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Racconto filosofico 9/10 anni Lettura 11 min.

Tommaso e Brivio: la clessidra di luce e il bosco dei forse

Tommaso, curioso e coraggioso, esplora paure e domande attraverso incontri magici — una clessidra di luce, l’Orologiaio delle Nuvole e la bestiolina Brivio — imparando a ascoltare e dialogare con la paura.

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Un ragazzo di 10 anni dal viso rotondo, capelli castani arruffati, occhi grandi e curiosi e espressione dolce ma determinata, seduto sul ponte di legno "Aspetta un attimo" con una piccola clessidra di vetro che diffonde luce calda; dietro di lui Brivio, una bestiolina nera fatta di fumo denso con occhi lucenti, che si ricompone in una sagoma di gatto tremante ma attenta, sotto scorre un ruscello limpido con pietre lucenti e intorno alberi con foglie a forma di punto interrogativo; cielo crepuscolare in toni arancio e porpora e luce calda che sfiora i contorni: il ragazzo respira con calma guardando la clessidra mentre la luce cala e impara ad addomesticare la paura — immagine calma, tenera e leggermente magica, con contrasti tra palette calda e il nero di Brivio e tra superfici lisce e ombre fumose. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il ragazzo e la tasca piena di domande

Tommaso aveva dieci anni e un segreto che teneva in tasca come una biglia lucida: voleva capire perché si ha paura e come addomesticarla. Non lo diceva spesso, perché gli adulti, quando sentono la parola “paura”, a volte fanno finta di non averla, come se fosse una macchia sulla camicia.

Il suo mondo era un posto particolare. Le strade non correvano soltanto tra case e alberi, ma anche tra ragioni. C'era il Viale del Perché, la Piazza del Forse, e un piccolo ponte di legno chiamato “Aspetta un attimo”, che non si attraversava di corsa. Lì i maestri insegnavano a ascoltare le proprie ragioni come si ascolta una conchiglia: con pazienza, senza scuoterla.

Tommaso era paziente. Aveva imparato che le domande sono come gatti: se le insegui, scappano; se ti siedi tranquillo, ti vengono vicino.

Una sera, mentre la luce arancione del tramonto si stendeva sul pavimento come una coperta calda, Tommaso sentì la paura. Non arrivò come un mostro con i denti, ma come un piccolo spiffero sotto la porta del cuore.

Pensò: “Perché entri senza bussare?”

La paura, però, non rispose. La paura spesso è muta, oppure parla con il linguaggio dei nodi nello stomaco.

Tommaso prese un quaderno e scrisse: “Io non voglio scacciarti. Voglio capirti.” E già questa frase gli sembrò una lanterna accesa in una stanza grande.

Capitolo 2: La Biblioteca delle Ragioni e l'Orologiaio delle Nuvole

Il giorno dopo, Tommaso andò alla Biblioteca delle Ragioni. Era un edificio basso, con finestre tonde come occhi curiosi. Dentro c'era odore di carta e di pioggia. I libri non stavano fermi: si spostavano piano, come se cercassero la loro domanda preferita.

La bibliotecaria, una donna con capelli color neve e dita sempre impolverate di storie, gli porse un volume sottile. “Questo libro non dà risposte,” disse. “Ti insegna a fare domande gentili.”

Tommaso lo aprì. Dentro non c'erano paragrafi lunghi, ma piccole frasi come semi:

“La paura è una sentinella.

“La paura è un cane che abbaia quando non capisce.”

“La paura può proteggere e può ingannare.”

“E come si addomestica una sentinella?” chiese Tommaso.

La bibliotecaria indicò una scala a chiocciola che portava sul tetto. “Sali. Lì troverai l'Orologiaio delle Nuvole. Aggiusta il tempo quando corre troppo.”

Sul tetto, infatti, c'era un ometto con un cappello bucato e una lente al posto dell'occhio destro. Con le mani sottili prendeva nuvole piccole e le metteva in ordine, come calzini dopo il bucato.

“Tu sei l'Orologiaio?” chiese Tommaso.

“Lo sono quando il cielo si confonde,” rispose l'uomo. “Quando uno ha paura, spesso il tempo fa il furbo: accorcia il respiro, allunga i pensieri.”

