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Mito fantastico 11/12 anni Lettura 19 min.

Il ponte delle canne e la lucerna verde di Aulo

Aulo, un ragazzo timido, accompagna l'ombra di una giovane chiamata Livia in un viaggio tra mercati di cose smarrite, prove di dèi e il misterioso Ponte delle Canne, imparando a guardare oltre la propria riservatezza.

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Aulo, uomo dall’emozione calma e tenera, volto timido con gote rosate e cappuccio scuro, occhi nocciola bassi ma luminosi, tiene una piccola lucerna di vetro verde con nastro azzurro e tende la mano; Livia, giovane spettro dall’aspetto traslucido ma dai tratti dolci, capelli neri fluttuanti e occhi grandi e ansiosi, si tiene appena indietro come sorretta dalla luce della lucerna; Proserpina, dea tranquilla, figura adulta elegante con corona di semi rossi e veste argentata con accenti melograno, seduta su un muretto di pietra a guardarli con benevolenza; il Custode della riva, essere d’acqua non umano, forma tra fango e fiume con occhi perlati e corona di alghe, emerge alla sponda sinistra osservando la scena; luogo: riva del Tevere al chiaro di luna, canne alte che formano un passaggio luminoso, acqua scura con riflessi argentati e un ponte di canne e luce al centro; situazione: Aulo e Livia al varco del Ponte delle Canne: Aulo offre la lucerna e inserisce una piccola chiave di bronzo in una porta di pietra luminosa, Livia, commossa e fragile, sta per attraversare sotto lo sguardo rassicurante di Proserpina e la vigilanza del Custode; palette: acquerello tenue con verdi pallidi, azzurri, grigi bluastri e tocchi di rame e melograno, contorni sottili e luci diffuse. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — La fonte che sussurra

La sera scivolava su Roma come un mantello di lana blu. Le tegole ancora tiepide di sole trattenevano profumo di fumo e rosmarino, e le statue lungo le strade sembravano ascoltare.

Aulo camminava piano, con il cappuccio tirato su. Non perché avesse paura: era fatto così. Pudico, attento a non occupare troppo spazio, come se il mondo avesse sempre già una misura e lui non volesse romperla. Portava sotto il braccio un rotolo di cera per appunti e, appesa al fianco, una piccola lucerna con vetro verde.

Quella notte aveva ricevuto un segno semplice: una moneta antica trovata sul gradino di casa. Non una moneta qualsiasi. Sul fronte c'era un ramo d'alloro, sul retro una barca. Aulo l'aveva girata tra le dita e aveva sentito un freddo gentile, come acqua di fonte.

Così era finito al margine del Foro, dove una fontana nascosta tra due colonne spezzate sussurrava a chi sapeva ascoltare. L'acqua non cantava come tutte le acque: mormorava parole spezzate.

Aulo si chinò. “Va tutto bene?” chiese, sentendosi un po' sciocco a parlare con una fontana.

L'acqua tremolò. Dal riflesso emerse un volto pallido, non proprio un volto: più un'ombra con occhi lucidi. Una voce sottile si infilò nell'aria.

— Non trovo la strada.

Aulo trattenne il fiato. Si guardò intorno: nessuno. Solo il crepitare di una torcia lontana.

“Chi sei?” domandò.

— Mi chiamavano Livia… credo. E ho freddo. Il freddo della dimenticanza.

Aulo abbassò lo sguardo, imbarazzato come se avesse incontrato qualcuno in lacrime. “Io… posso aiutarti?”

L'acqua fece un piccolo vortice, e una moneta uguale alla sua comparve sul bordo della vasca, come lasciata da una mano invisibile.

— Accompagnami al ponte dove passano le anime. Io non riesco a vederlo. I miei passi non fanno rumore.

Aulo conosceva quel ponte. Non era sulle mappe. Gli anziani lo chiamavano il Ponte delle Canne, perché appariva solo quando le canne del Tevere si piegavano nello stesso verso, come salutando.

Lui non era un eroe da tromba e armatura. Era solo Aulo. Ma qualcosa, nel modo in cui l'ombra aveva pronunciato “dimenticanza”, gli strinse il cuore.

“Va bene,” disse, e la sua voce uscì più ferma di quanto si aspettasse. “Cammineremo insieme. Anche se tu non hai passi, io ne farò per due.”

