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Mito fantastico 7/8 anni Lettura 21 min.

Il ponte di luce tra i due fiumi di Òkè-Lúmì

Ayo, con l'aiuto di spiriti e amici, intraprende il compito di costruire un ponte tra due mondi imparando responsabilità, ascolto e rispetto lungo il cammino.

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Ayo: giovane donna sorridente ma concentrata, pelle scura, capelli intrecciati a chignon, vestito semplice ocra e bordeaux; inginocchiata sulla riva mentre posa una liscia pietra grigia ai piedi di un piccolo ponte luminoso, volto dolce e determinato. Ragazzo: bambino di circa 8 anni, capelli neri ricci, sorriso timido, collana di perle, arrivato sulla riva opposta e che avanza lentamente verso Ayo con le mani strette come a promettere, a pochi passi dal ponte con sguardo meravigliato. Animale secondario: Kìkì, piccola scimmia bruna dagli occhi vivaci e coda lunga, su una radice vicina a osservare saltellando e tenendo una nocciola come talismano. Luogo: confluenza di due riviere traslucide sotto un cielo al tramonto color mango, rive coperte di radici e erbe, pietre rotonde in cerchio, alberi dalle foglie verdi e alcune conchiglie appese che tintinnano; il ponte è una passerella di legno scuro intrecciata con fasce di luce pallida. Situazione principale: momento solenne e calmo in cui Ayo posa la pietra della promessa ai piedi del ponte luminoso mentre il bambino attraversa cautamente e la scimmia applaude in silenzio; atmosfera magica ma rassicurante, colori caldi, contrasti netti, linee chiare e forme arrotondate in stile infantile. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La città dei due fiumi

Nel cuore della città di Òkè-Lúmì, dove due fiumi si salutavano con un luccichio, viveva Ayo. Era una giovane donna con occhi attenti e un sorriso pronto, e portava sempre una piccola borsa di stoffa piena di gessetti colorati, spago e un campanellino d'argento.

Ogni mattina Ayo attraversava il mercato. Le voci erano come uccelli: cantavano, si chiamavano, ridevano. Le stoffe danzavano al vento, i frutti brillavano come lanterne.

“Buongiorno, Ayo!” gridò Mama Sade, che vendeva pane caldo.

“Buongiorno! Il tuo pane profuma di sole,” rispose Ayo.

“E tu profumi di idee,” disse Mama Sade, strizzando l'occhio.

Ayo rise, ma dentro sentiva anche un pizzico di pensiero. Da qualche tempo, nelle ore in cui il cielo diventava color miele, lei notava qualcosa di strano tra i due fiumi: un riflesso che non apparteneva all'acqua. Era come una strada fatta di luce, che appariva e spariva.

Quel giorno Ayo si fermò sulla riva. Sfiorò l'acqua con la punta delle dita.

“Ehi, fiume,” sussurrò, “mi stai nascondendo un segreto?”

L'acqua fece un piccolo girotondo, come se ridacchiasse.

Ayo sentì una voce alle sue spalle. “Non è il fiume che nasconde. Sei tu che stai imparando a vedere.”

Era Baba Ifa, il vecchio narratore del villaggio, con la barba bianca e una collana di perline. Portava un bastone che sembrava una domanda lunga lunga.

“Baba Ifa,” disse Ayo, “io vedo una… strada di luce. Ma non capisco dove porta.”

Baba Ifa guardò il punto dove i fiumi si incontravano. “Porta dove portano le storie: tra un mondo e l'altro.”

Ayo strinse la borsa. “Tra un mondo e l'altro? Come nei canti antichi?”

“Proprio come nei canti,” disse Baba Ifa. “Nel nostro mondo, gli Òrìṣà ascoltano ancora. Ogun ascolta il ferro che lavora, Oshun ascolta l'acqua che ride, e Eshu… beh, Eshu ascolta i passi che cambiano strada.”

“E io che c'entro?” chiese Ayo, con un misto di emozione e prudenza.

