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Storia sulla morte 11/12 anni Lettura 18 min.

Zac e il seme di limone

La storia di Zac, un astuccio speciale, e della sua amica Mina, che affrontano insieme la perdita della nonna Rosa, esplorando il tema del lutto e della memoria attraverso la crescita di un limone piantato in suo onore. In un viaggio di emozioni e ricordi, imparano che ogni persona porta con sé un pezzo di chi ama, e che la condivisione rende più leggeri i pesi del cuore.

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Una bambina di undici anni, con i capelli castani in disordine e gli occhi brillanti di curiosità, si trova su un balcone soleggiato. Guarda un piccolo vaso di terra dove una giovane pianta verde emerge timidamente, il suo viso illuminato da un sorriso dolce e pieno di speranza. Accanto a lei, una donna anziana, con i capelli argentati e un sorriso caloroso, indossa un grembiule fiorito e osserva la bambina con tenerezza, i suoi occhi brillano di orgoglio e nostalgia. Il balcone è decorato con fiori colorati e dietro si intravede una casa soleggiata con muri gialli, immersa nella luce dorata della sera. La bambina, piena di entusiasmo, si prepara ad annaffiare la pianta, simbolo della memoria e dell'amore che condivide con sua nonna, mentre una dolce brezza fa danzare le foglie intorno a loro. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — La cerniera che canta

Io mi chiamo Zac e, quando Mina mi prende per il manico, la mia cerniera canta: zzzzip, come una piccola ape felice. Ogni mattina, mentre la casa si sveglia, Mina mi mette la merenda, i quaderni e una penna che pizzica il mio interno come un grillo. Poi mi abbraccia con entrambe le spalle. È il nostro modo di dirci buongiorno.

Mina ha undici anni, i capelli che le scappano sempre dagli elastici e le scarpe veloci. A me piace seguirla: sull'autobus che ondeggia come una barca, tra i corridoi della scuola, sul pavimento della cucina quando fa i compiti e io mi riposo ai suoi piedi. Alcuni giorni arriviamo in ritardo, altri in anticipo, ma sempre con la cerniera che canta.

Il mercoledì andiamo da Nonna Rosa. Lei sa che a me piace stare vicino alla sedia vicino alla finestra, dove il sole scalda la mia stoffa blu. Mi carezza il manico. —Che bello sei, Zac —dice ogni volta—. Proteggi la mia Mina, eh.

Mi ha legato al manico un nastro giallo, morbido come la buccia di un limone. Profuma un po' di biscotti e un po' di sapone, ed è il mio colore preferito perché fa pensare all'alba. A casa della nonna si mangiano crostate, si sente la radio, e Mina racconta barzellette che non hanno neanche un senso e ci fanno ridere lo stesso. Quando Mina ride, io mi gonfio un pochino, come se nella mia tasca entrasse una piccola luce.

Quel mercoledì però, Nonna Rosa è più stanca. Il cucchiaino nella tazza di camomilla ticchetta piano, piano. —Mi sento un po' in salita oggi —dice. Mina la guarda e le stringe le dita. Io, dal tappeto, ascolto il tic tac dell'orologio. La luce sulla finestra è tiepida e si allunga lenta sul pavimento, come una coperta.

Capitolo 2 — La stanza più silenziosa

La notte dopo, la cerniera non riesce a dormire. Da sotto la scrivania sento la mamma parlare al telefono, con una voce impastata. Poi il papà si siede accanto a Mina, che ha gli occhi aperti nel buio.

—Mina, amore —dice piano—. Nonna Rosa si è addormentata davvero. Il suo cuore si è fermato.

Un silenzio, grande come la nostra casa. Sento Mina cercare la mia maniglia nel buio: stringe il mio nastro giallo. Io vorrei abbracciarla ma so fare solo quello che so fare: stare vicino. La mia cerniera non canta. Il papà sta zitto con noi, e quel silenzio è come una coperta che ci copre tutti e tre.

Il giorno dopo, la casa sembra diversa. Il profumo del caffè ha un sapore di pioggia. Mina si veste piano, io la guardo senza tasche piene. Anche a scuola tutto è più lento. In corridoio, Tommaso, che va in giro con le stampelle perché si è rotto una gamba, le sorride senza dire parola. La prof di matematica appoggia una mano sulla spalla di Mina quando entra. —Se hai bisogno di uscire, esci —sussurra. E non c'è bisogno di altro.

Alla ricreazione, Chiara le offre metà della sua focaccia. —Non so cosa dire —ammette—. Posso solo dirti che ci sono. A volte basta questo.