Il riflesso sorrise, minuscolo. Un filo di luce si staccò dall'acqua e si attorcigliò intorno alla lucerna di Aulo, come un nastro.

— Ti seguirò lì.

Aulo si rialzò. La città aveva improvvisamente più silenzio, come se aspettasse.

Capitolo 2 — Il mercato delle cose smarrite

Per raggiungere il Tevere, Aulo scelse i vicoli dove le ombre erano più lunghe. Non amava attirare sguardi. E poi, certe strade conoscevano segreti antichi.

Dietro una bottega di ceramiche, una tenda fatta di corde e panni rossi compariva solo di notte: il Mercato delle Cose Smarrite. Non vendeva pane né stoffe, ma oggetti che avevano perso il loro posto nel mondo: bottoni senza giacca, chiavi senza porta, nomi senza persona.

Aulo entrò con cautela. Il suolo era coperto di foglie secche che non scricchiolavano. Un venditore con barba di polvere lo salutò senza alzare lo sguardo.

— Cercatore?

“Accompagnatore,” rispose Aulo, e arrossì un poco: la parola gli sembrava troppo grande.

La voce di Livia, sottile come un filo, sussurrò vicino alla lucerna:

— Qui ci sono pezzi di me.

Aulo si fermò davanti a un banco pieno di piccole cose: una spilla a forma di delfino, un pezzetto di nastro azzurro, una conchiglia rotta. Sopra ogni oggetto, un'etichetta scritta con inchiostro chiaro: “Ricordo di un'estate”, “Promessa non mantenuta”, “Risata persa”.

“Come faccio a capire cosa serve?” chiese Aulo al venditore.

Il venditore alzò finalmente gli occhi: erano come due sassolini di fiume.

— Non si capisce con la testa. Si capisce con la gentilezza.

Aulo si sentì ancora più rosso. Eppure allungò la mano verso il nastro azzurro. Appena lo sfiorò, un'immagine gli attraversò la mente: una ragazza che correva tra colonne bianche, capelli legati con quel nastro, e un padre che rideva.

La lucerna si illuminò. Livia parlò, più vicina:

— Sì… quello. È il colore del mio nome.

Aulo comprò il nastro offrendo la sua moneta con la barca. Il venditore annuì.

— Ricorda: ciò che accompagni non si spinge. Si sostiene.

Aulo annodò il nastro intorno alla lucerna. La luce divenne più calda, come una stanza con il camino acceso.

— Mi sento un poco più intera, disse Livia. Ma il ponte… ancora non lo vedo.

“Lo vedremo insieme,” rispose Aulo. E per la prima volta quella sera, sorrise davvero.

Mentre uscivano, una bambina in un angolo del mercato stava contrattando per una parola caduta: “Scusa”. La teneva tra le dita come una perla e sembrava pronta a usarla. Aulo pensò che il mondo, anche quando era strano, riusciva a essere buono.

Capitolo 3 — Il bivio di Giano

La strada verso il fiume passava per un arco antico, mezzo inghiottito dall'edera. Lì si apriva un bivio: a sinistra un vicolo che odorava di vino; a destra un corridoio di pietra dove l'aria sapeva di pioggia.

Sotto l'arco, una statua di Giano aveva due volti. Ma quella notte, i due volti non erano di marmo: uno sbatteva le palpebre, l'altro fischiettava come un vecchio annoiato.

Aulo si fermò. “Oh… salve,” disse, e subito si pentì. Salutare una statua sembrava una cosa da bambini. Eppure, nel suo mondo, gli dèi non erano favole: erano vicini, capricciosi, presenti come il vento.

Il volto rivolto al passato parlò con voce roca:

— Dove vai, figlio della vergogna gentile?

Aulo si morse il labbro. “Non è vergogna,” pensò, “è solo… riservatezza.” Ma non lo disse. Non gli piaceva difendersi.

“Accompagno un'anima smarrita,” rispose invece. “Devo trovare il Ponte delle Canne.”

Il volto rivolto al futuro rise piano:

— Un ponte che appare solo quando lo sguardo è giusto. E tu, Aulo, guardi spesso i tuoi piedi.

Aulo sentì una stretta allo stomaco. Era vero: quando parlava con la gente, fissava sempre un punto a terra, come se lì ci fosse un manuale delle risposte.