Baba Ifa le porse una piccola conchiglia bianca, liscia come una parola gentile. “Questa è una conchiglia di ascolto. Se la metti all'orecchio, sentirai ciò che serve, non ciò che spaventa.”

Ayo la avvicinò. Dentro, invece di un rumore forte, sentì un ritmo calmo: tum-tum, tum-tum, come un tamburo lontano.

“Un ponte,” mormorò la conchiglia, o forse il suo cuore. “Un ponte tra due rive. Un ponte tra due mondi.”

Ayo abbassò la conchiglia. “Un ponte? Ma un ponte vero? Di legno e pietra?”

“Di scelta e responsabilità, disse Baba Ifa. “E anche di pietra, sì. Perché le cose importanti amano restare.”

Ayo guardò i due fiumi. “Se costruisco un ponte, chi lo userà?”

“Chi ha bisogno di tornare a casa,” disse Baba Ifa. “E chi ha bisogno di imparare a salutare.”

Ayo deglutì. “E se sbaglio?”

Baba Ifa sorrise piano. “Allora impari. Ma non sei sola. Nel mondo dei miti, quando un cuore è lucido, le mani trovano aiuto.”

Un vento dolce passò tra le palme. Sembrò portare un profumo di miele e rame.

“Va' alla Collina dei Tamburi,” disse Baba Ifa. “Lì troverai un segno. E ricorda: un ponte non si costruisce di fretta. Si costruisce con cura.”

Ayo annuì. “Prometto di essere attenta. Prometto di non giocare con ciò che non capisco.”

“Questo è già un ponte,” disse Baba Ifa. “Un ponte dentro di te.”

Capitolo 2: La Collina dei Tamburi e il sentiero che canta

La Collina dei Tamburi era poco lontana, ma sembrava più grande quando ci camminavi verso. Ayo seguì un sentiero di terra rossa. Ogni passo faceva “puff” come una risata piccola. Gli alberi, alti e verdi, frusciavano come pagine.

Ayo parlava da sola, per farsi compagnia. “Io sono Ayo. Io costruisco cose. Io… spero di non inciampare.”

“Se inciampi, ti rialzi,” disse una voce allegra.

Ayo si girò di scatto. Su un ramo c'era una scimmietta con una coda lunga e occhi brillanti. Teneva in mano… una nocciolina. La osservava come fosse un tesoro.

“Tu parli!” esclamò Ayo.

“La cosa più strana sarebbe tacere quando c'è tanto da dire,” rispose la scimmietta. “Mi chiamo Kìkì. E tu stai andando dove i tamburi dormono.”

Ayo incrociò le braccia. “Come fai a saperlo?”

Kìkì saltò giù con un tonfo leggero. “Il vento racconta. E poi hai quella faccia da ‘sto per fare una cosa grande'.”

Ayo provò a non ridere, ma le uscì un sorriso. “Sì, forse. Sto cercando un segno per costruire un ponte.”

“Un ponte?” Kìkì fischiò. “Che bello! Così posso attraversarlo senza bagnarmi le zampe. Sai, l'acqua mi fa il solletico.”

Ayo camminò e Kìkì la seguì saltellando. Ogni tanto, la scimmietta faceva domande come frecce morbide.

“Un ponte per chi?” chiese Kìkì.

“Per collegare due mondi,” rispose Ayo. “Ma devo farlo bene. È una responsabilità.”

Kìkì annuì, sorprendentemente serio. “Responsabilità è una parola grande, ma sta bene nelle mani giuste.”

Arrivarono in cima alla collina. Lì c'erano pietre rotonde disposte a cerchio. Sembravano sedute pronte per un concerto. In mezzo, una grande pietra piatta, come un tavolo.

Ayo si avvicinò. Appoggiò la conchiglia all'orecchio. Tum-tum. Tum-tum. Il ritmo diventò più chiaro.

Dalla pietra piatta uscì una luce gentile, non accecante, come una lampada in una stanza. La luce prese la forma di una figura elegante, fatta di riflessi d'acqua e oro.

