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Storia sull'inverno 11/12 anni Lettura 28 min.

Tommaso e il lago di ghiaccio che sussurra

Tommaso, un ragazzo disordinato e vivace, trascorre un inverno presso i nonni, dove impara a rallentare, ascoltare il suo corpo e affrontare le paure, mentre scopre il magico mondo del ghiaccio e della neve. Attraverso esperienze quotidiane, impara l'importanza di prendersi il tempo per comprendere se stesso e ciò che lo circonda.

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Un ragazzo di 12 anni, Tommaso, con capelli castani e occhi brillanti, è accovacciato vicino a un laghetto ghiacciato, con un'espressione curiosa e meravigliata. Indossa un grande cappotto blu, una sciarpa rossa e guanti di lana, e il suo viso esprime una dolce concentrazione. Vicino a lui, suo nonno, un uomo anziano con barba grigia e occhiali rotondi, sorride benevolmente, tenendo un bastone da passeggio, osservando il nipote con orgoglio. Il paesaggio è incantevole: alberi spogli coperti di neve scintillante e un cielo azzurro chiaro, punteggiato di nuvole soffici. La scena rappresenta Tommaso mentre ascolta attentamente il rumore del ghiaccio sotto le orecchie, scoprendo la magia dell'inverno e la bellezza della natura. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 – Il maglione rovesciato

Tommaso stava cercando il suo guanto destro da almeno dieci minuti.

La sua camera sembrava un campo di battaglia: calzini spaiati sul pavimento, libri di scuola aperti sulla sedia, una sciarpa a metà fuori dal cassetto. La mamma lo guardava dalla porta, con il cappotto già chiuso.

— Tommaso, è inverno, fuori ci sono zero gradi. O ti vesti bene o ti congeli — disse, trattenendo un sorriso.

— Non trovo il guanto… quello con le strisce blu — borbottò lui, rovesciando una pila di magliette.

Dal mucchio spuntò fuori un pupazzo di neve di stoffa, schiacciato sotto un quaderno di matematica.

— Questo almeno è di stagione — commentò la mamma.

Tommaso rise. Poi sospirò.

— Non è colpa mia se le cose si nascondono.

— Le cose non si nascondono — rispose lei con calma. — Semplicemente finiscono sotto tutto il resto.

Alla fine riuscirono a trovare il guanto incastrato tra il letto e il comodino. Tommaso lo infilò in fretta, sbagliando mano. Si ritrovò il pollice nel posto sbagliato e scoppiò a ridere.

— Sei proprio tu — disse la mamma, sistemandoglielo. — Disordinato, ma con un cuore grande. I nonni ti aspettano. Ti ricordi che il nonno ha promesso di farti vedere il laghetto ghiacciato?

Il pensiero del laghetto punse Tommaso di curiosità. Non era mai stato dai nonni in pieno inverno. Di solito andava d'estate, quando il cortile profumava di pomodori e basilico. Ora invece l'aria dietro il vetro sembrava grigia e spessa.

— Nonno ha detto che il ghiaccio scricchiola quando lo ascolti da vicino — disse la mamma, avvolgendogli la sciarpa intorno al collo. — Ma tu devi ascoltare anche qualcos'altro.

— Cosa?

— Te stesso. Il tuo corpo. Le tue sensazioni. E magari… anche il pavimento della tua camera, ogni tanto.

Tommaso alzò gli occhi al cielo, ma sorrise. Poi uscì di casa con la mamma, mentre il freddo gli pizzicava già il naso.

Il viaggio in macchina verso il paesino dei nonni fu silenzioso e tranquillo. Fuori, i campi erano di un marrone chiaro, coperti qua e là da una polverina bianca di brina. Gli alberi nudi sembravano mani sottili che cercavano il cielo.

Tommaso si appoggiò al finestrino. Il vetro era freddo contro la fronte. Sentì le spalle scendere un po' e il respiro farsi più lungo.

— Ti stai già rilassando? — chiese la mamma, gettandogli un'occhiata nello specchietto.