Io, sotto la panchina, guardo il nastro giallo di Nonna, che sfiora la ghiaia. Penso a tutte le cose che ho portato: libri, panini, disegni. E a quello che non posso portare, come una persona. Allora mi concentro su ciò che so: fare spazio. Dentro di me, oggi, c'è posto per un pugno di tristezza e per un ricordo che profuma di biscotti.

Capitolo 3 — Il giorno dei saluti

Il giorno del saluto a Nonna Rosa, io vado con Mina in una stanza chiara, con fiori alle finestre e sedie in fila. Sui tavolini ci sono fotografie: Nonna con Mina piccola che le tira il naso, Nonna con un cappello buffo, Nonna che impasta. La stanza ha l'odore della carta e dei petali.

Mina mi tiene sulle ginocchia. —Mi fa paura —dice a bassa voce al papà—. Non so come si fa.

—Nessuno lo sa bene —risponde lui—. Ognuno lo fa a modo suo. Se vuoi piangere, piangi. Se vuoi sorridere, sorridi. Se vuoi stare zitta, va bene. Se vuoi parlare, io ti ascolto.

Arrivano gli zii, i vicini, la maestra Lidia. Ognuno porta un pezzetto di ricordo. —La Rosa mi insegnava a fare il sugo senza bruciarlo —dice la signora Marta—. Ho imparato ridendo. —Con me giocava a carte e perdeva sempre apposta —ride il signor Paolo—. Ma diceva che ero un campione, anche quando sbagliavo.

Mina allora si alza e tocca una foto. —Io con Nonna ho piantato semi di limone —dice—. Una volta abbiamo provato tre semi: uno non è spuntato, uno è cresciuto storto, uno ha fatto due foglie insieme. Nonna diceva che ci voleva pazienza e che non c'è un modo giusto uguale per tutti. Mi piaceva.

Sento la mia cerniera tirare su un respiro. Nella mia tasca piccola, Mina ha messo una caramella al limone: —È l'ultima che aveva in dispensa —mi ha sussurrato. Pensare a un seme, a una foglia, a qualcosa che viene su piano piano, mi mette un po' di luce dentro la stoffa.

A fine giornata, quando usciamo nella sera tiepida, Mina appoggia la fronte sul mio fianco blu. Il nastro giallo si muove nel vento. Il papà dice: —Portiamo a casa la foto che ti piace di più. E la mettiamo vicino alla finestra. Così, ogni volta che entra il sole, è come se Nonna dicesse ciao.

Capitolo 4 — Una classe, tanti modi

Il lunedì, in classe, la maestra Lidia fa un cerchio. —Oggi parliamo di come si sta quando si perde qualcuno importante —dice—. Ci sono tante strade. Nessuna è migliore, nessuna è sbagliata. L'importante è che stiamo insieme e che impariamo a prenderci cura l'uno dell'altro.

Ahmed alza la mano. —Da noi, quando muore il nonno —racconta—, piantiamo un albero di olivo nel cortile della nostra cooperativa. Così ogni anno cresce e dà frutti e noi facciamo l'olio e lo portiamo a tavola. È come dire che una parte del nonno è con noi, nel pane che mangiamo.

Sofia stringe i polsi. —Io ho fatto un altare in casa, con una candela e le foto. Quando la accendo, mi calmò. —Camillo ride un po' timido—. Noi abbiamo fatto volare un aquilone e ci abbiamo scritto sopra i nostri auguri e grazie. È salito, alto alto.

Mina ascolta con le guance rosse. —Io... —comincia—. Posso piantare un seme. Un seme di limone. Nonna mi ha insegnato a aspettare. Posso aspettare anche adesso.

—È una bellissima idea —dice la maestra—. Se vuoi, possiamo fare un orto di classe, un giardino di memorie. Ognuno pianta qualcosa per qualcuno. Lo curiamo a turno.

Io salto un pochino sulla sedia. Piantare un seme vuol dire portare terra, vasetti, annaffiatoi. Vuol dire che posso essere utile. In ricreazione, Tommaso scuote le stampelle come se suonassero le maracas. —Se hai bisogno di aiuto, te li porto io i sacchi del terriccio —sorride—. A me va piano, ma ci arrivo.

—Li porto io con Zac —dice Mina, toccandomi il manico—. È forte.

La mia cerniera fa zzzzip, e per un attimo mi sembra di avere le ruote di un carrellino: leggero, in spinta.

Capitolo 5 — Il vaso sul balcone

A casa, Mina tira fuori dal cassetto tre semi lucidi di limone. Li posa sul tavolo con delicatezza, come fossero tre bottoni preziosi. Il papà prepara un vaso grande, la mamma stende un giornale per non sporcare, e io mi metto di traverso per non far scappare la terra sul pavimento. La terra è fresca e profuma di bosco all'ombra.

—Sai che non è sicuro che spuntino? —dice la mamma—. I semi fanno di testa loro. A volte dormono tanto.