“Oshun,” sussurrò Ayo, ricordando i racconti.

La figura sorrise. “Mi hai chiamata con il rispetto,” disse con voce che sembrava un ruscello. “E il rispetto è una chiave che apre senza rompere.”

Kìkì si inchinò così forte che quasi cadde. “Piacere! Io sono Kìkì, specialista in noccioline.”

Oshun rise, e la risata sembrò far fiorire l'aria. “Benvenuto, piccolo rumoroso.”

Ayo fece un passo avanti. “Oshun, ho visto una strada di luce tra i due fiumi. Baba Ifa dice che posso costruire un ponte tra due mondi. Ma non voglio fare danni.”

“Buona scelta,” disse Oshun. “Un ponte è un invito. E un invito deve essere gentile.”

Ayo si sedette sulla pietra piatta. “Come si costruisce un ponte così? Non ho martello magico, non ho… non ho muscoli da guerriera.”

Oshun posò una mano di luce nell'aria. Apparve una ciotola immaginaria piena di tre cose: un filo d'argento, un pezzetto di legno scuro e una piccola pietra liscia.

“Tre doni,” disse Oshun. “Il filo è ascolto. Il legno è coraggio. La pietra è promessa.”

Kìkì alzò una zampa. “Io posso portare la pietra? Sono bravissima a portare cose… quasi sempre.”

Ayo sorrise. “Prima devo capire dove mettere il ponte.”

Oshun indicò verso il cielo, ma anche verso il terreno. “Tra i due fiumi c'è una fessura invisibile, una porta sottile. Si apre quando qualcuno fa un gesto responsabile: chiedere permesso, pensare agli altri, tenere la parola.”

Ayo inspirò. “Allora io chiederò permesso.”

“Bene,” disse Oshun. “Ma la porta non ascolta solo le parole. Ascolta i gesti.”

Ayo prese il gessetto dalla borsa e disegnò un piccolo cerchio sulla terra, davanti al cerchio di pietre. Poi disegnò due linee che si avvicinavano e si toccavano.

“Questo è il mio piano,” disse. “Due mondi che si incontrano senza schiacciarsi.”

Oshun annuì. “Ora vai al Fabbro del Vento, dove il ferro canta. Ogun ti darà un chiodo speciale, non per ferire, ma per unire.”

Kìkì sgranò gli occhi. “Un chiodo che non punge? Finalmente!”

Ayo rise. “Andiamo, Kìkì. Ma tu prometti di non rubare noccioline a nessuno.”

Kìkì fece una faccia innocente. “Io? Rubare? Io… prendo in prestito molto velocemente.”

Ayo lo guardò. Kìkì sospirò. “Va bene, va bene. Prometto. Responsabilità!”

Oshun li salutò con un gesto. “Ricordate: passo dopo passo. Scelta dopo scelta. Un ponte nasce così.”

Capitolo 3: Il Fabbro del Vento e il chiodo che unisce

Il Fabbro del Vento viveva vicino a una grande roccia che faceva eco. Non era una casa normale: aveva pareti di argilla e una porta che sembrava sempre socchiusa, come se aspettasse qualcuno.

Quando Ayo e Kìkì arrivarono, sentirono un suono: clang… clang… come una canzone di metallo.

Ayo bussò. “Permesso?”

“Permesso!” ripeté Kìkì, imitando una voce grave.

La porta si aprì da sola. Dentro, un fuoco piccolo ma vivace brillava in una fornace. E accanto al fuoco stava Ogun, grande e calmo, con braccia forti e occhi gentili. Aveva un grembiule pieno di scintille, come stelle cadute.

“Chi chiede permesso entra con piedi leggeri,” disse Ogun. “Benvenuta, Ayo.”

Ayo si inchinò un poco. “Ogun, sono qui per un chiodo che unisce. Voglio costruire un ponte tra due mondi, senza fare disastri.”

Ogun fece un “hm” pensoso. “Un ponte non è un gioco. Ma tu parli come chi capisce.”