— Un pochino… — ammise lui. — È che l'inverno sembra lento. Fa venire voglia di dormire.

— A volte essere un po' lenti fa bene — disse lei. — Ti aiuta ad ascoltare meglio.

Tommaso non era sicuro di voler ascoltare qualcosa. Pensava al laghetto, alla neve, forse al ghiaccio da schiacciare con gli stivali. Ma, senza accorgersene, chiuse gli occhi e lasciò che il rumore regolare del motore lo calmasse.

Quando li riaprì, il mondo era cambiato. Le case erano più basse, i tetti avevano strisce di neve, e un fumo sottile usciva dai comignoli. L'inverno, quello vero, li stava aspettando.

Capitolo 2 – La casa che profuma di legna

Quando scese dalla macchina, l'aria gli morse le guance. Faceva freddo, ma non un freddo cattivo. Era un freddo che lo svegliava, come se il vento gli sussurrasse: “Ehi, sei qui. Sentilo?”

La casa dei nonni era quasi uguale a come la ricordava d'estate, solo un po' più silenziosa. Il giardino era coperto da un sottile strato di neve. Le aiuole dormivano sotto coperte bianche.

La porta si aprì prima che potesse bussare.

— Eccoti qua, ragazzo di città! — esclamò il nonno, con il maglione grigio e il cappello di lana tirato giù sulle orecchie.

La nonna spuntò dietro di lui, con un grembiule a quadretti.

— Vieni dentro, prima che ti congeli il naso — disse, tendendogli le braccia.

Appena entrò, Tommaso fu avvolto da un calore morbido. La casa profumava di legna bruciata, di minestra e di bucato steso vicino alla stufa. Il nonno indicò un mucchio di giacche e sciarpe appese in modo ordinato.

— Qui teniamo tutto in fila, altrimenti non troviamo più niente — scherzò, guardando Tommaso con un'occhiata finta severa.

— Allora qui sono in pericolo — mormorò il ragazzo, togliendosi il cappotto. — Le cose vicino a me si perdono da sole.

La nonna rise piano.

— Le cose non si perdono, chiedono solo un posto chiaro. Come le persone.

Tommaso non capì subito quella frase, ma gli piaceva il modo in cui suonava. Seguì i nonni fino al salotto. C'era una stufa a legna con lo sportello di vetro; dietro, il fuoco danzava silenzioso, lanciando luci arancioni sulle pareti.

Si sedette sul tappeto, ancora con gli scarponi, e allungò le mani verso la stufa. Sentì il calore entrare piano nelle dita, sui polsi, fino alle braccia. Il contrasto con il freddo di fuori era quasi dolce.

La nonna lo notò.

— Come ti senti, Tommi? — chiese, sedendosi sulla poltrona accanto.

Lui ci pensò un secondo, sorpreso. Di solito gli adulti gli chiedevano: “Tutto bene a scuola?” o “Hai fatto i compiti?”. Non “Come ti senti”.

— Ho freddo ai piedi, caldo alle mani… e lo stomaco un po' vuoto — rispose, dopo qualche momento.

— Ottimo — disse la nonna. — Sai già ascoltarti. Lo stomaco lo sistemiamo con una bella minestra calda.

— E i piedi? — chiese lui, incuriosito.

— Per quelli abbiamo le pantofole di lana del nonno. Però devi promettere che non le perderai sotto il letto in due minuti.

Tommaso abbassò gli occhi. A volte il suo disordine faceva ridere, ma altre lo faceva sentire stupido. Aveva sempre la sensazione che tutti fossero più in controllo di lui.

Il nonno, come se avesse letto i suoi pensieri, si sedette sul bracciolo della poltrona.

— Sai, quando ero della tua età, i miei attrezzi sparivano nel fienile — raccontò. — Mio padre diceva che ero una tempesta. Poi ho imparato a fermarmi un momento e a domandarmi: “Dove ho messo le mie mani, un attimo fa?”. E quasi sempre trovavo quello che cercavo.

