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Fantasy storico 11/12 anni Lettura 27 min.

Sira e il canto del baobab

Sira, una giovane ragazza del Sahel, intraprende un viaggio per riparare un antico patto spezzato tra i re, guidata dalla musica e dalla saggezza della sua nonna, mentre affronta le sfide di un mondo in conflitto. Con l'aiuto di amici e ancestrali custodi, scopre il potere della musica e della riconciliazione per unire le persone divise dalla guerra.

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Una giovane donna, Sira, di circa 12 anni, con i capelli intrecciati adornati da piccole conchiglie, è in piedi sotto un grande baobab maestoso. Il suo viso esprime determinazione con occhi brillanti e un leggero sorriso, mentre suona il ngoni, uno strumento tradizionale, con gesti delicati e appassionati. Accanto a lei, una donna anziana, Djeneba, di circa 70 anni, con profonde rughe e capelli bianchi come la neve, la osserva con orgoglio, seduta su una stele di pietra e tenendo una kora tra le mani. Il luogo è un villaggio africano vibrante, illuminato dalla luce dorata del sole al tramonto, con case in terra cruda e campi verdi sullo sfondo. La scena trasmette un'atmosfera di pace e armonia, mentre i villaggi si radunano attorno a loro, catturati dalla musica. Sira suona una melodia incantevole per unire i cuori, mentre iniziano a cadere delle gocce di pioggia, simboleggiando speranza e rinnovamento. segnalare un problema con questa immagine

Il patto spezzato

Il vento del Sahel soffiava come un respiro antico, trascinando il profumo di sabbia calda e foglie di baobab. Sira camminava scalza sul suolo rosso del villaggio, il suo piccolo ngoni stretto al petto. Aveva capelli intrecciati con fili di rame e conchiglie, e gli occhi scuri come le notti senza luna sul grande fiume Niger.

Quella sera, la nonna Djeneba l'aveva chiamata vicino al fuoco. La vecchia griotte, con la voce che sapeva di miele e di polvere, stava lisciando le corde di una kora antica, una zucca lucida con un lungo collo di legno. La chiamavano Cuore del Fiume, ma da anni nessuno riusciva più a farla cantare come una volta.

“Vieni, Sira,” disse la nonna. “È tempo che tu sappia.”

Sira si sedette, sentendo il crepitio del legno. “Sappia cosa, nonna?”

“Del patto spezzato,” rispose Djeneba. “Quando i re del Sahel si incontrarono sotto il grande baobab, giurarono pace e scambi giusti. Il patto fu sigillato con la musica della kora. Ma il tuo antenato, Kande, un griot talentuoso e orgoglioso, si lasciò guidare dall'invidia. Una notte, durante una festa a Gao, rubò dalla kora il suo ponte di ebano, il piccolo pezzo che le dà voce. ‘Così solo la mia musica sarà ascoltata', pensò. Il giorno dopo, la kora suonò stonata, il patto tremò, e tra i regni ricominciarono sussurri di guerra.”

Sira sentì il petto stringersi. “È colpa nostra?”

“È una ferita che ci appartiene,” disse la nonna. “Kande nascose il ponte, che chiamavano la Chiave del Suono, nelle Caverne delle Maschere, tra le falesie dove gli antenati parlano alle ombre. Da allora la Cuore del Fiume tace. Il vento porta litigi, i mercati si svuotano, i capi diffidano. E il fiume... lo senti? È come se trattenesse il respiro.”

Una pausa, poi la nonna le prese le mani. “Il sangue non è catena, è radice. Puoi crescere in altra direzione. Tu puoi riparare.”

Sira guardò la kora che non cantava più. Avvertì nelle orecchie un suono lieve, come se il fiume sussurrasse il suo nome. “Dove sono queste caverne?”

“La gente le chiama la Falesia dei Mille Sguardi,” rispose la nonna, “oltre le sabbie, verso levante, oltre Djenné e le sue case di fango, verso i sentieri dei Dogon. Lì i danzatori indossano maschere che sono storie.”