—Posso aspettare —risponde Mina, decisa—. Aspettare mi fa pensare a Nonna. Lei aspettava che la torta si raffreddasse prima di tagliarla. Io no. Ma adesso posso provare.

Mettono i semi al tiepido, sotto una pellicola trasparente. Il papà lega al vaso il nastro giallo di Nonna. —Così non lo perdiamo —sorride. Mina appoggia vicino la foto che hanno portato a casa. Nonna sorride con gli occhi stretti.

Io mi avvicino più che posso. La mia tasca grande è vuota apposta, come una stanza pronta per una festa. Mina infila dentro un biglietto. —È il quaderno delle cose da ricordare —dice—. Se mi vengono in mente, le scrivo e le tengo con me. Così non le perdo anche se piango.

—Posso scrivere anch'io? —chiede la mamma.

—Certo —dice Mina. E insieme compilano le prime righe: “Il profumo di bucato di Nonna”, “Il modo in cui tagliava la mela a barca”, “La risata che ballava”.

Quando arriva la sera, il balcone è tranquillo, con il vaso che respira a piccoli sbuffi, come un gattino che dorme. —Buonanotte, vasetto —sussurra Mina—. Buonanotte, Nonna. Io, dalla stanza, guardo la luna riflettersi sul mio manico. La cerniera canticchia piano. Forse, penso, il dolore è un peso nuovo, ma diventa più portabile se lo si divide e lo si sistema bene, tra una tasca e l'altra.

Capitolo 6 — Aspettare senza contare

I giorni passano come autobus che conosci: alle otto e dieci, alle otto e venti, alle otto e quaranta. Ogni mattina Mina controlla il vaso. Una volta alza la pellicola e aspira l'odore di terra bagnata. Un'altra volta gli parla. —So che sei lì —dice—. Anche se non ti vedo.

A scuola, il giardino delle memorie prende forma. Ahmed pianta un nocciolo. Sofia mette a dimora una talea di geranio rosa “come le guance della nonna quando ridiva”. Tommaso, con le stampelle, ridisegna i sentieri con pazienza. Giulia, che sente poco dall'orecchio destro, porta campanellini che il vento suona, così le piante hanno la musica. Ognuno aggiunge un pezzetto. Io trasporto una borsa per volta, piena di terriccio; le mie cuciture tirano, ma in un modo buono, come quando ti stiracchi.

—Se non spunta, cosa fai? —chiede Chiara a Mina, durante una pausa.

—Ci riprovo —risponde Mina—. E se non spunta ancora, ci riprovo di nuovo. Non è una gara. È stare insieme a una cosa a cui vuoi bene.

La maestra Lidia ascolta. —Il lutto è come un seme —dice—. A volte ci mette tanto a germogliare in qualcosa che sappiamo capire. A volte sembra non fare niente, ma nel buio sta lavorando. E quando esce, cambia forma durante l'anno: foglie diverse a seconda del tempo.

Io, a quel paragone, mi scaldo. Penso a quante cose ho tenuto strette per Mina: le parole delle interrogazioni, i disegni del tempo libero, le foto della gita. Adesso tengo anche questo: lo spazio per un seme, per una mancanza, per le storie che la riempiono piano.

Una sera di pioggia, il vento canta sui vetri, e la mia cerniera si muove da sola come una bocca che mastica una domanda. Mina apre la finestra: la luce della cucina è calda. —Nonna —mormora—, oggi ho riso per una sciocchezza in classe e mi è venuto un po' di paura, come se ridere fosse un tradimento. Poi ho pensato che tu saresti stata la prima a ridere forte. Allora ho riso ancora.

La mamma la abbraccia da dietro. —Non si tradisce nessuno ridendo —le dice—. Anzi, è un modo per far circolare l'aria nelle stanze della memoria. Sennò, si appannano i vetri.

Io faccio zzzzip, come per dire sono d'accordo. E i vetri della cucina, davvero, si schiariscono.

Capitolo 7 — Il primo verde

Una mattina che profuma di pane tostato, Mina esce sul balcone con me. Sento un piccolo “oh!” che mi attraversa come una scossa gentile. Dal terriccio, sottile come una vena, una punta verde fa capolino. È minuscola, testarda, tenera.

—È lui! —quasi sussurra Mina, come se urlare potesse spezzarlo—. È lui, mamma! Papà!

Arrivano tutti a vedere. Il papà si mette gli occhiali, la mamma si porta una mano alla bocca. Sembra che la casa intera trattenga il fiato. Poi ci scappa una risata. Io la prendo nella tasca piccola per conservarne un pezzo, come facevo con le conchiglie al mare.

—Non è Nonna che torna —dice la mamma, guardando Mina negli occhi—. È qualcosa che cresce con lei nella tua memoria. È diverso, ma è prezioso.

