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Storia sulla fiducia in se stessi 11/12 anni Lettura 14 min.

Un passo alla volta fino al Rifugio Abete Alto

Nino, un ragazzo ragionevole ma insicuro, parte con la scuola per un’escursione al Rifugio Abete Alto dove, tra salite, passaggi esposti e decisioni da prendere, impara poco a poco a gestire la paura e a fidarsi del gruppo.

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Personaggio principale: un bambino fantastico con piccole corna a cucchiaio e coda corta, viso rotondo, sopracciglia aggrottate poi sollevate, espressione tra paura e orgoglio, capelli castani corti, giacca impermeabile rossa e pantaloni da trekking marroni, tiene una corda ruvida e posa cautamente un piede su una pietra bagnata; Personaggio secondario: Giada, coetanea con capelli lunghi intrecciati e sorriso malizioso ma incoraggiante, giacca verde, dietro di lui sul sentiero con le mani sui fianchi; Personaggio secondario: un guardiano adulto barbuto con maglione di lana color ecrù, volto calmo e rassicurante, dall’altra parte della traversata con la mano tesa come a indicare la via; Luogo: passaggio di montagna stretto tra rocce grigie umide, muschi scuri, gocce d’acqua, corda fissata alla parete e sotto un leggero vuoto con erbe e sassi, cielo chiaro filtrato dai pini; Situazione: il ragazzo attraversa una breve trave esposta con la corda, una pietra scivolosa lo fa vacillare ma respira profondamente e procede, luce morbida del mattino, atmosfera tesa ma piena di speranza. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Una cartina e un nodo nello stomaco

Nino aveva corna piccole come cucchiaini e una coda che, quando era nervoso, faceva “tic tic” contro la gamba del tavolo. A scuola tutti lo conoscevano per una cosa: era ragionevole. Non era quello che saltava senza guardare. Era quello che guardava, misurava, poi saltava—se aveva senso.

Quel pomeriggio la prof di scienze aveva appeso un foglio grande alla lavagna: una cartina del sentiero che portava al Rifugio Abete Alto. Uscita di classe. Due giorni. Zaini veri, borracce, panini schiacciati e risate nelle orecchie.

Nino fissò la cartina e sentì un nodo nello stomaco, stretto ma non cattivo. Il nodo dell'incertezza. Quello che dice: “E se non ce la faccio?”

Accanto a lui, Giada sussurrò: “Io spero ci sia il Wi‑Fi.”

“Al massimo c'è il vento,” rispose Nino, e si lasciò scappare un mezzo sorriso.

La prof indicò una curva del sentiero. “Qui c'è un tratto ripido. Non si corre. Si cammina. Un passo dopo l'altro. Chi va piano, arriva.”

“E chi si perde?” chiese qualcuno.

“Ci si ferma e si aspetta. Il gruppo è una corda: non si spezza,” disse la prof.

A casa, Nino aprì lo zaino sul letto. Ogni oggetto faceva rumore: la borraccia clac, la torcia clic, il sacco a pelo frush. La madre entrò e lo trovò con il manuale del rifugio tra le mani, come se fosse un compito.

“Stai studiando per camminare?” chiese lei.

“Sto… cercando di capire come si fa a non essere l'ultimo.”

La madre si sedette. “Nino, non devi dimostrare nulla a nessuno. Devi solo provare. E se sei l'ultimo, sei comunque arrivato.”

Lui annuì, ma il nodo rimase. Piccolo. Testardo. Come una scarpa nuova.

Quella sera, prima di dormire, Nino si ripeté piano: “Un passo. Poi un altro. E va bene anche se sbaglio.” Lo disse due volte. Tre. Finché il nodo non si allentò un dito.

Capitolo 2 — Il sentiero che insegna

La mattina della partenza profumava di pane tostato e aria fresca. Il pullman sembrava una scatola piena di zaini, ginocchia e canzoni stonate. Nino si sedette vicino al finestrino. Guardava le case diventare piccole, poi i campi, poi i boschi.

Quando scesero, il sentiero iniziò subito con un suono: ghiaia sotto le scarpe. Nino ascoltò quel suono come un metronomo. Un passo. Scric. Un altro. Scric.

All'inizio andò bene. Poi arrivò il tratto ripido. Il fiato di Nino cambiò ritmo, come se stesse imparando una nuova musica.

Giada, davanti, si girò. “Se muoio, dimmi che ho combattuto con onore.”

“Ti dirò che sei stata sconfitta da una salita,” rispose Nino. Lei rise, e quella risata rese il pezzo meno duro.

Dopo mezz'ora, Nino sentì le gambe pesanti. Non era un dolore drammatico, solo un messaggio chiaro: “Ehi, ci stai chiedendo tanto.”

Si fermò un momento. La prof, che camminava vicino, lo notò.

“Come va?”

“Niente di grave,” disse Nino, onesto. “Solo… non so quanto mi manca.”

“Non lo sa nessuno,” rispose la prof. “Però sai una cosa? Sai fare il prossimo passo.”

Nino guardò la terra. Radici come linee, foglie come monete. “Sì.”