Sira strinse il ngoni. Sentì il peso della colpa antica, ma anche la luce di una promessa. “Parto all'alba.”

“Porta con te il tuo canto e la tua ostinazione,” mormorò Djeneba, sorridendo. “Persevera, Sira. La magia antica ama chi non si arrende.”

Il vento passò tra le foglie del baobab del villaggio come dita gentili su vecchie corde. Sembrò che il Sahel, nella sua ampiezza dorata, ascoltasse.

Il soffio dell'Harmattan

L'alba colorò di rame le capanne. Sira lasciò il villaggio con una zucca piena d'acqua, una stuoia arrotolata e il suo ngoni. Alla periferia, una carovana di cammelli stava legando sacchi di sale grossi come tronchi. Il capocarovana, un uomo dalla pelle scura e il turbante turchese, la scrutò con curiosità.

“Dove va una ragazza sola con un liuto e uno sguardo da temporale?” chiese.

“Sono Sira. Cerco la Falesia dei Mille Sguardi,” disse, senza esitare.

Un ragazzo della carovana, magro e pieno di vita, spuntò ridendo. “Io sono Amadou! Le falesie? Facile! Basta camminare finché i piedi non vogliono più camminare.”

Il capocarovana alzò un sopracciglio. “Si chiama Tahir. E Amadou non ha tutti i granelli di sabbia in testa, ma sa leggere il cielo. Vieni con noi fino a Djenné. Da lì troverai la tua strada.”

Camminarono giorni tra dune, arbusti spinosi e miraggi che danzavano all'orizzonte. Sira suonava il ngoni la sera, e le storie dei nonni si mischiavano ai racconti del deserto. Una notte, mentre il fuoco sputava scintille verso la via lattea, il vento cambiò. Arrivò l'Harmattan, secco, pieno di polvere sottile che s'infilava ovunque.

Le tende sbatterono, i cammelli brontolarono con versi che sembravano lamentele di vecchi. Sira si alzò, i capelli pieni di sabbia. “Qualcuno ci osserva,” disse sottovoce.

Amadou si mise la mano a visiera, pur essendo notte. “Chi? Le stelle?”

“Non stelle,” sussurrò Sira. “Qualcosa che non si vede ma si sente.”

Il vento fece un vortice e prese forma: una sagoma alta come un uomo, fatta di polvere e luce. Gli occhi erano due perle d'ambra.

“Chi suona nel mio respiro?” chiese la figura, con una voce che scricchiolava come palma secca. “Chi osa attraversare i miei passi?”

Tahir aveva la mano sull'elsa del pugnale, ma Sira gli sfiorò il polso. Fece un passo avanti, il ngoni contro il cuore.

“Io sono Sira,” disse, “e cerco la Chiave del Suono per riparare uno sbaglio antico.”

La figura piegò la testa. “Io sono il Custode del Soffio, che gli uomini chiamano djinn, creato negli antichi giorni. Ho visto regni alzarsi e cadere, ho sentito promesse e bugie. Perché dovrei aiutarti?”

“Perché non chiedo una scorciatoia,” rispose Sira. “Chiedo solo di passare, e di non essere spazzata via prima che il mio canto trovi la sua risposta.”

La figura restò un attimo sospesa. “Molti mi promettono offerte. Tu offri solo tenacia?”

“Offro ciò che ho,” disse Sira. “E le mie radici.”

Il Custode del Soffio rise piano, e sembrò un fruscio tra le erbe secche. “Allora prendimi,” disse, allungandole una mano di vento. “Prendi un filo del mio respiro e usalo con saggezza. Le cose rotte si riparano con pazienza, ma a volte serve un po' di vento per ridare suono.”

Sira avvolse con cura l'aria che le veniva offerta in una striscia di tessuto. Sembrava niente, eppure vibrava. “Grazie.”

“Non ringraziare troppo presto,” avvertì il djinn. “La Falesia dei Mille Sguardi non perdona se non hai il coraggio di guardarti dentro.”

L'Harmattan si placò. Amadou sbucò dalla coperta sotto cui si era nascosto. “Era... era un amico?”