Tommaso annuì. A volte gli bastava un rumore nel corridoio per immaginare cento cose.

L'Orologiaio gli porse un oggetto strano: una clessidra piena di luce. “Quando senti la paura, girala. Non per farla sparire, ma per darle un posto. La luce scende piano e ti ricorda che puoi restare qui, adesso.”

Tommaso prese la clessidra. Era calda, come se avesse dormito al sole.

“E se la paura resta?” chiese.

“Allora le fai una domanda,” disse l'Orologiaio. “Ma una domanda educata. La paura è sensibile. Se la prendi a spintoni, urla. Se le offri una sedia, racconta.”

Capitolo 3: Il Bosco dei Forse e la Bestiolina Nera

Quella notte, Tommaso sognò di camminare nel Bosco dei Forse. Gli alberi avevano foglie a forma di punto interrogativo. Ogni ramo pareva dire: “E se… e se… e se…?”

In mezzo al sentiero vide una bestiolina nera, grande come un gatto, ma fatta di fumo. Aveva occhi lucidi e orecchie dritte. Non ringhiava, però tremava, come se anche lei avesse paura di qualcosa.

Tommaso si ricordò della clessidra. La girò. Una pioggia di luce scese lentamente, come neve tiepida.

La bestiolina fece un passo indietro. Tommaso non la inseguì. Si sedette su una radice e aspettò, perché aveva imparato che le cose spaventate si avvicinano da sole, se capiscono che non vuoi far loro del male.

Dopo un po', la bestiolina si avvicinò. Tommaso parlò piano, come si parla a una candela per non spegnerla. “Cosa proteggi?”

La bestiolina inclinò la testa. La sua voce sembrò un fruscio di pagine. “Proteggo te,” disse. “Quando il mondo è buio, io accendo l'allarme.”

“Ma mi fai tremare,” rispose Tommaso, senza arrabbiarsi. “Mi fai credere che ogni ombra sia un ladro di sogni.”

La bestiolina abbassò lo sguardo. “Io vedo pochi dettagli,” ammise. “Vedo ‘pericolo' e ‘non pericolo'. Non so sempre distinguere. Mi confondo.”

Tommaso pensò che la paura era come un cane da guardia che abbaia anche al postino. Fa il suo lavoro, ma a volte esagera.

“Come ti posso aiutare a non confonderti?” chiese.

La bestiolina annusò l'aria. “Dammi un nome,” disse. “Quando mi chiami, smetto di essere un'ombra enorme. Divento una cosa che puoi guardare.”

Tommaso sorrise. Anche le cose difficili, quando hanno un nome, sembrano più piccole, come un temporale chiuso in una parola.

“Ti chiamerò Brivio,” disse, “perché mi fai venire i brividi, ma non voglio odiarti.”

Brivio fece una specie di inchino. Poi, con un tono un po' imbarazzato, aggiunse: “E quando io arrivo, tu… respira. Il tuo respiro è un guinzaglio gentile.”

Tommaso provò. Inspirò piano, come se bevessse aria fresca con una cannuccia. Espirò come se soffiasse via la polvere da un tesoro. E Brivio, davvero, smise di tremare un poco.

Capitolo 4: La Stanza degli Specchi e la domanda più semplice

Al risveglio, Tommaso non aveva in mano il fumo del sogno, ma la clessidra di luce era sul comodino. Questo lo fece ridere. “Forse,” pensò, “i sogni sono postini che lasciano pacchi veri.”

Quella sera, un rumore forte venne dal salotto: un libro caduto, o forse una sedia spostata dal vento. Tommaso sentì Brivio presentarsi, puntuale, come un campanello.

Il cuore cominciò a battere più in fretta, come se stesse correndo senza avere gambe.

Tommaso girò la clessidra. La luce scese. Si sedette sul letto. E invece di scappare con la testa in un film di mostri, fece la domanda più semplice di tutte: “Di cosa ho bisogno adesso?”

La risposta arrivò come un biscotto caldo: “Di capire.”

