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Mito fantastico 11/12 anni Lettura 23 min.

Il faro spento e la lanterna spezzata del cielo

Linh, una ragazza coraggiosa, parte per riaccendere un faro spento e cercare di riconciliare due costellazioni rivali — il Drago e la Fenice — affrontando prove e incontrando creature magiche lungo il cammino.

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Una giovane donna, Linh, viso ovale e pelle abbronzata, capelli neri raccolti in uno chignon disordinato e sguardo determinato ma dolce, è accovacciata a cucire a mano con filo dorato una grande lanterna di vetro incrinata; una vecchia donna attende nel villaggio sullo sfondo (non rappresentata da vicino). Un grande drago dall'aspetto antico, scaglie giada e occhi dorati fessurati, è appoggiato all'ingresso della torre a sinistra, inclinando la testa con espressione curiosa e pacata; una fenice arancio e rossa, con una piuma luminosa nel becco, è appollaiata su una cornice a destra con le ali parzialmente raccolte, sguardo attento e vulnerabile. Un pesce argentato (cá bạc) con baffi lunghi nuota in una piccola vasca sul pavimento del faro, soffia una bolla e guarda Linh. Luogo: sommità di un vecchio faro in pietra sporcato dal vento, pavimento a mosaico consumato, finestra tonda aperta sul mare scuro, attrezzi da pesca e corde accatastati, cielo notturno stellato visibile dalla finestra. Situazione principale: riparazione intima e magica della lanterna che, mentre Linh ricuce il vetro con filo dorato, comincia a emanare una luce tenue; atmosfera calda e misteriosa, colori caldi per la fiamma e toni freddi per il giada e il mare. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La mappa che respira

Nel villaggio di risaie e lanterne, ai piedi delle Montagne di Giada, il cielo non era solo cielo: era una pagina piena di nomi. Le costellazioni venivano chiamate come vecchi parenti—il Drago dell'Est, la Tartaruga del Nord, la Fenice del Sud—e la gente salutava le stelle prima di dormire, come si saluta un vicino.

Linh, che riparava aquiloni e litigava con i nodi come con piccoli spiriti testardi, era conosciuta per una cosa: non sopportava le ingiustizie, nemmeno quelle che sembravano lontane e luminose.

Quella sera, mentre il vento portava odore di loto e di fumo dolce, Linh salì sul tetto della sua casa con una tazza di tè. Il cielo brillava, ma non cantava. Le stelle sembravano… tese.

Dal bordo del pozzo, la nonna Thu le fece cenno. Aveva gli occhi lucidi come due perle scure e un fazzoletto pieno di segni cuciti.

«Linh,» disse, «le costellazioni hanno smesso di guardarsi.»

«Come fai a saperlo?» Linh si sedette accanto a lei, ascoltando il frinire dei grilli come un tamburo lontano.

La nonna aprì il fazzoletto: dentro c'era una mappa del cielo, non disegnata su carta, ma su una pelle sottile e trasparente, come la membrana di una foglia. E la cosa più strana era che la mappa respirava, gonfiandosi appena a ogni soffio di vento.

«È la Mappa delle Sette Luci,» sussurrò Thu. «Quando le stelle litigano, qui compaiono crepe.»

Linh si chinò. Tra i puntini luminosi, una fessura grigia divideva due gruppi: da una parte il Drago e le sue spire, dall'altra la Fenice con le ali aperte. La crepa sembrava un taglio nell'acqua.

«Perché litigano?» chiese Linh.

La nonna non rispose subito. Guardò la luna, che pareva una ciotola rovesciata.

«Per orgoglio. Per paura. Per un'antica promessa che nessuno ricorda più bene. Ma se le costellazioni si separano, il nostro mondo si sfilaccia come un tessuto vecchio. Tu hai mani ferme e cuore giusto. Vai a parlare con loro.»

Linh si mise a ridere, ma era una risata corta. «Io? Parlare con stelle che stanno lassù? Dovrei urlare?»

«No,» disse la nonna. «Dovrai salire dove le stelle scendono a bere.»

