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Storia sulla paura del buio 11/12 anni Lettura 18 min.

Quando la finestra diventa nera: la scatola degli strumenti contro la paura del buio

Martina, quasi dodicenne, impara ad affrontare la paura del buio con l’aiuto degli amici e di piccoli strumenti pratici per distinguere ciò che immagina da ciò che è reale.

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Ci sono tre ragazzi: Martina, 12 anni, capelli castani a mezza lunghezza con frangia, in pigiama blu a stelle, seduta sul bordo sinistro del letto con una piccola mappa della stanza, in volto preoccupazione mista a curiosità; Leo, 12 anni, capelli biondi corti, giacca rossa leggera e jeans, in piedi vicino alla porta a destra, sorridente con le mani in tasca e atteggiamento rassicurante; Sara, 11 anni, capelli castano legati in coda, maglione verde chiaro, un ginocchio sulla sedia vicino alla scrivania, porge una scatola di attrezzi (elastico fluorescente, mini torcia, piccolo taccuino) a Martina con sguardo concentrato e calmo. La stanza è vista in prospettiva leggermente dall'alto, pareti crema, letto con coperta chiara, comò e scrivania in legno chiaro, finestra a sinistra con tende semi-trasparenti che lasciano entrare una striscia di luce arancione da un'auto, tappeto tondo pastello, lampada da comodino accesa che emette luce gialla soffusa e ombre lunghe e contrastate sul muro. Situazione: scena notturna rassicurante in cui gli amici aiutano Martina a superare la paura del buio usando la mappa, la luce del comodino e la scatola di attrezzi brillanti; espressioni calme e complici, gesti di aiuto (Sara porge la scatola, Leo fa un gesto incoraggiante), l'elastico fluorescente al polso di Martina emanante una luce verde e un'ombra alla finestra causata da un faro d'auto — visivo, colorato, semplice e caldo. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — La finestra che diventa nera

Martina aveva quasi dodici anni e una faccia da “va tutto bene” anche quando dentro sentiva un piccolo nodo. Di giorno quel nodo non si vedeva mai. Di giorno c'erano il cortile della scuola, le risate, le partite improvvisate e le merende scambiate come tesori.

Ma la sera… la sera era un'altra storia.

Quella sera, mentre la luce del tramonto scivolava via dai vetri della sua camera, Martina guardò la finestra come si guarda una porta che sta per chiudersi.

— Tra poco diventa nera — mormorò.

Dal corridoio arrivò la voce di Leo, il vicino di casa, anche lui quasi dodicenne, con l'energia di un cane che ha appena trovato un bastone:

— Ehi, Marti! Vieni giù? C'è anche Sara!

Sara, undici anni e mezzo, era la più attenta del gruppo. Non parlava tanto, ma quando parlava sembrava mettere ordine nell'aria.

Martina scese con loro nel cortile. Il cielo era ancora azzurro pallido, ma già si sentiva quel cambio. Le cicale smettevano, un cane abbaiava più lontano, le ombre si allungavano come gomme da masticare.

— Stasera facciamo la “missione coraggio”? — propose Leo, che aveva già deciso da solo.

— Non è una missione coraggio — lo corresse Sara. — È… un allenamento.

Martina alzò un sopracciglio.

— Allenamento per cosa?

Sara indicò il cielo.

— Per quando fa buio.

Martina fece una risatina breve. Sembrava una battuta, ma le rimase addosso come una maglietta un po' stretta.

— Io… non è che ho paura — disse. Poi aggiunse, più onesta: — Cioè, non sempre. Solo quando sono da sola e tutto diventa… indistinto.

Leo si mise le mani in tasca.

“Indistinto” è una parola forte.

— È una parola giusta — rispose Martina. — Quando non capisci se la sedia è una sedia o un mostro seduto.

Sara annuì, come se fosse un problema di matematica.

— Il buio fa questo: toglie i dettagli. E il cervello, per riempire i buchi, inventa.

— Io invento tantissimo — ammise Martina. — E non sempre cose simpatiche.

Leo si sporse verso di lei, serio per un secondo.

— Ok. Allora inventiamo cose simpatiche noi. E facciamo anche… controlli di realtà. Tipo detective.

Martina si sentì un po' più leggera. Non perché la paura fosse sparita, ma perché non era più un segreto chiuso nel cassetto.

Quando rientrò a casa, sua madre mise in tavola la cena. La luce della cucina era gialla e calda. Il nodo in pancia si sciolse un po', ma Martina sapeva che, più tardi, sarebbe tornato.

E fuori, piano piano, la finestra diventava nera.

Capitolo 2 — La mappa della stanza

Dopo cena, Martina si lavò i denti guardando nello specchio. Il suo riflesso aveva gli occhi svegli.