“Allora facciamolo,” disse la prof. “Insieme al gruppo.”

Ripartì. Il nodo nello stomaco provò a stringere, ma Nino lo tenne a bada con una frase semplice: “Posso provare. Posso riprovare.”

A metà salita inciampò su una pietra. Non cadde, ma fece un passo storto e arrossì.

“Ehi, danza contemporanea?” lo prese in giro Davide, con un sorriso.

“È la mia versione del sentiero,” rispose Nino, e tutti risero senza cattiveria.

Arrivarono a un piccolo pianoro. La prof disse: “Pausa acqua.”

Nino bevve. L'acqua era fredda, quasi dolce. Si accorse di una cosa: il fiato tornava. Le gambe, piano piano, si ammorbidivano. Il corpo stava imparando. Davvero.

Capitolo 3 — Dentro il Rifugio Abete Alto

Il rifugio apparve tra gli alberi come una casa robusta che non aveva fretta. Legno scuro, finestre luminose, un odore di minestra che usciva dalla porta e ti prendeva per mano.

Appena entrarono, il custode—un uomo con barba e maglione ruvido—li accolse con una voce che sembrava una panca: solida.

“Benvenuti. Qui si cammina, si ascolta e si rispetta. Le regole sono poche e chiare.”

Giada sussurrò: “Ha la voce da bosco.”

Nino annuì. Era vero.

Sistemarono gli zaini in camerata. Letti a castello, coperte spesse, un silenzio strano: non il silenzio vuoto, ma quello pieno di legno che scricchiola e vento che bussa alle persiane.

Più tardi, il custode spiegò come leggere i segnali del sentiero e come controllare il meteo. Parlava piano, come se ogni parola dovesse arrivare intera.

“Qui il tempo cambia. Non è un nemico, è un insegnante. Se non siete sicuri, chiedete. Se sbagliate, correggete. Il bosco non vi giudica.”

Nino ascoltava con attenzione. Era ragionevole: amava le cose che si potevano fare un pezzo alla volta. Eppure, quando il custode mostrò una corda e disse che l'indomani avrebbero fatto un breve tratto con un passaggio esposto, il nodo tornò.

Davide alzò la mano. “È pericoloso?”

“È serio,” rispose il custode. “E per le cose serie ci si prepara.”

Quella sera, dopo cena, uscirono un momento sul piazzale. Il cielo era pulito e pieno di stelle, così tante che sembravano briciole di luce.

Giada guardò in alto. “Sembra che qualcuno abbia rovesciato un sacchetto di zucchero.”

“Uno zucchero che non si scioglie,” aggiunse Nino.

La prof si avvicinò a Nino. “Ti vedo pensieroso.”

Lui non finse. “Domani… ho paura di sbagliare.”

“Avrai paura anche mentre impari,” disse la prof. “Non devi aspettare che sparisca. Devi solo farle spazio. Un po'. Come si fa con uno zaino: se è pesante, lo aggiusti sulle spalle.”

Nino respirò. L'aria sapeva di resina e fumo lontano. “Posso farle spazio,” disse.

“E poi un passo,” aggiunse la prof.

“Poi un altro,” completò Nino.

Capitolo 4 — Il passaggio serio

L'indomani il bosco era diverso. Più umido. Più vicino. Le foglie gocciolavano, come se avessero fatto la doccia. Il sentiero, stretto, correva tra rocce e cespugli.

Arrivarono al passaggio esposto: una traversata breve, con una corda fissata alla parete. Sotto, il vuoto non era infinito, ma bastava a farti pensare troppo.

Il custode disse: “Uno alla volta. Mano sulla corda. Piedi sicuri. Guardate dove mettete il peso.”

Davide passò per primo, facendo lo spavaldo. A metà, però, si zittì. Quando arrivò dall'altra parte, disse piano: “Ok, era più… vero di quanto pensassi.”

Nessuno lo prese in giro. Era un buon segno.

Toccò a Nino. Il nodo nello stomaco si trasformò in una pallina calda. Le corna gli sembrarono più pesanti del solito, come se anche loro avessero opinioni.

Giada gli sussurrò: “Se vuoi, ti racconto una barzelletta bruttissima per distrarti.”

“Peccato,” disse Nino. “Oggi voglio ricordarmi tutto.”

Si avvicinò alla corda. Sentì la ruvidità sotto le dita. Fece il primo passo. Il secondo. Il terzo.

Poi il piede scivolò di pochi centimetri su una pietra bagnata. Un lampo di paura gli salì in gola.

Il custode, fermo dall'altra parte, parlò senza alzare la voce: “Stop. Respira. Torna con il peso. Non sei in ritardo.”

La prof, dietro Nino, disse: “Ci sei. Sei qui.”

Nino inspirò. L'aria entrò e uscì. Entrò e uscì. Come una porta che si apre e si chiude. La paura non sparì, ma smise di spingere.

Rimesso il piede, cercò un appoggio più asciutto. Guardò la roccia, non il vuoto. Un passo. Poi un altro.