La luce della lucerna tremolò. Livia sussurrò:

— Non per giudicarti… ma per aiutarmi, devi alzare lo sguardo.

Aulo inspirò. Poi alzò gli occhi verso la città: le finestre accese sembravano costellazioni basse, e sopra, il cielo era un lago scuro punteggiato di briciole d'oro.

“Qual è la strada?” chiese a Giano.

Il volto del passato disse:

— A sinistra troverai distrazione.

Il volto del futuro disse:

— A destra troverai prova.

Aulo si schiarì la gola. “Io… scelgo la prova.”

La statua sorrise, e dalle sue labbra cadde una chiave minuscola, di bronzo, che tintinnò sul selciato.

— Questa apre ciò che è chiuso per paura, disse Giano. Non perderla.

Aulo la prese con cura. Era fredda, ma non cattiva.

Camminarono nel corridoio di pietra. Le pareti, umide, riflettevano la luce verde. Ogni tanto, Aulo si sorprendeva a guardare avanti invece che in basso. E la strada sembrava meno stretta.

Capitolo 4 — Le canne del Tevere

Il Tevere apparve tra due edifici come un animale scuro che dormiva. L'acqua portava foglie, pezzi di legno, e qualche volta… qualcosa che sembrava una parola non detta.

Sulla riva, le canne erano alte e fitte. Si muovevano anche senza vento, come se ricevessero ordini da una musica invisibile. Aulo si avvicinò, tenendo la lucerna davanti a sé.

“Ponte delle Canne,” mormorò. “Se ci sei, mostrati.”

Le canne frusciarono. Ma invece di aprirsi, si chiusero di più, come un pubblico che incrocia le braccia.

Dall'acqua emerse una figura: non una persona, ma un essere fatto di fiume e fango, con occhi di perla opaca. Aveva una corona di alghe e una voce gorgogliante.

— Nessuno passa senza offrire un peso, disse. Io sono il Custode della Riva. Ogni anima porta con sé qualcosa che trattiene.

Aulo deglutì. “Io non voglio passare per me. Voglio solo accompagnare.”

Il Custode inclinò la testa.

— Proprio per questo dovrai offrire. Non l'anima. Il tuo peso.

Aulo pensò a tante cose: al suo imbarazzo, alle parole che non diceva, ai sorrisi trattenuti, ai “non importa” quando invece importava. Tutto ciò era un peso? Sembrava leggero, eppure lo rendeva lento.

Livia sussurrò:

— Il mio peso è la paura di essere dimenticata. Il tuo, forse, è la paura di essere visto.

Aulo sentì un calore improvviso, come se qualcuno avesse detto ad alta voce un segreto che lui non aveva mai scritto neppure nel rotolo di cera.

“E cosa devo fare?” chiese, quasi arrabbiato. “Gridare? Mettermi al centro della strada?”

Il Custode fece una risata che suonò come pietre che rotolano.

— No. Basta un atto piccolo e vero.

Aulo guardò la lucerna. Il nastro azzurro tremava. Livia, invisibile, era lì.

Allora Aulo fece una cosa che per lui era enorme: chiamò l'anima per nome, forte abbastanza perché il fiume lo sentisse.

“Livia!” disse. “Io ti vedo. Io ti ascolto. Non sei un'ombra qualunque.”

Le canne si fermarono. Per un attimo, il mondo parve trattenere il respiro. Poi il Custode annuì.

— Ecco il peso offerto: la tua voce. La tua presenza. Ora il ponte può ricordarsi di te.

Le canne si piegarono tutte nello stesso verso, come capelli pettinati con cura. Tra loro apparve un passaggio: non un vero ponte di legno o pietra, ma una trama di canne intrecciate e luce lunare, solida quanto bastava.

La lucerna brillò. Livia parlò con stupore:

— Lo vedo… lo vedo davvero.

Aulo, pur tremando un po', mise il piede sul ponte. Sotto, l'acqua sussurrava. Sopra, la luna sembrava una moneta enorme.

Capitolo 5 — Il ponte che ricorda i passi

Sul Ponte delle Canne, i suoni cambiavano. La città era lontana. Si sentivano solo l'acqua e un battito lieve, come di ali.

Aulo camminava lentamente. Ogni passo faceva un rumore morbido, eppure dietro di lui si accendevano piccole scintille, come se il ponte tenesse memoria dei piedi.