Sul fondo della mappa, un simbolo pulsò: un faro.

«Un faro?» Linh aggrottò la fronte.

«Un faro spento da molto tempo. Se riuscirai a riaccenderlo, il cielo saprà ritrovare un centro.» Thu le prese la mano. «E ricorda: apri la mente, apri gli occhi, apri il cuore. Tre volte, come tre campane.»

Linh inspirò. Il vento le sollevò una ciocca di capelli, come se qualcuno, invisibile, la invitasse ad alzarsi.

«Va bene,» disse, e la sua voce tremò un poco. «Vado. Ma se incontro una stella che mi parla in rima, giuro che torno indietro.»

La nonna sorrise. «Le stelle non fanno rime. Fanno domande.»

Capitolo 2: Il Ponte dei Nembi e il Carpione d'Argento

All'alba, Linh lasciò il villaggio con uno zaino leggero: una borraccia, riso appiccicoso avvolto in foglie di banano, ago e filo, e la mappa che respirava, arrotolata con delicatezza.

Seguì il fiume, che correva come un nastro di vetro tra le colline. A metà giornata, la nebbia scese improvvisa, densa come latte. Davanti a lei apparve un ponte: non di legno né di pietra, ma di nuvole intrecciate. Ogni passo faceva un suono morbido, come quando si schiaccia una spugna.

«Ehi!» gridò una voce dal basso. «Non pestarmi l'ombra!»

Linh si sporse. Sotto il ponte, nell'acqua, un enorme pesce argentato faceva capriole. Aveva baffi lunghi e un'aria offesa.

«Scusa,» disse Linh, cercando di non ridere. «Sei tu che parli?»

«No, parla il mio riflesso,» borbottò il pesce. «Certo che sono io. Mi chiamo Cá Bạc, il Carpione d'Argento. Custodisco il Ponte dei Nembi. Per passare, devi rispondere a una domanda.»

Linh strinse la tracolla. «Spara.»

«Che cosa pesa di più: una parola non detta o una parola cattiva?»

Linh guardò la nebbia. Pensò alle volte in cui era rimasta zitta per non complicare le cose, e alle volte in cui aveva parlato troppo per orgoglio. Sentì la mappa sotto il braccio, tiepida come un respiro.

«Dipende,» rispose. «Una parola cattiva può ferire subito, come una scheggia. Ma una parola non detta può crescere e diventare un muro. Quindi… pesa di più quella che impedisce di capirsi.»

Il carpione la fissò con un occhio grande come una moneta.

«Risposta fastidiosa,» disse. «Perché è sensata. Passa.»

Linh fece un passo e poi un altro. La nebbia si aprì a strisce, come tende. Dall'altra parte del ponte, il mondo cambiò: gli alberi avevano foglie a forma di piume, e le pietre lungo il sentiero portavano incisioni antiche, come se qualcuno avesse scritto lì le storie del vento.

Il carpione la seguì nuotando accanto al sentiero, nel canale parallelo al fiume, come se la corrente lo accompagnasse.

«Dove vai, umana dai nodi?» chiese.

«A riconciliare costellazioni rivali,» disse Linh. «Facile, no?»

Cá Bạc sputò una bolla enorme. «Ah! La gente dice sempre “facile” quando sta per fare qualcosa di impossibile. Almeno mi divertirei a guardarti. Posso venire?»

Linh alzò le spalle. «Se sai stare zitto quando serve.»

«Io? Sono il silenzio in persona,» mentì il carpione, e fece un tuffo così rumoroso che un airone scappò via indignato.

Camminarono fino a sera. Quando Linh aprì la mappa, la crepa tra Drago e Fenice si era allargata. In mezzo, tremolava una costellazione più piccola, come un bambino preso in mezzo a due litigi.

«Chi è quella?» chiese Linh.

La nebbia, come se avesse orecchie, sussurrò: «La Lanterna Spezzata.»

Linh sentì un brivido. «Allora dobbiamo sbrigarci.»

Capitolo 3: Il Drago che non vuole abbassare lo sguardo

La notte li trovò su una scogliera. Sotto, il mare era nero e calmo; sopra, le stelle parevano vicine, così vicine che Linh si aspettò di sentire il loro calore.

