è la sua scrittura,” disse Amir.

Nico annusò il bigliettino. “Odora di… niente. È sospetto.”

Samir lo prese con delicatezza. “Magari è finito lì per caso.”

“Ma com'è entrato nel mio quaderno?” chiese Amir.

La signora Teresa passò proprio in quel momento con una scatola di mele. “Che succede?”

Amir le mostrò il bigliettino. Lei lo lesse e i suoi occhi si fecero morbidi. “Qui passano tanti biglietti. A volte qualche frase si attacca, come la farina sulle mani. Non è magia… è che quando si fanno cose buone, le parole girano.”

Nico fece una faccia da investigatore. “Quindi è una farina di parole.”

“Esatto,” disse la signora Teresa. “E non sporca. Anzi.”

Amir rimise il bigliettino nel quaderno come se fosse una foglia preziosa. Non sapeva se crederci fino in fondo, ma gli piaceva l'idea che le parole gentili potessero viaggiare da sole, leggere leggere, senza fare rumore.

Capitolo 4: L'iftar, il piatto volante e il valore delle cose piccole

Una sera, dopo il tramonto, Amir invitò gli amici a casa sua per l'iftar, il momento in cui si rompe il digiuno. La mamma di Amir aveva preparato datteri, zuppa calda, pane morbido e un piatto di riso profumatissimo.

La casa era piena di luce gialla e di voci tranquille. Il papà di Amir mise una caraffa d'acqua sul tavolo come fosse un trofeo.

Luca guardò i datteri. “Sembrano caramelle serie.”

“Lo sono,” disse Amir. “Solo che non si vantano.”

Nico si sedette composto, poi sussurrò: “Prometto che non chiederò se nel riso c'è il razzo segreto che lo fa volare.”

Samir lo fissò. “Non dirlo ad alta voce, o il riso si monta la testa.”

Quando arrivò il momento, Amir mangiò il primo dattero. Era dolce, semplice, perfetto. Si sentì grato, come se il suo stomaco dicesse “grazie” al mondo.

Dopo cena, la mamma di Amir portò dei foglietti e una scatola di pennarelli. “Ho sentito della vostra promessa. Volete scrivere altri biglietti? Domani li portiamo alla banca alimentare.”

I quattro si misero al tavolo. Fuori, la sera era quieta. Dentro, i pennarelli facevano un suono allegro, come piccoli passi.

Luca scrisse: “Non sei solo. C'è sempre qualcuno che ti pensa bene.”

Samir scrisse: “Che la tua giornata sia leggera come una piuma.”

Nico disegnò un gatto con un turbante e scrisse: “Il gatto ti manda una fusa di coraggio.”

“Perché il gatto ha un turbante?” chiese Amir.

“Perché è elegante,” rispose Nico. “E perché non ho saputo disegnare un cappello.”

Amir pensò alla modestia, a quella parola che gli sembrava grande. Sua mamma gli aveva detto: “Essere modesti è non fare la tromba quando fai una cosa buona. È farla e basta.”

Allora Amir scrisse: “Ti auguro un momento di calma. Anche una cosa piccola può aiutare.”

Poi aggiunse, più piccolo: “Con affetto.”

Quando finì, guardò il quaderno blu: tante parole, tutte semplici. Non erano fuochi d'artificio. Erano lucine da comodino.

In quel momento, Nico allungò il braccio per prendere un pennarello… e urtò un piattino. Il piattino scivolò sul tavolo come se avesse deciso di fare pattinaggio artistico.

“Oooooh!” fece Nico, inseguendolo con le mani, goffo.

Il piattino arrivò al bordo. Luca fece un tuffo, Samir si allungò, Amir lo afferrò all'ultimo secondo.

Silenzio.

Poi Nico disse piano: “Ho salvato… il piattino. Con la mia energia… invisibile.”

“L'hai quasi mandato in orbita,” disse Luca.

Amir posò il piattino al centro, al sicuro. E pensò che anche quello era un modo di mantenere una promessa: stare attenti. Non fare troppo rumore. Fare spazio agli altri.

La mamma di Amir li guardò, divertita. “Domani, quando consegnerete i biglietti, ricordate: non serve essere eroi. Basta essere presenti.”

Samir annuì. “E non far volare piatti.”