“Era il vento,” disse Sira, con un mezzo sorriso. “E il vento va dove vuole, ma ogni tanto ascolta.”

Proseguirono. A Djenné, videro il grande santuario di fango che brillava come crema sotto il sole, le scale salivano come schiene di pesce. Al mercato, Sira comprò datteri e un pezzetto di sale da tenere in tasca “per ricordarmi che le lacrime hanno lo stesso sapore ovunque”, disse, facendo ridere Amadou.

Poi le strade si divisero. Tahir consegnò a Sira una piccola zucca dipinta. “Per l'acqua. La strada è lunga. Ascolta le rocce, ti diranno dove andare,” disse.

“Sira,” aggiunse Amadou, serio come non era mai stato, “promettimi che tornerai a raccontarci come finisce la storia.”

“Lo prometto.”

Le caverne delle maschere

Le falesie apparvero come onde di pietra congelate nel tempo, scogliere di sabbia verticale cosparse di grotte come occhi. La gente del posto chiamava il luogo la Falesia dei Mille Sguardi perché, nei tramonti, le cavità sembravano volti che osservavano il mondo con curiosità antica.

Sira salì per sentieri ripidi guidata da un vecchio dai piedi scalzi e la schiena piegata, ma con occhi freschi come rugiada. “Mi chiamano Yaro,” disse. “Nessuno entra nelle caverne da solo. Le maschere guardano, ascoltano e ricordano.”

All'ingresso, danzatori con alte maschere di legno raffiguranti antenati, antilopi e spiriti, si muovevano in cerchi. Le loro voci erano tamburi, i passi creavano polvere dorata. Sira chinò il capo in segno di rispetto.

“Posso cercare la Chiave del Suono?” chiese a Yaro.

“Le caverne non negano né concedono. Ti mettono allo specchio,” rispose l'anziano. “Sei pronta a vederti come sei?”

“Non ho altra scelta,” disse, e le sue parole furono vere.

Entrò. La grotta era fresca, odorava di roccia bagnata e fumo antico. Le pareti erano dipinte con spirali e figure danzanti. Sira avanzò con passo sicuro, anche se le ginocchia le tremavano un poco.

All'improvviso, un soffio di freddo e la luce della torcia si abbassò. Davanti a lei, l'ombra prese forma. Era un uomo con il suo stesso sguardo, ma più duro. Portava una kora senza corde.

“Chi sei?” chiese Sira.

“La voce che non vuoi sentire,” rispose l'ombra. “Rinuncia. Torna al tuo villaggio. Lascia che siano i capi a decidere. Chi sei tu per riparare ciò che un uomo grande ha spezzato?”

Sira serrò i denti. “Io sono la nipote di Djeneba. Sono figlia di questa terra. Non sono grande, ma sono ostinata.”

“Non basta,” sibilò l'ombra. “Posso darti qualcos'altro. Immagina: una capanna fresca, datteri sempre dolci, nessuna fatica, canzoni leggere. Nessun rimorso.”

“Le canzoni leggere sono belle,” ammise Sira, “ma la musica che guarisce nasce dalla fatica. Preferisco dita ferite a labbra vuote.”

Prese il ngoni e pizzicò una melodia che sua nonna le aveva insegnato. Le note si arrampicarono sulle pareti e, come formiche testarde, portarono via briciole di paura. L'ombra indietreggiò, e dietro di essa il buio mostrò una stanza più piccola. Su una pietra liscia, coperta di polvere, c'era una cosa che brillava: un piccolo ponte d'ebano, intarsiato di minuscole conchiglie.

Sira lo raccolse con mani tremanti. Il legno era caldo, come se avesse aspettato lei.

“Ricorda,” sussurrò la grotta, o forse il suo cuore. “Non basta trovare. Bisogna sapere usare.”

Uscì all'aria aperta. Il sole le fece socchiudere gli occhi. Yaro la guardò, e nei suoi occhi c'era un sorriso che non aveva bisogno di labbra. “Hai trovato ciò che cercavi?”

Sira sollevò il ponte d'ebano. “Sì. Ma devo ancora trovare la melodia per farlo vivere.”