— Ma io mi muovo troppo in fretta — disse Tommaso, stringendosi nelle spalle.

— L'inverno serve anche a questo — intervenne la nonna, alzandosi. — A rallentare. A sentire. Nel silenzio, le cose si mettono al loro posto.

Tommaso non sapeva se ci credeva davvero, ma era curioso. Forse quell'inverno dai nonni sarebbe stato diverso dal solito.

Mentre mangiava la minestra, con il vapore che gli appannava gli occhiali, si accorse che le sue spalle erano un po' meno rigide. Il rumore del cucchiaio nella scodella era calmo, quasi ipnotico. Ogni tanto, una scheggia di legna scoppiettava nella stufa, come se battesse le mani piano, per non disturbare.

Fuori, il pomeriggio diventava già sera.

Capitolo 3 – Il laghetto che parla piano

Il giorno dopo, il nonno bussò alla porta della camera di Tommaso.

— Allora, giovane esploratore, pronto a vedere il laghetto?

La camera era già un po' in disordine: zaino aperto, maglietta sulla sedia, un libro per metà fuori dal cuscino. Tommaso si sistemò come poteva il maglione, che aveva infilato al contrario.

— Pronto! — disse, cercando di nascondere la manica storta.

Il nonno alzò un sopracciglio.

— Ah, vedo che il tuo stile “tutto storto” è sempre alla moda.

Tommaso arrossì, poi si mise a ridere. Il nonno lo aiutò a sistemarsi il maglione, con gesti lenti.

— Vedi, non serve correre per forza — disse. — Quando fai le cose con calma, riesci anche a sentirle meglio.

Si incamminarono lungo il viottolo che portava ai campi. L'aria era fredda e limpida, e ogni respiro di Tommaso usciva in piccole nuvole bianche. Il cielo era di un azzurro pallido, quasi trasparente.

Camminavano senza parlare molto. Si sentivano solo il crunch della neve sotto gli scarponi e, ogni tanto, il verso di un corvo in lontananza.

— Nonno — disse Tommaso, dopo un po'. — Ma il ghiaccio può romp… rompersi, giusto?

— Certo — rispose lui. — Soprattutto quando non è abbastanza spesso. È per questo che non ci si corre sopra come matti. Si ascolta, prima.

— Ascoltare il ghiaccio? — Tommaso aggrottò la fronte. — Ma non parla.

— Non come noi. Ma fa dei suoni. Scricchiola, si lamenta un pochino, a volte canta. E poi c'è un altro ascolto: quello del tuo corpo. Se senti paura, se ti tremano le gambe, se provi un nodo qui — si toccò la pancia — allora è un segnale.

Tommaso non era abituato a pensare a quel che sentiva nel corpo. Di solito ignorava tutto, finché lo stomaco non brontolava così forte che la maestra lo sentiva da un banco all'altro.

Arrivarono al laghetto. Non era grande: d'estate ci cresceva l'erba alta attorno, e qualche anatra veniva a fare il bagno. Ora era una superficie grigio-latte, con piccole crepe che sembravano ragnatele scure.

Tommaso si avvicinò. Il freddo lì era diverso, più umido, come se venisse dal basso. Sentì un leggero brivido lungo la schiena.

— Posso… posso salirci sopra? — chiese.

Il nonno si chinò, toccando il ghiaccio con il bastone.

— Non oggi. Non è ancora abbastanza forte. Lo vedi? — Indicò le zone più sottili, dove si intravedeva l'acqua scura sotto. — È fragile.

Tommaso fece una smorfia.

— Ma sembra solido…

— A volte le cose che sembrano solide non lo sono. Per scoprirlo, bisogna osservare. E ascoltare. Vieni, prova a metterti in ginocchio sulla riva e avvicina l'orecchio.

Un po' titubante, Tommaso fece come diceva il nonno. Sentì il freddo del ghiaccio filtrare attraverso il jeans. Appoggiò l'orecchio vicino alla superficie. All'inizio non sentì niente, solo il suo respiro.