Scese dal letto e andò piano verso il corridoio. Ogni passo era un “ci sono” detto al buio. Nel corridoio c'era uno specchio alto. Tommaso si vide: un bambino in pigiama, con i capelli arruffati e gli occhi grandi. Sembrava un esploratore senza mappa, ma con una torcia invisibile: la sua attenzione.

Nello specchio, per un attimo, gli parve di vedere Brivio alle sue spalle. Non era più una bestia, ma un mantello scuro appoggiato sulle sue spalle, come una coperta. Non pesava troppo. Scaldava, anche se pizzicava un po'.

Tommaso sussurrò: “Brivio, grazie per l'allarme. Adesso controllo io.”

Aprì la porta del salotto. Non c'era nessun ladro di sogni. Solo il libro, caduto dal tavolo, come un pesce che salta fuori dall'acqua per gioco.

Tommaso lo raccolse e lo rimise a posto. Poi, invece di rimproverarsi per essersi spaventato, si fece una carezza sul braccio, come farebbe con un amico. Capì una cosa: la paura non era un nemico da sconfiggere, ma un segnale da ascoltare e poi guidare.

E questo, stranamente, lo fece sentire più grande, ma in modo leggero, come se crescesse verso l'alto senza perdere i piedi.

Capitolo 5: Il ponte “Aspetta un attimo” e il grazie al mondo

Passarono alcuni giorni. Tommaso continuò a incontrare la paura in piccole forme: un cane che abbaiava all'improvviso, un compito difficile, un pensiero che si infilava sotto le coperte. Ogni volta, lui faceva tre cose: girava la clessidra, respirava piano, e chiedeva: “Cosa proteggi? Di cosa ho bisogno adesso?”

Brivio non sparì, ma cambiò. Divenne meno fumo e più voce. A volte era solo un “Ehi!” gentile. Altre volte era un “Attento,” utile come un cartello sul sentiero.

Un pomeriggio, Tommaso attraversò il ponte “Aspetta un attimo”. Si fermò a metà, come era giusto fare lì. Sotto scorreva un ruscello che parlava con la lingua delle pietre.

Tommaso guardò l'acqua e pensò: “La paura è come questo ruscello. Se ci cado dentro all'improvviso, mi bagna e mi spaventa. Se la guardo e ascolto, posso trovare il punto dove mettere il piede.”

Sentì il vento tra i capelli. Era un vento curioso, che sembrava fare domande anche lui.

Tommaso disse, non troppo forte, perché le parole importanti non hanno bisogno di urlare: “Mondo, grazie.”

Grazie per le notti che sembrano grandi, perché mi insegnano a cercare una luce.

Grazie per la paura, perché è una sentinella che posso educare con gentilezza.

Grazie per le mie ragioni, che sono come amici seduti vicino a me.

Grazie per Brivio, che non è un mostro, ma una parte di me che vuole proteggermi.

Poi sorrise, con un piccolo umorismo che gli faceva compagnia: “E grazie anche per i libri che cadono, perché hanno un talento speciale nel fare i drammi.”

Il ruscello continuò a scorrere. Il cielo, sopra, mise una nuvola al posto giusto, come se l'Orologiaio avesse annuito. Tommaso riprese a camminare. La sua tasca era ancora piena di domande, ma ora c'era spazio anche per una risposta semplice: la benevolenza, verso sé stesso e verso il mondo, è un modo dolce di tenere per mano la paura e portarla a casa.

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Segreto
Qualcosa che si tiene nascosto e non si dice agli altri.
Biglia
Una pallina di vetro, liscia e lucida, usata anche come gioco.
Spiffero
Un piccolo flusso d'aria che entra da una fessura o sotto una porta.
Bibliotecaria
La persona che lavora in biblioteca e cura i libri.
Chiocciola
Qui: la forma a spirale di una scala che gira su sé stessa.
Clessidra
Un oggetto con sabbia o luce che scende per misurare il tempo.
Sentinella
Qualcuno o qualcosa che guarda per avvisare di un pericolo.
Tremava
Verbo: muoversi leggermente e velocemente perché si ha paura o freddo.
Inchino
Un gesto di rispetto dove si piega un po' il corpo.
Brividi
Una sensazione di freddo o paura che fa muovere la pelle a scatti.

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