Yaro annuì. “Ci sono luoghi dove le parole dormono scritte sulla pelle della storia. Timbuktu.”

“Hai camminato tanto,” disse una voce alle sue spalle. Era Amadou. “Ho promesso a Tahir che ti avrei lasciata in pace, ma non ho promesso a me stesso,” aggiunse, ridendo. “Posso venire fino a Timbuktu? Ho sempre voluto vedere com'è una città piena di libri.”

Sira sospirò, sorridendo. “I libri sono come deserti: se non sai dove guardare, vedi solo spazio. Ma se sai ascoltare, senti l'acqua.”

“Quindi sì?”

“Sì, ma guai a te se tocchi la mia zucca.”

“Parola di Amadou,” disse, mettendo una mano sul cuore.

Le lettere di sabbia

Timbuktu li accolse con muri di fango dorato e strade strette come fiumi seccati. Le moschee si alzavano come montagne morbide, con minareti ornati di travi sporgenti. C'erano mercanti di sale, di carta e di parole. Sira si sentì piccola e immensa allo stesso tempo.

Entrarono nella biblioteca, dove l'aria sapeva di cuoio, inchiostro e tempo. Una donna con gli occhiali sottili li guardò senza smettere di sorridere. “Cercate storie?” chiese.

“Cerco una melodia,” disse Sira. “Quella del patto dei re. Una musica nata dal fiume.”

La donna si presentò come Mariam. “Le melodie scritte sono come uccelli in gabbia,” disse. “Ma a volte ci servono per ricordare come volano.” Li guidò tra scaffali di pergamene e pagine fibrose. Tirò fuori un manoscritto con una copertina color ocra. “Il Canto della Riconciliazione,” mormorò. “Fu scritto quando il Sahel cantava all'unisono.”

Sira sfiorò le note con un dito, come se potesse sentirne la temperatura. “Posso copiarlo?”

“Non solo,” disse Mariam, occhi brillanti. “Posso mostrarvi come scorre.” Prese una piccola kora da studio e suonò lentamente. Le note erano semplici, ma tra loro c'era qualcosa di segreto, come se a ogni legatura ci fosse un filo invisibile.

“È come contare sabbia con le dita,” sussurrò Sira.

“Serve pazienza,” annuì Mariam. “E cuore fermo.”

Impararono fino a quando il tramonto dipinse di rosa le finestre. Mentre uscivano, però, il vento portò un brusio diverso: passi frettolosi, ordini secchi. Nella piazza principale, un gruppo di uomini armati faceva domande. Portavano turbanti scuri e sguardi appuntiti.

“Giratevi,” disse Mariam piano, “e seguite me.”

Attraversarono cortili e viuzze, salirono su un tetto piatto di fango. Da lì, camminarono come gatti, attenti a non far rumore. Amadou starnutì per la polvere. “Scusa,” mormorò, arrossendo.

“Sssh,” fece Sira, divertita e tesa.

Dietro un muretto, si annidarono come pernici. Gli uomini passarono sotto, cercando, fiutando. Uno di loro parlò: “Dicono che una ragazza abbia rubato un pezzo magico. Abbiamo ordini da un capo che non ama la musica, ama solo i tamburi di guerra.”

Mariam strinse il braccio di Sira. “La pace non piace a chi vende paura,” sussurrò. “Devi andare. E devi andare ora.”

“Dove?” chiese Amadou.

“Al Grande Baobab, vicino alla curva del fiume,” rispose Sira. “Lì è nato il patto. Lì può rinascere.”

Quella notte scesero dai tetti, si mescolarono al buio e lasciarono la città. La luna era sottile come un sorriso trattenuto. Sira portava la Chiave del Suono al petto, avvolta in un panno. Sentiva il peso della speranza e della paura, come due fratelli che non si somigliano.

Cuore del Fiume

Il Grande Baobab si vedeva da lontano, un gigante tranquillo con rami come braccia aperte. Sotto di lui, un tempo i re si erano stretti le mani, e i griot avevano cantato fino a far tremare le stelle. Ora il luogo era silenzioso, ma un silenzio pieno, come una stanza che aspetta gli ospiti.

