Capitolo 1: Tre ragazze, una battuta e una lampada che sospira
Marta aveva un talento speciale: inventava battute e rideva prima ancora di finirle. Rideva così forte che le guance le diventavano rosse e gli occhi due fessure felici.
Quella sera, lei, Giulia e Sara erano in camera di Marta, pronte per un “pigiama club” rigorosamente ufficiale: tre cuscini, una coperta grande come una vela e una lampada sul comodino che, a giudicare dal ronzio, sembrava sospirare.
Marta si schiarì la voce come una presentatrice.
— Benvenute al… Festival della Calma Comica! — annunciò. — Regola numero uno: niente paura. Regola numero due: se succede qualcosa di assurdo, lo salutiamo e basta.
Giulia, che era pratica e curiosa, controllò l'orologio.
— Ok, ma poi dormiamo, eh.
Sara, che aveva una fantasia che faceva le capriole, si accoccolò e disse:
— Io sono pronta. Se arriva un mostro, lo invito a prendere il tè.
— Perfetto! — fece Marta. — Ecco la mia prima battuta: “Perché il cuscino non va mai a scuola? Perché ha già la federa!”
Marta scoppiò a ridere talmente presto che la battuta uscì tutta storta. Giulia alzò un sopracciglio.
— Non ha senso.
— È proprio quello il bello! — rispose Marta, ridendo ancora più forte.
In quel momento, la lampada sul comodino fece un click… da sola. La luce tremolò come una gelatina.
— Avete visto? — sussurrò Sara, più eccitata che spaventata.
— Forse la lampada vuole unirsi al festival — disse Marta. — Le do il microfono.
E come se avesse capito, la lampada fece un altro click e proiettò sul muro un'ombra strana: non una mano, non una testa… sembrava un cappello con le gambe.
Capitolo 2: L'ombra col cappello che cammina di lato
L'ombra sul muro avanzò… di lato. Proprio come un granchio elegante.
Giulia si tirò su sui gomiti.
— Ok, questa è nuova.
Sara applaudì piano.
— Che stile! Sembra un cappello che ha deciso di diventare una persona.
Marta si portò una mano alla bocca per trattenere una risata, ma fallì.
— Se è un cappello-persona, spero che sia educato!
L'ombra si fermò e… fece un inchino. Un inchino vero, con tanto di “flop” silenzioso, come se il muro avesse dei muscoli.
— Hai visto? — disse Sara. — È gentile.
Giulia, sempre pratica, indicò la lampada.
— Potrebbe essere qualcosa davanti alla luce. Tipo… un oggetto.
Marta annusò l'aria come un detective.
— Odora di… calzini puliti. Quindi non può essere pericoloso.
— Questa è la tua logica? — chiese Giulia.
— È la logica più rassicurante del mondo! — rispose Marta. — Calzini puliti uguale pace.
L'ombra riprese a muoversi e sul muro comparve anche un altro dettaglio: una specie di valigetta. L'ombra sembrava un minuscolo impiegato del buio.
Poi apparve, come scritto con una penna invisibile, una parola: “PERMESSO”.
Sara si mise una mano sul cuore.
— Vuole entrare! Che carino.
Marta annuì solenne.
— Concediamo il permesso. Ma solo se promette di essere buffo.
Giulia sospirò, ma sorrideva.
— Va bene. Permesso, signor… Cappello.
Marta alzò la coperta come fosse un sipario.
— Avanti! Ma niente spaventi. Qui si dorme tra poco.
La luce tremò ancora, e dal bordo del tappeto spuntò… un cappello vero. Blu, con una piuma un po' storta. Sotto il cappello, però, non c'era una testa: c'erano due calzini arrotolati come piedi, che camminavano in punta.
Il cappello fece un altro inchino.
— Buonasera — disse una vocina. — Io sono il Cappello Notturno. E cerco… il posto giusto dove stare.
Marta rise.
— Un cappello che parla! Questa sì che è una buona notizia per l'umanità.
Capitolo 3: Il Cappello Notturno e la missione del “Sorriso Silenzioso”
Il Cappello Notturno si sistemò la piuma, che sembrava sempre sul punto di starnutire.
— Io lavoro qui — spiegò, indicando la stanza con un gesto teatrale. — Di solito mi metto sulle… idee. Le tengo al caldo mentre dormite.
Giulia strabuzzò gli occhi.
— Sulle idee?