Kìkì si mise subito vicino a una pila di attrezzi. “Io posso aiutare! So tenere le cose… più o meno.”

Ogun gli lanciò uno sguardo divertito. “Allora tieni questa responsabilità.” Gli porse un cucchiaio di legno. “Mescola l'acqua nella ciotola. Non troppo, non poco.”

Kìkì lo prese come fosse una corona. “Capito! Mescolare con saggezza.”

Ayo osservò. “Ogun, cosa devo fare io?”

“Devi scegliere,” disse Ogun. “Posso darti un chiodo potente. Ma la potenza senza misura fa rumore. Invece, ti offrirò un chiodo semplice, che funziona solo se lo usi con cura.”

“Voglio quello semplice,” disse Ayo senza esitazione. “Se devo unire due mondi, preferisco la gentilezza alla forza.”

Ogun sorrise. “Parole giuste. Ora dimmelo con un gesto. Prendi questo ferro caldo con le pinze. Non toccarlo con le mani nude. Non per paura, ma per rispetto.”

Ayo prese le pinze. Il ferro era rosso come un tramonto. Lei lo sollevò lentamente e lo posò sull'incudine.

“Brava,” disse Ogun. “La responsabilità è questo: sapere cosa puoi fare e come farlo in sicurezza.”

Ogun batté con il martello tre colpi. Clang. Clang. Clang. Ogni colpo sembrò dire: “Unire, unire, unire.”

Poi immerse il chiodo in una ciotola d'acqua. Si alzò un vapore profumato, come pioggia su terra calda.

Kìkì mescolava con serietà. “Sto facendo il giro giusto? Non voglio creare un ciclone.”

“Va benissimo,” disse Ogun. “Hai un talento per non esagerare. È raro.”

Kìkì gonfiò il petto. “Io sono raro.”

Ogun porse il chiodo ad Ayo. Era piccolo, scuro, con una linea d'argento nel mezzo.

“Questo chiodo ricorda tre cose,” disse Ogun. “Ricorda l'ascolto, ricorda il coraggio, ricorda la promessa.”

Ayo lo prese con entrambe le mani. “Grazie. Dove devo metterlo?”

Ogun indicò verso i due fiumi. “Nel punto in cui la strada di luce trema. Ma prima devi parlare con Eshu al Crocevia delle Conchiglie. Lui ama le strade e i cambiamenti. Senza il suo sì, un ponte potrebbe girarsi come una porta confusa.”

Kìkì sussurrò ad Ayo: “Una porta confusa sembra una zia quando perde gli occhiali.”

Ayo rise, poi si ricompose. “Andremo al crocevia. E useremo il chiodo con cura.”

Ogun annuì. “Ricorda: non costruire per vantarti. Costruisci per servire.”

Ayo strinse il chiodo. “Lo farò. Non per essere famosa. Perché è giusto.”

Uscirono. Il vento sembrava più fresco, come se anche lui avesse sentito un impegno.

Capitolo 4: Il Crocevia delle Conchiglie e la pietra posata

Il Crocevia delle Conchiglie era un luogo curioso: quattro sentieri si incontravano, e tutto intorno c'erano conchiglie appese agli alberi. Tintinnavano piano, come piccoli campanelli.

Ayo camminò lentamente. “Questo posto mi fa pensare,” disse.

“Anche a me,” rispose Kìkì. “Mi fa pensare che una conchiglia può essere una tazza, un orecchio o un cappello. Dipende dalla fantasia.”

“Dipende anche dal rispetto,” disse Ayo, ricordando Oshun.

Nel centro del crocevia c'era una pietra con sopra un segno disegnato: due linee che si incrociavano, e un puntino che sorrideva. Appena Ayo si avvicinò, una figura apparve come un salto di luce: Eshu, con occhi vivaci e un cappello strano, metà rosso e metà nero.

“Chi arriva al crocevia porta sempre una domanda,” disse Eshu. “E spesso porta anche una tasca piena di briciole.”