Sira si avvicinò al tronco, posò la mano sulla corteccia rossa. “Siamo arrivati, nonna,” mormorò. “Ora non posso sbagliare.”

Dal tronco, come da una porta invisibile, uscì una donna anziana con una veste di piume leggere. I capelli erano bianchi come la schiuma del fiume. “Mi chiamano Kadiatou, la Custode delle Piume,” disse. “Da anni attendo chi verrà a chiedermi ciò che non si chiede.”

Sira si inchinò. “Voglio ridare voce alla Cuore del Fiume.”

“Molti lo hanno voluto,” rispose Kadiatou. “Pochi hanno portato qualcosa in cambio. Cosa porti?”

Sira mostrò il ponte d'ebano. “La Chiave del Suono.”

Kadiatou la guardò a lungo, poi annuì. “E la colpa? La lasci fuori?”

Sira serrò la Chiave. “La porto con me. È il peso che mi ha fatto camminare fin qui. Non la nego. Voglio trasformarla.”

La Custode sorrise, e il suo sorriso era come un ramo che si piega senza spezzarsi. “Allora seguimi.”

Dentro il tronco c'era una stanza viva, odorosa di linfa. Appesa al soffitto, come un frutto prezioso, riposava la kora: Cuore del Fiume, con la sua grande zucca lucida e il collo di legno lavorato. Le corde, però, pendevano flosce e alcune erano rotte.

Sira si avvicinò con tremore. “È come vedere un uccello con le ali ferite,” disse.

“Le ali si curano,” rispose Kadiatou. “Mostrami le tue mani.”

Sira le tese. Erano mani giovani, con piccole cicatrici di corda e fuoco. “Va bene,” disse la Custode. “Rimetti il ponte dove deve stare.”

Sira, lentamente, avvicinò la Chiave del Suono. Le sue dita sentirono un luogo giusto, invisibile, dove la Chiave si incastrò come una parola nella frase perfetta. La kora parve rilassarsi, come se avesse trattenuto il respiro per anni.

“E ora le corde,” disse Kadiatou. “Hai filo?”

Sira trasse il panno con il dono del djinn: un filo fatto di respiro. Sembrava nulla, ma non si spezzava. “È abbastanza?” chiese, incerta.

“Non si misura la forza di un filo con gli occhi,” disse la Custode. “Si misura con la fiducia. Usa ciò che hai.”

Sira intrecciò il filo del vento con corde di budello e crine. Le dita si muovevano lente ma decise, e a ogni nodo sussurrava una parola di sua nonna: “Persevera.” Il vento, dolcemente, entrò nella stanza dal legno stesso, e le corde vibrarono appena.

Amadou, seduto a gambe incrociate, guardava a bocca aperta. “Sembra che stia nascendo un nuovo fiume,” disse piano.

“Non parlare del fiume quando ha appena aperto gli occhi,” lo rimproverò Sira sorridendo. Poi posò le dita sulle corde. Un suono lieve, come un passo nella sabbia, riempì l'aria.

Si preparò a suonare la melodia di Timbuktu, il Canto della Riconciliazione. Ma prima, la Custode alzò una mano. “Fuori ci sono occhi e orecchie,” disse. “Non tutti applaudiranno.”

Sira fece un respiro profondo. “Non suono per gli applausi.”

La melodia e la tregua

Il Grande Baobab era ora circondato da gente arrivata da villaggi diversi: mercanti di pelli, pescatori con le canoe tirate a secco, donne con bracciali di ottone. E c'erano uomini armati, da due gruppi diversi. I loro capi si guardavano con sospetto, come avvoltoi su due rami opposti.

Uno dei capi, alto e con cicatrici sulle guance, fece un passo avanti. “Chi ha chiamato tutti qui?” chiese, voce rocciosa.

“Io,” disse Sira. Si fece avanti con la kora. “Sono Sira, nipote di Djeneba. Porto una colpa antica e una melodia nuova.”