— Sembra che stia per succedere qualcosa di enorme — borbottò a se stessa, con la schiuma di dentifricio.

Nella sua camera, la lampada sul comodino era accesa. Il letto era in ordine. La sedia aveva sopra lo zaino. Tutto normale.

Eppure, quando la madre fece capolino:

— Buonanotte, tesoro. Vuoi lasciare la porta socchiusa?

Martina annuì subito. Troppo subito.

— Domani ti sveglio presto, così non corri — aggiunse la madre, le diede un bacio sulla fronte e se ne andò.

Martina restò a fissare la porta socchiusa come se fosse un salvagente.

Poi qualcuno bussò piano: toc toc.

Era Leo, nel corridoio condominiale, con Sara dietro. Avevano il permesso di fare un'ultima chiacchierata “da pianerottolo” prima di dormire, una cosa che i grandi concedevano perché sembrava innocua.

— Ti abbiamo portato una cosa — disse Sara, tirando fuori un foglio piegato.

Era una mappa. Una vera mappa della stanza di Martina, disegnata a mano, con il letto, l'armadio, la scrivania e perfino la sedia “sospetta”.

Leo indicò la sedia.

— Qui, alle 22:15, la sedia diventa una creatura. Secondo me è un lama. Ma un lama educato.

Martina soffocò una risata.

— Un lama in camera mia? Con lo zaino in testa?

— È moda — disse Leo.

Sara, più pratica, prese una matita.

— Noi facciamo così: segnamo i punti “certi”. Quelli che nel buio ti confondono. E poi li controlli uno per uno, con calma, prima di spegnere la luce.

Martina guardò la mappa e sentì qualcosa cambiare: la stanza non era più un posto “misterioso”. Era un territorio con confini.

— Qui — continuò Sara — metti una piccola luce. Tipo una lucina da notte, o anche il display dell'orologio, ma non troppo forte. Serve solo un riferimento.

— Mio padre dice sempre “niente luci, si dorme meglio” — disse Martina.

Moderazione — rispose Sara, come se stesse leggendo una regola scritta nell'aria. — Una luce piccola. Non un faro da stadio.

Leo si appoggiò al muro del corridoio.

— E se senti rumori strani, fai la domanda magica: “Che rumore è davvero?” Di solito è il termosifone che si crede un rapper.

Martina rise davvero, stavolta.

— Ok, la domanda magica mi piace.

Prima di andare, Sara le porse un piccolo elastico fluorescente.

— Mettilo al polso. Non è una magia. È solo… un promemoria: sei tu che comandi il pensiero.

Martina lo infilò. Nel buio avrebbe fatto una striscia verde tenue.

— Buonanotte — disse Leo. — E ricorda: se il lama si muove, chiedigli di rimettere lo zaino.

— Buonanotte — ripeté Martina.

Chiuse piano la porta. Non del tutto. Socchiusa.

Poi guardò la mappa sul comodino. Respirò. Iniziň a sentire che, forse, si poteva fare.

Capitolo 3 — Il corridoio e i rumori onesti

Quando spense la luce grande e rimase solo la lampada del comodino, Martina sentì il solito brivido: non era paura piena, era come un'anticipazione fastidiosa. Un “e se…”.

Si infilò sotto le coperte. Il tessuto profumava di detersivo e un po' di shampoo. Cercò di pensare a cose tranquille. Un prato. Una partita a pallavolo. Una pizza.

Ma poi arrivò un rumore: crac.

Martina si irrigidì.

— Ecco — sussurrò. — Ci siamo.

Il crac veniva dal corridoio, forse. O dalla finestra. O dal mondo intero. Nel buio i rumori sembrano più vicini e più importanti, come se avessero messo un microfono.

Martina ricordò la domanda magica.

“Che rumore è davvero?”

Si sedette sul letto. Prese la mappa. La luce del comodino faceva ombre morbide. Guardò la sedia. Era solo la sedia. Nessun lama. Nessuna moda.

Fece un passo fuori dal letto. Il pavimento era fresco sotto i piedi.

Un altro rumore: tic… tic… tic.

— Ok, questo è un orologio. O una goccia. O un insetto che fa palestra — mormorò, cercando di non farsi trascinare dall'immaginazione.

Accese la torcia piccola del telefono, ma con il dito davanti per non fare una luce troppo violenta. Moderazione, si disse. Una luce gentile, non un interrogatorio.

Guardò verso la finestra: la tenda si muoveva appena. Probabilmente l'aria.

Dal termosifone arrivò un suono come un “plop”.

— Rapper — commentò Martina, e sorrise.

Si affacciò al corridoio. La porta della camera dei genitori era chiusa. In salotto, una lucina del router faceva un puntino verde. Tutto era al suo posto.

All'improvviso un'ombra scivolò sul muro.