Poi, piano, qualcosa. Un leggero “tic”, un “crac” lontanissimo, come se qualcuno, sotto il laghetto, stesse stirando un lenzuolo di vetro.

— Senti? — chiese il nonno a bassa voce.

— Sì… è come se si muovesse.

— Esatto. Sta ancora lavorando. Non è pronto a sopportare il peso delle nostre corse.

Tommaso rimase un momento in silenzio. Il suo ginocchio iniziava a raffreddarsi, ma c'era qualcosa di affascinante in quei suoni. Come un segreto condiviso tra l'inverno e chi aveva la pazienza di restare fermo.

— Io di solito… non resto mai fermo così — confessò.

— Lo so — rispose il nonno. — Ma a volte, quando ti fermi, scopri cose che correndo non avresti mai notato.

Tommaso si rialzò piano. Sentì i muscoli delle gambe tirare un po', come se si svegliassero.

Mentre tornavano verso casa, non aveva voglia di correre avanti come faceva di solito. Invece, si accorse di quanto gli piacesse il suono dei loro passi nella neve, uno accanto all'altro, come due tamburi che suonavano allo stesso ritmo.

Capitolo 4 – Disordine sul tappeto, quiete nel cuore

Quel pomeriggio, Tommaso si mise in salotto con una scatola di costruzioni che il nonno aveva tirato fuori dall'armadio.

— Erano tue, quando eri più piccolo — disse la nonna. — Chissà se te le ricordi.

Il ragazzo aprì la scatola e ne rovesciò metà contenuto sul tappeto. Pezzi di ogni forma e colore si mescolarono in una confusione allegra.

— Ecco, il mio elemento — disse ridendo. — Il caos.

— Caos controllato, magari — propose la nonna, sedendosi con un ricamo in mano. — Che cosa vuoi costruire?

— Un ponte sul laghetto — rispose Tommaso, senza pensarci troppo. — Così non devo camminare sul ghiaccio fragile.

Mentre sceglieva i pezzi, si accorse che il suo corpo era un po' diverso dal solito. Non era rigido come quando doveva fare i compiti in fretta, né agitato come durante una partita di calcio. Le braccia si muovevano più fluide, il respiro era calmo.

— Nonna, ma perché qui mi sento… non so… più morbido? — chiese, incastrando due pezzi.

Lei smise di ricamare e lo guardò.

— Forse perché qui il tempo va piano. E noi ti lasciamo andare piano con lui. Non devi fare tutto subito, non devi essere perfetto. Puoi solo essere Tommaso.

Lui provò a trovare una parola per quello che sentiva. Non riuscendoci, ci rinunciò e tornò al ponte. Dopo un po', il tappeto era coperto da pezzi sparsi.

— Sta diventando difficile trovare quello che mi serve — borbottò, frugando tra i pezzi.

La nonna sorrise, ma non disse niente. Aspettò.

Tommaso, infastidito, si fermò. Guardò il tappeto. Era come la sua camera in miniatura.

All'improvviso gli venne in mente la frase del nonno: “Quando ti fermi, scopri le cose”. Sospirò, poi iniziò a raccogliere i pezzi in piccoli mucchietti: quelli lunghi da una parte, quelli corti dall'altra, le basi quadrate tutte insieme.

Ci mise un po', ma mano a mano che riordinava, sentiva la mente schiarirsi. Non doveva più cercare dappertutto. Sapeva dove guardare.

— Interessante — mormorò, più a se stesso che alla nonna.

— Cosa? — domandò lei.

— Quando metto un po' d'ordine fuori, è come se dentro la testa ci fosse più spazio.

— Capita spesso — rispose la nonna. — Il tuo corpo e i tuoi pensieri sono amici. Se uno è troppo in confusione, anche l'altro si stanca.

Tommaso si rese conto che le sue spalle non erano tese. Il collo non gli faceva male come certe sere dopo scuola. Sentì perfino uno sbadiglio venire su, lento e caldo.

— Ho sonno, ma non è il sonno da “mi annoio” — disse, stupito. — È un sonno… buono.