Hotel mormorio percorse l'assemblea. “Una ragazza?” disse un altro capo, con un turbante rosso. “Una ragazza vuole fermare le lame con canzoni?”

“Le lame tagliano, le canzoni cuciono,” rispose Sira senza alzare la voce. “Le ferite si curano con ago e filo. Io ho il filo del vento e l'ago del cuore.”

Qualcuno rise, qualcuno tacque. Kadiatou si sedette vicino al tronco, gli occhi chiusi. Amadou guardava tutto come se stesse vedendo una storia nascere sotto i suoi piedi.

Sira si sedette e posò la kora sulle ginocchia. Le mani tremavano, ma nel vuoto che precede la prima nota trovò una quiete profonda. Poi suonò.

La melodia era semplice e vecchia come il fiume, ma ogni nota trovava la successiva con gratitudine. C'erano i passi dei cammelli sulla sabbia, la rete del pescatore che scivola nell'acqua, il respiro dei bambini che dormono, il mormorio delle donne al mercato. E c'era qualcosa di più: c'era un perdono che non aveva bisogno di parole.

Il filo del vento, teso tra le corde, portava il suono oltre le prime file. Si infilò tra i turbanti dei guerrieri, si sedette sulle spalle dei capi, salì tra le foglie. Gli uccelli si posero più vicino, e il fiume, come un vecchio che si riscuote dal sonno, fece un rumore lieve sulla riva.

Sira chiuse gli occhi e vide Kande, il suo antenato, seduto ai piedi del baobab, il capo chino. Il suo sguardo non era più duro, ma pieno di rimorso. “Ti vedo,” sussurrò Sira, “e ti perdono. Ma non devo essere come te. Devo essere me.”

Le note crebbero e poi si calmarono. Quando tacquero, il silenzio non era vuoto; era pieno di cose nuove.

Il capo con le cicatrici fece un passo avanti. “Questa musica... mi ricorda mio padre,” disse, come se le parole gli uscissero da sole. “Mi ricorda quando il mercato è pieno e nessuno controlla la lama dell'altro. Ho perso un fratello in una rissa che non ricordo neppure perché è iniziata. Sono stanco.”

L'altro capo guardò il fiume. “E io sono stanco di contare i sacchi di miglio come si contano i giorni senza pioggia,” disse. “La terra ci ha dato tanto. Se la feriamo ancora, ci girerà le spalle.”

Dal tronco, Kadiatou parlò senza alzarsi. “La pace non nasce da una canzone sola. Ma una canzone può ricordarvi la voce che avete dimenticato.”

Sira alzò di nuovo la kora. “Questa melodia ha bisogno di essere suonata da tutti,” disse. “Non con strumenti, ma con mani che lasciano cadere le lance e afferrano trecce di grano.”

I due capi si guardarono. Ci fu un tempo sospeso, lungo quanto un respiro. Poi il capo con il turbante rosso posò il suo pugnale ai piedi del baobab. L'altro lo imitò. Gli uomini dietro di loro si scambiarono sguardi incerti, poi, uno dopo l'altro, le armi caddero a terra come corteccia secca.

Amadou alzò un dito. “Signori,” disse con audacia improvvisa, “il fiume sta aspettando. Forse vuole vedere se la nostra pace è vera o solo un gioco.”

Allora le donne di due villaggi si fecero avanti con ceste di semi. Sparsero i semi sulla terra vicino alle radici del baobab. Gli anziani cantarono parole antiche. Sira riprese a suonare, e questa volta non era sola: qualcuno batteva le mani, qualcuno intonava un ritornello, qualcuno piangeva senza vergogna.

Nel cielo, una nuvola si fece più densa. Poi un'altra. Qualcuno sussurrò: “È solo polvere.” Ma la polvere aveva un odore diverso. Era fresca. La prima goccia cadde sulla mano di Sira. Ci fu un respiro trattenuto, poi altre gocce. Una pioggia leggera, come benedizione, cominciò a piovere intorno al Grande Baobab.