— Sì. Le idee, se prendono freddo, diventano pensieri frizzanti e ti fanno rigirare nel letto come una frittella — disse il cappello, molto serio.
Sara si illuminò.
— Quindi tu sei… un cappello per addormentare?
— Precisamente. Sono specializzato nel “Sorriso Silenzioso”. Quello che ti resta sulle labbra quando sei già mezzo addormentato.
Marta si batté una mano sul ginocchio.
— Io ho un sacco di sorrisi rumorosi, però.
— Lo vedo — rispose il Cappello Notturno, guardandola come si guarda un fuoco d'artificio.
Giulia si sporse.
— E perché sei venuto da noi?
Il Cappello Notturno abbassò la voce.
— Ho perso il mio Bottone della Buonanotte. Senza quello, non riesco a chiudere bene i sogni. E i sogni… scappano fuori, fanno jogging nel corridoio e inciampano nei giocattoli.
Sara fece un verso preoccupato, ma era più un “oh” curioso che un “aiuto”.
— Dove l'hai perso?
Il cappello indicò la finestra.
— Forse è volato via con una risata. Le risate, soprattutto quelle di Marta, fanno corrente d'aria.
Marta tossicchiò, finta innocente.
— Io? Ma io rido piano… come un elefante che sussurra.
Giulia si alzò, coraggiosa in modo tranquillo, senza grandi drammi.
— Ok. Lo troviamo. Così poi dormiamo.
Sara saltò giù dal letto.
— Sì! Missione notturna! Ma in versione morbida.
Marta prese una torcia piccola, di quelle che fanno un cerchio di luce educato.
— Squadra, in marcia. Obiettivo: Bottone della Buonanotte. Pericolo: nessuno. Ridicolo: altissimo.
Capitolo 4: La caccia al bottone tra corridoio, armadio e un pigiama sospetto
Il corridoio era buio, ma non “buio da paura”. Era un buio da “shhh, stanno dormendo tutti”. La torcia di Marta disegnava cerchi sul pavimento.
Il Cappello Notturno camminava su due calzini come un signore in visita.
— Attenzione — disse. — Il Bottone della Buonanotte è piccolo e un po' timido. Se lo spaventi, si finge un chicco di riso.
Giulia scrutò vicino al portaombrelli.
— Hai perso un bottone e potrebbe fingersi riso. Ottimo. Il mio cervello sta prendendo appunti.
Sara si avvicinò a un armadio e lo aprì piano. Dentro c'erano cappotti, sciarpe e una scatola di scarpe.
— Bottone! — chiamò Sara con voce dolce. — Non ti fare riso, che poi qualcuno ti cucina.
Marta trattenne una risata e poi la lasciò uscire a pezzetti, come popcorn.
— Se cucinano un bottone, viene… una minestra di “clic”!
Giulia la guardò.
— Marta, sei incorreggibile.
— Grazie! — disse Marta, come se fosse un complimento ufficiale.
In quel momento, dal fondo dell'armadio cadde una cosa: un pigiama a righe, appeso male, che scivolò giù con lentezza drammatica e atterrò sul pavimento in una posa sospetta. Sembrava un fantasma che aveva perso l'autostima.
Sara fece un passo indietro… poi scoppiò a ridere.
— È solo un pigiama! Un fantasma pigro!
Il Cappello Notturno lo osservò.
— Quel pigiama ha l'aria di sapere qualcosa.
Giulia, tranquilla ma decisa, si chinò e lo sollevò.
— Ehi, signor Pigiama, dov'è il bottone?
Dal taschino cadde un oggettino rotondo, che rotolò via “tic tic tic” come un insetto brillante.
— Là! — esclamò Marta.
Il bottoncino rotolò fino al tappeto del corridoio e si fermò davanti a una porta chiusa: quella del salotto. Come se volesse entrare.
Sara sussurrò:
— Secondo me è un bottone curioso.
Giulia posò una mano sulla maniglia.
— Va bene. Entriamo piano. E senza fare scene.
Marta annuì.
— Scene? Io faccio solo… piccoli spettacoli.
Capitolo 5: Il salotto e il Bottone che pretende una ninna-nanna
Il salotto, di notte, era diverso: il divano sembrava una collina, la poltrona un trono, e la tenda una cascata immobile. La torcia di Marta faceva brillare un angolo del tappeto come se fosse un palcoscenico.