Martina trattenne il fiato.

Poi vide: era il faro di un'auto che passava fuori, e la tenda faceva onde.

— Reale: auto. Immaginario: fantasma con patente — disse, parlando sottovoce come una detective.

Tornò in camera. Mise il telefono sul comodino, a faccia in giù, con una luminosità minima. Non voleva restare sveglia fino a mezzanotte a guardare video. Non voleva nemmeno spaventarsi troppo. Una via di mezzo.

Si stese. L'elastico fluorescente al polso faceva una virgola verde nel buio. “Sei tu che comandi il pensiero”, ricordò.

Il nodo in pancia non era sparito, ma si era spostato. Non era più al centro. Era più piccolo, come una biglia in tasca.

Martina chiuse gli occhi. E, per la prima volta da giorni, aspettò il sonno senza litigare con lui.

Capitolo 4 — La notte delle stelle contate

Il giorno dopo, a ricreazione, Martina raccontò ai suoi amici cosa aveva fatto.

— Ho interrogato il termosifone — disse.

Leo spalancò gli occhi.

— E ha confessato?

— Ha detto “plop” e basta. È un tipo riservato.

Sara le diede un cinque.

— Hai fatto un controllo di realtà. E hai usato una luce piccola. Perfetto.

Quella sera decisero di fare un esperimento ancora più interessante: conoscere il buio fuori, ma in modo sicuro.

I genitori di Martina e di Leo permisero ai tre di stare nel cortile interno per dieci minuti, accompagnati dalla mamma di Sara, che restò a distanza con una tisana in mano e l'aria di chi dice “vi vedo, eh”.

Il cortile di notte era diverso. Non cattivo. Solo diverso.

L'aria profumava di gelsomino e asfalto tiepido. Il cielo era una coperta scura con buchi di luce.

— Guarda quante stelle — disse Martina, con una voce che non si aspettava: curiosa.

— È perché il buio fa spazio — rispose Sara. — Se fosse sempre giorno, non le vedremmo mai.

Leo guardò su e fece finta di contare.

— Uno, due, tre… ok, basta, mi è venuto il torcicollo.

Martina rise.

— Mi sa che il buio non è solo “mancanza”. È anche… pausa.

Sara annuì.

— Esatto. Anche il cervello ha bisogno di una pausa. Ma se la pausa ti spaventa, devi imparare a starci dentro piano piano. Come entrare in piscina: prima il piede, poi le ginocchia, poi tutto.

Leo puntò il dito verso un angolo del cortile.

— E quello? È un mostro.

Martina guardò. Era un cespuglio con una busta di plastica incastrata che si muoveva nel vento.

— Reale: busta. Immaginario: medusa terrestre — disse Martina, e si sentì potente, come se avesse appena dato un nome a una cosa che prima le scappava.

Sara tirò fuori dal taschino un piccolo quaderno.

— Facciamo una lista: “cose che il buio cambia” e “cose che restano uguali”.

Leo fece il serio.

— Cose che restano uguali: io sono bellissimo.

— Questo è discutibile — disse Sara senza cattiveria. — Ma possiamo scriverlo nella colonna “immaginario”.

Martina prese la penna.

Cose che il buio cambia: i colori diventano più grigi; i rumori sembrano più vicini; gli oggetti fanno ombre strane.

Cose che restano uguali: la stanza è la stessa; la sedia è una sedia; i genitori sono in casa; io respiro; io posso accendere una luce piccola.

Quando risalì, Martina portava con sé quella lista come un cuscino invisibile.

Quella notte, nel letto, ripensò alle stelle. Al fatto che il buio permetteva loro di esistere ai suoi occhi.

— Va bene — sussurrò. — Buio, facciamo un patto: tu fai spazio, io non invento disastri.

E il sonno arrivò, più gentile.

Capitolo 5 — La scatola degli strumenti

La paura, però, non è una cosa che si “cancella” con una gomma. A volte torna, come una canzone che ti rimane in testa quando meno te l'aspetti.

Due giorni dopo, Martina ebbe una serata difficile. Aveva visto un film con una scena un po' troppo inquietante per l'ora di cena. Non era horror, ma c'erano corridoi lunghi, porte che scricchiolavano e una musica che sembrava dire “attenzione”.

Quando si spense la luce, nella testa di Martina quella musica ricominciò.

Il corridoio della sua casa sembrò allungarsi.

La porta socchiusa sembrò più sottile.

Il nodo tornò grande.

Martina non voleva chiamare subito la madre. Non per orgoglio. Per allenamento.

Prese fiato e accese la lampada del comodino. Non la luce grande. Moderazione.

Poi tirò fuori un astuccio e una scatola di scarpe vuota.

Sopra scrisse, con un pennarello: “SCATOLA DEGLI STRUMENTI”.