—Lo so —fa Mina. E non c'è pianto questa volta, c'è un sospiro col largo dentro.

A scuola, Mina porta la notizia. Tutti vogliono vedere la foto della prima fogliolina. —Si vede poco —si scusa Mina—, è timida.

—Anch'io quando ho iniziato a suonare il flauto in pubblico ero timido —dice Camillo—. Poi mi è venuta più voce.

Nel giardino delle memorie, i semi fanno il loro lavoro segreto. Il nocciolo di Ahmed non dà segni ancora, ma lui lo evita con lo sguardo ansioso. —Aspetto —dice—. Se il tuo è uscito, allora i semi si parlano. Il mio si stava facendo bello.

Giorno dopo giorno, la fogliolina diventa due, poi tre. Il nastro giallo ondeggia quando apriamo la finestra. A volte ci parliamo, io e la piantina, quando la casa dorme: “Come va, lì fuori?” “Piano, piano” sembra dire lei, scintillando di rugiada.

Capitolo 8 — Portare e lasciare

È passato un mese. In classe, la maestra Lidia fa una verifica, e io sono pieno di formule e appunti. In un angolo della tasca piccola, il quaderno delle cose da ricordare con Mina è diventato spesso. In mezzo, un bigliettino con una frase di Nonna: “Le cose buone crescono in compagnia.”

Nel giardino delle memorie, alla fine di un venerdì, facciamo una piccola festa. Ogni piantina ha un cartellino con il nome della persona e dell'alunno che l'ha piantata. L'aria profuma di menta e di terra bagnata. Giulia ha portato biscotti senza latte, così li mangiano anche i compagni intolleranti. Tommaso posa le stampelle e per un attimo, appoggiato al tavolo, batte la mano come un tamburo leggero. Sofia attacca un nastrino colorato a ogni vaso. Ahmed ride: —Il mio è spuntato!

—Vedi? —dice Mina—. Aveva solo bisogno di farsi coraggio.

La maestra fa un piccolo discorso. —Qui ognuno ha piantato il suo ricordo a modo suo. Non c'è un modo giusto unico. Ci siamo aspettati, ci siamo ascoltati, ci siamo aiutati a portare. Alcuni giorni pesava, altri era più leggero. Insieme, però, è diventato possibile.

Al ritorno a casa, il sole cala e la stanza si fa d'oro. Mina mi svuota piano, uno a uno: il libro di italiano, la matita, il quaderno delle formule, il bigliettino della nonna, un sasso a forma di cuore. Si siede accanto alla finestra. Il vaso del limone tiene la sua piccola foresta di tre foglioline, la luce le attraversa come una vetrata.

—Ci sono giorni in cui mi manca di più —dice Mina, parlando con la piantina e un po' con me—. E giorni in cui mi sembra di sentirla vicina mentre faccio le cose. Quando succede la seconda, io vado avanti. Quando succede la prima, mi fermo e respiro. Va bene lo stesso.

Io le sto vicino, con la cerniera semi-aperta, pronto a contenere un sorriso o una lacrima, una matita o un segreto. Penso che portare e lasciare, a volte, sono la stessa cosa: porti con te quello che ti nutre, lasci andare quello che punge troppo. Oppure lo sistemi meglio, in fondo, vicino al nastro giallo.

Quella sera, prima di dormire, Mina infila la mano nella mia tasca e trova il quaderno delle cose da ricordare. Scrive l'ultima frase, piccola e pulita: “Sono capace.” Poi spegne la luce.

Sul balcone, la città fa il suo respiro grande e tranquillo. La luna appoggia un dito di latte sulla foglia del limone. Io, appoggiato al muro, guardo la piantina e penso a Nonna Rosa, alla sua risata che ballava. La mia cerniera canta piano, zzzzip, come una ninnananna. E nella stanza si sente che qualcosa, dentro tutti noi, cresce piano e non ha fretta. Sono le radici della memoria, che tengono compagnia. E in quella compagnia, c'è spazio per tutti.

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Cerniera
La parte di un indumento che si chiude e si apre, composta da due strisce di tessuto con piccole linguette metalliche che si incastrano.
Merenda
Un pasto leggero che si consuma tra i pasti principali, solitamente a metà mattina o a metà pomeriggio.
Sussurra
Parlare con una voce molto bassa e delicata, in modo che solo le persone vicine possano ascoltare.
Altare
Una struttura elevata e speciale dove si pongono oggetti sacri, spesso utilizzata in cerimonie religiose.
Semine
L'azione di piantare semi nel terreno affinché possano germogliare e crescere.
Ricordo
Una rappresentazione mentale di un'esperienza passata, qualcosa che si conserva nella memoria.

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