— È il tuo corpo che ti ringrazia perché lo stai ascoltando — disse dolcemente la nonna. — Oggi hai camminato al freddo, hai osservato, hai costruito. Hai usato la testa e il cuore. È normale che voglia riposare.

Tommaso si distese sul tappeto, tra i pezzi del suo ponte a metà. Non si preoccupò del disordine che stava creando. Sentiva la moquette morbida sotto la schiena, il calore della stufa su una guancia, l'odore di legna ancora nell'aria.

Chiuse gli occhi un attimo. Sentì i muscoli delle gambe allentarsi, la pancia che andava su e giù in modo regolare. Era come se il suo corpo, pezzo dopo pezzo, trovasse il suo posto. Non perfetto, ma comodo.

— Non ti addormentare lì, che poi ti si stampa un mattoncino sulla schiena — lo avvertì il nonno, entrando con due tazze di cioccolata calda.

Tommaso si tirò su, ridendo. Bevve un sorso. Il calore gli scese giù per la gola fino allo stomaco, come una piccola scia di fuoco buono.

Fuori, il cielo era già viola scuro. L'inverno portava la notte presto, ma dentro la casa la luce era soffusa, dorata. Niente sembrava correre in quella giornata, tranne forse le scintille nella stufa.

E Tommaso si accorse che, per una volta, non gli mancava correre.

Capitolo 5 – Il coraggio di dire “no”

Il mattino seguente, il nonno aprì la porta d'ingresso e fece entrare una piccola ventata gelida.

— Ha nevicato un po' stanotte — disse. — Vuoi andare a vedere com'è il laghetto adesso?

Tommaso infilò gli scarponi. Si sentiva leggermente eccitato. Chissà, forse il ghiaccio era diventato forte. Pensò che sarebbe stato divertente saltarci sopra, sentire il rumore sotto i piedi.

Mentre camminavano, la neve scricchiolava più forte del giorno prima. I rami degli alberi erano spolverati di bianco, come se qualcuno avesse setacciato dello zucchero a velo sul paesaggio.

Arrivati vicino al laghetto, Tommaso vide che il ghiaccio era più uniforme. C'era solo una leggera patina neve, che il vento aveva soffiato in piccoli cumuli.

— Sembra più spesso, oggi — disse, avvicinandosi.

Il nonno annuì.

— Sì, ma non basta sembrare. Bisogna controllare.

Proprio in quel momento, dall'altro lato del laghetto comparve Luca, il vicino che aveva più o meno l'età di Tommaso. Indossava un giubbotto rosso e un cappellino con un pompon blu.

— Ehi, Tommi! — gridò. — Vieni, è fortissimo! Il ghiaccio tiene!

Prima che qualcuno potesse fermarlo, Luca fece due passi sul ghiaccio e saltellò ridendo. Il ghiaccio emise un suono sordo, un “tonk” seguito da un lontano scricchiolio.

A Tommaso si strinse lo stomaco. Non gli piaceva quel suono. Si ricordò del pomeriggio prima, con l'orecchio vicino al ghiaccio e il nonno al suo fianco.

— Aspetta! — urlò d'istinto. — Forse non è sicuro!

Luca lo guardò, con un sorriso un po' spavaldo.

— Ma figurati! Ci sono salito ieri, e non è successo niente.

Il nonno si avvicinò al bordo del laghetto, il bastone in mano.

— Luca, vieni indietro con calma — disse con voce ferma. — Il ghiaccio non è ancora abbastanza spesso.

— Ma io non ho paura! — ribatté il ragazzo.

Anche Tommaso, in passato, avrebbe forse riso e seguito l'amico. Avrebbe saltato, avrebbe sentito l'adrenalina, e solo dopo avrebbe pensato se era stato saggio o no.

Ora però sentiva qualcosa di diverso. Le gambe gli tremavano un po'. Il petto era stretto, e le mani dentro i guanti erano sudate, nonostante il freddo.