“Quello è un livello avanzato,” aggiunse Luca.

Nico alzò un pennarello come fosse una spada. “Prometto: da domani, piatti a terra. Cioè… sul tavolo. Fermi.”

Risero tutti. E la sera, lenta e gentile, si appoggiò sulle loro spalle come una coperta leggera.

Capitolo 5: La borsa con il biglietto e la panchina che aspetta

Il giorno dopo portarono i biglietti alla banca alimentare. La signora Teresa li accolse con una scatola vuota e un sorriso pieno.

“Pronti?” chiese.

“Prontissimi,” disse Amir, stringendo il quaderno blu sotto il braccio.

Misero i biglietti nelle borse: un gesto piccolo, ripetuto, come un ritmo. Amir pensò alla sua promessa. Ogni giorno aveva scritto almeno una parola gentile. A volte “grazie”. A volte “sei forte”. Una volta anche “ti perdono”, e quella gli era rimasta addosso come un maglione caldo.

Quando finirono, la signora Teresa consegnò loro una borsa da dare a una famiglia che sarebbe passata più tardi. “Potete portarla voi fino al tavolo d'ingresso.”

I quattro la presero insieme, perché era un po' pesante. Sembrava dire: “Ehi, io contengo cene, e forse un po' di speranza.”

Arrivati al tavolo, Amir vide una bambina con la mamma. La bambina aveva i capelli raccolti e un peluche consumato sotto il braccio. Guardava tutto in silenzio, come se non volesse disturbare.

Amir sentì un nodino dentro. Aprì il quaderno blu e strappò con attenzione un foglietto, piccolo piccolo. Scrisse una frase semplice, senza pensarci troppo: “Ciao. Ti mando un sorriso. Oggi conta.”

Lo piegò e lo infilò nella borsa, con discrezione, come si mette una conchiglia nella tasca senza farla vedere.

Nico lo notò e sussurrò: “Azione segreta di gentilezza.”

“Modestissima,” aggiunse Luca.

Samir sorrise. “E potente.”

Quando la mamma prese la borsa, Amir abbassò lo sguardo. Non cercava ringraziamenti. Si sentiva solo… giusto.

Uscirono dalla palestra e si sedettero sulla panchina davanti alla scuola. Il sole faceva ombre lunghe, e l'aria era piena di promesse mantenute.

“Quindi,” disse Nico, dondolando i piedi, “le parole gentili sono tipo… superpoteri, ma senza mantello.”

“E senza vanteria,” disse Amir.

Luca annuì. “È la parte migliore.”

Samir guardò il quaderno blu. “Continuiamo anche dopo il Ramadan?”

Amir lo aprì. Dentro c'era ancora il bigliettino misterioso: “La gentilezza torna sempre.” Lo toccò con un dito e sentì che, mistero o no, quella frase era diventata vera per lui.

“Sì,” disse Amir. “Continuo. È una promessa.”

Si alzarono. La panchina restò lì, tranquilla, come se custodisse le loro risate e i loro silenzi. E mentre tornavano a casa, Amir pensò che la gentilezza non faceva rumore, non chiedeva applausi, non brillava come un faro.

Brillava come una finestra accesa la sera: abbastanza per dire, a chi passa, “Qui c'è calore. Puoi respirare.”

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Scatoloni
Grandi scatole di cartone usate per conservare o trasportare oggetti.
Banca alimentare
Un luogo che raccoglie cibo per aiutare le persone che ne hanno bisogno.
Lenticchie
Piccoli legumi rotondi che si mangiano cotti come zuppa o contorno.
Ramadan
Mese sacro per i musulmani in cui molti digiunano e pregano di più.
Promessa
Impegno che si prende con gli altri per fare o non fare qualcosa.
Calligrafia
Il modo in cui una persona scrive a mano, più o meno bello.
Ricreazione
Il tempo a scuola per giocare e riposarsi tra le lezioni.
Copertina blu
La parte esterna e colorata di un quaderno che lo protegge.
Iftar
Il pasto serale con cui si rompe il digiuno durante il Ramadan.
Caraffa
Contenitore con beccuccio usato per versare acqua o altre bevande.
Turbante
Copricapo arrotolato intorno alla testa, usato in alcune culture.
Gentilezza
Atto o parola buona che aiuta gli altri e fa sentire meglio.

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