C'era una volta, in un bosco morbido come una coperta, un lupetto piccolo che si chiamava Lino. Era inverno, ma un inverno gentile. La neve cadeva piano piano: “piano piano, bianca bianca”. Le campanelle del villaggio lontano facevano “din don, din don”, e tra gli alberi si vedeva una luce calda: l'albero di Natale, con le candele che brillavano come stelline.
Lino aveva un desiderio semplice e grande: voleva dipingere un fiocco di neve. Non uno qualunque. Un fiocco così bello da far dire a tutti: “Oh!” come quando si apre un regalo.
Nella sua tana, Lino aveva un pennellino, una ciotolina d'acqua e un po' di colore bianco. Ma il bianco, da solo, gli sembrava un po' triste. Guardò fuori. La neve era bianca, sì, ma aveva dentro dei segreti: un poco d'azzurro, un poco d'argento, un poco di luce.
“Come faccio?” sospirò Lino.
La mamma lupa gli accarezzò la testa. “Con calma, cucciolo. Ascolta la neve. La neve parla piano.”
Lino mise l'orecchio vicino alla finestra. E davvero pareva di sentire: “shhh… shhh…”. Come una ninna nanna.
Poi Lino uscì. L'aria profumava di legna e biscotti. Sul sentiero c'erano impronte rotonde. In fondo, vicino a un abete, un coniglietto tremava un pochino.
“Ciao,” disse Lino con voce dolce. “Hai freddo?”
“Un po',” rispose il coniglietto. “Ho portato una carota alla mia nonna, ma mi si è bagnata nella neve.”
Lino guardò la carota, tutta lucida e fredda. Lino pensò al suo fiocco da dipingere, ma pensò anche al coniglietto. Allora si tolse la sua sciarpina rossa, quella con due pompon, e la avvolse intorno alla carota.
“Così resta asciutta,” disse. “E tu puoi scaldarti le zampette vicino a me. Camminiamo insieme.”
Il coniglietto sorrise. “Grazie, Lino.”
E insieme fecero un pezzetto di strada. La neve continuava: “piano piano, bianca bianca”. Le campane: “din don, din don”. E l'abete, alto e verde, sembrava dire: “Coraggio, coraggio.”
Più avanti incontrarono una passerottina sul ramo basso. Aveva una piuma tutta arruffata.
“Cingu!” fece lei. “Ho perso una piumina bianca. Era la più morbida. Senza di quella non mi sento elegante per la sera di Natale.”
Lino guardò la passerottina. Guardò il suo pennellino nella tasca. Quella piumina bianca… poteva essere perfetta per fare un tratto leggero, un ricciolo di neve.
Ma la passerottina era triste come una candela spenta.
“Allora,” disse Lino, “ti regalo una delle mie piumette di lana.” E staccò un piccolo batuffolo dalla sua sciarpina rossa, proprio un pompon piccolissimo, e lo posò vicino al nido.
“Non è una piuma,” disse, “ma è morbida e calda.”
La passerottina saltellò felice. “Cingu-cingu! Sei buono, Lino.”
Lino arrossì sotto il pelo. E continuò. Ora la sua sciarpina era più corta e senza un pompon, ma il cuore era più grande.
Arrivò alla piazzetta del villaggio. C'era un grande abete addobbato. Le candele tremolavano come lucciole ferme. Un vecchio signore con il cappello rideva piano mentre appendeva una campanella.
“Din don,” fece la campanella, “din don.”
Lino guardò le luci. Pensò: “Il mio fiocco deve avere quella luce.”
Vicino al fuoco, una bimba teneva in mano un foglio bianco. Piangeva un pochino, ma senza paura, solo con un piccolo nodo in gola.
“Che succede?” chiese Lino.
“Volevo disegnare una stella per il mio papà,” disse la bimba, “ma il mio gessetto si è rotto.”
Lino aprì la sua tasca. Dentro c'era il suo pezzetto di colore bianco, quello per il fiocco di neve. Era proprio quello che gli serviva.
Per un momento Lino esitò. Poi sentì la neve che diceva “shhh… shhh…” come una carezza. E sentì le campane: “din don, din don.” E vide l'albero e le candele: luce, luce.
Lino spezzò il suo colore bianco in due. “Tieni,” disse. “Con questo puoi fare una stella. Io userò l'altra metà.”
La bimba spalancò gli occhi. “Davvero?”
“Davvero,” disse Lino. “A Natale si divide, e il cuore non finisce mai.”
La bimba disegnò una stella grande, e la stella sembrò sorridere. “Grazie!” disse lei.
Lino tornò a casa con passi piccoli. La neve era ancora lì: “piano piano, bianca bianca.” Nella tana, la mamma lupa aveva acceso una candela. La fiamma ballava lenta.
“Sei tornato,” disse la mamma. “Hai trovato il tuo fiocco?”
Lino prese il foglio. Mise un po' d'acqua nella ciotolina. Guardò la candela. Guardò fuori la neve. E poi iniziò a dipingere.
Fece un punto al centro, come un semino di luce. Poi sei braccia, come sei abbracci. E su ogni braccio piccoli rami, come ditini gentili. Il bianco non era solo bianco: dentro c'era l'azzurro del cielo freddo, l'argento delle campane, il giallo caldo delle candele.
Mentre dipingeva, Lino ripeteva piano, come una canzoncina: “Neve, neve, bianca bianca. Campane, campane, din don, din don. Albero, albero, verde verde. Candele, candele, luce luce.”
Quando finì, il fiocco sembrò brillare sul foglio, come se avesse bevuto un sorso di luna.
La mamma lupa lo guardò. “È bellissimo,” disse. “E sai perché?”
Lino fece una faccia curiosa.
“Perché dentro c'è la tua bontà,” disse la mamma. “Hai dato la sciarpa, hai dato il pompon, hai dato il colore. E il fiocco ti ha ringraziato diventando più luminoso.”
Lino sorrise. Capì una cosa semplice: quando condividi, la magia cresce. Come un albero che diventa più verde, come una candela che scalda più cuori.
Fuori, la neve continuò a cadere, “piano piano, bianca bianca”. Lontano, le campane cantarono “din don, din don”. L'albero del villaggio brillò. E nella tana, accanto alla candela, Lino si accoccolò tranquillo. Gli occhi si chiusero piano, e nel silenzio buono del Natale tutto fu pace.