Si rese conto che il suo corpo gli stava parlando. E che quella voce, per la prima volta, la riconosceva.

— Non è questione di paura — disse, cercando le parole. — È che… ieri abbiamo sentito il ghiaccio da vicino. Sta ancora cambiando. Fa dei rumori strani. A me qui dentro — si toccò la pancia — non piace.

Luca fece una smorfia.

— Da quando ascolti la pancia?

Tommaso si morse il labbro. Una parte di lui avrebbe voluto fare il duro, dire: “Hai ragione, andiamo!”. Ma l'altra parte ricordava il suono del ghiaccio, le spiegazioni del nonno, il sollievo caldo della stufa dopo il freddo.

E ricordava quanto era bello sentirsi tranquillo, il corpo morbido e non teso come un elastico tirato troppo.

— Da poco — ammise, con un filo di voce. — Ma… mi fa stare meglio.

Il nonno annuì, mettendogli una mano sulla spalla. Non disse niente, ma il suo gesto bastò.

Luca esitò. Fece ancora un passo, poi si fermò. Guardò i piedi, poi l'acqua scura che si intravedeva in una zona più sottile.

— E se hai ragione tu? — chiese, all'improvviso meno sicuro.

Come risposta, da qualche parte sotto il ghiaccio arrivò un “crac” più forte, lungo, come uno sbadiglio nervoso. Tutti e tre trattennero il respiro.

— Vieni — disse Tommaso. — Possiamo fare una gara di palle di neve sulla riva. Non serve andare in mezzo.

Luca si morse l'interno della guancia, poi tornò indietro, un passo alla volta. Quando mise gli scarponi di nuovo sulla terra, Tommaso si rese conto che aveva trattenuto il fiato.

Lo lasciò uscire lentamente, come gli aveva insegnato la nonna: aria dal naso, piano, finché il petto non si svuotò e si rilassò.

— Vedi? — disse il nonno. — Essere coraggiosi non vuol dire fare sempre la cosa più pericolosa. A volte vuol dire ascoltare la paura giusta e dire “no”.

Luca guardò Tommaso, con un'espressione strana.

— Sei cambiato, eh — disse. — Prima saresti stato il primo a saltare sul ghiaccio.

— Forse sto… imparando ad andare più piano — rispose Tommaso, sorpreso lui stesso dalle sue parole.

— Fa niente — concluse Luca, raccogliendo un pugno di neve. — Intanto ti batto a palle di neve.

Si misero a giocare, ridendo. Le palle di neve volavano come piccoli comete bianche. A volte colpivano il cappello, a volte il giubbotto. Ogni risata si trasformava in nuvole di respiro nel freddo.

Tommaso sentiva il cuore battere più forte per la corsa, ma era un battito buono, non quello nervoso che aveva quando si metteva nei guai. Ogni tanto lanciava un'occhiata al laghetto, serio.

Non gli veniva più voglia di saltarci sopra. Gli sembrava quasi una cosa viva, da rispettare.

Capitolo 6 – Un inverno dentro di sé

La sera, la casa dei nonni sembrava ancora più calda. La stufa diffondeva un calore tranquillo, e sul tavolo la nonna aveva messo una tovaglia con disegnati piccoli fiocchi di neve azzurri.

Dopo cena, Tommaso si sedette vicino alla finestra. Fuori, la neve rifletteva un po' di luce del lampione, rendendo il giardino quasi luminoso, anche se era notte.

Il nonno arrivò con una coperta sulle spalle.

— A che pensi? — chiese, sedendosi accanto a lui.

— Al laghetto — rispose Tommaso. — E a oggi. Non so… è come se l'inverno mi stesse insegnando qualcosa.

— L'inverno fa spesso così — disse il nonno. — Quando tutto fuori si ferma un po', tu puoi sentire meglio cosa succede dentro.

Tommaso prese un respiro lento. Sentì l'aria fredda della finestra e il calore della coperta insieme. Non era una sensazione confusa, era solo completa.

— Prima non mi ascoltavo mai — disse piano. — Correvo, lanciavo, saltavo. E basta.