Il bottone era lì, al centro, e sembrava… offeso. Stava fermo, ma con un'aria di “non mi guardate così”.
Il Cappello Notturno si avvicinò in punta di calzino.
— Bottone della Buonanotte, finalmente. Torna con me, per favore.
Il bottone non si mosse. Anzi, fece una cosa impossibile: vibrò e produsse un suono minuscolo, come un colpetto di tosse.
— Ehm — fece una vocina sottilissima. — Prima… una ninna-nanna.
Sara spalancò la bocca.
— Il bottone parla anche lui!
Giulia si massaggiò la fronte.
— Io domani non ci credo a quello che sto vivendo.
Marta, ovviamente, era felice come se avesse trovato una barzelletta sotto il cuscino.
— Una ninna-nanna per un bottone! È la cosa più seria e più sciocca che abbia mai sentito.
Il bottone vibrò di nuovo.
— Una ninna-nanna… ma niente di triste. Io voglio una ninna-nanna che faccia sorridere senza saltare sul letto.
Sara alzò la mano.
— Posso farla io! Invento una ninna-nanna con… nuvole che fanno la fila.
Giulia disse:
— E io posso tenere il ritmo. Piano, però.
Marta si mise una mano sul petto.
— E io… non ridere troppo. Prometto. Forse.
Sara iniziò a canticchiare sottovoce, una melodia semplice:
— “Nuvola uno, nuvola due, fate spazio che passa la luna…” —
Giulia batté due dita sul bracciolo, come un metronomo gentile.
Marta aggiunse un sussurro:
— “…la luna ha le ciabatte e non fa neanche ‘ciu ciu'…”
Giulia la fulminò con lo sguardo, ma senza cattiveria.
— Marta.
— Scusa — bisbigliò Marta, trattenendo la risata come si trattiene uno starnuto.
Il bottone sembrò rilassarsi. Rotolò piano verso il Cappello Notturno, come un cucciolo che finalmente si fida.
— Va bene — disse. — Ma mi monti bene. Io voglio stare dritto.
Il Cappello Notturno fece un gesto elegante.
— Dritto come un pensiero sereno.
Marta si piegò verso Sara.
— Hai visto? Un bottone con la personalità.
Sara ridacchiò.
— Tutti hanno una personalità. Anche i bottoni. Solo che alcuni… fanno finta di essere riso.
Capitolo 6: Il ritorno, le risate che si spengono piano e il sipario della tenda
Tornarono in camera in fila indiana, ma senza l'aria da spedizione pericolosa: sembravano più una processione di pigiami e sbadigli.
Il Cappello Notturno, ora completo, si posò sul comodino e fece un sospiro soddisfatto.
— Ecco. Ora posso chiudere i sogni. Piano piano.
Giulia si infilò sotto la coperta.
— Bene. Io mi sento… stranamente tranquilla.
Sara si rannicchiò accanto a lei.
— Anch'io. È come se la stanza avesse messo le pantofole.
Marta spense la torcia e si tuffò nel letto. Prima di chiudere gli occhi, disse:
— Ok, ultima battuta e poi silenzio.
Giulia mormorò:
— Marta…
— No no, ascoltate. È breve. “Che cosa dice un cappello quando è stanco? Mi tolgo… il pensiero!” —
E Marta rise, ma stavolta una risata più piccola, come una pallina che rimbalza una volta sola.
Il Cappello Notturno tossicchiò, gentile.
— Risata approvata. Ora… sorrisi silenziosi, per favore.
Sara sussurrò:
— Buonanotte, Cappello.
— Buonanotte, Bottone — aggiunse Giulia, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Il bottone fece un “clic” soddisfatto.
La lampada sul comodino abbassò la luce, non di colpo, ma come se stesse chiudendo le palpebre. Il buio arrivò morbido, come una coperta extra.
Marta respirò piano. Le parole le uscivano più lente.
— Sapete… il coraggio… è anche andare in salotto al buio… senza fare la tragica.
Giulia, già mezza addormentata, rispose:
— Sì… coraggio tranquillo.
Sara fece un suono contento.
— E con una ninna-nanna per bottoni.
Nella stanza, i pensieri si sistemarono come libri messi in ordine. La tenda vicino alla finestra si mosse appena, come se qualcuno la prendesse con due dita e la tirasse.
Un ultimo fruscio leggero, come un “shhh” di stoffa.
E il sipario della tenda si chiuse dolcemente.