— È strano, disse Livia. Io non ho peso, ma sento il tuo. È come una mano sulla spalla.

“Non ti schiaccia, spero.”

— No. Mi guida.

A metà del ponte, una nebbia si alzò. Dentro la nebbia, apparvero figure: ombre di persone, ciascuna con una piccola luce spenta sul petto. Non facevano paura. Sembravano solo… stanche.

Una di loro si avvicinò e parlò senza bocca:

— Hai visto il mio nome?

Aulo esitò. “Io… non so.”

Un'altra ombra:

— Hai visto la mia casa?

Livia sussurrò, preoccupata:

— Se li ascolti tutti, resterai qui.

Aulo strinse la lucerna. Si sentì tirato da due parti: la compassione e la missione. Avrebbe voluto aiutare tutti, ma sapeva che non poteva. E dire “no” gli pareva una cattiveria.

Allora ricordò le parole del venditore: non si spinge, si sostiene. Anche “sostenere” a volte significava non promettere.

Aulo guardò le ombre con serietà gentile. “Non so dove siano i vostri nomi,” disse. “Ma posso fare una cosa: posso ricordarvi per un momento.”

Alzò la lucerna. Il vetro verde proiettò un cerchio di luce. Dentro quel cerchio, le ombre sembrarono più nitide. Qualcuna sospirò, come se avesse ricevuto una coperta.

— Grazie, mormorarono in molti, e si ritrassero. Non chiedevano più. Non trattenevano.

Livia parlò piano:

— Hai dato senza perdere te stesso. È… raro.

Aulo abbassò la lucerna. “Sto imparando,” ammise. “Ma non sono bravo con le parole.”

— Eppure hai detto il mio nome.

Aulo arrossì nel buio. Per fortuna, nessuno lo vedeva davvero. O forse sì: il ponte, che ricordava i passi, ricordava anche le intenzioni.

Davanti a loro, la nebbia si aprì su un arco di luce tenue. Sembrava l'ingresso di un giardino notturno.

Capitolo 6 — Il giardino di Proserpina

Dall'altra parte del ponte non c'era l'oscurità terribile che Aulo aveva immaginato. C'era un giardino. Alberi con foglie d'argento, fiori che brillavano come lampade chiuse, e sentieri di cenere chiara. L'aria sapeva di melograno e terra buona.

Una ragazza, o una dea, sedeva su un muretto. Aveva una corona di semi rossi tra i capelli e un sorriso calmo.

— Benvenuti, disse. Io custodisco ciò che va e ciò che torna.

Aulo si inchinò appena. “Proserpina,” mormorò. L'aveva vista sui mosaici, ma dal vivo sembrava più giovane e più antica insieme.

Proserpina guardò la lucerna. Il nastro azzurro tremò.

— Livia, disse la dea, come se la conoscesse da sempre. Sei arrivata tardi, ma sei arrivata.

La luce si condensò, e accanto ad Aulo apparve finalmente una figura: una ragazza dai capelli scuri, un po' trasparenti, con occhi grandi e timidi. Indossava una tunica semplice. Teneva le mani strette come chi non sa dove metterle.

— Ho paura, confessò Livia. Non so cosa c'è dopo.

Proserpina saltò giù dal muretto e camminò tra loro, senza rumore.

— Dopo c'è un luogo dove le storie riposano. Non è una punizione. È un passaggio. E tu non sarai sola, perché qualcuno ha fatto per te ciò che pochi fanno: ha accompagnato.

Aulo si sentì stringere la gola. Era felice, ma anche triste. Un addio, anche dolce, punge sempre un po'.

Proserpina si voltò verso di lui.

— Aulo, figlio del passo leggero. Hai portato luce senza vantartene. Ora puoi tornare, se vuoi. Ma prima… c'è una porta.

Indicò un arco di pietra coperto di edera nera. La porta non aveva maniglia. Solo un piccolo foro a forma di chiave.

Aulo capì. Tirò fuori la chiave di bronzo di Giano. La mano gli tremava.

“Questa è per Livia?” chiese.

Proserpina annuì.

— È per ciò che è chiuso per paura, come ti hanno detto. A volte, anche le anime hanno una serratura.

Livia guardò l'arco. “Ho paura di entrare e scoprire che nessuno mi ricorda.”