— E ti divertivi, immagino.

— Sì, però finivo sempre per perdermi qualcosa. Tipo… il motivo per cui facevo una cosa. O il modo in cui mi sentivo davvero.

Il nonno sorrise.

— Oggi invece ti sei fermato. Hai ascoltato il ghiaccio… e te stesso.

— Mi sono sentito strano, a dire a Luca di scendere. Come se fossi… noioso.

— E adesso come ti senti? — chiese il nonno.

Tommaso ci pensò. Provò a scorrere con la mente il suo corpo, dalla testa ai piedi, come aveva imparato in quei giorni.

La fronte era distesa. Le spalle, appoggiate allo schienale, non tiravano. Lo stomaco era pieno ma leggero. Le gambe erano stanche piacevolmente, come dopo una lunga camminata.

— Mi sento… bene. Calmo. E anche un po' orgoglioso — ammise.

— Allora forse non sei stato così noioso.

Rimasero in silenzio per un po', guardando i fiocchi di neve che avevano ricominciato a scendere lenti, come piume stanche.

La nonna li raggiunse con una tazza di tisana fumante.

— Questo è un piccolo inverno in tazza — disse, porgendola a Tommaso. — Profuma di montagna e di riposo.

Lui bevve un sorso. Era leggermente amara, ma lo riscaldava fino alle dita dei piedi.

— Nonna, come faccio a ricordarmi di ascoltarmi anche quando torno a casa? — chiese. — Ho paura di tornare a correre come prima, di dimenticare tutto.

Lei si sedette davanti a lui e gli prese le mani tra le sue, calde e rugose.

— Non devi cambiare tutto in un giorno — disse dolcemente. — Puoi scegliere dei piccoli momenti. Per esempio, quando ti svegli. O quando torni da scuola. O prima di addormentarti. In quei momenti ti chiedi: “Come sto adesso?”. E ti dai il tempo di sentire la risposta.

— Anche se la camera è in disordine? — chiese lui, con un mezzo sorriso.

— Soprattutto se la camera è in disordine — rise il nonno. — Mettere a posto due cose alla volta è già un modo per volerti bene.

Tommaso pensò al tappeto pieno di costruzioni, al modo in cui aveva sentito la mente farsi più chiara mentre riordinava. Forse non doveva diventare il ragazzo più ordinato del mondo. Forse bastava iniziare da piccoli pezzi. Come mattoncini.

Quando andò a letto, si infilò sotto le coperte fredde che, in pochi secondi, diventarono tiepide grazie al calore del suo corpo. Guardò il soffitto, quasi buio, illuminato solo dalla luce che filtrava dalla fessura della porta.

Chiuse gli occhi e fece un giro veloce nel suo corpo, come gli aveva suggerito la nonna. Testa: un po' piena di pensieri, ma non pesante. Spalle: rilassate. Petto: caldo. Pancia: tranquilla. Gambe: stanche, ma contenthe. Piedi: finalmente caldi.

Sorrise nel buio.

Un pensiero gli attraversò la mente, chiaro e semplice: non aveva più voglia di saltare sul ghiaccio fragile, né fuori né dentro di sé. Non voleva più calpestare quelle parti delicate che avevano bisogno di tempo, di attenzione, di rispetto.

Preferiva fermarsi sulla riva, ascoltare, capire se era il momento giusto o no. E, se non lo era, inventarsi un altro gioco. Una guerra di palle di neve, un ponte di costruzioni, una tisana sul divano.

Mentre si addormentava, sentì il suo corpo scivolare dolcemente nel sonno, come se stesse cadendo dentro una coperta di neve soffice.

L'inverno, fuori dalla finestra, continuava a lavorare in silenzio. Il ghiaccio del laghetto diventava ogni notte un po' più forte. E anche Tommaso, dentro di sé, costruiva un ghiaccio nuovo: non per camminarci sopra a caso, ma per imparare quando era giusto fare un passo… e quando, con calma, fermarsi ad ascoltare.

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