Quando arrivò dall'altra parte, non fece il gesto del campione. Non alzò le braccia. Si limitò a ridere piano, incredulo.

Giada lo raggiunse e disse: “Hai la faccia di uno che ha appena superato un boss finale.”

Nino sbuffò. “E invece era solo… un pezzo di sentiero.”

“Appunto,” disse lei. “E tu l'hai fatto.”

Il custode annuì. “Hai fatto bene a fermarti. Chi va avanti senza ascoltarsi, prima o poi cade. Chi si ascolta, impara.”

Nino si accorse di una cosa nuova: la fiducia non era un fuoco d'artificio. Era una candela. Piccola, ma capace di durare.

Capitolo 5 — Un compito, un imprevisto e una scelta

Nel pomeriggio la prof propose un'attività: piccoli gruppi, cartina alla mano, per trovare un punto segnato e poi tornare al rifugio. “È un esercizio di orientamento. Non vi allontanate troppo. E ricordate: se non siete sicuri, vi fermate.”

Nino era nel gruppo con Giada e Davide. All'inizio andò liscio: seguirono i segni rossi e bianchi, contarono i bivi, confrontarono le curve del sentiero con la cartina.

Poi arrivò un imprevisto semplice e fastidioso: un cartello piegato dal vento. La freccia indicava in modo ambiguo.

Davide disse: “Secondo me è di là. Dai, sbrighiamoci.”

Giada fece una smorfia. “Secondo me è di qua. E ho fame, quindi ho ragione.”

Nino guardò il cartello, la cartina, il bosco. Sentì la vecchia voglia di affidarsi a chi parlava più forte. Ma ricordò il passaggio serio. Ricordò la pausa. Ricordò che fermarsi non era fallire.

“Ragazzi,” disse, “facciamo così: ci fermiamo un minuto. Controlliamo il punto sulla cartina, contiamo i passi fino al ruscello. Se non torna, torniamo indietro. Non perdiamo, impariamo.”

Davide lo guardò. “Stai facendo il capo?”

“No,” rispose Nino. “Sto facendo… il prudente. Che oggi mi sembra utile.”

Si sedettero su un tronco. Il bosco era quieto. Si sentiva solo acqua lontana e un picchio che lavorava come un martello.

Giada tirò fuori una caramella e la porse a Nino. “Per il cervello.”

“Per il coraggio,” corresse lui, prendendola.

Calcolarono. Discuterono. Poi decisero: avrebbero seguito il sentiero che, secondo la cartina, portava al ruscello. Camminarono contando a bassa voce, come una filastrocca.

“Dieci… venti… trenta…”

E al quarantasette comparve il ruscello, lucido e vivo. Davide fischiò. “Ok. Hai vinto tu.”

Nino scosse la testa. “Non ho vinto io. Ha vinto il metodo.”

Giada rise. “Il metodo è noioso, ma funziona.”

Trovarono il punto segnato: un sasso grande con una croce blu. Scattarono una foto per prova e tornarono al rifugio. Nino sentiva una calma nuova. Non perché fosse sicuro di tutto, ma perché aveva imparato a stare nell'incertezza senza scappare.

Capitolo 6 — La strada aperta

L'ultima sera al rifugio fu morbida. Minestra calda, pane croccante, il rumore delle posate che sembrava pioggia leggera.

In camerata, prima di spegnere le luci, Davide disse: “Domani, quando torniamo, io mi alleno. Cioè… cammino di più. Non voglio arrivare sempre distrutto.”

Giada sbadigliò. “Io mi alleno a vivere senza Wi‑Fi. Forse.”

Nino, nel letto, guardò il soffitto di legno. “Io… mi alleno a provare anche quando non sono sicuro,” disse.

Ci fu un silenzio. Poi la prof, dal fondo, rispose: “È un allenamento che serve ovunque.”

La mattina della partenza il cielo era chiaro. Il rifugio salutava con il suo odore di legna e con una finestra che rifletteva il sole.

Nino si mise lo zaino. Non sembrava più un peso nemico. Sembrava una responsabilità che poteva portare.

Il sentiero verso valle era più facile, ma non per questo meno importante. Le gambe facevano il loro lavoro. Il fiato seguiva. Ogni tanto Nino rallentava, controllava che il gruppo fosse vicino, poi ripartiva.

A un tornante, la prof si fermò e indicò la strada asfaltata che, più in basso, tagliava la montagna e spariva dietro una collina.

“Ecco la strada,” disse. “Da lì ognuno torna a casa, alle sue cose.”

Giada chiese: “E il bosco?”

“Il bosco resta,” rispose la prof. “E quello che avete imparato resta con voi.”

Nino guardò la strada aperta. Non si vedeva la fine. Non era spaventoso. Era… possibile.

Sentì il nodo nello stomaco, ma era diventato piccolo, quasi gentile. Come un promemoria.

Si disse, piano, come una promessa che fa bene: “Un passo. Poi un altro. E se sbaglio, mi fermo. Respiro. Riparto.”

Poi riprese a camminare, con il gruppo accanto e la strada davanti, aperta come una pagina nuova.

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