Ci mise dentro:

— la mappa della stanza;

— l'elastico fluorescente;

— un foglietto con la domanda magica: “Che cos'è davvero?”;

— un piccolo spray con acqua e lavanda (non per scacciare mostri, ma per profumo);

— una mini torcia;

— e un biglietto di Sara, che lei aveva scritto quel pomeriggio: “Il buio non decide chi sei.”

Martina si sedette sul letto. Guardò la scatola e si sentì meno in balia.

Non era una scatola magica. Era una scatola concreta. Ed era questo il punto.

Si spruzzò un po' di lavanda sul cuscino. L'odore era fresco e leggero.

Poi fece un esercizio che Sara le aveva insegnato: tre respiri lenti, contando fino a quattro.

Uno… due… tre… quattro.

Il petto si abbassava e si alzava come una barca tranquilla.

Dalla sala arrivò un rumore forte: TUM!

Martina saltò.

Poi si ricordò: la domanda.

“Che cos'è davvero?”

Ascoltò meglio. Seguì un secondo rumore, più piccolo, come una rotella.

— La sedia di papà — capì. — Si sposta e sbatte.

Non era un'ombra misteriosa. Era un adulto che cercava una cosa. Probabilmente gli occhiali.

Martina sorrise, ma non troppo. Non voleva prendersi in giro. Voleva essere gentile con se stessa.

— Ok — disse. — Ho paura, ma non sono in pericolo.

Spense la lampada. Lasciò la lucina piccola. Si stese.

Il film provò ancora a intrufolarsi nei suoi pensieri, ma Martina lo fermò come si ferma un venditore insistente:

— Non adesso. È solo immaginario.

Nel buio, l'elastico al polso brillò. Come un semaforo che diceva: “Vai piano, ma vai.”

Capitolo 6 — Il buongiorno al sole

La notte passò con qualche risveglio breve, ma Martina sapeva cosa fare. Ogni volta, un respiro, una domanda, un controllo. Senza esagerare, senza trasformare il letto in un laboratorio. Solo il necessario.

Al mattino, una riga di luce entrò dalla finestra.

Non una luce violenta: una luce giovane, pulita.

Martina aprì gli occhi e rimase un attimo ferma, come per controllare se il nodo fosse lì.

Non lo trovò. O meglio: lo trovò piccolo, addormentato anche lui.

Si alzò e aprì la tenda.

Il sole era già alto, e il cortile sembrava un posto nuovo: i colori tornati, le ombre corte, il mondo che non aveva fatto nulla di speciale durante la notte… se non restare.

Sul pianerottolo, quasi nello stesso momento, comparvero Leo e Sara, con gli zaini.

— Allora? — chiese Leo. — Il lama ha firmato la pace?

Martina ridacchiò.

— Ha deciso di fare il lama di giorno. Di notte torna sedia. Molto più pratico.

Sara la guardò con occhi attenti.

— Come è andata davvero?

Martina esitò un secondo, poi disse la verità giusta, quella completa:

— Ho avuto paura. Ma ho capito che posso starci vicino senza farmi trascinare. Posso distinguere quello che immagino da quello che è reale. E posso usare strumenti semplici, senza esagerare.

Leo fischiò piano.

— Questa sì che è una frase da quasi dodici anni.

— È una frase da allenamento — corresse Sara, sorridendo.

Scendendo le scale, Martina sentì il sole sulla faccia attraverso la finestra del vano scala. Le venne da fare una cosa un po' buffa. Si fermò un secondo, guardò fuori e disse, a voce bassa ma chiara:

— Ciao, sole.

Leo la sentì.

— Oh, ma che romantica!

— Zitto — disse Martina, ridendo. — È educazione. Il buio mi ha fatto spazio. Il sole mi fa compagnia.

Sara annuì.

— E tu ti fai compagnia da sola. Questa è la parte migliore.

Uscirono in strada. L'aria del mattino profumava di pane e di foglie.

Martina fece un ultimo respiro, pieno, semplice.

Poi, con un sorriso che le veniva naturale, salutò più forte, come se il giorno potesse sentire:

— Buongiorno, sole!

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Nodo
Una sensazione stretta nello stomaco quando sei inquieto o preoccupato.
Tramonto
Il momento in cui il sole scende e il cielo diventa scuro.
Indistinto
Qualcosa che non si vede o non si capisce bene, confuso.
Cortile
Spazio aperto dentro o davanti a una casa o scuola dove si può giocare.
Corridoio
Spazio lungo dentro una casa o edificio che collega le stanze.
Allenamento
Esercizio ripetuto per migliorare una capacità o abitudine.
Moderazione
Fare le cose senza esagerare, in modo equilibrato.
Termosifone
Apparecchio che scalda la stanza usando acqua o aria calda.
Anticipazione
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