Il ritorno del fiume

La pioggia durò poco, come un saluto, ma bastò a levare la polvere dai rami e a far brillare i volti. Il fiume, più tardi, scese di un dito dalle argille secche e le canoe si mossero come animali che si svegliano.

I due capi si avvicinarono a Sira. “Non so come ringraziarti,” disse quello con le cicatrici. “Vorrei darti oro, sale, cavalli.”

Sira scosse la testa. “Tenete l'oro per il mercato, il sale per il cibo, i cavalli per i viaggi. Io voglio una promessa: che insegniate ai vostri figli questa melodia. Anche senza kora.”

“È semplice,” disse l'altro capo.

“Le cose semplici sono le più difficili da mantenere,” rispose Sira, senza durezza, solo verità.

Kadiatou si avvicinò con passi leggeri. “La Cuore del Fiume è tua, per oggi,” disse. “Domani tornerà al suo posto. La magia sceglie case temporanee. Ma il filo del vento, quello rimarrà nelle corde che saprai tendere. E ogni volta che suonerai per unire, il vento verrà a sedersi vicino a te.”

Sira abbassò il capo. “Grazie.”

La gente cominciò a danzare sul terreno bagnato. I bambini saltavano nelle pozzanghere, gli anziani si tenevano per mano. Amadou danzava goffamente, facendo ridere chiunque lo guardasse.

“E ora?” chiese, con la fronte bagnata. “Adesso che la pace ha dato il primo caffè, cosa viene dopo?”

Sira guardò il fiume. “Dopo viene il lavoro,” disse. “Seminare, pescare, raccontare. La pace è come un campo: non cresce se nessuno lo cura.”

Quella notte dormirono sotto il baobab. Sira sognò la nonna Djeneba che, seduta su una stuoia, filava il vento tra le dita e rideva piano. “Hai fatto bene,” disse nel sogno. “Ma ricordati: ogni ferita è una storia, non una scusa. Porta le storie dove c'è bisogno.”

Al mattino, Sira e Amadou ripresero la via di casa. La Cuore del Fiume rimase alla guardiana, ma la Chiave del Suono era al suo posto, e nessuno pensava di toglierla. Il vento soffia ancora, ma ora portava profumo di terra bagnata.

Quando arrivarono al villaggio, Djeneba li attendeva seduta, gli occhi lucidi. “Ti ho sentita da qui,” disse. “Ogni nota era una goccia sul mio cuore.”

Sira si inginocchiò ai suoi piedi. “Nonna,” disse, “la colpa di Kande non ci apparterrà più come un macigno. Sarà radice, come hai detto. Da lì crescerà un albero.”

“Un baobab,” rise Amadou. “Un baobab chiamato Speranza.”

Sira si alzò, prese il ngoni e suonò una melodia leggera. I bambini accorsero, gli adulti si fermarono, e ancora una volta, come all'inizio dei tempi, la musica unì ciò che il silenzio aveva separato.

Da quel giorno, quando qualcuno litigava al mercato, bastava che Sira accennasse la melodia del patto perché le voci si abbassassero. I capi si incontravano più spesso sotto il grande baobab, e ogni volta portavano semi. Le caravane tornavano a passare, e Amadou imparò davvero a leggere il cielo, oltre che a scherzare.

E se, nei mesi secchi, l'Harmattan provava a portare via le promesse, un filo di vento, intrappolato per gioco tra le corde di un ngoni, fischiava piano, ricordando a tutti che la pace è un patto che si suona giorno dopo giorno. E che chi crede nelle radici può far nascere fiori anche dalla sabbia.

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Un cantastorie tradizionale dell'Africa occidentale che tramanda la storia e la cultura attraverso la musica e le parole.
Djinn
Una creatura soprannaturale della tradizione araba, spesso associata a poteri magici e spiriti.
Falesia
Una ripida scogliera o parete di roccia che si erge sopra un'area circostante.
Melodia
Una sequenza di note musicali che formano un tema o una canzone riconoscibile.
Patto
Un accordo formale tra due o più persone o gruppi per fare qualcosa o per mantenere la pace.
Scintille
Piccole particelle di luce o fuoco che saltano quando qualcosa brucia.

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