La mappa respirò più forte, come un animale spaventato. Una luce verde scese dal cielo e si arrotolò nell'aria. Un drago apparve tra le nubi: non un mostro, ma una presenza antica, fatta di squame di giada e di vento. I suoi occhi erano due fessure dorate, dure come monete non spese.

«Chi mi chiama?» tuonò, senza alzare la voce. Eppure le onde sotto tremarono.

Linh si fece avanti, con le mani ben visibili. «Mi chiamo Linh. Vengo dal villaggio delle risaie. Non voglio combattere. Voglio capire.»

Il drago abbassò la testa quel tanto che bastava per studiarla. «Gli umani vogliono sempre capire quando hanno già deciso cosa è giusto.»

«Io no,» disse Linh. «O almeno… ci provo. Perché tu e la Fenice vi guardate come se foste nemici?»

Il drago sibilò. Nell'aria comparvero minuscole scintille, come schegge di stelle.

«La Fenice ha rubato la luce del Centro,» disse. «Ha spostato il Punto del Faro verso il Sud, per essere vista per prima. Ora il mio popolo di stelle perde la rotta. I pescatori sbagliano mare. I sogni si confondono.»

Cá Bạc fece un colpo di pinna. «Io ho sbattuto contro una barca ieri! Una barca! Mi sono sentito ridicolo.»

«E tu non hai mai fatto nulla per farti notare?» chiese Linh al drago, con cautela. «Mai trattenuto la tua luce solo per te?»

Il drago spalancò le narici. Un vento caldo investì Linh, ma lei non arretrò.

«Io sono il Drago dell'Est,» disse lui. «Non devo chiedere permesso per brillare.»

Linh annuì lentamente. «Eppure, se brillate ciascuno per conto suo, qualcuno in mezzo rimane al buio. La Lanterna Spezzata…»

Alla parola, una stella cadde lentamente, come una lacrima di luce, e si fermò a metà aria. Il drago la guardò. Per un attimo, nei suoi occhi duri passò un'ombra di esitazione.

«Quella costellazione era sotto la mia protezione,» mormorò. «Ora è… in frantumi.»

«Allora aiutami,» disse Linh, e la sua voce non era una supplica, ma un invito. «Vieni al Faro spento. Parliamo tutti insieme.»

Il drago rise, e la risata fu come tuono lontano. «La Fenice non ascolta. E io non abbasso lo sguardo.»

Linh indicò il mare. «Allora guardalo qui. Anche il mare non abbassa lo sguardo, eppure accoglie ogni fiume. Forse la forza non è tenere la testa alta. Forse è riuscire a guardare anche di lato.»

Il drago rimase immobile. Le nuvole girarono attorno al suo corpo come sciarpe.

«Parole da umana,» disse infine. «Ma non sono vuote. Ti darò un segno: una scaglia.» Una piccola scaglia verde cadde e atterrò nel palmo di Linh, fredda e pesante come una promessa. «Se troverai il Faro, la mia scaglia potrà ricordarmi la via.»

Linh la strinse. «Grazie.»

Cá Bạc sussurrò: «Hai appena ottenuto un souvenir da un drago. Io al massimo regalo bolle.»

«Spero che le tue bolle siano utili,» rispose Linh. «Ne avremo bisogno.»

Capitolo 4: La Fenice che si brucia da sola

Il giorno dopo, attraversarono una valle di bambù che suonava al vento come un flauto gigante. In fondo, un lago rosso rifletteva il cielo come uno specchio acceso. Sopra il lago, l'aria tremava di calore, e le nuvole sembravano piume arancioni.

«Qui vive la Fenice,» disse la nebbia, che ogni tanto li seguiva come un cane timido.

Una figura scese in picchiata: una fenice enorme, con piume come lingue di fuoco e occhi chiari, stanchi. Atterrò su una roccia con eleganza, ma le sue unghie lasciarono segni neri.

«Chi osa interrompere il mio volo?» disse, e la sua voce era musica e crepitio.