Kìkì guardò la sua tasca. “Io non ho briciole. Ho… aria.”

Eshu rise. “Allora sei leggero. Bene. E tu, Ayo, che cosa vuoi?”

Ayo fece un respiro. “Voglio costruire un ponte tra due mondi. Ho chiesto aiuto, ho ricevuto doni, e voglio farlo con responsabilità. Ma so che le strade sono anche tue.”

Eshu camminò intorno a lei. Ogni passo cambiava un po' il suono delle conchiglie, come se il luogo provasse diverse musiche.

“Responsabilità,” ripeté Eshu, assaggiando la parola come miele. “Molti la dicono, pochi la portano.”

Ayo aprì la borsa. Tirò fuori il filo d'argento immaginato da Oshun—e ora era reale, sottile e brillante—e il pezzetto di legno scuro, che profumava di foresta. Poi mostrò il chiodo di Ogun.

“Non voglio comandare su nessuno,” disse. “Voglio solo unire. Così chi è rimasto tra i mondi possa passare senza perdersi. E così il nostro villaggio possa imparare ad ascoltare il mistero senza paura.”

Eshu si fermò. “E se qualcuno usa il ponte per fare dispetti?”

Ayo non abbassò lo sguardo. “Allora io sarò lì. Metterò regole chiare. Il ponte si attraversa con rispetto. E se serve, lo chiuderò finché tutti non capiranno. Perché è una cosa seria.”

Kìkì annuì forte. “Regole chiare! Tipo: niente bucce di banana sul ponte. Scivolano.”

Eshu scoppiò a ridere. “Mi piace questa squadra: una lucida e una… molto saltellante.”

Ayo sorrise. “Allora ci dai il tuo sì?”

Eshu fece girare tra le dita una conchiglia. “Ti do un sì, ma con una condizione: quando il ponte sarà pronto, dovrai posare una pietra e dire ad alta voce a chi appartiene il ponte.”

Ayo aggrottò la fronte. “A chi appartiene?”

Eshu indicò i sentieri. “Non a te sola. Appartiene a chi lo attraversa con rispetto. Appartiene alla comunità. Appartiene alla promessa che hai fatto.”

Ayo annuì. “Accetto.”

Eshu batté le mani. Le conchiglie suonarono tutte insieme, ma dolcemente, come una ninnananna.

“Vai,” disse Eshu. “La strada di luce ti aspetta.”

Tornarono ai due fiumi nel momento in cui il cielo era color mango. La strada di luce tremolava tra le acque, timida come un cucciolo.

Ayo si inginocchiò sulla riva. “Prima ascolto,” disse. Mise la conchiglia all'orecchio. Tum-tum. Tum-tum. Il ritmo era calmo.

Poi prese il filo d'argento e lo tese tra due pali naturali, due radici forti vicino all'acqua. Kìkì aiutò, tenendo il filo con attenzione.

“Sto facendo bene?” chiese la scimmietta.

“Stai facendo benissimo,” rispose Ayo. “Non tirare troppo.”

“Non tiro troppo,” disse Kìkì, con la lingua fuori per la concentrazione.

Ayo posò il legno scuro come una piccola passerella. Non era grande, ma era abbastanza per un passo sicuro. Poi prese il chiodo e lo sistemò nel punto centrale, dove la luce tremava. Con una pietra piatta, batté piano. Un colpo. Poi un altro. Poi un terzo.

Clac. Clac. Clac.

La luce non esplose. Non fece rumore. Semplicemente si stese, come una coperta luminosa che decide di essere utile. Un piccolo ponte apparve: legno e luce intrecciati, con un bordo che brillava come luna sull'acqua.

Kìkì aprì la bocca. “Wow. Posso… posso attraversare?”

“Prima una prova responsabile,” disse Ayo. Guardò intorno. “Nessuna corsa. Un passo alla volta.”

Ayo fece il primo passo. Il ponte tenne. Il secondo. Il terzo. La luce sotto i suoi piedi era tiepida come una carezza. Dall'altra parte, l'aria era quasi uguale… eppure diversa, come se avesse più profumo di stelle.