Aulo si avvicinò. Non era un tipo da grandi gesti, ma questa volta non si nascose dietro il cappuccio. La guardò negli occhi.

“Ti ricordo io,” disse. “E non solo come un compito. Ti ricordo come una persona. E se un ricordo può essere una lampada, allora questa lampada è tua.”

Le porse la lucerna. Livia la prese, e per un attimo le sue dita parvero vere.

Proserpina sorrise. “Apri, Aulo.”

Aulo infilò la chiave. La serratura fece un suono piccolo, come un seme che si spacca. La porta si aprì su una luce color alba.

Livia inspirò, come chi si tuffa. Poi si voltò verso Aulo.

— Non so come ringraziarti.

Aulo si grattò la nuca, imbarazzato. “Puoi… andare senza fretta,” disse. “E quando sei pronta, fai un passo. Uno solo.”

Livia annuì. Entrò nell'arco. La luce la avvolse, e il giardino sembrò più caldo.

Quando la porta si richiuse, la lucerna tornò nella mano di Aulo, ma senza nastro: il nastro azzurro era rimasto dall'altra parte, come un saluto legato al vento.

Proserpina posò una mano sulla spalla di Aulo.

— Hai fatto bene. Ora torna. E quando ti verrà voglia di guardare i tuoi piedi, ricordati: anche il cielo ha bisogno che qualcuno lo guardi.

Aulo chinò il capo. “Grazie,” sussurrò. E riprese il sentiero verso il ponte, con un battito leggero nel petto, come un tamburo che non voleva disturbare ma voleva esistere.

Capitolo 7 — La canzone per la strada di casa

Il Ponte delle Canne lo riportò alla riva del Tevere. Le canne si raddrizzarono, tornando a essere solo canne. La città riprese i suoi rumori lontani: una risata, un cane che abbaia, un portone che cigola.

Aulo camminò verso casa mentre l'alba sfiorava i tetti. Si sentiva stanco, ma non svuotato. Era come dopo una lunga camminata: le gambe pesanti, la mente limpida.

Quando arrivò alla fontana del Foro, si fermò. L'acqua era quieta, senza volto. Eppure, nel riflesso, Aulo credette di vedere un lampo azzurro, come un nastro che ondeggia.

Si sedette sul gradino. La pudicizia gli era rimasta addosso, certo. Non si cambia pelle in una notte. Ma qualcosa si era allentato: un nodo, una chiusura. Aveva detto un nome. Aveva offerto la voce. Aveva accompagnato.

Dal suo petto uscì, piano, una melodia. Non era una canzone imparata: era una di quelle che vengono quando si è grati e un po' malinconici. Aulo la cantò sottovoce, per non svegliare la città, come una carezza nell'aria.

“Ninna nanna, luce gentile,

scendi sul fiume, sali nel cielo.

Chi era smarrito ora ha sentiero,

chi aveva paura ora ha respiro.

Dormi, ricordo, non sei da solo,

tra foglie d'argento e semi di fuoco.

Se il nome vacilla, io lo terrò,

come una lampada, piano, così.

Ninna nanna, passo leggero,

porta la notte dove è più vero.

E quando domani riaprirà il giorno,

che trovi nei cuori un posto di buono.”

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Tegole
Piastrelle che coprono il tetto di una casa e proteggono dalla pioggia.
Rosmarino
Una pianta con foglie profumate usata in cucina e nei giardini.
Lucerna
Piccola lampada portatile che usa olio o cera per fare luce.
Mormorava
Parlava piano, come un suono sommesso e ripetuto.
Pudico
Timido nel mostrarsi, che cerca di non attirare troppo l'attenzione.
Edera
Pianta rampicante che cresce sulle pareti e avvolge i muri.
Alghe
Piante che vivono nell'acqua, spesso sulle rocce dei fiumi o mari.
Cenere chiara
Polvere grigia e leggera che resta dopo che qualcosa è bruciato.
Melograno
Albero e frutto con tanti semi rossi e succosi dentro.
Vortice
Movimento circolare dell'acqua o dell'aria che gira su se stesso.
Serratura
Meccanismo in una porta che si chiude con una chiave.
Sospirò
Fece un respiro lungo e lento per mostrare sollievo o tristezza.
Custode
Chi controlla o protegge un luogo, come una persona di guardia.

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