Linh fece un inchino breve. «Sono Linh. Non sono qui per accusarti. Sono qui per evitare che il cielo si spezzi.»

La Fenice la fissò. «Il Drago ti manda?»

«No. Il mio senso di giustizia mi manda.» Linh mostrò la scaglia di giada. «Il Drago mi ha dato questo, non per dominarti, ma per ricordarsi. Anche lui è ferito.»

La Fenice scosse le ali; una pioggia di scintille cadde nel lago e sibilò.

«Ferito?» rise amaramente. «Lui non sente nulla. Lui vuole solo essere primo. Io ho spostato il Punto del Faro perché… perché nessuno mi guardava più. Gli umani raccontavano storie sul Drago, sulla Tartaruga, sul Generale Celeste. Io ero solo un simbolo su una veste da festa.»

Cá Bạc tossì. «Io ti guardo. Sei molto… infiammabile.»

La Fenice lo ignorò. «E quando nessuno ti guarda, inizi a chiederti se esisti davvero.»

Linh fece un passo avanti, e sentì il calore pizzicarle la pelle. «Io ti vedo. E vedo anche che ti stai bruciando da sola per restare luminosa.»

La Fenice abbassò appena il becco. Le sue fiamme, per un istante, si fecero più dolci, come un falò controllato.

«Cosa vuoi da me, Linh dai piedi di fango?» chiese.

«Voglio che tu venga al Faro spento. Che tu ascolti il Drago, e che il Drago ascolti te. Non per decidere chi brilla di più. Ma per ricordare perché brillate.»

La Fenice fece un giro su se stessa. Nell'aria si disegnò un cerchio di brace.

«E se lui mi umilia?» chiese, e in quella domanda c'era più paura che rabbia.

Linh aprì la mappa. La crepa sembrò pulsare, e la piccola costellazione al centro tremò.

«Se continuate così,» disse Linh, «la Lanterna Spezzata si spegne. E dopo di lei, altri. Il cielo non è un palco. È una strada. E senza strada, tutti si perdono, anche chi vola più in alto.»

La Fenice guardò il lago rosso, poi il cielo. «Ho paura di diventare invisibile.»

«Allora non cercare di essere la sola luce,» rispose Linh. «Diventa una luce che accende le altre.»

La Fenice rimase in silenzio. Poi, con un gesto rapido, si strappò una piuma dal petto. Non uscì sangue, ma una luce calda, come un'alba.

«Prendi,» disse. «Una piuma-cuore. Se arriveremo al Faro, servirà a riaccendere ciò che è stato dimenticato.»

Linh la prese con cura. Era leggera, ma la sentiva come un battito.

«Verrò,» concluse la Fenice. «Ma non prometto di essere gentile.»

Cá Bạc sussurrò a Linh: «Non preoccuparti. Io sono il gentile del gruppo.»

Linh gli diede una pacca immaginaria sulla testa. «Sì, certo.»

Capitolo 5: La Lanterna Spezzata e l'Isola del Faro

Il viaggio verso il Faro li portò fino alla costa. Lì, un'isola sottile emergeva dal mare come una lama scura. In cima, si vedeva una torre antica, consumata dal sale. Il Faro era spento, e sembrava un occhio chiuso.

Raggiunsero l'isola su una barca di pescatori che tremavano nel buio. «Le stelle litigano,» disse il pescatore più anziano, stringendo il remo. «E noi non sappiamo più dove andare.»

«Le faremo parlare,» promise Linh, e lo disse come se fosse una cosa semplice, per dare coraggio. Ma dentro sentiva una corda tesa.

Sull'isola, l'aria era diversa: sapeva di pietra bagnata e di tempo. Ai piedi del faro c'era una porta di bronzo con incisi tre simboli: un occhio, un orecchio, una mano.

«Apri la mente, apri gli occhi, apri il cuore,» mormorò Linh, ricordando la nonna. Tre volte, come tre campane.

Posò la scaglia del Drago sul simbolo dell'occhio. La pietra tremò e la porta si socchiuse.