Una figura piccola si affacciò, fatta di ombra gentile e scintille: non era spaventosa, sembrava solo smarrita.

“Ciao,” disse Ayo con voce calma. “Sei tra i mondi?”

La figura annuì.

“Vuoi tornare?” chiese Ayo.

La figura fece un passo. Poi un altro. Attraversò il ponte lentamente, e quando arrivò alla riva del villaggio, diventò un bambino vero, con una collana di perline e una risata pronta.

“Mi ero perso,” disse il bambino. “Ho seguito un luccichio e poi… non trovavo più la strada.”

Ayo si chinò alla sua altezza. “Ora la strada c'è. Ma si usa con attenzione. Prometti di non entrare nei luoghi misteriosi senza dirlo a un adulto?”

Il bambino annuì forte. “Prometto!”

Kìkì alzò la mano. “E prometti di non offrire noccioline a una scimmietta che non sa dire di no?”

Ayo lo guardò.

Kìkì tossì. “Scherzo. Più o meno.”

Ayo tornò al centro del ponte. Ricordò la condizione di Eshu. Prese dalla riva una pietra liscia, abbastanza grande da stare nel palmo. Era grigia, ma con venature chiare, come un pensiero buono.

La posò alla base del ponte, sul lato del villaggio, dove tutti potevano vederla.

Poi disse ad alta voce, con parole chiare: “Questo ponte appartiene a chi lo attraversa con rispetto. Appartiene al villaggio, ai viaggiatori gentili e alle promesse mantenute. Io, Ayo, lo custodirò con responsabilità.”

Le acque dei due fiumi fecero un piccolo inchino, come due amici che finalmente si capiscono. Le conchiglie lontane, al crocevia, sembrarono suonare un “ding” felice. E nell'aria, come un coro discreto, pareva di sentire Oshun che rideva e Ogun che approvava, e Eshu che diceva: “Ben scelto.”

Kìkì guardò la pietra. “È una pietra normale,” disse.

Ayo annuì. “Sì. E proprio per questo è speciale. È una promessa che pesa il giusto.”

Il bambino salvato corse verso il mercato, chiamando la sua famiglia. Ayo restò un momento a guardare il ponte, che brillava senza esagerare, come una stella educata.

“Domani controllerò le corde,” disse Ayo. “E metterò un cartello con le regole.”

Kìkì fece un salto. “Io posso disegnare il cartello! Disegnerò una banana barrata.”

Ayo rise. “Va bene. Ma anche un cuore. Perché il ponte si attraversa con il cuore calmo.”

Il sole scese piano. La sera mise una coperta blu sul villaggio. Ayo tornò a casa con la borsa più leggera e la responsabilità più presente, ma non pesante: era come una lanterna che guida.

E tra i due fiumi, il ponte restò lì, pronto a unire, pronto ad ascoltare, pronto a ricordare: passo dopo passo, scelta dopo scelta, una pietra posata può cambiare un mondo.

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Luccichio
Piccolo bagliore o brillantezza, come quando qualcosa riflette la luce del sole.
Mercato
Posto dove molte persone vendono e comprano frutta, stoffe e altre cose.
Riflesso
Immagine che si vede nell'acqua o in uno specchio.
Conchiglia
Guscio duro di un animaletto che vive nel mare, spesso si trova sulla spiaggia.
Responsabilità
Dovere di prendersi cura di qualcosa e fare le cose con attenzione.
Fornace
Grande camino caldo dove si riscaldano i metalli per lavorarli.
Incudine
Pezzo di metallo pesante su cui si batte il ferro per dargli forma.
Scintille
Piccole luci o frammenti luminosi che saltano quando si batte il metallo.
Grembiule
Vestito che si mette sopra i vestiti per proteggerli mentre si lavora.
Tum-tum
Suono ripetuto come di tamburo, per mostrare un ritmo semplice e forte.

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