Posò la piuma della Fenice sul simbolo dell'orecchio. Un suono lieve, come un canto lontano, riempì l'aria.

Poi appoggiò la mano sul simbolo della mano. Il bronzo era freddo, ma sotto sentì un calore nascosto.

La porta si aprì del tutto.

Dentro, la torre era una spirale di scale. Sui muri, mosaici raccontavano una storia: il Drago e la Fenice che, in tempi antichi, avevano guidato insieme le barche e i viaggiatori. Al centro di ogni scena c'era una piccola lanterna, sempre accesa.

«Guarda,» disse Linh, indicando il mosaico. «Non eravate rivali. Eravate… compagni di rotta.»

La Fenice si avvicinò, e le sue fiamme si fecero più quiete. Il Drago, che li aveva seguiti come un'ombra tra le nuvole e ora riempiva l'entrata con il suo corpo immenso, fissò le immagini senza parlare.

Arrivarono in cima. La stanza del Faro era vuota, tranne per una grande lanterna di vetro opaco, spaccata in due. Accanto, su un piedistallo, un frammento di stella tremolava: era la Lanterna Spezzata, non nel cielo, ma lì, come se fosse caduta per farsi ascoltare.

«Aiuto,» sussurrò quella luce piccola, e la parola era un lampo. «Non voglio scegliere una parte.»

Linh si inginocchiò. «Non devi.»

Il Drago ruggì piano. «La mia luce è legge.»

La Fenice rispose con un crepitio. «La mia luce è vita.»

La piccola lanterna tremò più forte. L'aria si fece tagliente, come vetro.

Linh si alzò in mezzo a loro. Non era alta, non era fatta di fuoco o di giada. Ma aveva qualcosa che spesso manca agli esseri enormi: spazio dentro di sé.

«Basta,» disse, e la parola cadde netta. «Non siete qui per vincere. Siete qui per ricordare. E per ascoltare.»

Il Drago abbassò leggermente la testa, come se quella frase fosse una corda che lo tirava.

La Fenice chiuse le ali, come per proteggere una ferita.

Linh prese un respiro. «Voi siete due costellazioni. Due storie. Due modi di guidare. Se vi odiate, il cielo diventa una mappa senza legenda. E nessuno capisce dove andare.»

Cá Bạc fece capolino da una vasca di raccolta dell'acqua piovana—sì, era salito fin lì, non chiedere come. «Io non capisco già molte cose, ma questa la capisco: se litigate, mi faccio male di nuovo contro una barca.»

Linh quasi sorrise, poi tornò seria. «La Lanterna Spezzata non deve stare in mezzo come una colpa. Deve diventare un ponte.»

Il Drago sibilò. «Un ponte tra orgoglio e paura?»

La Fenice abbassò lo sguardo. «Io ho avuto paura di sparire.»

Il Drago esitò. «E io… ho avuto paura di non essere più necessario.»

Nella stanza, il silenzio si fece più morbido. La Lanterna Spezzata smise di tremare.

Linh aprì lo zaino e tirò fuori ago e filo. «Non posso cucire stelle,» disse, «ma posso cucire simboli. E i simboli sono più forti di quanto sembrino.»

Avvolse la scaglia del Drago e la piuma della Fenice attorno ai due pezzi di vetro della lanterna, come legature. Poi usò il filo per unirle, punto dopo punto, con pazienza. Ogni punto era un gesto semplice, concreto. Ogni punto era una scelta: non dividere, non dividere, non dividere.

«Non basta,» mormorò la Fenice.

«Serve una cosa in più,» disse Linh, guardando il Drago. «Una promessa detta ad alta voce. Una parola che non diventi muro.»

Il Drago inspirò, e il vento entrò dalle finestre. «Prometto di guardare anche di lato,» disse, e sembrò quasi irritato dalla propria sincerità.

La Fenice inspirò, e una luce calda salì dalla sua gola. «Prometto di non bruciare gli altri per farmi vedere,» disse, e la voce le tremò.

La Lanterna Spezzata brillò. I mosaici sulle pareti parvero accendersi uno a uno, come se ricordassero.

Linh poggiò le mani sulla lanterna riparata. «Allora… riaccendiamola.»

Capitolo 6: La luce che unisce

Il Faro non si accese subito. Prima ci fu un attimo di buio vero, un buio che sembrava ascoltare.

Poi la lanterna riparata assorbì la scaglia di giada e la piuma di fuoco come se fossero due note della stessa melodia. La luce nacque al centro, piccola, poi più ampia, poi stabile: un cerchio dorato che ruotava lentamente, tagliando la notte come una carezza.

Fuori, il mare rispose con scintille. Nel cielo, la crepa sulla mappa—che Linh teneva stretta al petto—si richiuse come una ferita che finalmente respira.

Il Drago sollevò la testa. Questa volta non per sfidare, ma per osservare. La Fenice aprì le ali, non per occupare spazio, ma per lasciare passare la luce.

La Lanterna Spezzata salì, attraversando il vetro aperto della torre come un seme di dente di leone. Tornò al cielo e si posò esattamente tra le due costellazioni, non come vittima, ma come legame. Intorno, nuove stelle parevano accendersi, come se aspettassero solo un segnale.

Dalla costa, si udì un coro di voci: pescatori che gridavano di gioia, bambini svegliati dalla luce, campane che qualcuno suonava senza sapere perché. La strada del mare tornava chiara. La strada dei sogni tornava ordinata.

Il Drago parlò per primo, con una voce meno dura. «Fenice… la tua fiamma non è un furto. È un faro per chi ha freddo.»

La Fenice rispose, e nelle sue parole c'era una risata breve, incredula. «E la tua forza non è un muro. È una corrente che può portare lontano.»

Linh li guardò, e sentì qualcosa sciogliersi dentro di lei, come un nodo che finalmente cede.

«Non siete uguali,» disse. «E va bene così. Il cielo non ha bisogno di copie. Ha bisogno di differenze che si parlano.»

Cá Bạc fece un giro trionfale nella vasca. «E ha bisogno di pesci che non sbattano contro le barche.»

Linh scoppiò a ridere, e la sua risata si mescolò al suono del Faro: un ronzio basso, come un cuore di pietra che batte.

Quando tornarono al villaggio, la nonna Thu li aspettava sulla soglia. Non sembrava sorpresa, come se avesse sempre saputo che la luce avrebbe trovato la strada.

Linh le mostrò la mappa: non c'erano più crepe, solo linee sottili come vene, che collegavano le costellazioni.

«Hai acceso il Faro,» disse Thu piano.

Linh guardò verso il mare. In lontananza, la torre lanciava ancora la sua lama di luce nella notte.

«Non l'ho acceso da sola,» rispose. «Ho solo ricordato loro che una luce non perde niente quando ne accende un'altra.»

E mentre il villaggio si riaddormentava sotto un cielo finalmente in pace, il Faro rimase acceso, saldo e gentile, come una promessa che non ha bisogno di urlare per essere vera.

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Risaie
Campi allagati dove si coltiva il riso, pieni d'acqua e verdi.
Lanterne
Lucine portatili fatte di carta o vetro, usate per illuminare feste o strade.
Costellazioni
Gruppi di stelle che formano figure nel cielo, viste dagli uomini.
Mappa delle Sette Luci
Disegno speciale del cielo che mostra sette gruppi di stelle importanti.
Membrana
Sottile strato come una pelle che copre o protegge qualcosa.
Nebbia
Vapore d'acqua molto fitto che rende difficile vedere lontano.
Nuvole intrecciate
Nuvole che sembrano annodate o mescolate tra loro nel cielo.
Riflesso
Immagine che si vede specchiata nell'acqua o su una superficie lucida.
Crepa
Fessura o taglio in una cosa che si sta rompendo o spezzando.
Scaglia
Piccolo pezzo duro che si stacca dalla pelle di un animale o di un oggetto.
Scogliera
Alto bordo roccioso che scende ripido verso il mare.
Scintille
Piccole luci o fiammelle che volano quando qualcosa brucia o urta.
Faro
Torre con una luce forte che guida le navi e mostra la via sicura.

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